Portare un bambino dallo psicologo

 

Non lavoro con i bambini – non ne sarei capace, hanno bisogno di strategie diverse, risorse diverse, un certo modo di stare al mondo, ma mi capita con una relativa frequenza, di inviare bambini a colleghi che si occupano di psicoterapia infantile. Non è infatti improbabile che una persona con difficoltà relazionali di qualche tipo possa avere delle difficoltà con i propri figli, che diventino difficoltà dei propri figli. Mi sembra anzi un fatto umano.

Per i genitori comunque, accettare questa questione di mandare la loro bambina o il loro bambino dallo psicologo è un problema non indifferente . Di fronte all’evenienza capita di percepire una serie di sentimenti che vanno dalla ansia, alla protesta, alla gelosia, oltre che all’indefinibile timore di un fallimento nella gestione del proprio ruolo.
Inoltre non di rado, questi sentimenti negativi, all’idea che un figlio vada dallo psicologo – o diciamo meglio, dallo psicoterapeuta, si appoggiano anche a una serie di convinzioni, anche errate. La cura è avvertita come una cosa da adulti, non da bambini, sembra inappropriato, adultomorfo pensare un bambino in una stanza di terapia – e questo anche perché di quelle stanze si sa poco. Si ignora quanti giochi ci siano, spesso addirittura con l’acqua, sicuramente con molti oggetti, e matite e colori, quanto sia possibile utilizzare lo spazio e le cose. Quanti linguaggi alternativi si usino e che possono essere utili a lavorare su contenuti complicati. Di contro fa attrito l’idea di gioco come espressione di cose serie, e viene il sospetto di portare un figlio a fare qualcosa che potrebbe fare a casa sua. Forse, anche la natura del gioco per i bambini – a qualcuno risulta misteriosa.

Infine, un’altra considerazione – che invece spesso è congrua e pertinente e che fa esitare, è quella per cui certi malesseri possono essere transitori, derivati da situazioni contestuali difficili con cui un giovane sta negoziando, ricerche di nuovi equilibri, complicate fasi della crescita. Magari passerà – dice un genitore funzionale – magari devo stargli più vicino io, devo essere più attento io, dirà a se stesso. E io trovo che questa sia una risposta sana, forse più sana del suo contrario. E’ giusto che un genitore abbia fiducia nelle risorse di suo figlio e che in primo luogo sondi le sue capacità di intervento, e le strategie familiari che può mettere in campo per aiutare suo figlio, a volte – anche parlando con gli insegnanti. Quindi il primo consiglio di questo post è: controllare sempre cosa si può fare prima e aspettare del tempo – qualche mese, un anno – per vedere se un certo comportamento ha una natura transitoria: talvolta i bambini si cimentano in sfide di cui noi non abbiamo contezza, altre volte chiedono di apportare dei cambiamenti nel sistema familiare: risentono di eccessivi conflitti, o al contrario di atmosfere troppo silenti e devitalizzate. Mille sono le variabili contestuali che possono generare un malessere ma un genitore, o meglio ancora la coppia dei genitori, capiscono bene il loro figlio e possono intuire dove dover intervenire.

Se però si ha la sensazione che un bambino abbia un problema, e che questo problema non riesce a estinguersi, oppure va incontro a una sorta di ciclicità per cui sparisce e riemerge regolarmente, con comportamenti che ne peggiorano la qualità della vita bisogna mettere da parte le resistenze e agire. Aiutano diverse considerazioni: la prima è che portare un bambino da uno psicologo può essere più facile che portarci un adolescente, la seconda è che le enormi capacità di recupero che hanno i piccoli potrebbero rendere l’intervento di uno specialista straordinariamente efficace, in tempi spesso neanche troppo lunghi – anche se quest’ultimo aspetto dipende da molte variabili. Infine bisogna sapere che ci sono situazioni per cui se si evita di intervenire, si può andare in contro a una serie di dimensioni problematiche più gravi, e qualche volta davvero preoccupanti e che possono cronicizzare e diventare disturbi importanti e molto difficili da estirpare.

 

Per capire cosa deve allarmare pensando a un bambino, dobbiamo pensare cosa deve fare un bambino. Sarò piuttosto generica, per non fare un post troppo lungo, ed eviterò una divisione per fasce di età anche se potrebbe essere a dire il vero – molto utile. Un bambino deve: dormire bene, mangiare il giusto, dopo i primi anni essere autonomo in alcune attività basiche come andare in bagno vestirsi e nutrirsi, e deve essere non sempre gioioso, ma in buona parte del suo tempo sereno, e soprattutto deve saper svolgere i compiti che sono propri della sua età e deve avere almeno un minimo di relazioni con i pari. Quando un comportamento diventa così rigido e ricorrente da impedire i rapporti con i pari e le attività correlate all’età, ci si trova di fronte a una situazione da prendere sul serio, anche se è non facile da capire. Per fare un primo esempio: il disturbo da deficit dell’attenzione e iperattività, non è semplicemente uno stato di irrequietezza – ma uno stato che ha una base profondamente depressiva, con pensieri intrusivi, angosce non sedabili che generano un tale stato di agitazione da non poter svolgere nessuna attività men che mai il semplice gioco con gli altri bambini. Un bambino vivace è un bambino che fa casino con altri bambini con gioia. Un bambino con questo problema invece non riesce a fare cose e ad avere amici. Bisogna provvedere: perché saper fare delle cose con coerenza, e saper intessere relazioni con i nostri pari, sono le basi della nostra sopravvivenza futura.

Questa stessa conclusione meritano molte altre sintomatologie per esempio se un bambino dovesse manifestare una comportamento ossessivo, o continuare a farsi la cacca addosso anche molti anni dopo essersi tolto il pannolino. Questi due comportamenti molto distanti tra loro hanno alcune conseguenze simili, perché incidono in maniera determinante sulla possibilità di un piccolo di fruire del suo contesto e di essere sereno, e si intrecciano molto probabilmente con altre questioni problematiche non sempre visibili all’occhio del genitore. Così come, almeno per me meritano una certa attenzione, casi in cui si fa fatica a pensare necessario l’aiuto di uno psicoterapeuta perché si tende ad attribuire una certa problematica a un problema di ordine contestuale, o a delle scelte deliberate di un bambino. Per esempio, se un bambino è molto bullizzato, sovente in difficoltà sul piano relazionale, deriso in diversi contesti, la tentazione è di pensare che la causa siano i contesti, ma spesso in realtà il bambino mette in atto inconsapevolmente dei comportamenti che porteranno quei contesti a essere proprio così respingenti verso di lui. In questi casi io trovo per esempio particolarmente urgente chiedere un consulto, perché poi si vanno a costruire pattern relazionali che saranno scambiati con aspetti identitari, e da qui si costruirà un’immagine di se di persona piena di difetti, non amabile, non attraente, che sarà una base per altri motivi di angoscia e insicurezza. Dopo diventerà davvero difficile e i problemi da risolvere saranno di più.
Vorrei infine citare, per questa breve carrellata di esempi, i comportamenti che sono spesso considerati falsamente appropriati al genere, e all’età ma teoricamente poco congrui con la domanda sociale. Mi pare che per entrambi i generi si faccia a volte fatica a discriminare una rabbia e un’aggressività inadeguate, che nascondono questioni dolorose. Dei maschi molto aggressivi e provocatori si tenderà a premiare una presunta idea culturale di virilità non adatta alla buona educazione del momento storico, ma è incredibile come ci sia poco argine sull’aggressività femminile di bambine che agiscono delle difficoltà relazionali con declinazioni della svalutazione, della cattiveria, della subordinazione – o che al contrario si ritrovano a subire terribili angherie e aggressioni, entrambi i comportamenti spesso incasellati in stereotipi della rivalità tra femmine, e rispettivamente della donna velenosa e cattiva in virtù della sua inferiorità e della bambina vittima in ragione della sua femminilità. Queste cose magari da sole non sono motivi necessari per andare in consultazione ma possono essere invece sintomi da costellare insieme ad altri, e da prendere sul serio in un quadro complessivo. Così come secondo me meriterebbe una maggior attenzione il caso di un bambino o di un adolescente che vanno molto male a scuola. Non tutti siamo portati certamente per lo studio, o ne siamo grandemente attratti, ma quando si va a vedere nel dettaglio è difficile che un bambino o un adolescente che vanno francamente male a scuola non stiano depositando nello studio mancato un messaggio in una bottiglia che meriterebbe di essere letto, e che certo varia da caso a caso. Ma l’inconscio del bambino più del conscio, sa che la scuola è un’occasione, una cosa per lui, sa che andare male vuole dire designarsi in un certo modo rispetto all’occhio condiviso, sa anche che non sta tesaurizzando delle cose che possono essergli utili: se opta per tutto questo è facile che ci sia un problema aperto.

Quindi per sintetizzare, la consultazione va richiesta quando un comportamento anomalo diventa abbastanza pervasivo da inquinare tante aree della vita, e quando si capisce che questo comportamento anomalo non è flessibile, non sparisce in certi contesti piuttosto che altri, non ha delle aree in cui è meno opportuno di altre. Alcuni di questi comportamenti sono chiaramente penosi, e il ricorso alla psicoterapia diventa più accessibile come pensiero, altri però – il che con i bambini è molto più frequente che con gli adulti – non arrivano subito nel loro essere fonte di sofferenza, perciò bisogna essere particolarmente sorvegliati.

 

E’ spesso, una decisione non facile. Un ultima considerazione che aiuta, per quanto mi riguarda è di ordine strettamente generale e filosofico. Io credo cioè che noi siamo storicizzati come i nostri corpi i quali con il tempo devono andare da qualche specialista perché il loro uso, e l’attrito con l’ambiente produce delle incisioni. Le ossa che crescono in ambienti umidi vanno in contro all’artrite, gli occhi che devono leggere tanto divengono miopi, e le carie, e le infiammazioni, e le emicranie, il tempo ci segna nella materia di cui siamo, il tempo e le cose. Anche le nostre psicologie sono però storicizzate, sono cioè soggette alle reazioni chimiche con i contesti e le relazioni, e gli adulti, i primi adulti, sono i primi e più importanti agenti chimici che incideranno nella composizione della psiche. Questo per dire che a volte mi trovo a pensare che: se da genitore ci si comporta in un modo ci sarà una certa conseguenza, se si farà l’opposto ce ne sarà un’altra, in mezzo c’è la biologia della personalità del soggetto. C’è sicuramente un modo migliore, ma la mia sensazione è un po’ un come fai sbagli, o puoi sbagliare, perché sei nella storia, sei un po’ la storia. Specie nei primi anni finchè l’altro non diviene storia attiva di se.
Insomma, un certo fatalismo, aiuta.

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Un pensiero su “Portare un bambino dallo psicologo

  1. Posso chiederti nello specifico cosa intendi quando scrivi che un bambino deve dormire bene? Giorni fa mi confrontavo con alcune mamme che ritenevano fisiologico il risveglio notturno frequente di bambini di circa 2-3 anni di età, per bere, per cercare un contatto. Onestamente non saprei dire se sia fisiologico o meno, mi aspetto risvegli frequenti fino all’anno di età, senza voler ovviamente ricadere in una rigida classificazione, motivati da esigenze fisiologiche di fame e sete e da un’abitudine al sonno notturno non pienamente appresa. Però per bambini di due anni io francamente non so, qualche domanda rispetto ad altri equilibri me la farei, non liquiderei subito la questione come bisogno di mamma, insomma. Mi piacerebbe un tuo punto di vista.

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