Intorno alla madre

Premessa.
Quando scrivo di psicologia evolutiva, o in generale di psicologia dinamica, quasi regolarmente si solleva qualche commentatore che mi dice: qui si parla tantissimo della madre! La madre la madre la madre!!! E il padre? E sono proteste giuste e sentite, che risentono degli squilibri tra i generi nella società di oggi, o che rinvigoriscono le critiche di cui la psicologia dinamica è stata a lungo oggetto. La famiglia sta cambiando – si dice anche giustamente, e se non sta cambiando noi vogliamo che cambi. E anche questo penso sia giusto.

Però devo dire che se c’è un momento in cui la differenza tra i corpi diventa molto importante è nella fase della gestazione e nella fase immediatamente successiva alla gestazione. Perché se per un verso è vero che si va verso una modifica piuttosto importante dell’istituto familiare e del concetto di genitorialità – per cui dobbiamo includere nello sguardo coppie di madri, coppie di padri, genitori single – per un altro abbiamo questa maggioranza statistica per cui per il momento, a tirare su figli sono in grande maggioranza coppie eterosessuali, e in queste coppie, dal momento del concepimento ai primi due anni di vita del bambino si creerà una asimmetria di coinvolgimento nella gestione del bambino, anche se questa asimmetria potrebbe essere più ridotta in famiglie in cui il padre è maggiormente collaborativo. In ogni caso, in linea di massima: i figli stanno nella pancia della madre, escono dalla pancia della madre, e poi si ricorderanno dell’odore e del sapore della pancia della madre, e prenderanno il latte della madre, e saranno legati alla voce della madre, la prima che e l’unica che a lungo hanno sentito in modo distinto, prima ancora di nascere. La riduzione dell’asimmetria nel coinvolgimento della crescita è anche dovuta perciò al minore numero dei figli, perché il maggior numero di figli facilmente collega il femminile al ruolo dell’accudimento in mondo molto più continuo, e pervasivo. Prima smetteva con uno e dopo poco riprendeva con un altro (anche se bisogna dire, molto più aiutata dalla rete delle pari, di quanto succeda oggi, con i pochi istituti succedanei accessibili).

Dopo i due anni, quando il bambino cioè cammina ed è un po’ autonomo, penso che la forbice anche in famiglie piuttosto conservatrici, comincia a ridursi e per me, in termini però politici non come obbligo psicologico, dovrebbe tendersi ad annullare, con una intercambiabilità delle parti nella gestione dei piccoli (non necessaria dicevo per la salute del minore – vorrei che questo fosse chiaro). Però prima di quei due anni, a me sembra che la madre sia una figura di grandissima importanza per la crescita del bambino: vitale per quel che riguarda i primi due anni, e sempre di grandissima importanza per quel che riguarda gli anni successivi. Questa sua importanza, la madre la intuisce, e questa consapevolezza a volte emotiva prima ancora che razionale, rende la sua posizione ancora più delicata: essa è cioè responsabile di qualcosa che non è solo momentaneo, ma anche duraturo. Inoltre, questa responsabilità può a volte andare contro la propria storia – per esempio di figlia di madre non sufficientemente buona – e anche contro certi suoi stati d’animo transitori che le potrebbero far avvertire le esigenze del figlio in conflitto di interessi con le proprie. Quello che però mi trovo a constatare oggi, con una certa rabbia, è che davvero la madre è molto giudicata, molto consigliata, eventualmente idealizzata o svalutata, ma per niente sostenuta. E se disgraziatamente una donna ha una storia di figlia non proprio felice, sarà davvero difficile per lei non ripetere le colpe che ha subito e anzi,  tutto  intorno a lei lavora perché faccia errori peggiori, magari malgrado le migliori intenzioni. Allora in questo post – che è una costola del precedente, io vorrei ragionare sulla salute psicologica della neomadre, e su alcuni importanti fattori incisivi del contesto – soprattutto per le madri che avessero qualche nodo psicologico al pettine.

La retorica sul materno infatti non aiuta: non aiuta quella che celebra le gioie dell’avere i figli e la rosea esperienza della genitorialità, ma non aiuta nemmeno – anzi sicuramente è più pestilenziale – quella che demonizza l’avere i figli come morte della soggettività. Credo che il problema di fondo sia nel trattare la maternità mediaticamente non come una funzione primaria dell’identità ma come una trasformazione dell’identità, come se una prima era una cosa qualsiasi poi diventa improvvisamente la madre e non è più quello che era prima, e questa nuova cosa è avvertita di volta in volta secondo le nevrosi delle parti, o salvezza o sciagura, o catarsi, o condanna, con tutta una serie di sinistra conseguenze per i figli a cui si richiede precocemente di essere l’angelo o il diavolo. In ogni caso, la donna che non fosse molto sicura di se, dei propri vissuti emotivi, delle proprie risorse, della propria identità potrebbe essere soverchiata da questi armate retoriche sulla genitorialità. Quello che si è lo si è anche con un figlio, due figli, tre figli, quattro figli. E’ molto fascinoso osservare questa resistenza dell’identità nelle neo madri per esempio vedere come trattano un figlio che piange – rintracciare in una lo stesso militaresco cipiglio con cui sul lavoro sedava le diatribe sindacali, o l’altra intrattenere una prole perplessa ma divertita con sessioni di cabaret analoghe a quelle con cui intratteneva i suoi congiunti da bambina. Far baluginare come cioè la maternità può essere una moltiplicazione dell’identità anziché una sua negazione può essere rilassante per la madre che dovesse avere paura di perdere delle parti importanti di se. Far notare come, la prole diventa un organizzatore del tempo, che farà cadere ciò che conta di meno, secondo forze psichiche non sempre combacianti con la coscienza. (Non potrai più fare aperitivi! E’ per esempio una sciocchezza da marketing pubblicitario, ma un’altra grande sciocchezza è la priorità dell’aperitivo nella costruzione identitaria, come invece tendono a farci credere).

Quando comunque le retoriche sulla distruzione identitaria a causa della maternità hanno successo (il che accade moderatamente spesso) c’è un problema che trova nella neogenitorialità una buona base per esprimersi, una congrua occasione. Una giovane donna che si sente svalutata nelle sue potenzialità figlia di una madre che svaluta aspetti di se, tramite la svalutazione della prole, vivrà uno stato di scacco con la nascita dei figli, e le parti di se già vissute come poco degne, potrebbero essere percepite come davvero minacciate. Se è poco sicura di se, potrebbe vivere le richieste dell’accudimento come un’occasione spaventosa, che la agita e rispetto alle quali sentirsi molto inadeguata, il che a sua volta potrebbe indurla a dare quelle risposte non pienamente efficaci alle domande poste dal bambino, per esempio cadendo in atteggiamenti troppo burberi e aggressivi, oppure al contrario in una specie di sudditanza nei confronti del bambino, da cui finirà col farsi tiranneggiare. In questo senso, non c’è niente di più pestilenziale della retorica secondo cui un bambino sa sempre quello che è meglio per se, con questa teoria per cui se non fa certe cose è perché non vuole farle, e per cui alla fine si va ad azzerare la competenza genitoriale nello svolgere la sua funzione trasformativa, il suo ruolo di contenitore che aiuta a decodificare degli stati interni. Retorica particolarmente perniciosa se applicata a bambini che hanno delle difficoltà – per esempio quelli che fanno fatica a regolare il ciclo sonno veglia – o hanno problemi di intolleranze alimentari, e particolarmente perniciosa per le madri fortemente insicure.

In ogni caso, una cosa che può essere utile sapere, è che quando in famiglia arriva una madre e quella madre va resa, all’inizio prima di tutto titolare del suo ruolo, e in secondo luogo rassicurata sul suo ruolo. Faccio questa notazione perché quando un sistema familiare è disfunzionale – o blandamente disfunzionale – non è raro il caso in cui l’anello debole vada a diventare la giovane madre, che viene cannibalizzata dalle solerti forze circostanti, che la aiuteranno con zelo, che le daranno molti consigli, che tenderanno a sostituirsi a lei nella gestione dei minori. L’attrazione magnetica che esercita un nuovo arrivato ci metterà il suo, e la madre potrebbe essere completamente bypassata. Personalmente io trovo invece molto salubri, molto sani, necessari e da incoraggiare, certi comportamenti ineducati da femmina animale, da capobranco, in cui una giovane madre impone le sue regole nella gestione del figlio, si comporta in modo inurbano se qualcuno prende il bambino senza il suo consenso. Quel comportamento poco civile e bizzarro serve a ricollocarla al posto giusto, a svincolarsi dal ruolo di figlia e a diventare madre a sua volta. E’ un passaggio esistenziale che agevola poi la vita dopo, anche se talora genera fastidi. Se la giovane madre si lamentasse di alcune difficoltà con il piccolo, con persone che le sono vicine, laddove se ne ha la possibilità – premiare soprattutto dove si vede che sta indovinando una strategia, prima di cazziare le strategie che si ritengono sbagliate. Fermo restando che i primi mesi di vita, anche il rpimo anno, è un periodo di fisiologico apprendistato, e a volte si scarica addosso alla madre, una – tipica di questo momento storico – angosciata insofferenza davanti alla mancata risoluzione immediata. Se un bambino piange, e non riesce ad addormentarsi in poco tempo, fidatevi, può essere normale.

Avrei ancora altre due notazioni, collegate l’una all’altra. La prima è che se c’è un grande rivale della psicoterapia, oppure un potentissimo agente coadiuvante i percorsi di cura, quello è la neogenitorialità. Si arriva a diventare madri e padri, con un’esperienza di figli, che è una scrittura privata, di cui certi capitoli sono conservati in buona parte in una memoria dichiarativa, in qualcosa di raccontabile, ma in parte sono immagini esperienze corporee che ora un neonato riporterà a galla. Un figlio è la grande occasione di riscrittura di quello che si è. Fino a quel figlio il capitolo accudimento era solo quello che si aveva ricevuto, ora può essere quello che si scrive, e quindi si può cambiarlo. Si possono recuperare memorie di una madre migliore di quella che si ricorda, ma si può arrivare a essere madri migliori di quelle che si ha avuto, e anche capire le difficoltà della madre che ci ha allevati. Di fatto però cimentarsi con la storia di qualcun altro, fa riscrivere la propria storia, può creare una rivoluzione copernicana nei modi di pensarsi, e di stare al mondo. E’ una cosa naturalmente che non succede in un giorno, e va per prove ed errori, ma un figlio è anche una di quelle occasioni della vita particolari – il nuovo lavoro, un pericolo imminente – in cui si svelano le risorse di quell’agente nascosto che la nostra biologia del carattere, le risorse della nostra personalità, certi pregi che vengono da un altrove che non è una lineare trasmissione.

Questa riscrittura psichica devo ammettere, anche alla luce della mia esperienza personale e di vita, riesce meglio su più occasioni, ossia su più figli. La genitorialità su più figli perfeziona la propria competenza emotiva, riscrive i passaggi, aggiusta il tiro, fa prendere contatto con le diversità endogene dei bambini, e fa ripensare perciò in modo completamente diverso il discorso di cui si è stati oggetto, la narrativa che ci ha scritto: ci fa raccontare in modo molto più preciso e accurato quando ci si rappresenta come genitori. Non limitarsi al primo figlio ha quindi anche questo vantaggio psicologico per la madre e generalmente per i genitori. Ce ne sono di molti altri e più dirimenti per i figli, ma ne parleremo in un altro post.

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Un pensiero su “Intorno alla madre

  1. Grazie per questo post. Commento molto di rado ma sono una lettrice della prima ora, e ricordo di aver letto nel vecchio blog post sulla maternità che mi sono sempre piaciuti, anche quando pensavo che probabilmente non avrei mai voluto figli. Diversi anni di terapia dopo, ho avuto una bambina. I primi mesi sono stati duri per me, lei era (è) sempre stata super volitiva e richiedente, io neomamma inesperta ero piena di ansie, non riuscivo ad assumere quel ruolo, chiedevo consigli a destra e manca. Poi poco a poco sono riuscita a riprendermelo, a farlo mio pezzetto per pezzetto, errore dopo errore, tentativo dopo tentativo, smettendo di seguire i social e i forum di mamme, smettendo di accogliere acriticamente i consigli altrui, almeno per un po’ smettendo di ascoltare voci che non fossero la mia. Non è stato facile comunque: anche al consultorio spesso ho trovato persone più giudicanti o “consiglianti” che capaci di vero sostegno. Adesso la bambina ha poco più di un anno e mi accorgo che nuove sfide mi attendono: se prima trovavo difficile un accudimento così totale, adesso vedo e sento che è ora di insegnare altro, di aiutarla a crescere e cominciare a fare da sé. Non sono tanto brava neanche a mettere limiti, mi accorgo. Proverò e sperimenterò, cercando di avere pazienza con i miei nodi psicologici ancora da sciogliere, cercando di non impantanarmi, ma di coltivare la fiducia nel fatto che troverò – sto già trovando – il mio modo, le mie soluzioni. Ecco forse è questo il più grande regalo che mia figlia mi sta facendo e che non avrei mai immaginato di ricevere da lei: una maggiore fiducia in me, nella mia capacità di farcela a modo mio. E speriamo di non fare troppi danni!

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