Bibbiano, Della Loggia, Psicologia, Giornalismo.

 

Ieri Ernesto Galli Della Loggia è tornato sul corriere della sera sui fatti di Bibbiano, mettendoli in relazione a una presunta psicologizzazione dei comportamenti. Lo trovo un articolo piuttosto interessante non tanto sui contenuti, ma al contrario per la loro modesta consistenza, capace però di ammantarsi di autorevolezza. E’ un articolo che fa capo a un modo di ragionare, un modo di fare cultura e opinione che molto hanno danneggiato questo paese, molto hanno danneggiato il giornalismo italiano, e molto hanno danneggiato un certo tipo di analisi della realtà, di sguardo intellettuale che avrebbe meritato alfieri più rigorosi e preparati. Della Loggia viene spesso accusato di essere reazionario, ma questo non è il mio punto, questo è anzi l’unico aspetto che me lo rende ancora un pochino attraente. Quello di cui lo accuserei io volentieri, è di essere tanto capace nell’esercizio retorico e nella costruzione sintattica, quanto ignorante e impreparato sugli ambiti che delibera di affrontare. Al di la di una costruzione del discorso pregevole, tra Galli della Loggia e il mio pizzicarolo non sussiste mai alcuno scarto di competenza. Dicono le stesse cose, solo che il mio pizzicarolo le dice in romanesco. Entrambi guardano il mondo dalla loro postazione. Non escono, non raccolgono dati, non si interfacciano con soggetti competenti, non colgono funzionamenti, non conoscono, non sanno – banalmente, non leggono neanche libri. Il mio pizzicarolo, non scrive però sulla prima pagina del Corriere della Sera. Ma la sua idoneità è un problema per il giornalismo.

Della Loggia, sostiene infatti nel suo articolo, che Bibbiano è correlabile diciamo a una eccessiva psicologizzazione dei comportamenti, e mette in relazione quei fatti, ancora poco acclarati, con nuovi fenomeni di cui non conosce la storia e la ratio. Si lamenta di un uso continuo di termini secondo lui psicologici sulla stampa, per esempio il concetto di “disagio” e mette in relazione questo eventuale avvicinamento della stampa alla prospettiva psicologica con altri fenomeni che lo stupiscono, per esempio il ricorso agli insegnanti di sostegno nelle scuole. Appare convinto che ci sia una certa relazione in termini di ideologica culturale tra: giornalisti che parlano di disagio, chiamata degli assistenti sociali nelle scuole, e intervento dei servizi sociali. Che tutto è sovrastimato da un punto di vista psicologico mentre forse bisognerebbe intervenire in altre direzioni, per esempio in termini di contrasto alla povertà e deprivazione economica, nelle aree per l’appunto disagiate. Bibbiano è per lui un pretesto, sa bene che non può parlarne con contezza ma mi pare di capire che secondo lui, potrebbe essere successo questo, che c’è stata una serie di segnalazioni sciocchine ai servizi sociali, diciamo, e che per questa cosa della psicologizzazione una serie di miei colleghi – quelli attualmente indagati – avrebbero inventato dei precedenti psicologici iatrogeni, perché di questo si parla, per via di questa ideologia dominante. Poi dice che dovremmo occuparci invece di altri chiavi di lettura, per esempio il disagio economico.

Devo dire che la parte sull’attenzione al disagio economico, meriterebbe un po’ di rispetto. Anche se io, ho un’allergia di tecnico per la parola disagio, di cui in realtà i veri grandi appassionati sono i giornalisti. Perché è vero che la dove c’è una grave criticità economica l’abuso può allignare con maggior frequenza, e soprattutto trovare meno argini tempestivi. Ma è poca cosa, rispetto al tenore di fondo di un brano scritto da qualcuno che è proprio fuori dalla realtà dalle cose. Che si deve essere fatto un’idea leggendo gli altri giornali che non compra più nessuno e forse riflettendo sulle storie che racconta la nuora, con questo dicompagno del figlio che gli tira le cose a scuola, gran maleducato e ha pure l’insegnante di sostegno. Altro che insegnante di sostegno!
Tutti a parlare di disagio psicologico! Ai miei tempi erano tutte sciocchezze! Ai miei tempi. Dice in soldoni Galli Della Loggia.

Per un verso Galli Della Loggia ha ragione. L’infanzia è una invenzione del secondo ottocento, che ci ha messo anche un bel po’ ad affermarsi, e l’adolescenza un’invenzione del secondo novecento. Quando era piccino il nostro, erano concetti piuttosto recenti, forse un pochino più diffusi – modestamente – nei contesti borghesi. Ma poca roba. I bambini erano appannaggio delle madri, quindi una cosa che non meritava la più blanda attenzione sociale. Una cosa da cucina. Appena uscivano dalla cucina o andavano a lavorare, o andavano a fare figli. I bambini li hanno inventati Dickens, e Darwin. Prima non erano un oggetto meritevole di attenzione. Se ne facevano molti, di questi ne schiattavano, almeno un terzo. Spesso la sopravvivenza era un lusso tale che certo il disturbo psichico era proprio, per tutti, l’ultimo dei problemi. Non è che non esistesse, perché la psicopatologia è una funzione matematica dell’esistenza, non della modernità, per una questione strettamente logica, e anche intuibile, diciamo per la stretta necessità epistemica dell’esistenza del male perché il bene esista, ma insomma quel male li per secoli e secoli non ha avuto margine di redenzione. Ci è voluta la rivoluzione industriale e il successo del capitalismo, perché ci fosse spazio per una domanda sulla salute psichiatrica.

Quindi possiamo dire, che tra la fine dell’ottocento e il novecento, abbiamo inventato bambini adolescenti e psichiatria e psicologia, e solo in termini relativamente recenti, la psicologia infantile e la neuropsichiatria infantile. Faccio presente a Della Loggia che soltanto questa edizione del DSM, il quinto , ha un binario separato per la psicopatologia infantile, ma faccio anche presente – contro tutte le solite proteste sugli indubbi interessi economici che circondano il DSM – che quel binario era atrocemente necessario. Che se noi oggi guardiamo i sintomi di un bambino di quattro anni ritenendoli uguali a quelli di un adulto, potremmo chiamare depressione una patologia organica. Perché la depressione dei bambini, per fare un esempio NON HA I SINTOMI DELL’ADULTO e quando un bambino è assente, poco reattivo, triste e fermo bisogna fare per prima cosa una tac. Non chiamare un assistente sociale.

 

L’emergere dell’importanza della psicologia poi, in Italia ha portato a una costruzione dei servizi per la cittadinanza, che ha anche conosciuto una stagione di gloria, e delle zone del paese in cui si è potuto offrire un servizio alla cittadinanza degno di questo nome. Dopo di che però questa stagione di gloria, è passata purtroppo da tempo, e l’offerta psicologica per un verso, e la questione del sostegno per un altro, sono passate in disgrazia e abbiamo: tagli alla sanità che le regioni spesso risolvono non garantendo personale sul territorio, e una generale assenza di rispetto per le competenze, a fronte di una domanda che è legittimamente sempre crescente. Nel lazio si è fatto un concorso quest’anno, dopo 20 anni di assenza di concorsi, per 30 posti da dirigente psicologo. 30 posti, rispetto all’enormità della domanda, alla gravità dei casi che si presentano, e che vengono attualmente appaltati a tirocinanti che lavorano gratis per un tempo contenuto, sono una cifra irrisoria e ridicola.

Di contro, in parallelo, nell’area degli affidi, la situazione è magmatica e complicata, perché l’investimento pubblico si è ritirato da questi contesti, soldi non ce ne sono, le prassi sono variamente codificate, ma di fatto si lavora sullo zelo di qualcuno, in contesti che al contrario delle panzane di Della Loggia non sono politicamente davvero presi sul serio, o quantomeno non in modo uniforme. Se bisogna fare delle congetture sul rischio Bibbiano su quello che questa inchiesta minaccia, bisogna andare nella direzione contraria a quella indicata dal nostro Meitre a Penser cioè in un abbandono dello sguardo collettivo del servizio pubblico, e di una serie di saperi e di responsablità che il pubblico ha verso i suoi cittadini che non dovrebbe poter scantonare. Perché nel momento in cui nella grande rete del sapere, entra in scena una disciplina, che porta con se una serie di prove importanti, della sua legittimità ad esistere, nel momento in cui cioè si scopre che esistono comportamenti traumatici e iatrogeni che producono conseguenze incancellabili nei comportamenti dei minori, e ne struttureranno il modo di stare al mondo futuro, e un malessere permanente, non è che siccome Della Loggia questi libri non li legge, possiamo permetterci di ignorare la questione.

C’è un segreto classismo, in questo tipo di retoriche, che rinfranca narcisisticamente chi le appoggia. In altre sedi, ho scritto io per prima, dell’importanza delle variabili di classe nell’emergere dei comportamenti psicologici e in questo io e Della Loggia potremmo trovare delle improvvise convergenze. Quando non hai un lavoro è più facile che diventi un padre alcolizzato di quando ce l’hai. Quando hai un asilo nido convenzionato, starai 10 ore al giorno con una persona sana di mente, mentre se non c’è e hai una madre psicotica – te la tieni full time. Tuttavia, è importante non sedersi in maniera rozza in queste prospettive, perché non è tout court una condizione di classe, a implicare un comportamento abusante. Ma è la psicopatologia grave che il contesto non contiene e slatentizza a provocare l’abuso. C’è un sacco di gente scannata che è capace di essere ottimi genitori, genitori amorevoli, e capaci di fare il gesto di Ettore, cioè di mettere i propri figli simbolicamente sopra se stessi, al di la di se stessi mentre le stanze degli analisti che potrebbe permettersi Della Loggia sono piene di figli che avrebbero beneficiato dell’intervento dei servizi sociali. E’ sacrosanto certamente prendere in considerazione le variabili di classe, ma nella misura in cui amplificano fenomeni che hanno altri noumeni, altre cause. Un efficace intervento sociale può aiutare notevolmente, ma non è tutto.

Infine io credo che Galli della Loggia, faccia queste considerazioni perché di fatto, lui a stento fa una cosa, legge i giornali. Nei giornali scrivono altri Galli Della Loggia che parlano di disagio, oppure altri colleghi, come è successo a me in passato, a cui viene chiesto con insistenza di usare termini e concetti adatti alla divulgazione, e quindi facili, elusivi distorcenti. Gli psicologismi da bar che Della Loggia considera zeitgeist in realtà non sono la materia vera su cui gli addetti ai lavori si fondano per argomentare e dirimere situazioni gravi, come quelle che riguardano i fatti di bambini, segnalati ai servizi, riguardano i Galli della loggia che ne parlano e che alla fine hanno un”idea nebulosa di quello che argomentano. Certamente quel tipo di lessico, non giova a niente, e io per prima sottoscrivo, ma allora o si mettono sulle prime pagine altre firme, o si chiede alle firme storiche il rigore divulgativo che merita la prima pagina.

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