sulla diagnosi

 

Premessa. Vorrei scrivere un post sul disturbo narcisistico di personalità, mettendoci in mezzo anche testi che sto leggendo in questi giorni, e anche certamente la mia esperienza con la diagnosi. Mi preme però fare un discorso generale sulla questione diagnostica, e sull’uso delle parole che combaciano con le parole della diagnosi -perciò ne faccio un post a parte, che potrà essere utile non solo a quello sul narcisismo ma in generale alla complicata questione dell’uso dei concetti che che sono del gergo psichiatrico e psicologico.

Capita spesso nel nostro parlare, di utilizzare lemmi che hanno una doppia evocazione: una che riguarda l’uso comune di quella parola, il significato che ha nella vita quotidiana, e l’altra che riguarda un lessico scientifico di riferimento – nel nostro caso specifico: psichiatrico. Per esempio se diciamo che una certa persona è depressa, possiamo pensare al fatto che appare spesso sotto tono, con un volto che sembra tenere a mente delle preoccupazioni, che è poco incline a fare delle proposte e a prendere delle iniziative. Ma se parliamo psichiatricamente di depressione invece, potremmo trattenere alcune di quelle frasi, per esempio anche psichiatricamente diciamo che quella persona appare sottotono, ma aggiungeremmo molte altre cose, anche considerando che ci sono diversi tipi di depressione, alcuni dei quali  non escludono affatto che una persona prenda delle iniziative. Ci faremo delle domande sull’intensità di un certo disturbo, sulla durata di quel sintomo, e sulle occasioni in cui è emerso. Constateremo dei punti di contatto con l’uso quotidiano della parola e delle divergenze.

A queste divergenze, il senso comune non di rado riesce ad arrivare. Tuttavia, soprattutto quando si entra nell’ambito della psicoterapia, la diagnosi corretta diventa un processo lungo con altre articolazioni per cui quella singola parola da sola non basta, e fare una diagnosi vuol dire interrogarsi su altre cose. In primo luogo si terrà a mente per esempio c’è una scala di intensità del sintomo, in secondo luogo si esaminerà  la quantità di risorse di cui dispone un paziente,  e in terzo luogo ci si interrogherà sulla presenza di altre sintomatologie che si intreccino alla diagnosi principale.

La questione dell’intensità e delle risorse è importante e riserva delle sorprese rispetto a ricorrenti semplificazioni culturali per cui spesso nell’arte, nel cinema, nella letteratura  si tende a vedere nei sintomi i segni di una creatività per un verso, di una ribellione per un altro, di una impossibilità di riduzione della soggettività per un terzo. In realtà più un sintomo è pervasivo, intenso e magari di remota insorgenza, quindi cronicizzato, più funziona come l’allagamento in una casa, che rende le stanze inagibili e in casi estremi fa saltare l’impianto elettrico. Sintomatologie gravi ottundono la capacità di rappresentazione di se, di espressione della soggettività, di espressione della creatività. Quando queste caratteristiche invece  permangono, vale l’esempio della casa allagata,vuol dire che ci sono dentro casa delle risorse che arginano l’allagamento, si prendono provvedimenti, rimangono alcuni spazi liberi ed agibili dove la soggettività si estrinseca. Questo porta a considerazioni che devono essere realistiche e che sono politicamente rilevanti per quanto possano essere con grande fraintendimento, giudicate politicamente scorrette. Una schizofrenia grave e pervasiva non fa diventare nessuno né genio del bene né genio del male, fa diventare ripetitivi e fondamentalmente noiosi per non dire respingenti. Quando una persona con una diagnosi di schizofrenia ha delle aree creative, quelle sono le parti sane della sua soggettività non un fantastico parto libertario del suo malessere. Quando una persona gravemente depressa scrive un bel libro sulla depressione, quella persona ha una parte sana che sta leggendo la sua parte depressa, e lavora e lotta. E’ una cosa importante questa, perché ha conseguenze politiche importanti e anche pratiche: lo psicoterapeuta infatti lavora con quelle parti sane, si allea con quelle parti sane, si mette nelle stanze non allagate della casa e dice, vediamo che possiamo fare di quelle allagate. Di contro dire che tutti ci hanno degli spazi di manovra (vedi mancato adempimento della legge 180 per delle strutture adeguate all’utenza) vuol dire mettere delle persone nella desolata situazione di non poter fare niente, di non poter essere sostenute.
La gravità di un sintomo non la da mai il nome di una diagnosi possiamo aggiungere, la da la flessibilità con cui si propone. Se una persona va in ansia solo quando il figlio esce e non sa quando torna è un conto. Se va in ansia quando il figlio esce e non sa quando torna, quando deve parlare con un collega, quando deve preparare le valige, quando deve invitare i genitori a cena e via di seguito – è un altro. Perchè quella persona non farà molte di queste cose.

In secondo luogo, queste diagnosi non stanno mai da sole, e la fermezza di un’etichetta diagnostica è una comodità comunicativa, piuttosto che una verità materiale. In fondo, i sintomi sono strategie imperfette di adattamento a occasioni che mettono in crisi, ed è facile comprendere come ce ne possa essere più d’una nella stessa personalità. Una persona con un organizzazione narcisistica di personalità può avere per esempio un disturbo alimentare, ma anche un disturbo ossessivo, oppure può avere una dipendenza di qualche tipo, può anche – anzi, è più frequente di quanto si creda – avere due delle precedenti caratteristiche sintomatologiche unite a una profonda depressione. Sono batterie di risposte diverse, a fronte di una difficoltà di stare al mondo.

Infine, una osservazione analitica. Mi ricordo con un sorriso, ma mi fece anche molto riflettere, una scena di habelus Papam, dove lo psicoanalista Nanni Moretti prende in giro la sua ex moglie e collega. Dice di lei che per lei tutti i pazienti avevano come problema scatenante e originario la deprivazione materna. Ma può essere tutto sempre la deprivazione materna? Questa cosa mi fece molto ridere, perché metteva l’indice su quella che certamente è una semplificazione che tenta le formazioni analitiche, un sempre andare a parare li, un risolverla così, che uno dice è anche un po’ furbo perché la madre oramai ha fatto quello che ha fatto si fa quel che si può non resta che scuotere il capo mestamente.

Eppure, più lavoro, più devo dire, mi impressiona coma alla fine la costruzione della nevrosi cominci con un accudimento difettoso, poi inciderà la biologia dei soggetti e insieme alla biologia dei soggetti gli eventi successivi nella vita faranno la loro parte, ma l’albero delle diagnosi, diagnosi molto diverse tra loro, spesso ha questo tronco comune della genitorialità per un verso o per l’altro deprivante, vuoi che sia deprivante perché non responsiva, o perché intrusiva o perché proprio abusante. A quel punto poi a seguire la storia di una risposta sintomatica, si affonda sempre in quel tronco unico, poi si vedranno gli itinerari e le variazioni, e quegli itinerari saranno fondamentali per trovare le risorse.

Tutte queste cose potremmo ora applicarle al narcisismo. Dovremmo perciò ricordare che esistono due modi diversi di intendere il termine, uno colloquiale e uno tecnico,  che esiste una intensità del sintomo narcisistico, che ne designa la trattabilità e i margini di manovra, che esiste una comorbidità del narcisismo con altre diagnosi, e che anche i difficili narcisisti hanno mosso i loro primi passi nel mondo con dei genitori particolarmente inadeguati.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...