Racconto sdolcinato del buongiorno

 

Aveva cominciato con un buco oscuro, tre metri per due, strizzato tra una merceria e un macellaio, un cunicolo si può dire, per il quale il bancone fu pensato con una certa esilità, se no manco i clienti sarebbero potuti entrare, le cose da mangiare organizzate una sull’altra, cornetti come acrobati di circo che fanno una piramide, cameriere magre non per discriminazione ma per forza di cose.
E quando aveva questo bar piccolo, nel centro della città a cui approdava nel bagnasciuga del mattino da periferie lontane e ancora notturne, era giovane, tarchiato, ineluttabilmente meridionale, e inderogabilmente caparbio.

Il buco oscuro dava su una pizza piena di verde e di case gentili, e quando se lo prese per farci il bar, la moglie aveva fatto una bambina, la bambina più bella della città pensava lui senza indugio di fronte alla concorrenza di una capitale intera – piena di bambine bellissime certo, ma non quanto la sua, e ecco, quando prese il buco del bar sulla piazzetta aveva pensato che in una di quelle case gentili, che devono avere dei bei salotti con mobili luccicanti e nuovi e cucine senza dubbio spaziose dove eventualmente fare pure gli gnocchi, li avrebbe voluto far stare la sua bambina più bella di tutta la città, se fosse diventata grande.

Perciò s’era messo a fare il bar bellissimo e attraente, s’era incaponito con mille strategie di fatica e seduzione, colazioni speciali per i dipendenti dell’ufficio brevetti al civico dopo, parole gentili per la signora sempre triste dello stabile, tavolini di ferro battuto sullo spicchio di marciapiede eroso con i denti, nel numero di tre – perché di più all’inizio non ci entravano. Poi la signora della merceria era andata in pensione e suo padre era morto. E dunque si potè pensare a una pasticceria (e sette tavolini).

Al tempo della pasticceria la bambina più bella della città aveva nove anni, e continuava a essere naturalmente non solo la più bella, ma certo la più intelligente e giudiziosa – e lui aveva inventato una torta di cioccolato e caffè – ma c’era sicuramente un altro ingrediente segreto di cui non rivelava il nome. La torta si chiamava come la figlia, e  dunque torta Sabrina, e al sabato sui tavolini di ghisa  si poteva mangiare la torta col caffè e il parco in mezzo alla piazza, la moglie alla cassa e la figlia intorno. E certamente lui era felice.
E certamente la felicità aiuta il mercato.

(La moglie se l’era scelto con evidente lungimiranza. Ma per un altro motivo, o meglio per un altro motivo unito a questi di cui sopra. Il motivo per cui l’aveva sposato era il terzo tavolo a sinistra, a volte anche il quinto e che era regolarmente occupato dagli ospiti più estremi della vicina casa famiglia, ancorché pazienti dell’adiacente centro di salute mentale, e quindi in ultima analisi clienti non proprio agilissimi del bar, e nel complesso moderatamente paganti.
Questi clienti complicati, spesso riottosi, altrettanto spesso indecifrabili, erano anche, secondo la signora, di una franca bruttezza, di una costitutiva malagrazia, erano come le cose che porta il mare sulla spiaggia libera, e nessuno toglie, cose che non sanno andare da nessuno. E che suo marito nutriva al terzo tavolino di ghisa.

Nello specifico, il momento di massima tenerezza che provava la signora, una tenerezza che le aveva insegnato qualcosa visto che di suo all’inizio manco una seggiola di plastica avrebbe concesso, era quando il marito si accorgeva che i clienti particolari – che  a dire il vero non si capiva mai bene se erano assistiti del centro adiacente o senza tetto di tipo semplice – si avvedeva che l’odore dell’aria cambiava, perché parte della sintomatologia ricadeva sul sapone. Di conseguenza, il povero marito suo si trovava in un conflitto tra due ordini mentali – uno afferente alla distinta signora dello stabile ingioiellata e in lacrime al tavolo due, l’altro al parterre dei pazienti psichiatrici del tavolo tre, e quindi provando – da una parte il desiderio fortissimo di sedurre rendendo clienti permanenti anche le amiche con cui la signora dello stabile aveva appuntamento alle undici e si sarebbe confidata consumando, dall’altra una sorta di desiderio indistinto e gentile perché lui no, non aveva cuore di cacciare i puzzolenti cazzo, e diciamolo diobono puzzolenti e irriducibili, clienti del tavolo cinque, che non mi fate dir parolacce manco pagano, pensava.
E allora la moglie gli vedeva tirar fuori una bomboletta spry al mughetto, che cospargeva per l’aria aperta di fronte al locale, nel tentativo di conciliare gli opposti, opposti per il resto del mondo inconciliabili, e  che pure suo marito considerava con modesta speranza di riuscita.  Sotto un certo profilo vi era anche qualcosa di ridicolo, questo maschio tarchiato e perplesso con la boccia violetta profumata- ma la signora, si era innamorata proprio di quello, come se l’avesse indovinato di già il primo pomeriggio in cui l’aveva conosciuto.

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