la poltrona dell’elefante

Si trovò a pensare alla cura come a un cambiamento di piano, un cavallo su cui salire, o ecco, pensò meglio, come alla proboscide di un elefante lento e gentile, che ti solleva dalla melma della trasparenza e ti consegna piano, più in alto, sulla poltrona autorevole della responsabilità. Ecco, dice l’elefante, ora scoprirai una cosa che non sapevi. Anzi, dice l’elefante, sono due le cose che devi scoprire.
Ora devi scoprire che puoi ferire, e devi scoprire quando lo hai fatto e non pensavi che fosse possibile.

Perché – continuò a pensare – la terapia finisce, e l’elefante ti lascia solo sulla poltrona della responsabilità. Si sta su questo trono che fa tenere la schiena ritta, come le sedie degli imperatori delle fiabe, e l’atmosfera i primi tempi è davvero regale persino elettrizzante. L’elefante non lo dice mai, ma sullo schienale di quella poltrona ci sono rubini e diamanti, gioielli notevoli, le forme imperfette dell’ infanzia che sono diventate preziose – addirittura.
(E allora, anche lui aveva assunto pose fascinose, e al tutto nuove. Si era esercitato a fare il monarca del presente: s’aggiustava mantelli di ermellino, teneva la testa dritta per non far cadere la corona. Stava sul trono, masticava libertà e qualcosa di somigliante al potere.
Si ritrovò a pensare a quel periodo, quando fece quei gesti incredibili, pazzi, impensabili. Si innamorò per esempio. Mise al mondo dei bambini. Aprì un ristorante, rispose impertinente alla suocera, abbracciò pure un amico.)

Per un po’ ci si dimentica della profezia dell’elefante. Tornò a riflettere. Tutto sommato, ci si sente sempre la stessa persona, ossia quella sul trono regale, ma simultaneamente la stessa che stava nella melma della trasparenza – e non ci si accorge di quanto, il cambio di posizione trasformi il modo di vivere, di pettinarsi, di pagare il conto del barbiere, e di spostare le sedie delle signore. Ma soprattutto, sulla poltrona dell’elefante, vengono spontanee cose come la tristezza e la carezza – ci si commuove al cinema per esempio, o si parla sottovoce a una ragazza troppo magra.
Ora però si trovò ad ammettere, che a un certo punto imprecisato della vita, anche se l’elefante non entra nel dettaglio, ma quando l’abitudine all’amore smette di essere lusso, e diventa qualcosa di domestico anche se certo mai ovvio (a questo non è dato arrivare) quando insomma si baciano le figlie femmine per portarle a scuola, o si aiutano i vecchi padri sulla sedia a rotelle, a un certo punto si guarda al passato, e si vede il male, che involontariamente si è fatto.

E questo è l’aspetto amaro e doloroso della poltrona dell’elefante. Dopo un po’ che uno ci accomoda, arriva a vedere il proprio passato, all’improvviso se ne hanno gli occhi e il tempo, e si osserva con vergogna se stessi in lontananza, quando ci si credeva trasparenti e rumorosi invano, e si dicevano freddure di gelo, si voltava le spalle credendo che non sarebbe stato importante, si era scostanti per proteggersi, sgraziati e cattivi. E non si può scendere a chiedere scusa, non si può correre a spiegare che non si credeva, non si voleva.

Per non parlare di chi si amava e si maltrattava, con la levità tipica degli infelici – che non sanno riconoscere una mela sana da una stregata.

(qui)

 

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