Nacchere

 

Delle tante vite che mi capita di guardare, mi incantano in particolare quelle di certi eroi sbrindellati tragici e incongrui, che lottano in una eterna fuga da un passato che morde e gli sta dentro, sempre a guardarsi indietro con terrore e poi tornare avanti, verso nuovi romanticismi e nuove distruzioni.
Una volta una clinica psichiatrica, una volta una poesia.

(Oramai molti anni fa conobbi la prima di questo lignaggio, una prostituta tossica della campagna profonda, i denti e il volto sfigurati da una direzione ostinata e contraria. Aveva i capelli di un biondo monocromo e appariscente, scendevano in lunghe ciocche opache, la pelle rovinata di un rosso alcolico. Doveva essere stata una bambina molto graziosa, ora ci vedevamo nella stanza ospedaliera, e lei mi leggeva canzoni bellissime, in dialetto, ricche di parole, neologismi e talento. Ogni tanto ci interrompeva un cardiologo. )

Ammiro di questi cavalieri del confine, di questi guerrieri sull’orlo del deserto, come sappiano sorreggere una loro levità, una persino gentile ironia. Amari ma dolci, buffi ma mai sarcastici, consapevoli di andare contro il niente, capaci di fumarsi una sigaretta con te, innamorati più della tua dedizione che del tuo talento, che sconsolati sentono di poterti smentire, con il loro terzo ricovero.
Ciao dottoressa, come stai, vuoi un tiro?

(Dottoressa, mi diceva la mia paziente bionda e allucinata, quando riuscivo a darle indietro un sogno in controluce, e le facevo vedere delle cose in filigrana, posso dirle una cosa? E io ma certo mi dica – ero una ragazzina e mi sentivo una signora in quel ruolo così profumato e istituzionale, il camice!– dottoressa, mi scusi, ma lei è una gran paracula! Se lo faccia dire)

Era bellissimo vederli, malgrado tutto, malgrado l’evidente ostilità di Dio, di nuovo innamorati, di nuovo sognatori, a negoziare col disincanto, e una nuova principessa, una ricerca di lavoro, ma pure una comunità terapeutica alle brutte – in casi di bucchieremezzo pienismo estremo. Sentire i morsi del passato che non passa e cercare di ignorarli, per non cadere, per non tradirsi di nuovo, se cado non mi rialzo, se provo ad ammazzarmi un’altra volta c’è il rischio che ci riesca.

(avere una voglia matta di proteggerli, di tenerli lontani dalla delusione, sentire la concorrenza cattiva con la madre cattiva, io io io io sono meglio uffa, o se fossi stato figlio mio, mordersi la lingua, starsene sedute, pure quelle volte che invece, quelle tremende volte che la mia paziente bionda e opaca, si accasciava, s’arrendeva, e bisognava pure avere rispetto della stanchezza, il tragico bisogna rispettarlo, non lo guarisci con lo zelo, neanche con le bestemmie, come la sera certe volte s’è pensato. )

Poi a volte, certo non sempre, davvero ce la fanno, molto più per il loro talento che per il tuo, escono dalle cliniche e aprono un bar o diventano parrucchiere per esempio, anche se non riescono a rimanere a lungo ma che importa, dottoressa che bello rivederti – sei mpo’ ingrassata eh?

(il dono della levità.)

 

(qui.)

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