Combattere i pericoli in casa. Sul Femminicidio

Negli ultimi tempi – forse non solo in Italia – avviene un peculiare iter a ridosso dei fatti di cronaca, che potrebbe essere il segno di un nuovo dispositivo di correzione culturale e di progresso collettivo. Accade cioè un episodio di cronaca, in questo caso un femminicidio – che viene raccontato dai media con toni semplicistici e imbarazzanti, e che spesso si rivelano intrisi di una serie di stereotipi culturali, dopo di che questi articoli suscitano delle reazioni, in diversi canali social –twitter, facebook – reazioni che sono scritte, e che quindi diventano dei punti di vista articolati e interconnessi. A quel punto dagli stessi media arriva una correzione del tiro, una discussione di quei titoli che sono stati giudicati grossolani, e si propone la ricerca di un punto di vista diverso. Accade così che la qualità delle discussioni migliora, e rispetto a un tempo, aumenta il numero di persone che si fanno domande articolate rispetto a questo o a quel fatto di cronaca.
E’ una cosa importante, perché si tende a perdere di vista quanto la cronaca sia l’epifenomeno delle magagne irrisolte della politica pubblica: ogni furto, ogni rapina, ogni delitto – omicidio o femminicidio che sia, sono la schiuma di un fallimento del progetto amministrativo, stanno li a dire dove nella casa in cui abitiamo c’è un ballatoio pericolante, una presa scoperta, una porta che non si chiude. La maltrattata cronaca, guardata sempre con supponenza, è il termometro dello stato di salute della cosa pubblica. Qualsiasi delitto perciò, qualsiasi romanzo abbia a monte, merita una attenzione politica e amministrativa. E andrebbe trattato come un sintomo grave, che deve generare domande preoccupate – per esempio pensate per i più piccoli che abiteranno la casa. E se il giornalismo ha ancora una funzione, e io credo che ce l’abbia, il suo ruolo di oggetto intermedio tra cittadinanza e cosa pubblica, ha questa responsabilità: informare per un verso, per un altro, fare le domande giuste.
Quello che allora succede, è che spesso il nostro giornalismo di cronaca non riesce ad assumere da subito questo ruolo, spesso si schiaccia troppo nell’identificazione con il pubblico, con giornalisti che non scrivono né più né meno quello che direbbero alla moglie a casa, incoraggiati dalle direzioni di testata. Infatti, il settore è in crisi, e si creda che l’unica sopravvivenza sia la compiacenza, e si decide di scrivere sui giornali quello che le persone potrebbero dire anche senza, in modo che la difficoltà non li allontani. Per questo, la critica che viene dalla rete, è qualcosa che fa bene a tutti: cinicamente mi viene da pensare che, proprio per quella compiacenza, la critica aiuterà il dibattito pubblico ad alzare il tiro.

Ora qui abbiamo questo delitto nella vicenda di cronaca, ossia un femminicidio – un tipo di delitto ricorrente in Italia. Sta a significare, che oltre al tetto pericolante, oltre al ballatoio che trema, e alla spina che può dare la scossa, nella nostra casa c’è un pericolo specifico che riguarda le bambine. Le bambine della nostra casa – quelle cioè che per ora portiamo a scuola con la cartella, o quelle un po’ più grandicelle che cominciano ad avere un fidanzato, o a desiderarlo a casa propria corrono un rischio, perché poniamo ci sono dei frutti velenosi, che le ammazzano. Se la mettiamo così – ogni volta che una figlia del paese perde la vita, non è questioni di giganti buoni, di amori malati, e fregnacce di vario ordine e grado, che denotano anche una sorta di pigrizia nell’esercizio della professione, ma una questione di domande specifiche che hanno una ricaduta politica: come mai nella nostra casa ci sono dei frutti velenosi? Possiamo individuare delle ricorrenze? Ossia gli omicidi hanno delle cose in comune? Le donne vittime hanno degli aspetti in comune? Le relazioni con gli uomini che le uccidono hanno degli aspetti in comune? Esistono agenzie a cui possiamo rivolgerci che ci rispondano su queste domande? Esistono protocolli e codici che fronteggino questa emergenza? Sono sufficienti? Cosa si potrebbe fare in più? Ora io qui provo a rispondere a queste domande, sulla scorta della mia esperienza professionale nel settore. Considerate però queste risposte un punto di partenza e non un approdo. Una specie di riflessione preliminare.

1. Possiamo individuare delle ricorrenze? Gli omicidi hanno qualcosa in comune? Le vittime hanno qualcosa in comune? Le loro relazioni hanno qualcosa in comune?
Chi lavora con le vittime di violenza specie mantenendo una prospettiva clinica – individua diverse ricorrenze. La morte, ma anche le molte forme di violenza fisica che non giungono alla stampa, arriva in relazioni patologiche dove c’è una donna che rifiuta una relazione con un uomo. Spesso hanno avuto un rapporto, ma lei non ha intenzione di proseguirlo. Nell’ultimo fatto di cronaca, la relazione era di amicizia, ma la donna non aveva intenzione di andare oltre – i giornali ora dicono, anche a causa del suo orientamento sessuale. La mia congettura, è che però la psicodinamica degli eventi sia piuttosto simile alla maggior ricorrenza di casi di femminicidio. Come spiegava spesso Anna Costanza Baldry, che mi fa piacere ricordare qui, il femminicidio non avviene maggiormente in situazioni dove c’è una forte psicopatologia di entrambi i partner, per il semplice fatto che in quel caso, i partner non si lasciano, la fusionalità si mantiene, e abbiamo tuttalpiù relazioni profondamente violente che possono durare una vita intera, e difficilmente si romperanno. Il femminicidio – se si studiano da vicino le storie delle donne vittime, riguarda relazioni di modesta durata, se non del tutto assenti, dove c’è una prima vicinanza provvisoria delle parti, poi la donna per diversi motivi, compresi i comportamenti patologici e ossessivi, decide di chiudere. Spesso è cosa di mesi, o di pochi anni. In generale la combinazione più ricorrente che capita di osservare è quella di un partner con una problematica più importante, che riguarda la costruzione della personalità e il suo funzionamento, che entra in contatto con una donna che invece attraversa uno stato di transitoria fragilità, una depressione reattiva diciamo noi in gergo, dovuta a qualche episodio difficile della sua vita una grave malattia, un lutto, un divorzio. La ricorrenza che chi si occupa di violenza di genere riscontra, è che questo tipo di relazioni sono connotate da una grande fusionalità e un bruciare le tappe immediato. Il partner uomo, cioè si mostra immediatamente molto prodigo, innamorato, generoso di doni e di attenzioni, bruciando cioè anche molte fasi intermedie: non sta decidendo psicologicamente se quella donna lo interessa, sceglie con un senso di immediatezza totalizzante – spesso per esempio è da subito e già in casa, spesso propone velocemente la convivenza. Spesso è all’apice dell’amore ai primi giorni. Non è elegante citarsi, ma nel mio libro sullo stalking, una delle cose su cui invitavo a riflettere le giovani donne, è questo bruciare le tappe. Un uomo che ti ama senza conoscerti per niente, è un uomo che va a rincorrere qualcosa che non sei tu. (su questo punto tornerò dopo). Quello che infatti succede è che quando anche in virtù di una relazione iperamorevole la donna si sente più forte e la interrompe, siccome quell’esondazione di attenzione era correlata a un bisogno abnorme e patologico, quel bisogno esploderà generando delle reazioni aggressive e incontrollabili, da parte del futuro omicida che vanno in una escaletion – quella che nei centri antiviolenza è nota come la spirale della violenza – che poi esitano nell’omicidio. Che ci sia del patologico di mezzo, per me è fuori di dubbio, perché il comportamento è profondamente antiecononomico: l’uomo infatti ingaggia una serie di comportamenti che producono una falsa incorporazione ma si garantiscono una lontananza. La donna ha sempre più voglia di scappare, e in lei germogliano sentimenti sempre più ostili.

2.Esistono protocolli e codici che aiutino a fronteggiare questo problema? Agenzie a cui ci possiamo rivolgere?

Esistono, ma sono iinsufficienti, non coordinati tra loro, e sguarniti di risorse economiche – perché una cosa è certa, per riparare un danno alla casa ci vogliono soldi, e non dichiarazioni di intenti. Al momento i protocolli che vengono messi in campo a volte sono di aiuto – ma non fanno molto di più che suggerire alle persone cosa devono dire: allora sono stati pubblicizzati dei protocolli che aiutassero gli iter di denuncia, o protocolli che aiutassero per esempio i medici di pronto soccorso, quando arriva una donna vittima di violenza, e spesso tutti sanno un po’ meglio cosa dire (forse, dovremmo suggerire un protocollo per i giornalisti, a tal proposito) ma il dire non basta, perché il problema è inerente il territorio, e può essere non dico risolto ma almeno fortemente ridotto, con interventi sul territorio. Esistono per altro anche delle agenzie a cui ci si potrebbe rivolgere, e io ne individuerei due possibilmente in partnership tra loro (facile a dirsi, meno a farsi). Da una parte esiste oramai una sapere di psicologi, psicoanalisti, psicoterapeuti e psicologi sociali sulla violenza di genere, che si raccoglie intorno a convegni e bibliografie e che si sgola da tempo su questi fenomeni e su quello che sarebbe opportuno fare. Dall’altra c’è l’enorme esperienza dei centri antivolenza, delle persone che ci lavorano, dei dati di cui dispongono, e delle difficoltà che incontrano. Gli uni e gli altri hanno un grande sapere dietro le spalle, e hanno diverse idee su cosa è opportuno fare. E magari lo fanno anche, ma essendo operazioni che vengono dal basso, non riescono mai ad arrivare a una copertura nazionale, e rimangono iniziative che hanno una connotazione transitoria. Per fare un esempio: agenzie della rete DIRE particolarmente forti, fanno facciamo conto un ciclo di incontri presso i commissariati per spiegare come funziona la violenza di genere e studiare insieme un protocollo di intervento. Non li faranno su tutti i commissariati del paese, e oltre tutto questi incontri non reggeranno l’impatto del turn over dei dipendenti. Perciò quel lavoro avrà un effetto locale e di durata che potrebbe essere circoscritta. Potrebbe arrivare dopo un capo della polizia che ribadisce quanto appreso nel ciclo di incontri, ma anche quello che si dispone a cancellare tutto. Così come ci sono alcuni consultori che fanno una preziosa attività di intervento nelle scuole sui temi del sesso e della coppia e della relazione, ma sono alcuni si, alcuni no – alcune scuole aderiscono e altre no – non possiamo contare su una copertura di tutti gli istituti di formazione. Questo anche perché, si diceva, oltre al fatto che le iniziative sono frastagliate e localizzate, non vengono elargiti fondi: e il lavoro si paga. Se non ci sono soldi molte idee non possono essere messe in pratica.

3. Cosa si può fare di più?
Abitiamo dunque in una casa che tra i tanti pericoli ha questo: ci sono delle aree pericolose dove le figlie si possono far male. Possiamo anche dire meglio, dal momento che essere omicida non è una botta di benessere e neanche picchiare qualcuno che si dichiara d’amare è tutta questa gioia, anche i nostri figli maschi, nella nostra casa, corrono dei pericoli. La metafora secondo me ci aiuta, per individuare tre direzioni di intervento.
La prima riguarda la prevenzione del pericolo. Il dibattito è ampio, ma io penso che la prima questione sia quella di riuscire a intercettare le psicopatologie gravi e franche, e drenarle tempestivamente a un percorso di cura e contenimento. Questo vuol dire potenziare l’intervento psicologico nelle scuole, potenziare l’organico dei consultori e di tutto il sistema di salute mentale. Sono pronta a escludere, che un uomo che ammazza una donna che dice di amare, magari togliendosi poi la vita a sua volta, non abbia manifestato già in adolescenza segni di malessere che potevano essere raccolti e incanalati.
In questa logica di prevenzione io vedo anche un discorso da fare sul piano culturale. Personalmente sono molto perplessa quando si imputa al maschilismo un omicidio – perché il maschilismo è un partito politico, non una diagnosi psichiatrica. Io, ma è una distinzione mia, discrimino sempre tra contesti sociali misogini e contesti sociali maschilisti. I contesti sociali misogini sono quelli in cui c’è una franca psicopatologia diffusa che si culturalizza e si trasforma in una vendetta col femminile. In Italia è stata presente a lungo, e continua a esistere a macchia di leopardo, ma non identifica la totalità del territorio e a essere onesti manco la maggioranza. Esiste invece una cultura maschilista, che è una soluzione rispettosa delle donne, proponendo una divisione dei ruoli molto rigida. Io personalmente non voto quel partito, lo trovo nemico del progresso – e penso che costi benessere a molte e molti, ma mi sento disonesta a dire che non ci siano donne che ci campino benissimo, che sono felici e che formano con i loro partner coppie di genitori capaci. Però devo dire che il problema politico del maschilismo, è che nella sua divisione rigida dei ruoli e nella diversa priorità assegnata a uomini e donne nella sfera pubblica, finisce con il considerare non importanti i provvedimenti contro i pericoli che corrono le vittime di violenza. In questo senso, la cornice culturale del maschilismo è una delle principali cause della mancanza di investimenti politici nel contrastare il problema, o nel parlarne. Per questo, siccome l’amministrazione della casa è un tema politico, parte del nostro problema è combattere quello sguardo politico che non ci aiuta a ripararla. Discutere con la prospettiva maschilista e metterla in discussione, probabilmente non diminuirà tout court gli atti di violenza – ma diminuirà il numero di circostante in cui possono fiorire, e aumenterà il numero di rimedi su cui poter contare.

Ora, siccome la casa è grande e mettere tutti questi dispositivi, nella migliore delle ipotesi implica tempo e denaro, noi dobbiamo fare altre cose. Nelle nostre abitazioni, in attesa del tecnico che ripari il danno, noi ci diciamo cosa evitare per evitare di farci male. Perciò è importante lavorare con i giovani e le giovani per mettere in luce immediatamente quali modalità relazionali devono suscitare allarme. La letteratura specializzata offre degli spunti di riflessione, perché come si diceva sopra le relazioni che generano in stalking e violenza hanno molti punti di ricorrenza, e allora può essere molto utile mettere in guardia le giovani donne dai comportamenti che hanno l’odore di quella ricorrenza, anche se possono essere apparentemente molto lusinghieri perché vengono letti con grande interesse. Grandissimi interessamenti troppo precoci – regali fuori misura, gelosia esagerata, un generale bruciare le tappe e una mancata difesa dei propri spazi e dello spazio dell’altro, devono mettere sull’allarme. Ci si deve chiedere se l’altro è in grado di reggere l’assenza.

Infine, come spesso accade nei grandi edifici, quando c’è una parte pericolante e sinistrata – bisogna tenere in vita parti della casa dove poter andare quando si cade nel pericolo e il pericolo si fa consistente. Questi posti sono i centri antiviolenza per le donne, ma mi piace anche pensare che siano anche i gruppi di uomini, anche se hanno una efficacia ancora da dimostrare – il fatto stesso che esistano, è un messaggio politico di una casa che è di tutti e che si occupa di tutti. Ma perché questo ci sia occorrono naturalmente intenzioni, finanziamenti, e quindi – per chiudere il cerchio un’azione dei media – che da sempre sono il canale di comunicazione tra cittadini e cosa pubblica in entrambe le direzioni, che dimostri quella necessità anziché fare romanzetti di basso rango.

Un pensiero su “Combattere i pericoli in casa. Sul Femminicidio

  1. Dottoressa, a parte i complimenti e il generale consenso su quanto scritto, dato che comunque sull’argomento femminicidio il parere maschile rimane doverosamente in secondissimo piano, mi domandavo: figure come quelle da lei descritta di uomini che “forzano le tappe” e propongono/impongono relazioni squilibrate e inevitabilmente violente, al femminile, come si inquadrano? Non esitano usualmente in assassinio, pare, ma derivano dalla stessa patologia emozionale?

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