Grembiule

 

In una delle sue ultime esternazioni a scopo elettorale su temi che non competono il suo ministero, Salvini si è espresso a favore del ritorno dei grembiuli nelle scuole, riaccendendo una polemica che si ripropone ciclicamente, nel complesso imbarazzante nella sua accessorietà: il grembiule nelle scuole è in generale blandamente dirimente rispetto a temi più importanti  – quali per esempio il fatto che le scuole non si tengono in piedi. Parimenti, io mi chiedo se ci sia un giorno uno, in cui il nostro ministro dell’interno faccia il suo mestiere – anziché fare ossessivamente colloqui per farne un altro – ossia il presidente del consiglio. Mi chiedo se al ministero devono accontentarsi delle foto di Salvini con gli arancini, dei comunicati di Salvini sui migranti, mentre le forze della polizia rimangono sotto organico, con stipendi modesti e ad arginare una criminalità destinata a montare – perché se tu, come unico provvedimento rendi inagibili i centri di accoglienza, ma non hai le energie economiche per rimpatriare nessuno, ma davvero mi chiedo che cosa tu stia facendo se non colloqui per pigliarti la poltrona che per il momento è di un altro.

Ma volevo parlare di questa cosa dei grembiuli, perché mi pare scateni pareri curiosi, anche perché i grembiuli sono diventati grembiuli di Salvini, e quindi poco libertari, antiidentitari, costrittivi e una serie di questioni orribili. L’appoggio pubblico del ministro alla questione grembiulini è stata messa a sistema diciamo, con un’idea di omologazione e di ordine, contro cui ideologicamente si è combattuto.
Io personalmente invece sono moderatamente propensa ai grembiuli nelle scuole. La moderazione è dovuta al fatto che il loro potere nell’economia della vita dei bambini è comunque più modesto nevvero, del numero insufficiente delle maestre della materna o dei solai che cadono. E’ indubbiamente anche meno dirimente delle attività didattiche che possono svolgere i ragazzi a scuola e dei programmi di cui dispongono gli insegnanti, tuttavia ci voglio dedicare un piccolo post, perché è un tema su cui si possono dire delle cose in una prospettiva psicologica, e che può suggerire delle riflessioni che vadano un po’ anche altrove.

I grambiule è una divisa scolastica, per altro di una consistente utilità materiale. Tessuto forte, di un cotone semplice, destinato a lavaggi di carattere, protegge i vestiti dei bambini. Li protegge dai colori teoricamente lavabili ma che non si lavano mai, e dagli strappi quando correndo si cade, dalle penne e dalla pastasciutta della mensa. Sotto ai grembiulini stanno spesso capi che è un po’ più complicato lavare, e che potrebbero soffrire i lavaggi frequenti. Il grambiulino per me in primo luogo è un andare incontro alle esigenze dei grandi che si occupano dei bambini, e anche un insegnamento ai bambini che devono ricordarsi dei grandi che si occupano di loro – che poi – allo stato attuale dell’arte, sono le madri.

In secondo luogo trovo che quella forma di ordine e di omologazione abbia un primo messaggio importante di ordine politico, e io apprezzerei che fosse dato ai bambini: siete bambini, piccini, uguali di fronte alla scuola, uguali l’uno per l’altro, di voi bambini ci interessano i volti il cervello e il cuore. I vostri vestiti, al momento – giacchè non ve li potete procurare col vostro lavoro e la vostra identità – non ci interessano, quelli sono messaggi degli adulti, sono cronache di un mondo che diventerà importante, ma non qui a scuola. Non ci importa se siete poveri o ricchi, non ci importa se vostra madre ha comprato una maglietta al mercato o al negozio del centro, ci importano le vostre facce e quello che avete da dire – forse non ci importa neanche della vostra lotta di classe in miniatura – giacché è vero, già la combattete.
Naturalmente il grembiule non cancellerà mai le differenze di ceto, di prestigio, i voti a scuola, i dialetti e le scale di carisma, ma può fare da argine, può introdurre un oggetto simbolico permanente che ha un ruolo di contenimento, che diventa una specie di monito implicito, nel relazionarsi l’uno all’altro nel pensare le maestre i ragazzini. Il grembiule è quella cosa materiale che ricorderà un trattenersi, un dover non far caso a certe differenze, un dover proprio ricorrere a una cattiveria estrema se si vuole indicare la differenza.

Tutto ciò mi porta a una riflessione psicologica sui temi della costruzione di identità rispetto al concetto di limite e di contenimento. Il grembiule è limitante, la divisa condiziona l’identità. Per questo nei luoghi di lavoro degli adulti la trovo particolarmente utile e significativa di quando protegge da operazioni che possono procurare strappi o macchie indelebili, ma mi procura una sorta di sofferenza quando penso a persone adulte costrette ad assumere l’identità di un marchio che mi sembra, quasi ne cannibalizza le sembianzeCerto devo dire che conosco delle commesse che mi hanno parlato con sollievo della loro divisa, però penso che a volte si possa provare del dispiacere a non essere completamente quel che si è, quando si va a lavorare. A doversi identificare con l’estetica del padrone.

Ma per i bambini, vige un po’ l’idea per cui l’identità si costruisce sempre lasciando le strade aperte all’espressione di se. Questo è un po’ il mito del grembiule: bambini dispiegate da subito la vostra già strutturata identità – avete il diritto di dirvi nella vostra completezza! Invece, io penso che l’assunzione di responsabilità di un codice da parte degli adulti, sia quello che – volendo per attrito – aiuta i piccoli a diventare dei grandi soggettificati. I vestiti alle elementari potrebbero essere moderatamente importanti, ma il grembiule potrebbe essere l’habitus sotto cui per attrito, per desiderio di rompere un codice, per desiderio di affermarsi un’identità si struttura. Qiesta polemica modesta sui bambini, mi ha fatto chiedere se cioè aiutiamo di più l’identità a emergere dandole sempre la possibilità di esprimersi, ma non dandole mai delle piccole occasioni per desiderare di imporsi. Il grembiule è un altro di quei piccoli contesti in cui noi adulti facciamo fatica a porre dei confini e ad assumerci il nostro antipatico ruolo di detonatore di energia.

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