Un post molto confuso

Qualche giorno fa mi trovavo a riflettere sulle ragioni del successo delle serie televisive e dei film che parlano della malavita, di contesti dove vince l’ingiustizia, e che non hanno alcun risvolto edificante. Pensavo a Gomorra, pensavo anche a certi film che ho visto – anche devo ammettere al fastidio che ho provato, per la serenità di un ribaltamento morale. E in effetti, confesso di continuare a provare quel fastidio, e anche di non volerlo rifiutare, eticamente, ed esteticamente e persino professionalmente. Mi piace che ci sia quel tanto detestato intento politico – in senso vasto – analitico anche in altrettanto senso vasto. Mi piace quel che di curativo che voglio in una produzione estetica. Mi dispiace quando invece, una cattiva produzione, una eccessiva semplificazione, rendono un potenziale oggetto artistico – film, libro – curativo, solo un oggetto retorico, inutile, ricattatorio. Il mefitico effetto dell’happy end. La cattiva pedagogia di alcune serie di rai1.   Ma anche quella contraddizione in termini che procura la frequente (e a volte più comprensibile di quanto si crede) scivolata nella propaganda ideologica – quando diviene evidente che tu spettatore, o lettore, sei il mezzo di un allargamento ideologico e non il destinatario di un accrescimento personale.
Distinzione più sottile di quanto si pensi.

Di solito comunque, si ritiene che il successo di queste produzioni, dipenda dall’immortale charme della cattiveria – che in effetti ha molte armi per essere seduttiva. La banalità del bene, i noiosi vincoli a cui costringe, il bene come il terreno dei percorsi noti, condivisi e messi alla luce del sole, il paesaggio dei desideri ammessi e incoraggiati, e spesso anzi – tutelati legalmente (almeno per ora) tutte queste cose mettono in un fuori campo poco esplorato ma rivestito dell’autenticità del desiderio e del mistero, le azioni malefiche, di cui a volte non si capisce bene neanche la razio della loro qualità negativa. Non devo fare questo gesto – perché è contrario a un’opinione condivisa, perché avrà delle ricadute su terzi, perché non voglio incorrere una sanzione, o perché per me è davvero ingiusto farlo? Il bene si è intessuto di una tale rete di poteri riferimenti e simboli, da perdere spesso la sua identità originaria. Il male, l’azione che procura morte o dolore o danno a qualcun altro, sembra più difficilmente appartenere a sociologie gregarie ( a torto naturalmente, oramai abbiamo persino una organizzazione nazional popolare dell’azione malefica) mentre ci pare sempre più intessuto di autenticità. La certa donna che tradisce il certo uomo risponde a un dovere psichico, il certo personaggio che uccide quell’altro personaggio obbedisce a una libertà interiore, che è antagonista al piano della legalità. Non so se durerà a lungo – onestamente lo spero – ma allo stato attuale dell’arte, all’esercizio del male si collega la libertà.

Ripensando a queste cose però, a un certo punto mi sono vista il successo di queste serie televisive come una celebrazione di un autenticità che il piano della sceneggiatura del male consente, e rende più credibile. In fondo cominciò il Padrino – capostipite estetico di questo genere di operazioni culturali – che fu il padre – per l’appunto – di tutti i mafiosi e di tutti i cattivi con sentimenti umani, e struggenti, crepuscolari.
Dopo di lui, mi colpì come una lama, ricordo – una scena dei Soprano (un capolavoro insuperato – mi sento comunque di dire), dove la moglie del protagonista, quindi prima donna di una stirpe di omicidi e di persone cattive perdute in uno slittamento morale – guardava il sentiero dove correva un figlio oramai adolescente, e pensava con struggimento a quando lo percorreva da bambino. Mi colpì perché forse sapevo che sarei diventata una madre che porta dei bambini a scuola su un tragitto che è sempre identico, e che si commuove a vederli crescere sempre su quella strada, e già allora, capivo che la regia di quel magnifico telefilm indovinava un pensiero del materno, qualcosa di autenticamente reale nella vita di quella donna, che io in ogni caso avrei mandato volentieri al gabbio.

Perciò mi sono detta che forse, non è sempre il male quello che seduce di certe narrazioni televisive, ma la radice dell’umano che può fiorire in ogni caso, e può essere vista brillare con più contrasto retorico, come una specie di radicale che si impone in qualsiasi circostanza, come qualcosa che a un certo punto emerge, e vince, e non se ne può estinguere il significato. Ed è anche per questo, che nelle produzioni estetiche che non perdono l’occhio sull’istanza etica (ho pensato al bellissimo lo chiamavano jeeg Robot di cui scrissi qui) finisce sempre che la dama soccombe, o lei o una parte debole ma simbolicamente titolare del bene relazionale, dell’affettività di tutto ciò che junghianamente chiamiamo noi anima, in sostanza, perché quella necessità di sceneggiatura è un monito psichico, è il simbolo di quello che succede quando si abita la sociologia del male: che quello vince, si mangia delle cose, si mangia delle risorse emotive e simboliche – dell’essere con, del materno della relazione. Si mangia i valori che noi associamo storicamente – a ragione o a torto al femminile.

Ci pensavo in questi giorni, perché dopo tanto abuso di cinismo, di scoperta del negativo, di charme gotico dell’effrazione morale, mi sono detta sono anche l’esito di una difficoltà narrativa a scrivere bene del bene, a fare della buona narrativa sull’urgenza dell’anima. Per cui alla fine per capire bene cosa è una madre va a finire che ci serve una lupa, mentre una cristiana qualsiasi si perde nel mare delle convenzioni, di una rete sociale e simbolica che ha perso i reale motivi per cui si è tenuta proprio queste leggi, e non altre. Ci pensavo perché confusamente è come se ora, quello che si vede adesso e che politicamente sembra minacciarci pare una reale conseguenza di questo abbandono della razio del bene, del perché noi abbiamo voluto fino adesso certe estetiche, certe leggi, certe banalità. Come se avvertissi una specie di circuito simbolico tra cosa è accaduto al nostro immaginario e cosa è accaduto al nostro campo politico. E come se mi ritrovassi a pensare, come analista che si serve della letteratura, ma anche come cives che si serve dei film, in fondo anche banalmente come persona che scrive libri, che dobbiamo ritornare a sforzarci di scrivere bene, del bene, dell’umano di ciò che è giusto fare. Come se mi rendessi conto che, il giorno prima di un dibattito istituzionale che discute se multare un uomo perchè ne salva un altro, che dobbiamo affrettarci a scrivere di questo, e rimettere i cattivi la dove devono stare, pure con tutti i gradi di sofisticazione a cui è giusto che non rinunciamo più.

Chi sa se mi sono spiegata.

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2 pensieri su “Un post molto confuso

  1. Infatti è proprio quello che tu chiami la radice dell’umano a definire l’opera d’arte e, di conseguenza, la sua cifra etica, che c’è, quando è arte, a prescindere dall’intento edificante o dalla presenza o meno di una morale. Per me, ad esempio, la didascalia uccide l’arte – penso a certi film italiani di denuncia, in cui l’autore ti prende per mano e ti spiega per filo e per segno cosa ti vuole dire, o in cui alla fine tutto torna, tutto su tiene, senza strappi, senza contraddizioni. Sono addirittura controproducenti dal punto di vista del messaggio etico o politico, perché lo spettatore ha bisogno di riconoscersi, e in certe storie a lieto fine, lieto per tutto e per tutti, cosa vuoi riconoscere?

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  2. Scusa, aggiungo una considerazione su Gomorra perché tanto si è parlato proprio di questo aspetto. Io non credo che un Ciro, che uccide la madre della propria amata figlia, piaccia per le sue scelte. Ciro piace come personaggio, poi sta allo spettatore e dire: “bene, questa purtroppo non è finzione ma qualcosa che domina la vita politica,sociale e culturale del nostro Paese in modo pervasivo”. Lasciamo allo spettatore la libertà di questo passaggio ulteriore, che credo faccia sempre, non solo se è informato. Insomma, io credo che di una serie come quella piaccia il realismo, perché abbiamo tutti bisogno di sentirci dire le cose come stanno. Se poi ci sono dei ragazzotti che scimmiottano i malavitosi e tengono le pistole di traverso perché l’hanno visto fare nei film, questo succederebbe anche se l’avessero visto in un videogioco. Credo che mostrare il male e il meccanismo con cui si impadronisce della vita di un’intera comunità sia – anche se non viene mostrata una via d’uscita -un proposito assolutamente edificante. Lo spettatore deciderà poi quale secondo lui dovrà essere il meccanismo messo in atto dai protagonisti per uscire dal determinismo delle loro azioni malavitose e per scegliere la libertà dell’azione morale. L’arte è creativa anche perché ispira pensieri creativi in chi ne fruisce.

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