Sul pittoresco

 

La storia e il tempo cambiano il colore delle parole. Quando Burke scrisse il suo saggio sul bello e il sublime, correva l’anno 1757, e il pensiero dell’epoca intignava le nottate sui canoni dell’estetica, e delle sue relazioni con il nostro modo di pensare – per questo Edmund Burke – lord fuori e quacchero dentro – scrisse un saggio, in cui distinguere sublime da pittoresco: il primo si sarebbe riferito a quelle esperienze estetiche largamente coinvolgenti sotto il profilo emotivo, in grado di suscitare passioni forti, come lo spavento il terrore – esperienze estetiche suscitate da quelle visioni di realtà o di rappresentazione della potenza della natura: un vulcano in eruzione per esempio, una tempesta violenta che si abbatte su una vallata. Il secondo invece, avrebbe indicato la categoria delle emozioni gentili e urbane: pittoresche erano le rappresentazione il cui alla gradevolezza del paesaggio si immischiavano aspetti di disordine, magari un ponticello rovinato, una rovina romana. Pittoreschi erano certi quadri e pittoreschi per antonomasia sarebbero diventati i giardini all’inglese – con la loro deliziosamente perfetta casualità: il disordine profumato di un cespuglio di lavanda tra i sassi. L’erba verde e rigogliosa dei posti piovosi. Entrambe categorie applicabili sia alle produzioni pittoriche, che ai paesaggi osservati, ma pittoresco si rivelava essere un concetto deliziosamente british.

Nel concetto di pittoresco dell’epoca, rimaneva qualcosa di estremamente lieve, una suggestione gentile, una grazia, un’emotività socialmente spendibile: pittoresca era l’arte per le giovani signore, per le tazze di tea, per le risate tra gentiluomini un tantinello reazionari, ma anche per affaristi gradevolmente sentimentali. La rappresentazione pittoresca era quella di certe stampe di Roma antica che ancora allignano nei nostri ristoranti – con la verzura che cresce sull’orlo di un Tevere placido, un ponte rotto su uno sfondo, e magari una signorina con le parannanza stratificata che raccoglie dei fiorellini per esempio. In questo tipo di rappresentazioni, non affioravano amarezze e angosce, tuttavia qualche blanda malinconia: il pittoresco aveva in se l’evocazione dei tempi passati, l’eden dorato che sopravvive in un caos moderato. Un sentore di nostalgia vi era permesso.

Ma anche, un’allegra tolleranza. Il gusto del pittoresco è anche, il canto del cigno di un mondo separato, che può ignorare la morte, in sangue la malattia – il pittoresco è l’arte e l’arredo per il ricchi nel loro tempo libero, per chi si può proteggere in un coinvolgimento all’acqua di rose. Sussiego gentilezza. Non è un caso che lo stesso Edmund Burke che nel 1757 scriveva la sua Philosophical Inquiry into Origin of Our Ideas of Sublime and Beatiful, qualche anno più tardi avrebbe scritto, in un pamphlet, peste e corna della Rivoluzione Francese: con essa certi sguardi e certe percezioni, sarebbero state per sempre negati. Con la rivoluzione francese il pittoresco trova il suo giro di boa – e comincia a diventare il diletto delle sorelle materassi di tutti i tempi.

Non che mancassero le lotte di classe, il sangue e l’arena, prima della rivoluzione francese, ma fino ad allora le signore tutti i giorni, e i signori la domenica e le sera in cui andavano al club, potevano sforzarsi di non accorgersene – fondamentalmente perché fino ad allora avevano sempre vinto, e per giunta, qualcuno li aveva anzi fatti vincere lasciando le cuoia su campi di battaglia ben lontani dal focolare domestico, in posti raccontati e rappresentati ma quasi esotici quanto i nuovi continenti, e le foreste tropicali. Non vado oltre quella che è una mia impressione perché è roba da storici dell’arte che io non sono  – fatto sta che sotto il profilo lessicale, quando oggi diciamo pittoresco, pensiamo a tutte quelle stesse cose, di disordine moderato, di rovina artistica, di elemento suggestivo, ma con ben altro giudizio di valore. Ciò che oggi è pittoresco immancabilmente ci fa sorridere, qualche volta persino ironizzare.

Il pittoresco di oggi ha qualcosa di dolcemente anacronistico, isolato, immaturo. Nella sua sfera semantica è arrivata poi una nuova connotazione. Ciò che è pittoresco è oggi infatti anche profondamente caratteristico: e non solo – la sfera semantica del pittoresco ha cambiato luogo: dall’arte è stata definitivamente estromessa, per diventare un’icona del turismo – e anche piuttosto preziosa – al punto tale che solo raramente riusciamo a fidarcene. Il pittoresco della modernità riguarda infatti un posto che abbia mantenuto le sue connotazioni originarie, la sua identità e la sua spontaneità. Se l’occhio avverte la traccia della simulazione e della ricostruzione, lo charme dell’oggetto osservato va a farsi benedire. Perché un luogo sia pittoresco deve mantenere una sua incoscienza. Per questo il pittoresco oggi è un’araba fenice, un desiderio più emulato che soddisfatto. Non si sa lo sconforto che un turista un pochino smaliziato può avere se per dire fa una gitarella a nel Chianti, o in qualsivoglia paesetto toscano: parte di gran cassa alla ricerca di una bellezza diroccata e naif e ti trova un borgo antico si, ma così lindo e infiorettato, che ogni desiderio di verginità è andato via coll’ultimo bicchiere di vino rosso, anch’esso soavemente corretto con secchi di intrugli e barricato il giusto. Poverannoi. E quando non è così, quando la pittoresticità del luogo non è troppo consapevole, la nuova povertà la distrugge in maniera ancora più infame: le nostre coste un tempo così meravigliose e caratteristiche, sono infangate dall’efficienza della speculazione edilizia – dalla plastica dilagante.
L’autenticità è un valore nominale ma fondamentalmente la prospettiva contemporanea la disprezza.

E infatti – non è un caso, che pittoresco è usato spesso con un certo disprezzo. Pittoresco è l’uomo vestito in maniera stravagante, pittoresco oggi è l’arabo che in un consesso di potere tiene il suo costume nazionale. Pittoresca è la folle pretesa di non rispettare l’omologazione culturale, non già per chi ha un ossequio timoroso verso di essa, ma per una consapevolezza segreta e condivisa che con l’omologazione si dissimula la soggettività, si agisce nei sotterranei di una presunta uguaglianza, si evitano i rischi dell’individualità e si ottiene il dominio. E perciò, il paesaggio pittoresco è certo stimato dall’occhio del turista americano in visita nelle ultime contrade siciliane, ma solo per il breve lasso di tempo in cui può tesaurizzare uno sfondo insolito per i suoi ricordi di viaggio, per i suoi racconti ai colleghi, per il resto, l’attaccamento smanioso alla cultura popolare, la diffidenza nei confronti della piastra elettrica, quelle macchinine così rumorose e piccole, e le buganville, e il sole che si spacca sulle rovine di Siracusa, oh tutto ciò è decorativo si, ma terribilmente improduttivo, e arcaico, e ridicolo.
L’autenticità è un valore nominale. Ma l’omologazione è un potere reale.

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