Viviamo in una società narcisistica?

Anche per il narcisismo possiamo dire, che occorre distinguere un piano del discorso pubblico, e un piano del discorso clinico. E’ una distinzione molto meno ovvia di quel che si crede, perché la sua confusione è particolarmente confortante per chi ne è autore.   Tra i tanti aggettivi vicini alla clinica che vengono usati con disinvoltura, il termine narcisista mette insieme diagnosi e accusa, patologia e sanzione, e di conseguenza procura un inestimabile senso di riscatto, che la fortifica e l’incoraggia, anche in colleghi prestigiosi e veramente stimabili. I due usi diversi, rimanderebbero infatti spesso a due considerazioni emotive diverse. Quando si usa l’aggettivo narcisista in termini comuni e colloquiali in mente si ha la sanzione per un comportamento egoista, quando invece si usa il termine clinico si hanno in mente le cause e le sofferenze, perciò si tende a mantenere uno sguardo come dire, più affettivo e comprensivo. Il narcisista è uno che combatte come noi, con altri mezzi. Tuttavia, il sapore clinico e psichiatrico della parola nell’uso colloquiale, si avvantaggia anche di una difficile modificabilità, e quindi regala una segreta punizione: vedete questo stronzo, pare dire, è un caso psichiatrico, un cattivo irredimibile, per lui ci vuole uno bravo.

Sono sempre molto perplessa quando si parla con disinvoltura di società narcisistica nei libri di nomi famosi della ricerca analitica. Perché alla fine, noto che anche i migliori – contestualizzano il disturbo narcisistico di personalità che ha una serie caratteristiche sue proprie in una società narcisisticamente orientata che però è definita tale in virtù dell’uso colloquiale del termine, non in virtù di quello clinico e questo attrito, restituisce la sensazione di una operazione strana, emotiva, verso un certo contesto culturale, piuttosto che un’analisi stringente di un fenomeno.

Per esempio nella esaustiva trattazione di Gabbard sulla diagnosi in questione (il disagio del narcisismo, 2019), si sostiene una teoria del narcisismo per la società in base all’ingresso dei social e degli smartphone nel vivere civile. Dove Gabbard dice cose come, per tutti è più importante farsi vedere fotografati fare una cosa che fare quella certa cosa! Per i giovani è più importante l’immagine che hanno di se che quello che veramente sono sul piano relazionale! Contano più i like che riceve una signora del suo marito! Su venti pagine di capitolo sulla società narcisistica di oggi, pare che l’unica cosa da dire sia: con tutte queste diavolerie, questi brutti telefonini che la gente si porta in giro, non è più come una volta sono tutti narcisisti ah i giovani d’oggi. Vogliono tutti essere premiati per l’idea che danno di se.

Però, come vedremo meglio, il narcisismo non è tout court semplicemente il comportamento di chi vuole essere riconosciuto, e apprezzato ossessivamente – questa è la ricorrenza clinica del comportamento agito, che si aggancia con l’uso comune del termine. In ogni caso da una parte è una ricorrenza di comportamento che risponde a una necessità nevrotica profonda – dall’altra chi veramente abita il contesto dei social attivamente constata quanto l’uso narcisistico dello spazio social è ristretto a una fetta ristretta di persone: io che sono molto nei social constato che della mia bolla di contatti privati compresi quelli fuori dai social, tra amici e parenti, solo una ristretta percentuale usa facebook twitter snapchat o instagram, di questa ristretta percentuale, molti sono sui social ma ci scrivono raramente, o non ci scrivono affatto, e le persone che fanno un uso narcisistico del social – come me per esempio che scrivo per essere letta, ogni tanto metto una foto, ogni tanto piazzo una battuta di spirito che richiede l’apprezzamento altrui, sono veramente pochissime. Chi sta nei social sa in realtà, che solo una ristretta minoranza, li usa in modo narcisistico – la ristretta minoranza che trova corrispondenza a una precedente struttura psico(pato)logica. Anzi, capita spesso di parlare con persone che capiscono il vantaggio professionale e relazionale che potrebbe derivare da un uso narcisistico dei social, ma essendo quell’uso la traduzione di un comportamento psicologico, non riescono, non gli viene spontaneo, ne soffrono – per loro è estremamente faticoso.
Gli introversi non sono in estinzione – semplicemente, rimangono introversi.

La teoresi della società fondata sul narcisismo comunque è anteriore alla lettura di Gabbard, e per me, provocatoriamente, ha anche a che fare con una reazione di classe per un verso, e diciamo di aspetti ombra per un altro, di fronte all’emergere di una nuova categoria di individui che si sono potuti rendere visibili, grazie a una stagione di democratizzazione dei beni, e dell’accesso all’ascensore sociale e alla vita pubblica. Non sono sicura che i narcisisti siano aumentati per una diffusione della diagnosi, sono diventati visibili quelli che prima invece morivano di parto alla quinta gravidanza, finivano a fare gli operai in fabbrica, e le loro vite non erano scritte da nessuna parte.  Questi narcisismi  si esercitavano a mensa o alla riunione sindacale, ma non potevano arrivare a nessuno fuori da quegli ambiti e quindi non è che se ne occupassero i vari Recalcati, stavano fuori da dispositivi di immagine, di linguaggio che li rendessero soggetti visibili nel discorso culturale. Sono allora aumentate le occasioni di diritto alla visibilità e indubbiamente la visibilità innesca dei dispositivi relazionali e collettivi, per cui insieme alle modalità narcisistiche, sono cambiati i processi di socializzazione, si sono velocizzati i ritmi nella creazione di gruppi di affini, che i social ora rendono vorticosi. Sono aumentate tantissimo le persone che hanno il potere di una visibilità esistenziale. Diventano particolarmente notabili, a soggetti che ne condividono l’impianto di personalità, alla sorpresa di classe, per cui vecchi baroni di elite altoborghesi rimangono sbigottiti da quanti nuovi soggetti salgano sul palco della visibilità sociale, si aggiunge la sorpresa dell’ombra – carriere sostenute da bisogni narcisistici come quelle dei grandi analisti e analisti sociali rimangono sbigottite dalla concorrenza di quelli che con una certa fatica potrebbero essere definiti loro simili.

Il fatto è che quando chiamiamo in causa una diagnosi per utilizzarla nel suo potere metaforico, nel descrivere delle caratteristiche sociali, dovremmo smettere di usare solo la costa dei sintomi tipici della diagnosi, ma dovremmo pensare alla causa ma anche allo stato emotivo predominante in quella diagnosi. Una società depressa, non è solo una società che non muove passi, ferma, addormentata, disfattista, ma anche che ne so, biologicamente condannata a un tono dell’umore doloroso, e anche condannata da un desiderio di autoaggressione, e via a ritroso a scavare nell’infelicità che connota la depressione. Una società narcisisticamente orientata, non è solo una società che utilizza comportamente propri delle difese narcisistiche, ma deve essere popolata da una consistente, maggioritaria schiera di soggetti che utilizzino quelle difese per controagire una depressione e un malessere cogenti ma blindati, scissi, che sono lo stato permanente delle sindromi narcisistiche, e bisogna offrire una spiegazione culturale politica sociale ed economica perché la metafora rimanga calzante.

Quello che forse si può dire adesso è che, il capitalismo avanzato, con o senza network, e specie in un regime di contrazione delle risorse sta chiedendo sempre di più un piano della competizione che includa oltre alle competenze le connotazioni soggettive della personalità, una tendenza che trascende i social, e riguarda anche altri contesti. Esiste una specie di brandizzazione del modo privato di essere delle persone, del loro carattere, della loro biografia, del loro modo di fare. C’è una specie di vento che soffia e incoraggia a vendersi come un pacchetto sul mercato dello scambio esperienzale. Lo si vede nelle scelte dell’editoria, Lo si vede nel successo dei reality, lo si vede nel crescente peso della psicologia del lavoro, ma anche nella nascita di questi nuovi personaggi che sono i coach, e che tendenzialmente sono degli allenatori della psiche intesa come business. Se metaforizziamo questa tendenza come un vento, e tratteniamo la metafora, possiamo allora riflettere sul fatto che: ci saranno aree sociali dove soffia in modo meno forte, o addirittura per niente, dove invece va a forza dieci – e dovremmo riflettere sulle diverse psicologie che abitano il territorio dove soffia questo vento, tenendo bene a mente che sono diverse hanno storie diverse, strutturazioni diverse. Alcune proveranno un grande disagio, e un senso di dolore e di fatica, qualcuna si piegherà fino a non farsi vedere. Alcuni fortunati, narcisisti di medio basso lignaggio, o narcisisti curati da psicoterapie, sapranno veleggiare sapendo giostrare la barca per toccare la riva e lasciarla, riuscendo ad andare dove vogliono. I narcisisti più gravi, gravi per delle questioni loro completamente indipendenti dal vento che soffia, potrebbero finire alla deriva.

3 pensieri su “Viviamo in una società narcisistica?

  1. Dal mio punto di vista con o senza social la società è divenuta psicotica e nel suo senso più profondo non nel senso di folle o pazzia. Il mondo secondo me ha attraversato varie fasi psicologiche (intendendo per mondo lo sviluppo dell’umanità). All’inizio era biologicamente schizofrenica e poi si è passati da vari stadi, potremmo ad esempio dire che il Medio Evo è stato il periodo dell’Ansietà, fino ad arrivare ad oggi che c’è una psicosi simile a quella che potrebbe avere un serial killer, mancanza di empatia, freddezza totale nei confronti dell’altro, egocentrismo profondo, e senso di sopravvivenza predatoriale piuttosto che senso della vita. Mancanza di emozioni. Mancanza di amore.

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    • Benché io condivida la fascinazione delle metafore cliniche per dire cose sul mondo contemporaneo – cosa che per altro sto facendo anche per il mio prossimo lavoro – invito a una certa cautela. Perchè alla fine si strumentalizza la clinica per usare delle parole generiche, da applicare a contesti troppo variegati. mancanza di empatia, di amore, etc. ma non sono un po’ troppo clichet? e perchè dobbiamo dirlo di tutti? su cosa nel dettaglio si incardina questa cosa? psicosi nel senso antico ma che vuol dire? La sociologia spesso cade in un che di poco rigoroso, a volte mi pare che quando si faccia una sorta di sociologia psicoanalitica non vada meglio.

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