Schubert

Spesso va da certi robivecchiai senza alcun blasone, uomini grassi e sgraziati, mai stati belli come lui è stato – è a tutt’oggi un uomo attraente modestamente! pensa nevvero con un certa autoironia, va nei loro antri, piene di cose che hanno perso un posto, bicchieri grigio piombo degli anni settanta, borse di donne vecchie che sono andate a messa, molti tavolini laccati, qualche bellissima credenza tradita dalla famiglia – lui queste credenze le guarda con cupidigia – e cerca, da questi robivecchiai, la sua fantasiosa idea di borghesia, il suo cinematrografico salotto buono, per la persona che con la perseveranza degli appassionati e degli ossessivi, è diventato.

S’aggira dunque, un po’ si impolvera – cosa che di consueto potrebbe pure dargli un certo fastidio – ma in questo frangente lo rende felice. E’ una polvere di speleologo, di studioso, di collezionista, di avventuriero degli scarti altrui, sta scrivendo un articolo su un intellettuale amante di porcellane cinesi, bizzarro e distinto, e questa polvere da rigattiere è una cosa da gran signore.
Ora trova delle seggiole. Le studia piegando un po’ il naso da una parte, mentre lo sgraziato gestore studia lui, so’ due anni che tiene ste sedie, occupano un sacco di spazio magari è la volta buona. Lui ora ha cambiato faccia perché, avendo le sedie superato il suo esame interiore bisogna guardarle con gli occhi della moglie, che è umorale, ma con una solida estetica di provenienza, e tutta una dialettica hegeliana interna in fatto di seggiole e divani, che ha imparato a intuire e per la quale, a volte pensa di averla sposata.

(Anche sua moglie infatti, pur da tutt’altre spiagge, è una turista della borghesia, anche se certo manifesta una notevole dimestichezza. Ma quando la conobbe, aveva qualcosa di fuori posto, non riconoscibile ad occhio nudo. Una ottima cuoca che metteva un ingrediente rischioso, che ricostruiva tradizioni a lei estranee, che mostrava una sofferta ambivalenza, per certe forme istituzionali della vita e contemporaneamente le avrebbe rincorse anche lei, sentendosene sempre parzialmente estromessa.
Mentre lui archiviava i merletti di sua madre, merletti testardamente contadini, che chiedevano di stare sotto al telefono, e in posti secondo i suoi studi, inappropriati, lei li avrebbe ripresi, e messi in posti di cui nessuno avrebbe detto ancora male. Con sua moglie avrebbero fatto un bellissimo salotto. Per un verso fatto di lotta di classe, per un altro dell’oscura revanche di certi estromessi.)
Le vuole telefonare? – suggerisce il robivecchiaio, che del suo cliente conosce l’iter argomentativo interiore quando si impiglia in un oggetto – oppure – continua seduttivo – se le vuole portare a casa? Così vede come ci stanno? Senza impegno?

Questa è in effetti una strategia molto acuta da parte del venditore, che conosce i suoi polli,. Quelle seggiole hanno una seduta in velluto grigio piombo, colore e tessuto per cui, quel preciso tipo di coppia di squinternati hanno una insana attrazione, anche la signora del cliente, pure se fa tanto quella indagatrice che capisce le cose, cederà certamente. Le due sedie hanno infatti un valore modesto, ma sono intrise di una specifica atmosfera, la gentilezza immaginaria dell’antiquariato, il suo essere l’araldo di un mondo parallelo ed eternamente appena passato, di salotti che non sono mai il salotto presente, come deve essere, ma di cui si può congetturare una loro obbedienza passata a un canone immaginario. Questo tipo di cliente lui li conosce, hanno case che sembrano navi dei pirati.

-Le prenda, vedrà che poi mi ringrazierà.

 

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Bibbiano, Della Loggia, Psicologia, Giornalismo.

 

Ieri Ernesto Galli Della Loggia è tornato sul corriere della sera sui fatti di Bibbiano, mettendoli in relazione a una presunta psicologizzazione dei comportamenti. Lo trovo un articolo piuttosto interessante non tanto sui contenuti, ma al contrario per la loro modesta consistenza, capace però di ammantarsi di autorevolezza. E’ un articolo che fa capo a un modo di ragionare, un modo di fare cultura e opinione che molto hanno danneggiato questo paese, molto hanno danneggiato il giornalismo italiano, e molto hanno danneggiato un certo tipo di analisi della realtà, di sguardo intellettuale che avrebbe meritato alfieri più rigorosi e preparati. Della Loggia viene spesso accusato di essere reazionario, ma questo non è il mio punto, questo è anzi l’unico aspetto che me lo rende ancora un pochino attraente. Quello di cui lo accuserei io volentieri, è di essere tanto capace nell’esercizio retorico e nella costruzione sintattica, quanto ignorante e impreparato sugli ambiti che delibera di affrontare. Al di la di una costruzione del discorso pregevole, tra Galli della Loggia e il mio pizzicarolo non sussiste mai alcuno scarto di competenza. Dicono le stesse cose, solo che il mio pizzicarolo le dice in romanesco. Entrambi guardano il mondo dalla loro postazione. Non escono, non raccolgono dati, non si interfacciano con soggetti competenti, non colgono funzionamenti, non conoscono, non sanno – banalmente, non leggono neanche libri. Il mio pizzicarolo, non scrive però sulla prima pagina del Corriere della Sera. Ma la sua idoneità è un problema per il giornalismo.

Della Loggia, sostiene infatti nel suo articolo, che Bibbiano è correlabile diciamo a una eccessiva psicologizzazione dei comportamenti, e mette in relazione quei fatti, ancora poco acclarati, con nuovi fenomeni di cui non conosce la storia e la ratio. Si lamenta di un uso continuo di termini secondo lui psicologici sulla stampa, per esempio il concetto di “disagio” e mette in relazione questo eventuale avvicinamento della stampa alla prospettiva psicologica con altri fenomeni che lo stupiscono, per esempio il ricorso agli insegnanti di sostegno nelle scuole. Appare convinto che ci sia una certa relazione in termini di ideologica culturale tra: giornalisti che parlano di disagio, chiamata degli assistenti sociali nelle scuole, e intervento dei servizi sociali. Che tutto è sovrastimato da un punto di vista psicologico mentre forse bisognerebbe intervenire in altre direzioni, per esempio in termini di contrasto alla povertà e deprivazione economica, nelle aree per l’appunto disagiate. Bibbiano è per lui un pretesto, sa bene che non può parlarne con contezza ma mi pare di capire che secondo lui, potrebbe essere successo questo, che c’è stata una serie di segnalazioni sciocchine ai servizi sociali, diciamo, e che per questa cosa della psicologizzazione una serie di miei colleghi – quelli attualmente indagati – avrebbero inventato dei precedenti psicologici iatrogeni, perché di questo si parla, per via di questa ideologia dominante. Poi dice che dovremmo occuparci invece di altri chiavi di lettura, per esempio il disagio economico.

Devo dire che la parte sull’attenzione al disagio economico, meriterebbe un po’ di rispetto. Anche se io, ho un’allergia di tecnico per la parola disagio, di cui in realtà i veri grandi appassionati sono i giornalisti. Perché è vero che la dove c’è una grave criticità economica l’abuso può allignare con maggior frequenza, e soprattutto trovare meno argini tempestivi. Ma è poca cosa, rispetto al tenore di fondo di un brano scritto da qualcuno che è proprio fuori dalla realtà dalle cose. Che si deve essere fatto un’idea leggendo gli altri giornali che non compra più nessuno e forse riflettendo sulle storie che racconta la nuora, con questo dicompagno del figlio che gli tira le cose a scuola, gran maleducato e ha pure l’insegnante di sostegno. Altro che insegnante di sostegno!
Tutti a parlare di disagio psicologico! Ai miei tempi erano tutte sciocchezze! Ai miei tempi. Dice in soldoni Galli Della Loggia.

Per un verso Galli Della Loggia ha ragione. L’infanzia è una invenzione del secondo ottocento, che ci ha messo anche un bel po’ ad affermarsi, e l’adolescenza un’invenzione del secondo novecento. Quando era piccino il nostro, erano concetti piuttosto recenti, forse un pochino più diffusi – modestamente – nei contesti borghesi. Ma poca roba. I bambini erano appannaggio delle madri, quindi una cosa che non meritava la più blanda attenzione sociale. Una cosa da cucina. Appena uscivano dalla cucina o andavano a lavorare, o andavano a fare figli. I bambini li hanno inventati Dickens, e Darwin. Prima non erano un oggetto meritevole di attenzione. Se ne facevano molti, di questi ne schiattavano, almeno un terzo. Spesso la sopravvivenza era un lusso tale che certo il disturbo psichico era proprio, per tutti, l’ultimo dei problemi. Non è che non esistesse, perché la psicopatologia è una funzione matematica dell’esistenza, non della modernità, per una questione strettamente logica, e anche intuibile, diciamo per la stretta necessità epistemica dell’esistenza del male perché il bene esista, ma insomma quel male li per secoli e secoli non ha avuto margine di redenzione. Ci è voluta la rivoluzione industriale e il successo del capitalismo, perché ci fosse spazio per una domanda sulla salute psichiatrica.

Quindi possiamo dire, che tra la fine dell’ottocento e il novecento, abbiamo inventato bambini adolescenti e psichiatria e psicologia, e solo in termini relativamente recenti, la psicologia infantile e la neuropsichiatria infantile. Faccio presente a Della Loggia che soltanto questa edizione del DSM, il quinto , ha un binario separato per la psicopatologia infantile, ma faccio anche presente – contro tutte le solite proteste sugli indubbi interessi economici che circondano il DSM – che quel binario era atrocemente necessario. Che se noi oggi guardiamo i sintomi di un bambino di quattro anni ritenendoli uguali a quelli di un adulto, potremmo chiamare depressione una patologia organica. Perché la depressione dei bambini, per fare un esempio NON HA I SINTOMI DELL’ADULTO e quando un bambino è assente, poco reattivo, triste e fermo bisogna fare per prima cosa una tac. Non chiamare un assistente sociale.

 

L’emergere dell’importanza della psicologia poi, in Italia ha portato a una costruzione dei servizi per la cittadinanza, che ha anche conosciuto una stagione di gloria, e delle zone del paese in cui si è potuto offrire un servizio alla cittadinanza degno di questo nome. Dopo di che però questa stagione di gloria, è passata purtroppo da tempo, e l’offerta psicologica per un verso, e la questione del sostegno per un altro, sono passate in disgrazia e abbiamo: tagli alla sanità che le regioni spesso risolvono non garantendo personale sul territorio, e una generale assenza di rispetto per le competenze, a fronte di una domanda che è legittimamente sempre crescente. Nel lazio si è fatto un concorso quest’anno, dopo 20 anni di assenza di concorsi, per 30 posti da dirigente psicologo. 30 posti, rispetto all’enormità della domanda, alla gravità dei casi che si presentano, e che vengono attualmente appaltati a tirocinanti che lavorano gratis per un tempo contenuto, sono una cifra irrisoria e ridicola.

Di contro, in parallelo, nell’area degli affidi, la situazione è magmatica e complicata, perché l’investimento pubblico si è ritirato da questi contesti, soldi non ce ne sono, le prassi sono variamente codificate, ma di fatto si lavora sullo zelo di qualcuno, in contesti che al contrario delle panzane di Della Loggia non sono politicamente davvero presi sul serio, o quantomeno non in modo uniforme. Se bisogna fare delle congetture sul rischio Bibbiano su quello che questa inchiesta minaccia, bisogna andare nella direzione contraria a quella indicata dal nostro Meitre a Penser cioè in un abbandono dello sguardo collettivo del servizio pubblico, e di una serie di saperi e di responsablità che il pubblico ha verso i suoi cittadini che non dovrebbe poter scantonare. Perché nel momento in cui nella grande rete del sapere, entra in scena una disciplina, che porta con se una serie di prove importanti, della sua legittimità ad esistere, nel momento in cui cioè si scopre che esistono comportamenti traumatici e iatrogeni che producono conseguenze incancellabili nei comportamenti dei minori, e ne struttureranno il modo di stare al mondo futuro, e un malessere permanente, non è che siccome Della Loggia questi libri non li legge, possiamo permetterci di ignorare la questione.

C’è un segreto classismo, in questo tipo di retoriche, che rinfranca narcisisticamente chi le appoggia. In altre sedi, ho scritto io per prima, dell’importanza delle variabili di classe nell’emergere dei comportamenti psicologici e in questo io e Della Loggia potremmo trovare delle improvvise convergenze. Quando non hai un lavoro è più facile che diventi un padre alcolizzato di quando ce l’hai. Quando hai un asilo nido convenzionato, starai 10 ore al giorno con una persona sana di mente, mentre se non c’è e hai una madre psicotica – te la tieni full time. Tuttavia, è importante non sedersi in maniera rozza in queste prospettive, perché non è tout court una condizione di classe, a implicare un comportamento abusante. Ma è la psicopatologia grave che il contesto non contiene e slatentizza a provocare l’abuso. C’è un sacco di gente scannata che è capace di essere ottimi genitori, genitori amorevoli, e capaci di fare il gesto di Ettore, cioè di mettere i propri figli simbolicamente sopra se stessi, al di la di se stessi mentre le stanze degli analisti che potrebbe permettersi Della Loggia sono piene di figli che avrebbero beneficiato dell’intervento dei servizi sociali. E’ sacrosanto certamente prendere in considerazione le variabili di classe, ma nella misura in cui amplificano fenomeni che hanno altri noumeni, altre cause. Un efficace intervento sociale può aiutare notevolmente, ma non è tutto.

Infine io credo che Galli della Loggia, faccia queste considerazioni perché di fatto, lui a stento fa una cosa, legge i giornali. Nei giornali scrivono altri Galli Della Loggia che parlano di disagio, oppure altri colleghi, come è successo a me in passato, a cui viene chiesto con insistenza di usare termini e concetti adatti alla divulgazione, e quindi facili, elusivi distorcenti. Gli psicologismi da bar che Della Loggia considera zeitgeist in realtà non sono la materia vera su cui gli addetti ai lavori si fondano per argomentare e dirimere situazioni gravi, come quelle che riguardano i fatti di bambini, segnalati ai servizi, riguardano i Galli della loggia che ne parlano e che alla fine hanno un”idea nebulosa di quello che argomentano. Certamente quel tipo di lessico, non giova a niente, e io per prima sottoscrivo, ma allora o si mettono sulle prime pagine altre firme, o si chiede alle firme storiche il rigore divulgativo che merita la prima pagina.

(composizione francese)

A un certo punto pensò di fare un archivio di ricordi che potessero essere classificati rigorosamente per tonalità emotiva (ascisse) e priorità esistenziale (ordinate) in modo da poter pure fare dei grafici, di certe grandi felicità, di certe imperdonabili disfatte, individuare una linea dell’errore ricorrente, e una spirale del perdono di se (alcune nebulose di poesia, i buchi neri della disgrazia irrimediabile.)
Trovò molte canzoni.

L’operazione non fu semplice. I ricordi avevano una terza dimensione loro, in cui giocava il suo peso, la vendetta della qualità del paesaggio. Quella volta che per esempio le fu messo dell’amore davanti ai piedi, e lei non lo raccolse non sapendo riconoscerlo, o quell’altra in cui fu lei a tentare di spedirlo, come se l’amore fosse un pacco, una cosa che si mette nelle righe e nelle cose.
Arrivò pure una collana di sorrisi, e un’altra di piccole rassegnazioni. Molti caffè a notte fonda per rimettersi a lavorare, molti ricominciamenti da capo.
Molti altri giorni, in forma di domani.

Alcuni fiori, diversi gelati (quando era bambina, poi sono andati scemando, con l’operazione alla cistifellea caduta totale dei gelati. Un gelato giusto con un ricordo, quadrante della felicità ottenuta per scommessa)
Ritrovò anche sigarette spente, pose, e se stessa seduta a guardare fuori vedendosi per un terzo. A un certo punto degli assi cartesiani c’è una sera di allegria, e scintillio la cui ratio la nebbia del tempo ha offuscato. Fare questo grafico aveva anche un problema di polvere che si sa – ottunde e mistifica, un romanzo si confonde con un viaggio che effettivamente c’è stato, un desiderio si ammanta di una materia che non lo ha mai riguardato.

Per esempio, a un certo lato del grafico, una famiglia di baci di notte sull’uscio di casa. Che probabilmente non c’erano stati – (gli studiosi di queste cose, avrebbero segnalato una criticità nella variabile di costrutto. Il costrutto del ricordo si sa, viene sempre sporcato da quello surrettizio del rimpianto. Bisogna prendere delle precauzioni )
Poi arrivava la sequenza di un amore ordinato, e solerte. Moltissime telefonate al giorno, da un ufficio che aiutava il romanticismo con l’inefficienza.

Ogni tanto nel grafico, in basso in basso, i puntini segnati in lettere greche, del dubbio. Alfa, beta, gamma. Bisogna dire che però la cura dell’ufficio deve aver avuto effetto, perché a un certo punto cominciano a sparire le lettere greche e cominciano delle rose. L’ ultima delle delle quali in bocca a un uomo con una camicia hawaiana.
Sarà cattivo gusto pensa, oppure medicina antiquata, ma che gran potere hanno le rose,

(Il passato come il cielo di un almanacco, come la sfera di una strega, come le rughe delle mani che si spera non indovinino il futuro)

 

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La vita è materia

Stavo sulla spiaggia, una giornata piena di cielo, il carretto dei gelati, un sacco di gente, i miei bambini mi si divertivano intorno, in una oscillazione puntuale e inderogabile di mare e buche nella sabbia, Ascoltavo della musica, dopo ti metto il pezzo, lo trovi qua sotto, e questo pezzo mi ha messo di buon umore, e mi ha fatto guardare le persone con una speciale benevolenza. (Ho pensato che volevo scrivere di questa cosa della benevolenza, di una certa musica con cui si guarda la vita degli altri, con questa musica in testa io ci lavoro. La musica che ti fa vedere la lotta per la vita in quelli che si guardano vivere, fare castelli di sabbia, litigare con un collega, sgrullare un telo da bagno. Va beh non ci entra molto, perché poi mi sei venuto in mente te.

Deve essere stato perché nel tentativo di andare a prendere un caffè, manco poco mi azzoppo per sempre nella voragine allestita dai figli. Noi uscivamo insieme, s’andava per concerti, e io era un periodo che cascavo sempre – rovinosamente. Uscivamo parlavamo, te a un certo punto però ti giravi e non mi trovavi più. Abbiamo riso molto di questa cosa. Oggi come sai, al massimo inciampo. Comunque.

(Cosa sono gli amici? Quelli con cui hai riso da ragazzina del fatto che cascavi, o anche quelli con cui hai costruito un modo di ascoltare la musica, o anche quelli con cui hai parlato di romanzi prima, di fidanzati poi, fino all’arrivo dei vincitori, i mariti e le mogli, i vincitori delle nostre storie personali, e anche quelli, ho pensato oggi mentre sentivo il pezzo che allego qui sotto, che ci sono quando ti laurei, quando i tuoi fanno casino e ti raccattano la sera in macchina, quando c’è il funerale di tuo padre. )

Ma forse è stato semplicemente vedere, un certo gruppo di ragazzi – tutti magri e abbastanza alti – dunque non potevamo essere noi e i nostri amici che invece ci sbattevamo a vedere film insalubri in case piene di moccolotti – e comunque questi qui, non facevano niente di speciale, uno tirava i capelli a una, mi faceva congetturare un certo invaghimento, lei rideva delle risate che fanno le ragazzine per lo più al mare, un altro fumava la sigaretta in quel modo che fanno i maschi giovani poi graziaddio passa, era borioso e pieno di riccioli questo che teneva la sigaretta con il pollice e l’indice, una terza si aggiustava la coda e un’amica le aggiustava il costume.
Animaletti che cresceranno, faranno altri animaletti, costruiranno una tana, potranno avere dei guai, la ragazza della coda e il costume, potrebbe lasciare un mese prima di sposarsi quello seduto qualche metro più in la ora al telefono, quello della sigaretta potrebbe diventare un grande cuoco, ma con un carattere così di merda da diventare disoccupato (è importantissimo il carattere di uno chef, ho imparato di recente), e la musica nelle orecchie mi dava questa strana consapevolezza della vita materiale, del tempo come metamorfosi delle cose che non ci puoi fare niente, e la musica nelle orecchie al mare per via di tutto quel corpo, mi dava la percezione dell’animaletti, e del tempo degli animaletti. Chi sa se queste ragazzine secche e alte diventeranno rotonde come me, che comunque secca, è bene dirlo, non sono mai stata.

Poi ho pensato che alcuni di questi, fra vent’anni, i meno probabili, non proprio quelli che stavano sempre al telefono, non proprio quelli che avevano studiato tutti gli esami insieme, sicuramente da scartare gli innamorati, alcuni di questi dicevo – che ne so la ragazza con la coda e quell’altro che ora muove la bocca perplesso perché la granita ha un sapore artificiale, quelli si inviteranno a cena fra dieci e pure vent’anni. La ragazza con la coda troverà simpatica la compagna di quello della granita, e potranno parlare di lavoro e di scarpe, come io faccio con tua moglie che è molto competente su queste e altre cose, si creeranno nuove alleanze impensate, per via del fatto che la ragazza colla coda ci ha un carattere diciamo complicato, e suo marito ecco, quella che è riuscita a sposarsi dopo aver mandato all’aria il matrimonio col precedente andrà ogni tanto sostenuto.

Insomma la vita è materia, e ascoltando questo pezzo che metto qui sotto, probabilmente ho pensato a questo, e niente  ci vediamo presto.

 

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Sugli attacchi di panico

Non mi è mai stato chiesto un post sugli attacchi di panico. È un fatto interessante perché gli attacchi di panico sono un problema molto diffuso in questi ultimi anni, hanno provocato grandi difficoltà e sofferenze in tante persone, godono di una circostanziata scheda diagnostica anche nel DSM V e, mi è stato fatto notare – molti scrittori esordienti o meno li hanno messi al centro di un romanzo recente. Mi si dice Marco Candida, Christian Fascella, e anche il Livio Romano d. Me li procurerò tutti – sono curiosa di scoprire quanto è sfruttata un’occasione clinica che come poche altre ha un grande potenziale narrativo, e allo stesso tempo è così largamente fraintesa.

Attacchi di panico, fa pensare ai più a una declinazione parossistica di una banale vigliaccheria. Non se ne chiede lettura, come si fa a cicli regolari per l’anoressia per i disturbi di personalità in specie di marca antisociale ( Fai un post sui femminicidi?) perché tutto sommato non sono avvertiti come davvero pericolosi socialmente. Hanno anzi una sorta di odore puerile, mancano, per dire, della dignitosa gravità della depressione: rispetto ad altre psicopatologie sono cioè antiestetici, perché specie non sapendo di che si tratta, sono mentalmente rappresentati con una fumettistica fenomenologia della pavidità. Si pensa a tremiti, alla faccina di Paperino col becco ondulato dall’angoscia, ma si pensa anche a una paura indecorosa, per qualcosa di piccolo, di insignificante. Il panico del luogo chiuso, il panico delle occasioni complicate che però a tutti capitano –  quante storie.
Attacchi di panico: Clarabella issata su una sedia che urla scompostamente per un topolino scappato sotto al tavolo.

Ma panico, non è paura. La paura è un istinto anche salubre, che oggettivamente aiuta anche gli eroi, serve a farci discriminare i pericoli, e si focalizza intorno a qualcosa di razionale e preciso: la vigliaccheria è l’elusione di ciò che la paura provoca, mentre il coraggio è la diametralmente opposta – forza di andare assieme alla paura in una situazione di rischio: senza paura, non si da coraggio, si da idiozia. La paura come segnale, differente dalla paura come angoscia confusa, è in effetti uno dei primi trampolini da cui Freud si lancia per l’edificazione della struttura psicoanalitica.
Il panico invece, appare come una sorta di possessione e spesso e volentieri è la reazione a una serie di pensieri persecutori, dal carattere confuso ma anche per questo particolarmente terrorizzante. La persona di fronte a questo pensiero è spaventatissima e appunto viene scalciata fuori dalle sue capacità razionali, con anche una serie di sintomi di ordine fisico, che qualche volta inducono il paziente a pensare a un problema cardiaco: batte forte il cuore, ci si sentono mancare le gambe, qualche volta si arriva a svenire, si suda moltissimo, e si può tremare violentemente. Ma per il paziente, i sintomi visibili sono il meno, la parte tremenda è quello che vive dentro la testa, che è terrore e paralisi. Tutto questo lo rende molto vulnerabile, e spesso implica una consistente restrizione della vita personale: non si prendono mezzi per esempio, non si riesce a lavorare, la strada diventa pericolosa. La quotidianità diventa nemica e complicata.

Pure, tendo concepire gli attacchi di panico, come una delle sintomatologie più benevole e salubri di cui dispongano le persone, quasi un segno di benessere anziché di malessere. Mi sono fatta l’idea, anche se non si può dire certo a proposito di tutti, che spesso e volentieri questo tipo di disturbo aggredisce chi ha delle risorse per curarsi, e di più fare una vita coerente con i propri desideri ma non la fa, e il panico è l’avviso psichico che costringe una persona a guardarsi e prendere atto del fatto che si sta tradendo. Gli attacchi si costellano infatti intorno a un pensiero confuso persecutorio, che può dire molto sulla realtà esistenziale della persona purché se ne scavi la valenza metaforica. E’ come se la psiche scegliesse, con una certa frase correlata al sintomo, la minaccia di punizione che al soggetto può toccare per averla tradita: e allora alcuni vengono in stanza di analisi dicendo: io credo che sto impazzendo, altri dicono che temono di morire da un momento all’altro, altri che pensano di volersi suicidare, altri che temono di voler ammazzare, fino ai prestiti culturali più variegati – chi pensa per esempio di essere omosessuale, non perché sia davvero omosessuale ma perché viene da una famiglia omofobica. Le narrazioni che si costellano intorno al panico sono cioè come i sogni di inizio terapia, la strada maestra per entrare nel tradimento psichico, da cui l’attacco di panico in qualche modo potrebbe salvare – perché lo segnala. In questo senso io non riesco mai a prenderli sul serio come una patologia a se stante, quanto come un utile indicatore diagnostico di un assetto patologico che si sta organizzando che è più grave, da cui la parte sana di un soggetto si sta difendendo come può, lanciando cioè la sirena dell’allarme. (E’ quindi uno di quei casi in cui, una buona cura farmacologica è una mano santa, ma guai ad affidarsi solo a quella. Il disturbo per un po’ passa, poi o torna, o prende strada una sintomatologia franca di altra parrocchia e magari più rognosa. Lo dico, perché siccome rispetto ad altri problemi ha tutti quei fenomeni fisiologici che penalizzano la vita quotidiana, la tentazione del solo psicofarmaco rispetto alla psicoterapia è fortissima.)

Se leggiamo l’attacco di panico in questa forma – ci riesce più facile capire come mai sia un fenomeno che si presenta molto più frequentemente negli ultimi due decenni, che in passato – e naturalmente nell’occidente industrializzato piuttosto che in altre aree del mondo. A pensarci- ha molto in comune con la vecchia isteria, altro sintomo legato a un mondo e a un’epoca sia per alcuni comportamenti in comune che usano il corpo – il tremito, gli svenimenti (anche se l’isteria poi vantava altri fenomeni ben più eclatanti) sia perché anche quella era la forma semantica disperata di un tradimento dell’identità – come è stato chiarito dalla psicoanalisi femminista. L’isterica era la donna che usava una forma di follia con comportamenti spesso ipersessualizzati, per infrangere una normativa culturale che schiacciava il suo genere in destini non liberi, in cui la soggettività veniva strangolata. Alcune teoriche, ricordo un bellissimo saggio di Silvia Vegetti Finzi, identificavano in quelle impresentabili malate della Salpetriere, che spesso mostravano anche comportamenti eccessivamente sessualizzati, la declinazione femminile della follia foucoultiana, e gli scenari dei clinici che le utilizzavano per spiegare la psichiatria agli studenti, la prova della ghettizzazione e simbolizzazione a cui il sesso andava in contro nell’angosciosa interpretazione della sua Storia della Sessualità.
Nel nostro contesto attuale, il potere e le forze appaiono parcellizzati, e la debolezza del panico, è diventato un lemma che abita la sfera del lecito e del condiviso. Il sintomo è stato per secoli la fuga per pochi disperati che non riuscivano a passare nelle strettoie di un canone, oggi è una sorta di diritto che il corpo si prende e la mente concede di fronte alla possibilità di avere una seconda chance esistenziale, prima al tutto preclusa. Se abbiamo una nuova semantica psichiatrica “gli attacchi di panico” lo dobbiamo a una nuova costellazione di valori e di esperienze che colorano le nostre vite, e che ha a che fare con il diritto alla debolezza anche per il maschile, con il diritto alla forza anche per il femminile, con il lusso ma anche la terribile responsabilità di chiedere alla propria vita una sorta di prestazione. In un momento di relativa opulenza – da cui ci vanno cacciando, ma la cacciata non è ancora compiuta – il nuovo peccato originale è non lottare per la propria felicità.

Dunque l’attacco di panico è patologia specifica di questo contesto, e anche patologia ricorrente di certi momenti di snodo. Si affacciano al ridosso di una laurea – ma anche a ridosso di un matrimonio, e anche certamente di fronte all’eventualità di una gravidanza. In quanto spie di un ordine difettoso, esplodono con vigore davanti a giri di vite che sembrano materializzare in modo più concreto un certo modo difettoso di stare al mondo. Per questo, tecnicamente sono tra le cose più facili da risolvere, con qualsiasi approccio un bravo clinico ha ottime probabilità di estinguerli nel giro di un anno, ma allo stesso tempo possono nascondere molti tranelli. Il panico è una domanda, smette di emergere quando la domanda reale è accolta, ma se la risposta e la riorganizzazione psichica correlate a quella domanda non sono portati a termine, riemergerà.

Così come bisogna tenere presente che siccome l’attacco di panico è una parola e una domanda, estremamente versatile e adattiva – è fisico, genera allarme e genera malessere, procura limite e attenzione, se ci si mette mano subito si tace, ma se non se non lo si fa con energia e decisione, si cronicizza, diventa cioè una parola adattissima alle più svariate domande psichiche, le psicoterapie faranno più fatica, se chiamate in causa tardivamente, a essere efficaci, e la dipendenza dai farmaci sarà più stringente. E’ un male amico insomma, ma quando si presenta è meglio non tergiversare e andare subito in consultazione.

 

 

(Buon viaggio)

(Devo dirti che mi piacevi, per due cose due, tue proprie.
La prima era esibita nel ventre grande, e la pappagorgia, e tutto quell’armamentario di vecchio grasso e contento, uno stare al mondo assertivo e leale, un essere a buon diritto pieno di te, vivaddio e di chi se no in questo mondo di miserie. Tutto questo te dentro di te, doveva essere stato morbido e ingombrante, anche da portare negli altrove pure metaforicamente, tutto quel te non aveva niente di riducibile, non abdicava ad ipocrisie.
Maestro Camilleri, mi ricordo ti chiese una volta un povero giornalista: come era lei da bambino?
E te hai risposto, con moltissima calma – uno stronzo.

Uno stronzo hai spiegato, perché dicevi, eri viziato, indolente, dispotico e amatissimo, e questo saper dire “uno stronzo”, con quell’accento, del bambino che eri stato, uno che diceva sempre voglio, spiegavi, era una dichiarazione di poetica, e di etica. Una dichiarazione di lealtà e di trasparenza, qualcosa pure di cinico e antiretorico – niente scrittori maledetti, niente scrittori militanti, niente scrittori tormentati. nienti di nienti. Uno bravissimo a campare e a pensare per bene le cose.
Io di quel tono di voce, con cui hai risposto, di quella lucidità soave – ho fatto un manifesto esistenziale.

Certo ti sono stata grata perché ti sei inventato un linguaggio e un mondo, e sono due delle tre cose che chiedo a uno scrittore, e certo ora sono immalinconita ( “uno stronzo” – Non credo che tu permetta l’eccessivo cordoglio per una morte ad anni novantatrè, così mi hai insegnato, immalinconita però spero che me lo concedi) dicevo sono immalinconita per certi pomeriggi in cui ho abitato la tua Macondo sicula, una Macondo elegante e senza mafia, dove troneggiavano finalmente chiese bianche e ricciolute, e mareggiate mozzafiato. Io ci capivo un terzo della trama, devo confessarti, per gli intrecci sono sempre stata modesta, il giallo poi per sua natura mi affatica, ma mi mangiavo le parole, mi mangiavo questo siciliano reinventato, distante da quello reale, e adoravo questi siculi tuoi, caparbi pittoreschi e sensuali. Ma pure, devo dirti grazie per certi momenti di grande tragico, che la serie televisiva da te supervisionata, qualche volta è riuscita a rispettare ( volevo per esempio pure dirti grazie per un certo vecchio pescatore che Montalbano trova alla fine di un romanzo mi ricordassi quale, e questo vecchio pescatore ha ammazzato il proprio figlio, diventato intollerabilmente disonesto. E dice a Montalbano questo pescatore, una cosa come, cito a memoria, che i ricordi e le colpe sono come i pesci che rimangono nelle reti da pesca, dice una cosa così, volevo dirti grazie per quel pescatore li, la sua etica, il suo dolore, la sua rottura di un cliché, un piccino grande, come capita a volte nella Letteratura quelli li, i poemi omerici, il teatro greco, il Vecchio Testamento.)

Ma devo confessarti, che come dicevo sopra mi piacevi pure per un’altra cosa, che ora io dico con immenso affetto e gratitudine e boh. Te ci avevi del mestierante, dell’artigiano, ci avevi i trucchi e le pause teatrali, ci avevi quel modo di un certo tipo di autore, che usa la scrittura come una vecchia macchina, una cosa questa che capita di percepire più frequentemente negli scrittori di genere. Sono sicura che hai presente quel libro bellissimo che è la zia Julia e lo scribacchino di Vargas Llosa, e quel personaggio adorabile che è lo scribacchino, che ci ha i suoi stilemi e i suoi modi, e comincia i suoi romanzi sempre allo stesso modo.
Io ti indovinavo questa cosa qui degli stilemi, che però erano indubbiamente molto più belli e sofisticati, ti indovinavo il mestiere, il sapere artigiano, che quasi ti prescindeva, e mi ero alla lunga affezionata a questa cosa.  Questa cosa, il mestiere mi ha messo sullo sfondo la tua risposta alla terza domanda che faccio almeno io a uno scrittore, e che riguarda la sua visione del mondo la sua filosofia, per come emerge dalle cose che racconta. Ma mi ero affezionata a questo tuo incredibile mestiere, questo tuo saper fare. Forse, succede sempre quando ci si siede a lungo e frequentemente nei libri di uno scrittore, in ogni caso grazie grazie grazie. )

 

Buon viaggio, qui

Cosa sono io, cosa è invece ciò che abito

 

Alla biennale di quest’anno, sono esposti i quadri di Njideka Akunyili Crosby, artista nigeriana trasferitasi poi in USA, che fa dei bellissimi pannelli di interni domestici, interni della sua casa, della sua famiglia. A una certa distanza, appaiono come interni borghesi, e almeno a me riportano le stimmate tipiche della borghesia nera, almeno in certa letteratura e in certo cinema nordamericani. La berger. I figli tutti sul divano. I ritratti ovali nelle cornici ricamate.
A guardare più da vicino, oggetti e cose, soprattutto, la pelle delle persone, sono intessuti di disegni più piccoli, fitti di icone e di simboli, stralci di riviste e pagine internet, nel tentativo di rappresentare un tessuto transculturale, a vederla positivamente, ma anche di colonizzazione simbolica e psichica, a essere più foschi, che alla fine come dire, cambia la pelle delle cose –e forse anche il pensiero, l’identità l’essere nel mondo. Siccome sono i quadri di una donna, che riprende la sua famiglia, e la sua cucina, e quindi il suo sguardo abitato da altri simboli sulle cose, le sue personali rappresentazioni, mi ha fatto pensare a me, che scrivo questo post che parla di femminile e di materno, me che guardo il mio essere madre, o anche professionista che si occupa di altre madri e figli di altre madri. Me che dico, quando guardiamo l’atto di avere una casa e una famiglia, l’atto di pensarla e codificarla con un aggettivo possessivo, la mia casa, la mia famiglia, i miei figli. Quanti simboli mettiamo sulla pelle di quel noi, quanti oggetti che cambiano il colore della pelle delle nostre cose. Quanto dei sapidi consigli degli esperti, e dei discorsi collettivi sul mio ritenere ciò che è mio, quante esortazioni filosofiche sul mio, quante tutte queste cose, sono davvero il mio. Come forse l’artista Akunyili Crosby io pure sono una che va a caccia di altri ritratti, altri oggetti altre logiche discorsive da mettere sulla pelle delle cose. Forse io come lei sono colei che fa l’immagine ultima del mio, mia cucina, mia famiglia, mia vita, mia composizione del reale insieme agli oggetti che ne riconfigurano la pelle.

Scrivo questo post riflettendo sulla lettura appena terminata di Luisa Muraro, l’ordine simbolico della madre. Potrei al momento stampare questo libro, sulla braccia di qualche mio familiare, di mia madre per esempio o dei miei figli, qualora facessi un ritratto privato simile a quelli compiuto da Akunyili Crosby. Inserire quel libro da solo, sulla rappresentazione interna della mia linea familiare, politicizzerebbe il mio modo di abitarla, per esempio mettendo mia madre al centro, centro di trasmissione della creazione e dell’identità che ha preso il suo centro dalla sua, e lo passa a me, che lo trasmetto ai miei figli. E’ un bellissimo concetto in effetti, quello dell’ordine simbolico della madre, trovo che meriti ammirazione e rispetto e necessità. Perché chiede di disseppellire il femminile dall’ombra dell’assenza di significato a cui è stata sempre assoggettato- per venire alla luce come eterno generatore di esistente e di significato, quanto meno comprimario rispetto al potere nomotetico del padre. Si salda anche l’ordine simbolico della madre, con le prospettive della mia identità professionale, con le cose che mi ha trasmesso, perché la psicologia dinamica sa e insiste sull’importanza della madre nella costruzione dell’identità futura, sa che il materno nei primi anni incide sul modo di stare al mondo a venire. E dunque è comprensibile che quel potere sia celebrato. C’è una asimmetria relazionale, nel rapporto con i genitori all’inizio della vita, ecco, quell’asimmetria dovuta al ventre come casa, e al seno come fonte di cibo, che rende ragione alla magnifica tesi di Muraro.
C’è anche da dire però che questo ordine simbolico della madre, penso anche, è per esempio associabile al culto mariano, e tutte le immagini della madonna prima, da gravida a madre che allatta, giù fino a Maria con Gesù tra le braccia un po’ più grande, fino a Maria che piange Gesù crocifisso sono state l’iconografia che ha intessuto l’ordine simbolico del materno, nel mondo cattolico quanto meno, complementare al potere trascendente del maschile.   Maria è piena di grazia, Maria Benedetta tra le donne, e di Maria è il grembo benedetto che metta al mondo Gesù, il figlio dei figli, il figlio di tutti figli. E siccome il femminile è creatore, non è per niente detto suggerisce anarchico il femminismo della differenza, che Dio non possa essere donna. In ogni caso, Maria Giuseppe e il bambino, sono – anche a detta di un importante analista junghiano, Maffei, l’archetipo della famiglia e la trascendenza a cui si deve il miracolo della nascita, per me la spiegazione più efficace di ogni biologia del miracolo della vita.

L’associazione del culto mariano, all’ordine simbolico della madre, anche con la conseguenza temeraria ma logicamente ineccepibile che Dio possa pure essere donna, o pensato o pensata come tale, mi dimostra che in ogni caso nella pelle della mia percezione del privato, del presepe, del mio presepe, di quello dei miei pazienti, Muraro e tutto il femminismo della differenza, non possano essere nient’altro che uno dei contenuti che insistono sulla pelle del quadro ma non il contenuto dominante. Farne il contenuto dominante diventa infatti per me prescrittivo e pericolosissimo, e le scivolate nella visione cattolica del femminile mi angosciano da dietro l’angolo, così come analoghe scivolate vedo all’orizzonte benchè di marca laica. Tutto il femminismo della differenza ha avuto un ruolo imprescindibile, e sempre credo che lo abbia in un certo momento nevralgico della storia di ogni gruppo culturale. Emerge, potentemente in modi diversi –a rivalorizzare eticamente ed esteticamente il ruolo misconosciuto, e quindi il valore di una metà del cielo, e l’importanza dei compiti che sono storicamente stati assegnati a quella metà del cielo. Passano per il loro femminismo della differenza con nomi che non conosciamo ma che esistono, le donne arabe, le donne africane, le donne sudamericane. Sono femminismo della differenza molte produzioni culturali che magari non decodificheremmo come tali, ho pensato ai ritratti di Frida Kahlo, o alle orchidee di Georgia o’ Keefe. E’ femminismo della differenza tutto quello che riconfigura come oggetto pubblico e socialmente meritevole di riconoscimento l’insieme di assetti identitari che erano solo parzialmente riconosciuti se non affatto riconosciuti e comunque gerarchizzati come inferiori. L’insieme di queste cose sono costellate intorno alla cura della generazione: riguardano la cura delle relazioni, la capacità di donare affetti, ma anche di arredare dei mondi interni, ma anche di costruire un’estetica di quei mondi interni. Le case, i merletti, gli amori, i dipinti. Il femminismo della differenza ha riconsegnato una giusta e necessaria nobiltà a un certo modo di stare al mondo e ha sottolineato l’esistenza di un saper pensare, saper creare, saper esistere nel mondo di logiche estranee ai saper fare saper pensare saper creare del mondo maschile. E naturalmente, proprio che nobilita ciò che è svalutato ma al contempo grandemente diffuso, è destinato a essere uno strumento vincente nei paesi moderatamente sviluppati, per tutto quello che concerne le politiche di genere. L’Italia, che ha raggiunto il boom economico molto rapidamente, e altrettanto rapidamente lo sta perdendo di vista, ha un gender gap ancora molto importante. Molte donne non lavorano, non hanno servizi pubblici, Luisa Muraro e tutte le sue, ancora possono fare da padrone: sono funzionali al nostro contesto economico e politico, alla nostra attuale divisione dei ruoli. Alla fine, la derivata pratica della teoresi della differenza, implica una valorizzazione di ciò che culturalmente si associa alla differenza, l’appaiamento tra sesso e ruolo di genere.
Non è una cosa da poco, non è una cosa politicamente stupida. Trovo classisti, il perché lo dico dopo, ed elitaristi i toni di chi liquida queste cose come roba da niente.

Se però io dovessi fare per esempio, un ritratto della famiglia da cui discendo, un quadro in cui in un salotto simile a quello ritratto dall’artista nigeriana ci siano mia madre, e mia nonna e la mia bisnonna, un ritratto con le mie amiche, o quelle di mia madre, o con me e mia sorella, insomma un ritratto del mio mondo, io come un certo numero di donne italiane, e come un numero ancora più nutrito di donne di altri paesi, europei o nordamericani, dovrei pensare ad altro, che al femminismo della differenza, dal momento che mia madre ha lavorato come dirigente, mia nonna pure, la bisnonna idem, e così tutte le femmine in lungo e in largo l’asse materno. Hanno fatto lavori poco muliebri e anzi, hanno nutrito un malcelato disprezzo per tutto quello che era casalingo. Sono state donne di decisioni, di calcoli, di ordine, di ordini, di posti pubblici – sono state donne cioè che hanno macinato con soggettività processi mentali categorizzati fino a poco fa come maschili, e delle quali non si può dire, forse proprio in virtù della loro matrilinearità che scimmiottassero degli uomini.

Quando si hanno intorno esempi di donne che lavorano, di donne che fanno quadrare i conti, che si assumono responsabilità sul luogo di lavoro, dalla custode alla preside, dall’infermiera alla chirurga, quando c’è questo tipo di mondo intorno, per cui chi arriva prima fa la cena, chi può fa la spesa, la decodifica pratica di cosa produce la differenza anatomica dei sessi, diventa un tema scivoloso. A una Irigaray che ci aveva attorno tutte signore a cui spiegare le cose mentre ricamavano, figlia di una mamma e di una nonna che ricamavano pure loro, può sembrare ovvio che un certo tipo di eloquio e di razio sia di matrice ontologicamente maschile, e quello che fanno le donne uno scimmiottare, ma quando si sta comode in altri contesti è diverso, questa ontologia diventa prescrittiva. Sarà una banalità, ma see una ha una mamma professoressa di matematica alle medie, la matematica potrebbe essere per lei qualcosa di matrilineare. Per chi fa poi il mio mestiere la prospettiva possiede segrete questioni tossiche – è molto pericolosa. In primo luogo perché quando andiamo a vedere le differenze dei cervelli femminili e maschili, le troviamo ma con una consistente fatica, in secondo luogo perché si finisce con il cedere a delle prescrizioni sociali che si appoggino a delle normative culturali, e questo è deontologicamente scorretto. In questo senso, Irigaray e Lacan, Irigaray e il freudismo di prima generazione potevano anche evitare di divorziarsi, sono stati gli intelligenti alfieri di due modi sorpassabili di stare al mondo, assolutamente complementari, ma nella pratica clinica di oggi il lavoro sulla differenza di genere deve essere molto più personalizzato, sofisticato, individualizzato. Ne va del destino delle persone. La clinica ossia ha delle responsabilità che la filosofia forse può ignorare.

Nel mio quadro dunque, per quanto di donna italiana, il femminismo della differenza ha un posto ma sempre più piccolo. Credo in una grande differenza culturale, che è costituita dal corpo, e tendo a pensare il corpo non come prima identità, ma come prima casa, una casa che sta dentro a una città di altre case, e che determinerà grandemente il nostro modo di pensare e fare e saper fare. Ma rimane una casa. Non penso che i due cervelli ossia siano uguali, ma le differenze al momento mi interessano poco, sono trascurabili rispetto al potere della casa; nel caso specifico una casa che sa tenere nella pancia dei bambini, e sa allattarli. Ed è interessante vedere come le diverse identità mentali reagiscono a questa prima casa. Il corpo cioè è cultura. La nostra prima cultura, ma pur sempre cultura. La prima identità è l’identità del pensare, la genetica celebrale, la storia di quel mio decodificare tutte le case con cui ho a che fare, certo la più importante è il corpo, ma non l’unica. E non da sola. Con questo corpo posso creare altre cose, oltre che dei bambini, lo posso tatuare per dire delle cose, posso renderlo codice. Come in una immagine di Orlan o di Cindy Sherman.

Ma soprattutto l’identità che lo abita ha le competenze sufficienti che sono tipiche non già del suo sesso, ma della sua specie, e potrei usare io, come altre, queste competenze per operare scelte decisioni, modi di stare al mondo. La mia casa corpo mi addestra maggiormente a certe cose piuttosto che ad altre, la mia casa corpo in un certo senso mi attrae verso quelle, ma non è detto che il mio benessere, il compimento della mia identità esistenziale, sia percorrere quell’itinerario. Qui le storie soggettive possono diventare molto diverse l’una dall’altra, e volendo, possiamo interpretare la clinica in una prospettiva di genere, seguendo due binari: un primo binario potrebbe essere quello che riguarda l’identità di chi abita la casa, e i suoi rapporti non solo con la casa corpo, ma con molti altri oggetti. Di poi nello specifico ci sono i rapporti con la casa corpo. Rapporti che possono essere molto complessi, e che si rimandano a una differenza reale. Le case dei due generi hanno strutture diverse.

Qui per me però si pone un nuovo problema.
La valorizzazione dei compiti svalutati storicamente e associati al ruolo di genere femminile, non è in realtà riuscita. In alcuni ambiti sociali questi compiti sono stati solo apparentemente scollegati dal femminile, per far ricadere però la questione sotto la scure delle dinamiche di classe, nella maggior parte dei casi, nelle maglie del capitalismo organizzato in un altro ampio campione di comportamenti, e anche nell’estinzione tout court di quei comportamenti. Tradotto in maniera plateale: ciò che hanno sempre fatto le donne non conta per nessuno, non è bello, non è attraente, non è un valore, anche se è il vero garante della specie. Ma in soldoni certe cose: o continuano a farle le donne, o le fanno istituti vicari, o le fanno altre donne più povere, oppure non si fanno affatto. Solo in una fetta della popolazione molto modesta c’è una reale divisione dei compiti, ma nella maggior parte dei casi, la divisione dei compiti riuscita, riesce perché una parte fondante è appaltata a una donna più povera. La donna più povera pulisce, bada a dei bambini piccoli, bada a degli anziani o delle persone disabili. Nel migliore dei casi è contrattualizzata. E anche la donna di servizio contrattualizzata non risolve la scarsa propensione che hanno le donne e gli uomini a per esempio oggi a tirare su dei figli. Anche il tirare su i figli, viene fatto a rilento anche perché nessuno dei due genitori spesso ha voglia di assumersi l’onere che implicava il vecchio ruolo di genere che era devoluto alla madre: i bambini rimangono nei passeggini troppo a lungo perché è molto noioso stare piegati a insegnargli a camminare, e diventano narcisisti e disobbedienti, perché quel ruolo di contenimento superegoico che a torto viene attribuito al padre, no è sempre stato della madre, ma ora nessuno ha più voglia di svolgere quel ruolo ingrato.

Se si è fatto un passo avanti, per me è stato un passo avanti, liberando gli uomini dalle briglie dell’estetica di genere e dell’etica di genere, per cui ora una serie di arti tipicamente femminili e di estetiche che erano solo ed esclusivamente femminili ora arrivano agli uomini (di quanti colori ora sono i loro pantaloni, quanti occhiali bellissimi hanno, diversi l’uno dall’altro) manca ancora un compimento, un passaggio sulla gestione della cura, della relazione, dell’essere con. Questa cosa deve ancora riguardare molto le donne ma non solo, deve riguardare anche gli uomini, e le cose che tutti dobbiamo sapere fare, con le nostre case, e nelle nostre case. (Avrei ancora moltissimo da dire, ma mi fermo qui).

Storia di un riepilogo

 

Aveva provato per lei qualcosa di prossimo all’amore solo in alcune occasioni, che ora enumerava con rigorosa costernazione, auscultandosi la voce come prova decisiva. Vedi diceva a se stesso, come sei pronto a stare senza, non fare caso a questo magone stolido, e abitudinario, e neanche devi badare alla gratitudine, perché non si scopa con la gratitudine. (Tuttavia proprio su questa frase, gli veniva da piangere. S’alzava nella vita annoiata e ci girava dentro, come se fosse una gabbia. Ora le telefono pensava, lei che da tutte le gabbie mi ha fatto scappare. Ma poi)

La prima volta che aveva provato per lei qualcosa di prossimo all’amore, fu quando si costrinse a dirglielo, perché sarebbe dovuto partire per andare lontano, un lontano di poche ore, c’è da dire, un lontano di corriera e telefono in interurbana, mica chi sa che. Stavano seduti sul sagrato di una chiesa, lei era angosciata e appassita, per niente scintillante. Non che lo fosse mai stata – una ragazzina incapace di ogni fascino ma con questa forza tremenda e trascinante. Senza quella forza morirò – e allora, a onor del vero, aveva anche motivo di pensarlo.

La seconda era quando portava un cappello floscio, si stirava i capelli, si vestiva solo di nero, e benché s’arrampicasse tenace negli studi, si bevevano certi pomeriggi di levità gentile, sdraiati, futili, aerei – anche se lui ne era platealmente distante. Un’intimità fitta, mai esattamente erotica, seppur troppo amorevole perché fosse fraterna. Dentro c’era l’epigono di un lessico familiare – molte canzoni, partiti politici, partite alla radio la domenica, un certo modo di ridere, un uso sapiente delle mani e delle labbra. (Sempre di lei si rideva. Del fatto che lei lo adorasse, lo adorasse dello spudorato amore dei forti di spirito, lo adorasse di una devozione grandiosa e plateale, e lui manco si spiegava che ci trovasse per dipendere da lui in maniera così romantica e assoluta.
Non pensava di meritarsi niente -era la sua condanna e la sua simpatia)

La terza fu quando decise di regalarle un disegno in cui lei era una barca e lui un naufrago. (Le faceva molti disegni, e quando studiavano insieme, ossia quando lei studiava lui non tanto, piuttosto stava solo accanto a lei, come un cane da corsa al guinzaglio, come un acrobata a riposo. Stava sui libri a far contenta lei, sua madre, e la sua paura di andare su un filo, su un trapezio, a correre la vita per cui si sentiva chiamato. Mentre lei sottolineava, energica diligente e furiosa – lui le faceva dei fumetti dove lei più buffa che piacente, più garibaldina che sensuale, era la protagonista. Era la cosa più prossima all’amore, perché in effetti le voleva molto bene. (Anche se)

La quarta fu quando lei gli tagliò le funi della barca, e invasata dal furore della comprensione gli fece mollare l’università, e per un momento si intestò persino il ruolo della fidanzata cattiva, che porta sulla strada della perdizione e della malora. Le sere confabulavano e si facevano coraggio, e lui cominciò a vedere degli spiragli di se, oltre la confortevole porta della loro relazione, dove lui tutto sommato non aveva molto posto.Fu l’ultima.

(Perciò quel pomeriggio si decise a dirle che era finito, quel che lei pensò non c’era mai stato. Ne fu svuotata,  poi sorprendentemente liberata)

 

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