Primi anni

Una delle prove della penetrazione della cultura psicologica nei contesti del dibattito pubblico e della quotidianità delle persone, è la consapevolezza oramai davvero diffusa, dell’importanza delle cure genitoriali nei primi anni di vita del bambino. Se ne parla nei reparti ospedalieri di neonatologia, se ne legge sui giornali femminili o di salute, popolano le librerie, fino a entrare addirittura nella mitologia collettiva e approdare alle zone dell’umorismo: lo psicoanalista Nanni Moretti, di Habemus Papam parlando del modo di lavorare di sua moglie – anche lei psiconalista – si troverà a dire con aria affettuosa e grave all’idea che il papa vada in cura da lei: gli avrà parlato della deprivazione materna. Per lei tutto viene dalla deprivazione materna.  E’ brava, ma ha questa fissa della deprivazione materna.
Ossia: abbiamo imparato che i bambini sono vulnerabili, che nella prima infanzia imparano cose che rimarranno per il resto della vita, che è bene che ci siano dei genitori o qualcuno di gentile vicino. In aggiunta ci appoggiamo a dei saperi tramandati e piuttosto confusi per cui: se piange un po’ va bene però bisogna che smetta, la creatura ha bisogno di dormire, mangia ammamma su.

Poi però cosa debba succedere nel dettaglio è mistero: questo anche perché i lattanti non parlano, quando cominciano a parlare non sono esattamente esaustivi, quando saranno adulti non potranno ricordare molto della propria esperienza infantile. Infatti, la nostra memoria dichiarativa è biologicamente e logicamente correlata all’emergere del linguaggio: è ben difficile per noi ricordarci qualcosa che non ci siamo mai potuti raccontare in qualche modo. Per cui quello che la psicologia dinamica ipotizza è che ci siano degli effetti dell’esperienza infantile nel comportamento degli adulti, effetti dovuti a fatto molto importanti, ma che non possono essere ricordati come tutte le cose importanti.

In psicologia, per diradare queste nebbie, e fare ricerca sullo sviluppo dei bambini, oggi si parla spesso, in termini di premessa metodologica ineludibile, di matrice biopsicosociale. Con questo termine si allude ai tre fattori che maggiormente influenzano lo sviluppo della personalità ed eventuali aspetti problematici.   E’ un concetto molto efficace che allude a: l’aspetto genetico e biologico (siamo il nostro corpo, e il nostro DNA) l’aspetto psichico e delle prime cure parentali (siamo la nostra esperienza emotiva e intellettuale con le persone con cui interagiamo) e l’aspetto sociale (siamo anche l’ambiente in cui siamo cresciuti). Queste tre cose, comporranno il mazzo di carte che abbiamo in dotazione e con cui nella vita giocheremo la nostra partita. Ci saranno sempre occasioni per cambiare alcune di queste carte, o per imparare a usarle meglio – con il passare del tempo però tenderanno a diminuire. Il concetto è semplice ed è un buon trampolino di lancio per capire come i tre fattori che compongono la matrice riescono a influenzarsi l’uno con l’altro. Per fare qualche esempio: una diagnosi precoce di una patologia congenita è un fatto biologico, ma può diventare un oggetto culturale, una cosa che il bambino pensa e interpreta, la malattia come qualcosa da imputare alla madre, o a se stesso come imperfetto – col tempo noi trattiamo certe nostre risposte emotive costanti come un oggetto culturale, fanno parte di una sorta di nostro micro ambiente( per esempio il sapere che certe circostanze procurano ansia, tachicardia etc.). Altrettanto frequente è l’esempio inverso (la stessa psicoterapia è un esempio inverso) : esperienze reiterate che procurano un apprendimento corrispondono a cambiamenti materiali del nostro cervello, delle sue mappature sinaptiche. Quindi se succede che il corpo diventi ambiente per noi, quando cambia il nostro cervello per via della plasticità neurale, possiamo affermare il contrario. L’ambiente sociale infine, nel bene e nel male agisce come un sottofondo più importante di quanto si creda: in un contesto abusante, l’incidenza dell’abuso nella pervasività degli effetti, diciamo nel modo poi di costruirsi del pensare e dello stare al mondo – potrebbe essere di tenore diverso, se nella famiglia abusante c’è una rete di contatti a cui riferirsi o se non c’è, o più banalmente: se c’è un nido a costi accessibili o non c’è. Un nido a costi accessibili, o gratuito potrebbero essere otto ore al giorno di relazione con una persona diversa, che apre l’esempio a una relazione primaria più protetta, che diventa un modello interno e che rimane. La materna con il tempo pieno, la scuola elementare sono, a seguire, per i bambini di famiglie abusanti una zattera di salvataggio – che tocca secondo me la neurofisiologia del cervello.
Quindi, quando pensiamo ai primi anni di vita, dobbiamo tenere a mente questa questione della matrice, e dei tre vettori che si intrecciano e possono determinarsi – in un momento della vita in cui la loro capacità di essere operativi sarà veramente notevole, anche considerando quanto il cucciolo di umano, sia rispetto ai cuccioli delle altre specie animali, molto più subalterno, niente unghie, niente artigli, niente corazze, niente veleni, niente pelliccia, i primi mesi anche pochissima vista. Il nostro lattante è in balia del potere degli adulti.

Con a mente queste cose, possiamo guardare in un altro modo le prime esperienze dei bambini, non più come meri bisogni – mangiare, dormire, attirare l’attenzione, interagire, ma come occasioni in cui essi costruiscono il loro modo di stare al mondo con gli effetti della matrice biospicosociale. In questa prospettiva i bambini nella prima stagione della loro vita, sono come dei pionieri che lavorano su due fronti: la gestione del mondo interno – emozioni, stati d’animo, reazioni, e quella del mondo esterno, che all’inizio darà importanti indicazioni su cosa farsene di questo complicato mondo interno. Un bambino percepisce la fame, ma capire che sta male per la fame è un altro paio di maniche, percepisce il sonno ma che deve addormentarsi non è per lui una cosa ovvia, percepisce un confuso bisogno dell’Altro –che per i il momento è ancora nella maggior parte dei casi il corpo della madre, il suo primo ambiente e referente. Ne consegue che possiamo individuare due grandi aree di criticità: la prima, è quella che riguarda il problema del bambino quando questi bisogni primari rimanessero troppo a lungo insoddisfatti, e fosse lasciato insomma troppo a lungo abbandonato a se stesso, la seconda è se le strategie degli adulti che si occupano di lui non siano come dire, sufficientemente buone, funzionali allo scopo.

Per quanto riguarda la prima area, professionalmente spesso mi capita di pensare alla moglie di Nanni Moretti, che mi dico non aveva tutti i torti! – e di rammaricarmi di quanto le neomadri siano poco sostenute socialmente in un momento in cui la loro salute psicologica è importante per loro stesse ma dirimente davvero per quella dei loro figli. Una madre inaccessibile emotivamente per un lattante o un bambino che sta cominciando a camminare, è una disgrazia che ha pochi uguali, e che lascia tracce poi cronicizzate, che diventerà difficile, in casi molto gravi impossibile, riaggiustare. Il problema che si pone, di fronte alla madre inaccessibile – cioè una madre che non reagisce se il proprio figlio piange a lungo, la cerca e in casi estremi omette di nutrirlo alle bisogna o di cambiarlo per esempio, non è tanto o solo il bisogno inevaso, quello ci ha fame e deve mangiare, ma il fatto che nella testa di un lattante sprovvisto di parole quel confuso bisogno assume una forma emotiva spaventosa, abnorme, terribilmente angosciante, soverchiante –il cui perdurare fa collassare in una sorta di black out. Non ha parole, non ha strumenti, non può trasformare, ne è dominato. I casi gravissimi ed estremi di queste situazioni, in assenza magari di altre figure che ogni tanto intervengano, possono girare in quello che già Spritz chiamava cretinismo -bambini che non crescono anche fisicamente oltre che avere uno sviluppo cognitivo compromesso. Invece in casi importanti ma comunque gravi, avremo adulti il cui stare in relazione con gli altri, sarà incisivamente deformato da questa esperienza. Philip Jammet per citare qualcuno, l’aveva in un suo saggio messa in relazione con l’emergere delle tossicodipendenze gravi in adolescenza. Questo perché – sosteneva – il bisogno relazionale a cui sono stati esposti da piccoli li espone a un terrore rispetto alla relazione con l’altro per cui un oggetto cuscinetto, come una sostanza psicotropa, che si interponga tra loro il mondo risulta tranquillizzanti.
Bambini molto esposti a un bisogno relazionale insoddisfatto e indigerito, dunque vivono una sorta di black out che rimarrà un interruttore e una minaccia per tutto il tempo a seguire. Il destino di una matrice così cattiva poi potrà variare con le risorse ambientali (una nonna, una scuola, un padre, e con le risorse interne che lui ha, la parte bio della sua struttura psichica) ma il range sarà tra un paziente psichiatrico grave, e un cocciuto e dotatissimo nevrotico, molto in difficoltà che da adulto sarà capace di fare richiesta di una psicoterapia.

La seconda classe di questioni deriva invece dalla qualità della risposta. Ora non è che la psicologia preveda poi un modello di interazione rigido e prefabbricato, perché le personalità sono tante i modi di stare al mondo sono tanti, e anzi credo che ci siano poche cose intellettualmente fascinose come il vedere le fantasiose strategie che gli esseri umani grandi mettono in atto per giocarsi la partita relazionale con i loro figli- che cosa sono capaci di inventarsi – però una cosa è certa, l’adulto con un bambino piccolo – dagli zero ai due anni, ha una missione specifica, che è quella di far vedere come si trasformano i bisogni e gli stati interni, quella di dare forme compiute alle masse emotive incompiute di chi sta vivendo esperienze senza parole, non da nomi alle cose, non sa che gli capita, è attraversato da stati d’animo potentissimi e incontrollabili di cui non ha la più vaga cognizione. Qui possono crearsi una serie di aree problematiche, molte delle quali hanno a che fare con lo stesso mondo emotivo degli adulti per i quali, specie se sono stati a loro volta oggetto di cure deficitarie l’emotività dei figli, le loro richieste possono essere una sorta di sfida ansiogena, una cosa che mette dentro stati d’animo complicati da gestire, per cui per esempio se un bambino piange tanto – l’evocazione emotiva (senza l’aiuto della memoria dichiarativa) del proprio stare da bambino inascoltato, può generare rabbia, insofferenza, oppure angoscia e preoccupazione e far rispondere il genitore in maniera eccessivamente ansiosa, o addirittura rabbiosa. Il bambino che piange, potrebbe ricordargli in una maniera analogica e prelogica il proprio, certi suoi assetti interni, e potrebbe fare una gran fatica. Può allora succede che un bambino pianga, perché non riesce poniamo a dormire, o pianga e non dorma perché per esempio ha un malessere fisico, una intolleranza alimentare – e il genitore reagisca con molta ansia, dimostrando che per lui questa cosa del pianto è moltivo di allarme, o di ira un problema insomma, e questa cosa proporrà una prima equazione mentale nel momento in cui si costruiscono le equazioni, che quando si ha quella cosa li che fa piangere bisogna averne paura, bisogna essere agitati – la mamma vedi è agitata.

Dunque buona parte degli schemi relazionali difettosi sono l’esito di male gestioni emotive dei genitori rispetto al loro mondo interno quando hanno a che fare con i più piccoli. Al polo opposto dell’abuso da neglect massivo possiamo considerare l’effetto di comportamenti abusanti che, anche se connotati da una cattiveria che ci rende difficile il parlarne, e che sono di fatto relativamente rari specie nei nostri contesti per questioni anche credo di ordine antropologico. Questi comportamenti in generale antispecifici passano per agiti aggressivi sui neonati che, come si può immaginare avranno conseguenze molto importanti.

Ma c’è un altro ordine di area di vulnerabilità che io trovo tipica del nostro momento storico nel nostro contesto. Ogni epoca storica e ogni gruppo sociale ha infatti nella pedagogia dei cuccioli un momento importante della propria trasmissione di valori e quindi una soglia di rischio patogeno correlato a specifici comportamenti inerenti a quella sfera emotiva e valoriale. Al momento, dalle nostre parti, si fanno troppi pochi figli, il paese invecchia, e inoltre la cultura psicologica e non solo si va a frammischiare a una prospettiva prestazionale della genitorialità che rende i bambini oggetto di attenzioni paradossali che diventano quasi asfittiche. I due prodotti combinati, forse anche uniti a variabili della personalità dei genitori a nevrosi anche di basso lignaggio, producono questo nuovo fenomeno dei bambini scoraggiati a diventare grandi, bambini ai quali, in quanto pochi, viene chiesto di rimanere bambini al più a lungo possibile: il loro stato di piccoli infatti è un ritorno narcisistico importante, fa sentire ancora giovani, fa sentire al centro della vita, anestetizza il desiderio di fare un altro bambino. A questo dato interno io correlo: allattamenti eccessivamente prolunguati, modalità di accudimento per cui per esempio non si fa dormire mai un bambino nella sua camera, ma anche bambini che sono portati nel passeggino ben oltre l’età appropriata (bambini grandi per i passeggini che li ospitano. Un bambino per esempio: dovrebbe andare alla scuola materna a piedi) bambini che portano il ciuccio fino a molto grandi. Questi comportamenti che scoraggiano l’autonomizzazione continuano poi mi pare di notare a catena fino all’età adulta: bambini la cui amministrazione dei compiti è completamente delegata agli adulti, bambini che sono accompagnati in luoghi dove magari semplicemente non dovrebbero andare o andare da un po’ più grandi da soli, e via fino a comportamenti iperprotettivi e quindi molto svalutanti implicitamente, in adolescenza, (che di solito si accompagneranno a grandi richieste di ordine prestazionale nello sport o nell’andamento scolastico). Quando già nella prima infanzia si imbocca questa china si corre un rischio di debolezza e problematicità nell’età più adulta importante: i bambini cominciano subito a essere premiati in quanto carini e piccini, desiderabili e graziosi, ma scoraggiati e svalutati nella loro capacità di affrontare delle sfide. Il passeggino prolungato per esempio è una questione davvero da non sottovalutare, per fare un esempio, perché come messaggio implicito sta a indicare una mancanza di fiducia e di pazienza rispetto ai tempi fisiologici e necessari per imparare a camminare, per reggere un passo da grandi. Ci piaci come piccino, e carino, non ci piace che cammini da solo perché cadi, perché tu sei uno che cade, perché sei lento. Ditemi se non è un buon punto di partenza per una organizzazione narcisistica di personalità.

 

 

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