Acqua Alta

Dovremo smettere di piangere Venezia mia, e lasciar andare le poltrone vecchie su cui ci siamo accucciate la sera, le cose che abbiamo amato, far finta che si siano usurate, tenerci quello che ci rimane, ricordarci che la bellezza non finisce, spazzare via il mare nella cucina e nel salotto, ridere che pure di questo siamo capaci, oltre che di tramonti.

Certamente il tramonto è una specialità come negarlo. Non si contano le dichiarazioni d’amore sul canale della Giudecca, ma anche a Vallaresso l’amore non scherza, vicino a casa mia, Venezia mia, è un profluvio di turisti che si baciano alle sette di sera, di donne che si sentono più belle per via della Salute e della luce obliqua prima della notte.
Il tramonto è una cosa nobile ed elegante, certo più dell’affogare – e dunque qualcosa pur dobbiam fare.

Si potrebbe, Venezia cara, inventare passerelle più alte, che ci facciano fare colazione sulle cime degli alberi, per poi guardare lontano, con il caffè da una parte e il cannocchiale dall’altra, le grandi navi finalmente alla deriva. Si potrebbero costruire paratie di ottone luccicante, ma pure d’oro che ci importa, a tutelare le porte dei nostri secondi piani, potremmo inventare palafitte per i libri delle nostre biblioteche, e trampoli per i nostri librai preferiti.  Per esempio, chi sa come sta il titolare del mio covo preferito, agli Assassini. 

Dopo un po’ di colazioni sulla cima degli alberi, io ambirei a quello di Santa Margherita, la marea si sarà ritirata, nelle calli troveremo i resti di questa passione non richiesta, ma il sole sarà alto, non si può stare sempre a tramontare, non ti pare, le cose ricominceranno, nuove poltrone per il soggiorno la sera, nuovi tappeti per i gatti di inverno, nuove finestre aperte. Tutto passa Venezia mia, ne abbiamo viste di peggio.

( su, ora ascolta qui )

 

Come stai?

 

Caro Luigi
(uffa)
Sai che spesso mia madre ti prendeva in giro? Adesso non più perché la nostalgia dei morti prevale sui sorrisi che ci hanno portato da vivi, ma insomma mia madre ti prendeva in giro, perché quando è nata mia sorella, e pure quando sono nata io, tu le telefonavi e le dicevi. Ma cara dimmi, come sta la sua anima? E mia madre, ti rispondeva sgomenta qualcosa, in preda a un transitorio riconoscimento del potere sociale della psicoanalisi ufficiale, ma poi mi sa attaccava il telefono e rideva come una pazza, forse diceva anche qualche parolaccia, perché con l’anima mia madre, lo sappiamo, non è mai stata domestica, e manco coi pannolini e le pappe va detto, sua probabile battaglia in quel frangente. Il corpo delle figlie insomma, il corpo dell’antipatico ruolo di genere.
(E la tua? Mi manchi tanto)

E invece questo mi sa era un tuo modo, anarchico e pervicace, di mettere l’accento su qualcosa di importante, sulla genesi del sentimento, del provare dolore o gioia, dell’essere felice o infelice. Questa cosa che hai messo al mondo, chiedevi a mia madre, è felice o infelice? Devi sapere cioè che non piangerà solo per fame o solo per sonno, devi sapere, che alle persone a cui tieni devi chiedere, come sta la tua anima?
E poi a me al telefono avresti chiesto, anni e anni dopo: figlietta, come sta la tua anima?

(La mia, se la cava, ogni tanto cade)
Quando alle persone care mi viene da chiedere come stai? E quelle mi rispondono, che hanno l’influenza, che c’è tanto lavoro, che bene grazie te, a me mi viene voglia di tirare fuori il tuo eccentrico coraggio, sopportare il rischio di essere derisa, mi viene voglia di dire loro si va bene, ma come sta la tua anima, l’hai guardata? Te ne occupi? Quello sguardo fuori luogo, la natura impertinente dell’affetto. Perché quando lo chiedevi a me, bastava quello, per avviare un discorso, una responsabilità.

Certo non si può fare con tutti non è vero? Perché poi, se ce la fanno a starci dentro, ti danno il cuore, e quanti cuori possiamo portare tutti insieme, di quante anime si può sorvegliare la cura?
(quando sei morto ho visto alcuni di questi cuori al tuo funerale, oltre al mio naturalmente. C’era una tua paziente anche, una che devi aver tenuto per mano a lungo, mi ha detto delle cose con le lacrime agli occhi, era grata e sperduta. D’altra parte, non riusciamo a concludere niente, possiamo fare solo domande sensate. )

 

(qui)

Complesso edipico

 

Lei sta seduta al telefono come una gatta da appartamento, gioca con i capelli, si aggiusta le calze, la vede muovere il viso in molte espressioni, ma davvero? Dice a un certo punto, e allora perché scusa non sei voluto venire? Ha un’ipotesi di broncio, un’ombra di tristezza che poi ingoia con la saliva.
Ma allora partiamo il prossimo fine settimana? – dice adesso – io credevo che tu avessi da fare, che non potevamo farla questa cosa! Poi si tace di nuovo, fa le fusa evidentemente, lui sta spiegando punti di vista, la questione del davvero, la ragione emotiva di certi suoi impedimenti.
Il padre ascolta la telefonata, e si siede davanti a lei.

-Non gli importa niente di te
– ma papà

Era stato a volteggiare per la casa, intorno alla figlia per tutto il tempo della conversazione, sistemava cose, cercava carte, ah le chiavi dove ho messo le chiavi. E’ stato sempre un uomo discreto, riservato, non ha mai messo bocca nella vita della figlia, per la verità non ha mai messo bocca nella vita di nessuno. Eppure adesso è insolitamente nervoso, insolitamente indaffarato. Lei non pare farci caso.
Si siede davanti a lei e aspetta la fine della telefonata.
Niente di niente Lascialo perdere
Ma papà, tu non capisci.

Lei pensa che il padre abbia torto, per quell’istinto di cerbiatta, di capra e di civetta che hanno le bambine, perché, pensa, non si è mica innamorata di un furbastro, di una persona poco perbene, di qualcuno che si approfitta. Non le piacciono i seduttori e men che mai la gente di teatro. Si è invece innamorata, pensa, di un cane buono ma guardingo, di un animale difficile che tiene spesso le orecchie basse. Si è innamorata pensa, di uno che sta rasente i muri e si discosta con difficoltà.
Il padre lo detesta. Lo detesta come si odiano i propri simili. E’ un infelice del suo stesso stampo, gli riconosce addosso le orme dei suoi stessi errori, dei suoi stessi dispiaceri, di tutte le sue esitazioni, e le sue ritrosie. Come lui era stato, è un altro che si farà scegliere dalla determinazione di una ragazza testarda quanto insicura.

Voleva la figlia simile alla sua amante, esoterica e cattiva, pensava che ne avesse tutte le possibilità, le gambe lunghe e gli occhi magnetici. E invece, è tutta sua madre, materna, generosa, per tutta la vita non abbastanza femmina da imparare a graffiare chi non si inginocchia. Come fa a spiegarle che non si fanno stanze felici in questo modo? Come fa a dirle che pure se arrivasse alle tende della cucina ricamate, e alla collezione di caraffe nel salotto, non sarà abbastanza? Il padre lo sa che il fidanzato di sua figlia a modo suo le vuole bene, non è uno sciocco. Quando non si arrabbia, perché lui non la chiama tutte le volte che lei lo desidera, perché per il compleanno non si è svenato con un anello, perché se la porta a letto e poi ha subito da fare, vede come la guarda, coglie l’altra costa della loro somiglianza, ha un lampo di paternità anche per lui, alla fine si dice, vorrei salvarli entrambi come nessuno ha fatto con me )

 

(qui )

love letter

La donna si siede al bar tutte le mattine, ha i capelli biondi che le scappano dal cappello, una bambina a scuola, le gambe accavallate – scrupolosamente – fuori dal tavolino, certe volte un libro certe volte una telefonata, quando il cameriere arriva dice con labbra senza rossetto e molto annoiate, il solito grazie.
Il cameriere raccoglie l’informazione, ma neanche la raccoglie che lui già la sa, guarda il cielo con in testa un pensiero, pulisce il tavolo velocemente, e tornando al bancone saluta qualcuno con un sorriso plateale, un sorriso politico, saluta cioè qualcuno che la mattina se entra al bar gli dice, ciao Mario come stai, ciao Mario hai visto la partita ieri, ciao bello, ciao, il tempo, il governo, la vita qualsiasi.

La donna che si siede al bar è una bella donna, di quelle che dalla loro ci hanno solo la superbia e per il resto nella vita non ne azzeccano una, neanche a fare le principesse son capaci, che i maschi subito si annoiano, pure per la maternità ci hanno poco talento, figuriamoci per una carriera, non sono state amate abbastanza per amare con costanza. Dunque anche lei naviga a vista, intossicata e insofferente, la prima sigaretta sempre più presto, un certo modo di guardare oltre le spalle degli altri, che diventerà sempre più difficile curare.

Il cameriere, da parte sua è convinto di disprezzarla con asprezza. Ha cominciato a lavorare bambino, ha messo una ragazza incinta poco dopo e si è messo ad amarla con caparbietà, ci ha fatto dei figli e tre lavori per farli studiare, monogamo per etica e mancanza di tempo, moralista per reazione alla terra immorale a cui è scampato – detesta la libertà di classe che si gode la nevrosi di lei, detesta la  sua sciatta maleducazione. Almeno buongiorno vaffanculo, non dico altro, signora destocazzo.
Indugia in insulti, ma diciamo pure puttana diciamo, questo anche perché lei nell’esercizio di questa libertà randagia, dispiega un non trascurabile corpo.
Il cameriere per esempio, ne vede sempre le mani con dita lunghissime.

Poi la mattina si apre, come la cerniera di una  tuta, entra il sole nella strada grigia, gli uffici si riempiono, il barista comincia a essere sempre più indaffarato, ci sono le madri innamorate e i bancari che parlano di macchine, le barzellette volgari e le canzoni di provincia, io il caffè lo voglio lungo, io ristretto, un bicchier d’acqua per favore, ma non in quel bicchiere, ah scusa aspetto qui, si oggi ho un cerchio alla testa.
La sera rimane lontana, la donna si è aggiustata la giacca e se ne è andata, naturalmente senza lasciare la mancia, che con gli alimenti dell’ex marito campa a stento
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(qui )