Storia di un riepilogo

 

Aveva provato per lei qualcosa di prossimo all’amore solo in alcune occasioni, che ora enumerava con rigorosa costernazione, auscultandosi la voce come prova decisiva. Vedi diceva a se stesso, come sei pronto a stare senza, non fare caso a questo magone stolido, e abitudinario, e neanche devi badare alla gratitudine, perché non si scopa con la gratitudine. (Tuttavia proprio su questa frase, gli veniva da piangere. S’alzava nella vita annoiata e ci girava dentro, come se fosse una gabbia. Ora le telefono pensava, lei che da tutte le gabbie mi ha fatto scappare. Ma poi)

La prima volta che aveva provato per lei qualcosa di prossimo all’amore, fu quando si costrinse a dirglielo, perché sarebbe dovuto partire per andare lontano, un lontano di poche ore, c’è da dire, un lontano di corriera e telefono in interurbana, mica chi sa che. Stavano seduti sul sagrato di una chiesa, lei era angosciata e appassita, per niente scintillante. Non che lo fosse mai stata – una ragazzina incapace di ogni fascino ma con questa forza tremenda e trascinante. Senza quella forza morirò – e allora, a onor del vero, aveva anche motivo di pensarlo.

La seconda era quando portava un cappello floscio, si stirava i capelli, si vestiva solo di nero, e benché s’arrampicasse tenace negli studi, si bevevano certi pomeriggi di levità gentile, sdraiati, futili, aerei – anche se lui ne era platealmente distante. Un’intimità fitta, mai esattamente erotica, seppur troppo amorevole perché fosse fraterna. Dentro c’era l’epigono di un lessico familiare – molte canzoni, partiti politici, partite alla radio la domenica, un certo modo di ridere, un uso sapiente delle mani e delle labbra. (Sempre di lei si rideva. Del fatto che lei lo adorasse, lo adorasse dello spudorato amore dei forti di spirito, lo adorasse di una devozione grandiosa e plateale, e lui manco si spiegava che ci trovasse per dipendere da lui in maniera così romantica e assoluta.
Non pensava di meritarsi niente -era la sua condanna e la sua simpatia)

La terza fu quando decise di regalarle un disegno in cui lei era una barca e lui un naufrago. (Le faceva molti disegni, e quando studiavano insieme, ossia quando lei studiava lui non tanto, piuttosto stava solo accanto a lei, come un cane da corsa al guinzaglio, come un acrobata a riposo. Stava sui libri a far contenta lei, sua madre, e la sua paura di andare su un filo, su un trapezio, a correre la vita per cui si sentiva chiamato. Mentre lei sottolineava, energica diligente e furiosa – lui le faceva dei fumetti dove lei più buffa che piacente, più garibaldina che sensuale, era la protagonista. Era la cosa più prossima all’amore, perché in effetti le voleva molto bene. (Anche se)

La quarta fu quando lei gli tagliò le funi della barca, e invasata dal furore della comprensione gli fece mollare l’università, e per un momento si intestò persino il ruolo della fidanzata cattiva, che porta sulla strada della perdizione e della malora. Le sere confabulavano e si facevano coraggio, e lui cominciò a vedere degli spiragli di se, oltre la confortevole porta della loro relazione, dove lui tutto sommato non aveva molto posto.Fu l’ultima.

(Perciò quel pomeriggio si decise a dirle che era finito, quel che lei pensò non c’era mai stato. Ne fu svuotata,  poi sorprendentemente liberata)

 

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