Abuso di impotenza

 

Il rumore della vecchiaia, gli era capitato di pensare, aumenta con il sonno della notte. Per esempio sua madre quando dorme, tira fuori questo ritmo del respiro e del corpo, cavernoso e lontano, con riverberi di maleodoranze e malattie.
Se la sentissi per la prima volta senza averla mai vista, si era detto quella volta dopo la fine della sera, capirei i suoi capelli bianchi dalla tosse piena di catarro, le lenti bifocali dalla lentezza con cui sposta il corpo nel letto.

Il giorno dopo quel pensiero era andato in ospedale, come tutti i giorni dopo. Era un medico scrupoloso, attento, appassionato di cose insignificanti e estraneo all’ambizione. Si metteva il camice bianco la mattina, con una lentezza che in molti trovavano irritante, aveva buoni rapporti con tutti, ma nessuna amicizia, e modeste ammirazioni.  Riusciva a incastrarsi con fatica in certe soavità dei maschi, su quelle del calcio e degli stipendi era diventato discretamente competente. Disastroso, invece, quando si parlava di gambe, di occhi, di donne tutte intere.
In ogni caso, le colleghe, tutte, lo gettavano in uno stato di apprendistato permanente.
(Aveva avuto tuttavia una moglie. Per un breve e opaco periodo)

Teneva uno di quei volti che sembrano stare tutti appesi al naso, come una giacca su un chiodo al muro. Aveva mani grandi e molto pallide, e portava una serie di completi marroni, di fattura antiquata – molto diversi dagli esili pantaloni dei suoi colleghi, dalle loro giacche  leggere. Quel continuo profumo di amanti e barca a vela che gli pareva emanassero proprio gli sfuggiva –  e anche quell’altro odore scuro e potente di vino prezioso, quell’odore di potere avvinghiato al loden dei primari d’annata, non l’avrebbe davvero mai indossato.
Stava comodo con pochi. Anzi, forse solo con l’anziana signora Marcella, caposala provava qualcosa di simile al riposo. Condividevano una certa stanchezza, una certa distanza dalle cose, un modo di sfregarsi le mani di inverno, una imprecisa malinconia.

Quel mattino comunque successe un niente di nuovo, che proprio per questo lo amareggiò non poco. Doveva fare un esame a una donna giovane, che gli arrivò nella stanza decisa e in carne, senza fede – come notò subito – senza particolare charme, ma armata di una garibaldina allegria, un piglio, una decisione. Si era spogliata senza indugio, in una franchezza militaresca, e mentre lui era abbagliato da tutto quel corpo – largamente imperfetto e per questo tanto più vitale – aveva obbedito agli ordini.
Si giri su un fianco che controlliamo i cavi ascellari.

I cavi ascellari nel loro candore si rivelarono perfetti, di onestà specchiata, innocenti come i capelli della donna,  che erano di un biondo liscio e ordinario quanto poco luminoso, stretti e composti nell’elastico di spugna (il dottore pensò al mattino a quando lei si sarebbe fatta coda davanti allo specchio).Per quelli forse indugiò nel tranquillizzarla lasciando la mano un minuto di troppo sul fianco –  anzi forse due di minuti. Fornì  alla donna una spiegazione a dire il vero esauriente sul perché potessero dolerle quegli onesti linfonodi, il ciclo, signora mia, ma anche sa accadono cose,  la mano rimaneva sul fianco largo della donna.
(La donna lo ascoltava grata, poi perplessa, poi materna. Questo è un figlio pensava, poveruomo non sa ancora dove si comincia a scavalcare la generazione, il desiderio lo maltratta. Dovrei arrabbiarmi per questa mano inappropriata, eppure in questa permanenza inutile e incapace, io sento qualcosa di tragico)

Dopo un poco si era alzata, mi scusi dottore continui a spiegarmi, mi perdoni se le do le spalle mentre mi vesto.
Quello era allora uscito, ma certo faccia con comodo, ritrovando una professionale compostezza, rincogiungendosi ad essa odiosamente 

(La donna mise con aggraziata malagrazia una giacca di jeans, se ne andò piuttosto serena pur scuotendo la testa)

 

(qui)

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