Sul treno

(Sto tornando da Vibo Valentia, sto sul treno e ascolto due persone davanti a me che parlano. Parlano un italiano corretto, con alcune inflessioni dialettali, soprattutto in termini di suoni, e pronunce più che di forme lessicali. Di queste persone credo di poter indovinare i volti, pur non avendoli ancora visti, e penso che siano volti di misurate borghesie lavoratrici e contegnose, con ogni probabilità piene di un certo reazionario buon senso. Lei una giovane donna che potrebbe portare delle unghie laccate ma non troppo lunghe, lui sicuramente anziano, da situare nell’affettuosa collocabilità dei cari amici del padre, o degli zii mai persi di vista. Non so bene di cosa parlino, forse una persona di conoscenza comune che ha fatto delle scelte azzardate, ma quello che penso di loro, del loro parlare, è lo scivolo linguistico su cui poggiano le parole, lo scivolo che va dall’olimpo lingua pulita che probabilmente non hanno mai raggiunto fino alle dionisiache profondità del dialetto stretto segreto ed esoterico, che invece io sono sicura hanno raggiunto in certi momenti di grande passione, in ispecie odio e dolore, alle volte commozione estrema. Quando si soffre, infatti, lo scivolo del dialetto porta sempre in basso. Per esprimere la felicità capita di riuscirsi a dare il tempo di risalire controcorrente.

Amo questa cosa particolarmente italiana dei dialetti. Amo pure il mio di dialetto, per quanto sia ignobile e sgraziato. Il romanesco è un italiano brutto, di facile comprensione perché per lo più costituito da un’odissea di storpiature, greve nel suono, dissacrante nella vocazione, qualche volta idoneo alla malinconia e al tragico, ma è un dialettuccio, per quanto da me molto amato e rigorosamente praticato. Non vanta, per questioni storiche irredimibili, la fantasiosa ricchezza di altri dialetti, frutto di altre dominanze e altre vicinanze, impastati da altre ricette e altri ingredienti, cresciuti ad altre temperature naturali e politiche. Il napoletano, il siculo, il veneto – per fare alcuni esempi -dialetti che hanno parole proprie che vengono da lontano, etimologie che sono storie di famiglie nobili, contaminazioni radicali meticciati garibaldini, oggetti e sentimenti che non possono che esser spiegati che tramite perifrasi.
La napoletana buàtta, è una visione del mondo.

Tuttavia nel parlare dialettale, che sui treni raccolgo avida come adesso, forse mi piace più di tutto un toccare qualcosa che mi intenerisce – (un sentimento di cui quasi mi vergogno). Infatti, per via di quella cosa dello scivolo, e della consapevolezza di chi riesce a salire e fare su e giù e chi no, quando sento il dialetto, mi pare che chi lo parli si metta a nudo, sia più autentico, vulnerabile, se stesso suo malgrado, in un modo a cui sovente non pensa. Come quando vediamo un bambina di spalle, i capelli raccolti in una cipolla, in due ciuffetti, e ne vediamo il collo e le orecchie, e pensiamo a quella parte del corpo che non sa mai quand’è guardata, osservata, non può anticipare l’atto con cui potrebbe essere colpita.
L’innocente esserci di un collo scoperto di bambina. Questo mi ricordano i signori davanti che ora, criticando con severità la persona che li accomuna e che è stata davvero intemperante biasimano con tanta convinzione.)

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3 pensieri su “Sul treno

  1. …mi è capitato di piangere, origliando in treno uno dei dialetti della mia infanzia. E accorgendomi di capirlo, benché parlato stretto. Ma, orsù, il romanesco non è tanto male… (dipende dal fatto che si attagli o meno al tuo carattere) (Al mio si attaglia) E’ epigrafico, assertivo, un po’ sarcastico.

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  2. Ormai romano da oltre 20 anni..ma nato e cresciuto non lontano da dove sei tu ora in treno!
    Ancora oggi quando sono arrabbiato o per rimarcare un concetto cado senza volerlo nel dialetto, incurante di chi abbia di fronte. Con il tempo, da lontano, ho capito che il dialetto rappresenta Me, la mia cultura, la mia famiglia nel senso più stretto..una bagaglio che mi porterò sempre dietro.
    Ciao Zaub!

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