Levità

Per esempio, lasciava spesso messaggi molto veloci e molto gentili. Certo vediamoci sicuramente. Per quel consiglio che mi chiedevi, ti consiglio questo libro. Appena torno ci vediamo a cena. Ma certo quell’aperitivo. Parteciperò anche io al convegno – bellissimo del resto. Quanto tempo! Ma ciao bambini. Queste cortesie per gli ospiti, questo garbo stringato, non erano però garantiti, e delle volte non rispondeva affatto, non consigliava libri, non faceva a tempo a salutarti, i convegni andavano perduti e insomma.
Era in effetti un uomo molto impegnato.

Un tempo ragazzo bellissimo e ricercato da uomini e donne, ora – malgrado l’accanimento sulle giacche destrutturate, l’abiura della cravatta e la galoppata in vespa – si avviava diventare un alto signore distinto, dalla carriera brillante, stimato e certo conteso. Anche la vita per certi aspetti sconveniente – aveva avuto una rapida successione di fidanzate e fidanzati – s’era fermata su un’unica relazione, molto raffinata ma anche con una cucina, una televisione, tracce di medico della mutua. La portava con eleganza e ironia, come fanno i vecchi vanitosi con i capelli brizzolati, e a tratti cercava di occultarla sperando di tornare a recitare il fascinoso trickster che era stato da ragazzo. Il folletto che faceva impazzire gli accademici prima, e le dottorande poi. (Nei quarti di copertina dei suoi libri, una posa forse eccessivamente vanesia, gli aveva fatto notare qualcuno.)
(Ricordati di prendere l’omoprazen, gli diceva allora il fidanzato benevolo – sapendo quanto il narcisismo militante gli costasse fatica.)

Come tutti gli uomini di questo stampo, mi metteva in una affettuosa e insieme, riottosa difficoltà. Avvertivo come la lotta per la ribalta rispondesse a una fisiologica urgenza – qualcosa che aveva a che fare anche con la morte e forse con la solitudine, con un certo freddo dietro le spalle – e anche io certo ero sedotta dall’elegante soluzione persino nobile: fare bene un certo lavoro, esservi anzi eccellente, creare degli oggetti bellissimi, scriverli addirittura, essere anche così generoso di se, sempre pronto e disponibile per quanto a dosaggi contenuti. Protestavo in cuor mio, cercavo ganci, non ne trovavo – abitando come vocazione il polo opposto dell’ellisse. Potendo chiacchierare chiacchiererei con pochi e molto a lungo. La mondanità mi piace come il libro illustrato di un viaggio troppo complicato, costoso, ossignore.

E comunque , mi capitava di scorgergli una sorta di fuga dalla verticalità. Le allusioni al dolore per non parlare di quelle al tragico, te lo restituivano uguale al solito, consegnato a una marmorea indifferenza. In caffè volubili e veloci, non amava rivelazioni eccessivamente intime. Aveva un umorismo delicato, elegante che tuttavia non avrebbe mai abbandonato. Essendo comunque una persona di cuore, se proprio doveva sorreggere un amico in difficoltà lo portava in qualche posto luccicante in cui distrarsi, o nei caso più gravi un posto crepuscolare – tuttavia un posto che facesse da recipiente, al posto suo. Per andare oltre un confine, una cronaca, la spuma di un’onda, bisognava inchiodarlo, forse ricattarlo.

Il suo coriaceo fidanzato, era riuscito ad aprirsi un varco – probabilmente l’amore fa queste cose. Noi s’era capito per quella libera allusione alla medicina, e forse per qualcosa che dobbiamo aver visto in cucina una volta, un modo di prenderlo in giro, per esempio chi sa. Poi comunque ce ne saremmo comunque tutti andati.

 

 

(qui🙂

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