Letteratura di evasione

Lo scrittore sulla spiaggia sta nella sua isola incerta e frastagliata, di teli scoloriti e giornali, ma anche bottiglie di acqua minerale, e pasticche per il mal di schiena. Non fuma più lo scrittore sulla spiaggia perché il dottore gli ha detto che non se lo può permettere, e non telefona neanche alla sua amante perché pensa, con modesto struggimento, che sarà piena della vita dell’estate, dell’età che lui non ha, non ci sarà campo pensa lo scrittore, dovrà dire dieci volte COME STAI e gli verrà la voce sempre più forte, scambiando le poche tacche sul display con la lontananza. Ci sarà vento – e si sentirà sempre più vecchio.

Ogni tanto scambierà delle parole, con qualche commilitone, un vicino di ombrellone, un padre volenteroso, che chiederà allo scrittore sulla spiaggia: cosa stai scrivendo adesso, cosa stai facendo? Mi regali una copia del tuo libro? E gli sentirà tante cose nella voce, l’eco del mondo che ha cercato di abbandonare, quello che vorrebbe ancora spiare, dunque l’estraneità del suo passato e la prossimità del suo futuro. Il libro come il giocattolo bizzarro che nasce vicino a poltrone di velluto e non si sporca mai di grasso delle macchine, di bollette, di sudore, il libro come una rosa che fiorisce sui tappeti.

(Lo scrittore allora vorrebbe dirgli che no, non può regalarlo, che ci hanno lavorato tante persone, mica solo lui, che ci sono i correttori, gli impaginatori, i signori che fanno le copertine, i signori che danno consigli, che sul suo libro al negozio dei libri ci sta non solo il suo pranzo e la sua cena, oddio forse no, diciamo il suo ombrellone, ma certo anche l’ombrellone di altri. Ci stanno le macchie di grasso sul libro! Vorrebbe cioè protestare lo scrittore sulla spiaggia –  e invece dice.
Purtroppo qui non ne ho neanche una copia.)

La moglie dello scrittore intanto, veglia su di lui con benevolenza, aggiustandosi il pareo sui fianchi larghi, e gli occhiali severi sul naso che il tempo ha affilato. Era stata una donna bella, scelta però per altre cose – quali un cipiglio solido e orientativo, un’orticaria per le smancerie, una presunta amicizia con la verità da cui poi, sarebbe voluto fuggire, prendersi una vacanza, nelle braccia della sua nevrotica amante.
Che lo attrae invece, per quel poco che si vuole bene, e quel troppo che lo prende sul serio.
(E anche questo, alla lunga, pensa distratto adesso).

Ricorda cioè lo scrittore, ora che la moglie larga e regale incede verso il bar, la severità con cui accolse una delle sue prime dichiarazioni, il suo broncio contratto mentre lui si perdeva nelle metafore spacciandole per amore, il modo con cui lei con un guizzo sovietico nello sguardo gli aveva fatto notare quanto l’ordine della sintassi, e la sfumatura dei significati con cui diceva di soffrire per lei, contassero più in quel momento, dei sentimenti stessi.
Mi sposeresti e lasceresti, gli disse terribile, solo per scrivermi lettere d’amore, per poterle rileggere correggere, limare e migliorare. Mi sposeresti, continuò ridendo in quella prima estate senza mezzi termini, solo per farmi diventare il simbolo di qualcosa che non credo davvero mi riguardi, per parlare di come secondo te va il mondo, di cosa la vita ha voluto dare a te, mi sposeresti per scarnificarmi. 

Poi lo aveva  portato al mare.

(Lui  allora si isola
qui )

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