Narcisismo, la diagnosi

Dunque, nei precedenti post ho cercato di sottolineare la differenza tra l’uso dell’aggettivo narcisista in termini colloquiali, e l’uso in termini clinici. Il punto di saldatura è che i comportamenti che socialmente sono considerati “narcisisti” coincidono con alcuni di quelli indicati dalla clinica, escludendone però la causa. Per senso comune e per le discipline psicologiche, narcisisti sono spesso coloro che: parlano di se, portano l’attenzione su di se, che hanno comportamenti svalutanti, che non si occupano mai degli altri, che fanno sentire inutili, ma da cui cercano di avere spesso elogi. Per molte persone narcisisti sono soprattutto quelli che mantengono la centralità in modo molto sgradevole e plateale. Narcisisti sono i boriosi, gli antipatici, i traditori seriali. Sono tutti meno disposti a rilevare un tratto narcisistico quando certe operazioni sono fatte da persone che sanno rendersi simpatiche o amabili– non si accorgono cioè che quella simpatia che loro provano, è l’effetto di un narcisismo altrettanto potente ma sofisticato. L’autoironia, è un potente mezzo del narcisismo, l’ambizione è il braccio armato del narcisismo. Per questo spesso, provocatoriamente mi sono trovata a ricordare – fate attenzione a parlare male dei narcisisti, sono spesso i vostri comici preferiti, gli scrittori che amate, i direttori d’orchestra che apprezzate, i politici che votate, perfino i mattoni dello stato sociale che vi dovrebbe garantire. Dietro le arringhe che hanno portato all’istituzione di un qualsiasi servizio pubblico, c’è sempre uno o più narcisisti. Il narcisismo è un grande motore di azione. E naturalmente molti ottimi e accoglienti analisti hanno un vigoroso tratto narcisista.

Il termine come è noto, si fonda sul mito di Narciso, colui il quale si innamora della sua immagine riflessa nell’acqua –e fa riferimento a qualcuno che ha bisogno di mantenere viva un’immagine di se e di ricordarsi sempre di apprezzarla. Se teniamo a mente il mito che sta dietro il termine, capiamo perché poi siano state individuate diverse tipologie di narcisismo, diversi gradi di tossicità e malessere. Io colgo tre ambiti di variazione del disturbo che afferiscono a diversi tipi di narcisismo: uno riguarda la fragilità del soggetto, un’altra la variabilità dell’immagine che si costruisce e il suo grado di trasparenza, il terzo riguarda il continuum del suo uso degli altri. Se pensiamo alla prima distinzione possiamo capire lo schema di Rosenfeld (1987) che distingue tra narcisisti della pelle sottile e narcisisti dalla pelle dura. Il primo tipo mantiene almeno un contatto anche se filtrato con il suo mondo interno e contemporaneamente tiene un occhio ipervigile sull’altro, di cui sorveglia giudizi e reazioni, per cui succede che sia facile a grandi malesseri, grandi malinconie, grandi offese, e si spenda in grandi rimproveri. L’altro si impone un filtraggio con il proprio mondo interno molto più efficace e così come la trasformazione in mezzo anziché fine degli altri gli permette di usarli come pubblico pagante, disinnescando la loro possibilità di ferirlo. E’ sempre grandioso, e non si risente mai. Su un estremo c’è il rancore, sull’altro c’è la boria. Ma in mezzo molte persone non così facilmente individuabili.

Se pensiamo alla seconda distinzione facciamo caso alle diverse difese che il narcisista adotta, in che grado le applica, a seconda della sua struttura di personalità ed eventualmente vediamo il suo grado di mentalizzazione. La mentalizzazione è quel costrutto individuato da Peter Fonagy  e Bateman (2006) con cui si intende la capacità di percepire e individuare stati emotivi che attraversano la mente altrui. Come per tutte le problematiche che arrivano in consultazione, vale anche per questo gruppo l’intensità delle risposte sintomatiche. Avremo narcisisti più gravi, che fanno un uso massiccio di risposte difensive anche di spettro superiore – molta intellettualizzazione, molta razionalizzazione, persino troppo umorismo per quanto piaccia – e narcisisti che saranno molto presi dalla costruzione dell’immagine di se da non vedere per niente gli altri, perciò con un bassissimo grado di mentalizzazione, così come ci saranno narcisisti quelli per esempio che si sono fatti curare che riusciranno a tollerare difese diverse, che assottiglieranno l’immagine di se da tenere viva, e che riusciranno ad avere una notevole capacità di sentire gli stati emotivi degli altri. Il bisogno di centralità e di affetto che sta dietro al narcisismo spiega come la carriera psicoterapeutica sia una soluzione per molti grandi narcisisti analizzati. Capiscono l’urgenza di una domanda emotiva, capiscono che non devono più schernirsi dall’altro, la domanda emotiva non si seda mai del tutto, una buona soluzione è fare della mentalizzazione la via utile per una guarigione degli altri che magicamente, provocherà perciò gratitudine, colludendo con l’antico sintomo, la domanda di affetto e centralità.

L’ultimo punto di vista, quello su come vengono utilizzati gli altri,  vede una scala di intensità del disturbo narcisistico che va da una forma lieve, con comportamenti che non soddisfano completamente la diagnosi, passa da una forma intermedia dove ci sono il narcisismo dalla pelle sottile e quello dalla pelle più dura, fino alle forme franche del disturbo antisociale e della psicopatia. Questi ultimi in fondo, – quelli che si intestano il narcisismo maligno di Kernberg arrivano a livelli estremi da fare un mondo a se. L’altro è diventato mero mezzo, il mondo interno dell’altro è anche compreso razionalmente ma assolutamente non intercettato emotivamente, e in fondo va a scemare persino la centralità – l’uso dell’altro come pubblico pagante – con usi meramente strumentali, ossia genuinamente perversi. Nella direzione estrema del narcisismo, quando diviene tratto antisociale, l’altro è oggetto vuoto, e diviene l’effrazione della regola kantiana. Non sarà mai usato come fine, ma servirà sempre a qualcosa. Non di rado anche a qualcosa di aggressivo, di antisociale, fino all’atto criminoso.

Queste note rimandano a contenitori orientativi per capirsi quando si fa riferimento a una classe di comportamenti. Quello che però in clinica si tiene a mente è che questi comportamenti hanno una causa che è anteriore alle situazioni relazionali che i narcisisti vivono, in un insieme di stati d’animo che è spesso e volentieri, scarsamente accessibile e che è assolutamente controintuitivo rispetto all’immagine compensatoria che il narcisista da di se. Quell’immagine infatti serve da contraltare, a un mondo interno fortemente svalutato, pieno di oggetti penosi, che la persona narcisista avverte come inavvicinabili e indegni, che percepisce continuativamente ma a cui riesce spesso a non pensare, in una contraddizione in termini che è difficile da descrivere. Una specie di immanenza dell’angoscia a cui fa da controcanto rumoroso un io grandioso. Ci si trova davanti a persone che si convincono di essere pienamente soddisfatte di se, ma che da qualche parte sentono il rumore di una profonda infelicità, svalutazione, dispiacere. I narcisismi sono di diverso tipo e la variazione dipenderà sia dall’intensità di questi vissuti di abiezione, sia dall’efficacia della struttura falso se compensatoria. In conseguenza di questo, anche la qualità delle relazione è obbligatoriamente costretta a una superficialità, perché la profondità relazionale è avvertita come minacciosa. I narcisisti più gravi non riescono a tollerare emotivamente la vulnerabilità che implica la dipendenza dall’altro, una relazione coinvolgente li costringerebbe a mettere in gioco quelle parti emotive indegne, e quindi a farli sentire non attrezzati, profondamente sgradevoli. Questo tipo di narcisista sta nella contraddittoria posizione di chi si mostra capace di dominare il reale, e al contempo lo vuole eludere, riesce a risultare molto attraente ma rimane segretamente convinto di non esserlo affatto e nelle sue intime profondità si disprezza. Molti poi trovano nel conforto delle prestazioni professionali, la gratificazione di una relazione oggettuale che non scomoderà quel mondo interno ignominoso. Moltissimi trovano nelle dipendenze da sostanze ma anche nei disturbi alimentari che ne hanno la medesima struttura, un valido supporto per riuscire a tollerare e a mettere a tacere quel torturante mondo interno.

Questo esercizio del narcisista ha una storia molto antica, e spesso comincia con esperienze di accudimento dove, a fronte di un materno e una genitorialità poco affettiva, distanziante, scarsamente sintonizzata sui bisogni del bambini, corrisponderà un elogio, un riconoscimento delle sue capacità prestazionali. Bambini che non si sentono amati nella loro semplice infanzia, nel loro essere come sono, che non sono stati magari accuditi in momenti topici e di grande difficoltà, e che si vedono finalmente riconosciuti quando per esempio dicono cose brillanti, o portano buoni risultati a scuola, o per il loro aspetto fisico, o la loro capacità di rispondere a degli standard sociali, sono ottimi candidati per diventare narcisisti da grandi. Da piccoli elaboreranno la convinzione che soltanto in quel modo saranno visibili, mentre tutto quello che non rientra nella performance sociale non risulterà degno di amore e di attenzione. Sono bambini che non si sono sentiti amati nella loro semplicità di essere bambini e l’esperienza di solitudine e di mancanza di affetto o attenzione, rimarrà una stanza scissa e permanente, in cui kleinianamente verranno riversati gli oggetti cattivi di una vita intera, che saranno il senso della propria identità più profonda. In molti casi, queste difese narcisistiche si potranno intrecciare ad altre sintomatologie, e spessissimo i disturbi di spettro narcisistico avranno insieme una diagnosi di altro segno – sono frequentissime si diceva, le dipendenze da sostanze, i disturbi alimentari, come anche, i disturbi dell’umore, gli stati ansiosi, fino ai persino benefici attacchi di panico – che nella loro pervasività possono portare un inconsapevole infelice ad avviare una terapia. In generale, accade spesso che il narcisista venga in terapia, per un secondo nucleo di sintomi che lo preoccupa.

Si dice spesso che i narcisisti siano pazienti difficili, e spesso in effetti lo sono. Perché faranno con il terapeuta quello che fanno con tutti, e anzi, dovesse procedere la terapia e ingranare, avranno ancora più motivi di ribellarsi a una dipendenza emotiva che li preoccupa, unendo a comportamenti svalutanti, dinamiche subdole sul pagamento, sulla frequentazione delle sedute, resistenze ben cesellate da quella stessa intelligenza che il narcisismo ha allenato e ha reso brillante. Ma bisogna dire, sono anche pazienti molto seduttivi, che fanno di tutto per piacere all’analista, che sanno spesso essere interessanti e divertenti bravi pazienti, in modo eccessivo. La miscela di questi due aspetti rende i primi segmenti delle terapie con questi pazienti particolarmente ardimentosi, e spesso motivo di frustrazione nel clinico. Tuttavia – quando la terapia tiene, e il terapeuta sa tenere il fuoco dello sguardo sul mondo interno del suo paziente, più ancora che sul pavone del falso se che mette in campo (con un complicato gioco di equilibrismo quando il suo paziente si vanta e chiede lodi) riuscendo piano piano a intercettare quegli affetti frustrati e blindati e gli stati d’animo penosi a quelli collegati, con questi pazienti ci sono buone possibilità di costruire buone terapie, di più di avere genuini momenti di insight, momenti di onesta e dolorosa verità. Quando questo succede, da terapeuta capita di vivere percorsi di cura, coinvolgenti, dolorosi, ma che possono portare a miglioramenti significativi. Quando si apre il contatto con il mondo interno, questi pazienti impareranno a sopportare quello interno altrui, e potrebbero cominciare ad ascoltare gli altri e a smettere di svalutarli. In alcuni fortunati casi, riescono ad accedere a contatti relazionali duraturi, senza mettere un partner alla porta ogni pochi mesi. Qualche volta addirittura, imparano a riposarsi e a scoprire come si sta bene ad apprezzare altri al centro della scena. Potranno diventare da quei grandi narcisisti che erano dei piacevoli egocentrici, che mantengono un’organizzazione di fondo, ma che ora hanno accresciuta una capacità di mentalizzare gli stati emotivi propri e degli altri, perché emotivamente possono sopportarlo. Allo scopo hanno bisogno di terapie lunghe, strutturate e per me di larga ispirazione kohuttiana: devono in qualche modo esperire uno spazio in cui si sentano apprezzati e riconosciuti per la banalità dei bambini che sono stati e che tutti siamo stati. Stanze di gioco larghe dove un terapeuta sufficientemente buono lascia porte aperte dove far uscire cose e brutte e abbiette e vergognose e indegne, per riconfigurarle e togliere loro l’antico stigma.

Due parole infine, sulle persone che ingaggiano relazioni con persone narcisiste. In rete fioccano articoli di dubbia deontologia che parlano della relazione con il narcisista tout court come una pericolosa da cui sfuggire, usando la diagnosi come una clava sociale. In realtà la patogenicità della relazione con la personalità narcisista, sta in un sistema condiviso di questioni problematiche, perché ogni relazione è una logica combinatoria di questioni endopsichiche delle parti – come ho spiegato in questo vecchio post. Se esiste un manipolatore che ha delle tossicità che lo costringono a manipolare, il suo partner manipolato ne deve avere altrettante per andarsi a cercare un persecutore. Se si rimane insieme a un traditore seriale con comportamenti gravemente svalutanti, si sta espiando qualcosa, si sta mantenendo un antico equilibrio patologico di cui il narcisista di turno è il valente mezzo. Questo tipo di relazioni, quand’anche dovessero durare, non portano a moto di buono per le parti, perché nonostante le apparenze logiche e le trappole del linguaggio – si fondano su un rispecchiamento profondo di nevrosi, e non mettono in discussioni equilibri pregressi. Qualche volta capitano incontri, con personalità particolarmente notevoli per sguardo e tenuta, io credo con una corposa componente materna ma anche di tenuta psichica importante, che riescono a portare a cambiamenti notevoli, succede – ma sono episodi piuttosto rari. Conviene tenerlo presente.

 

 

2 pensieri su “Narcisismo, la diagnosi

  1. Secondo me il termine narcisista ultimamente viene utilizzato a sproposito sulla rete per definire chiunque. Anche perché tutti gli esseri umani a ben vedere sono narcisisti o tutti i narcisisti sono essere umani. Si amano, tradiscono, dicono bugie. Chi non lo ha mai fatto?

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