Prospettiva d’insieme

Tenne un diario per moltissimi anni, questo diario aveva un nome. Da ragazzina era femmina questo diario, e pieno di entusiasmi e impavidi narcisismi, poi era diventato maschio, forse di orientamento sessuale incerto, ma sempre a quadretti, sempre acquistato in un negozio del centro che poteva fornire una serie di specifiche credenziali in fatto di cartoleria – e in questo diario, gli impavidi narcisismi s’erano indubbiamente incrinati. Il diario maschio era grande, con trecento pagine, e siccome lei aveva un disturbo, durava a stento un anno. (Ci scriveva più volte al giorno, registrando l’elettrocardiogramma di tutte le sue storie d’amore – ma anche un gran numero di immodeste velleità speculative – fino a che le sue nevrosi non riuscirono a vincere contro uno che gli venne addirittura ad abitare a casa – il massimo della loro disfatta sarebbe stata la fede al dito- e lei aveva sempre trovato il lucchetto puerile.
I volumi erano archiviati per numero, e ne sarebbe mancato solo uno.

Era infatti successo, intorno al nono volume, che fosse andata a Parigi, si fosse recata in un bistrot, avesse poggiato la borsa sullo schienale di una sedia, si fosse messa a parlare con un amico, un ladro le avrebbe preso la borsa con il diario dentro, le prime cento pagine scritte sul tema centrale di una vicenda amorosa alla sua definitiva conclusione, probabilmente la medesima di cui parlava al tavolo con quell’amico, il quale c’era da dire l’aveva guardata con serietà e abbassato il mento con gravità. Era la prima volta che uscivano insieme, non potevano per nessun conto definirsi amici, assolutamente imponderabile l’ipotesi di colleghi, l’archetipo chiamato in causa sarebbe stato quello dello zio, forse persino del nonno: lei era intorno ai vent’anni, lui intorno ai settanta. Ora pensa, che se il ladro francofono capiva quello che leggeva, magari in un momento di curiosità sapeva di cosa stessero parlando, lei e il suo futuro amico, collega, e magari testimone di nozze).

Dunque la sua collezione di Diari, l’opera omnia delle sciocchezze commesse, ordinate per anno, con una estetica rotazione di colori nei dorsi delle copertine, pensa ora, ha un buco. Un buco di cento pagine, il cui destino le è ignoto, e che segna una specie di fuoriuscita selvaggia di parole private, di viscere e digestioni, di quando era ragazzina e si supponeva avesse uno stomaco forte, e invece tutt’altro. E pure delle cronache ci devono essere – e per quelle prova una stizza ancora maggiore.
Ci si ricorda facilmente quanto si è stati stupidi, è più difficile tenere a mente la regia delle occasioni in cui lo abbiamo dimostrato.

Tuttavia, siccome la grafomania come tutti i sintomi porta pur sempre a dei vantaggi, riconfigurando significati talora latenti talaltra francamente inesistenti. ma che importa, si è affezionata a quel buco della testimonianza, che le sembra una porta tra mondi. Per un verso pensa che il suo diario, con tutte le domande fisiche e metafisiche dell’epoca, possa essere diventato, un comodo supporto per un tavolo, o anche nelle pagine ancora non scritte, l’ideale per la lista della spesa, o anche, una discreta palestra per l’apprendimento dell’italiano con i fascicoli del giornalaio, oppure, aereoplanini per i figli di un ladro francofono, o anche, pane per i topi della Senna. Dall’altra pensa, che mentre consegnava la sua vita privata al ladro francese e i tormenti di un amore perduto, cominciava a parlare con questo suo amico vecchio, che le avrebbe comprato una borsa nuova, che avrebbe sorvegliato la sua vita tutta per molti anni a venire, e ora che ci pensa, cioè fino all’esistenza stessa del diario medesimo, tutte i suoi studi avrebbe seguito, i primi passi nel lavoro, e il complicato lavoro di usuramento della sua falange nevrotica, e quindi le terribili battaglie sentimentali degli anni a seguire, fino a quando il diario era stato definitivamente interrotto, e lui – sarebbe morto.

Tutte  queste cose in effetti lei  le aveva trascritte, , quindi diciamo quel buco nella successione dei suoi diari, aveva anche a fare con un ingresso nella sua vita, di parole di un tipo che escono, e di un altro tipo che entrano. E ora vorrebbe onorarlo, mettendo i diari insieme l’uno dopo l’altro in uno scaffale, ora che con coraggio li ha riletti tutti, li ha diciamo sopportati, aiutata però con le parole che le ha insegnato l’amico ecco, quelle parole che ora sono il suo lavoro, e vorrebbe lasciare lo spazio vuoto, per quel buco vitale che ha migliorato la sua vita.

(Ciao Luigi mi manchi, anche se – senti

qui )

 

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