Sulla moda per le donne

Se c’è un’area che in occidente per le donne, e in questo momento storico più che in altri, rappresenta un incrocio di espressione di se interessante, di codifiche della personalità e dei modi di essere, ma anche di gravi contraddizioni e di questioni sia negative che positive, è l’area dell’estetica, del vestirsi, delle scarpe che si portano. E’ un tema secondo me, particolarmente incisivo in Italia, perché l’Italia è stata una regione dove un certo artigianato della moda ha portato a risultati così importanti, così apprezzati sul mercato estero per cui credo, che una certa affezione al concetto di eleganza, anche se poi si traduce in mille rivoli, è qualcosa che ha a che fare con il carattere nazionale, qualcosa che ha a che vedere anche con una percezione dell’identità. Anzi, la cura nel vestire dell’italiano, era oggetto di umorismo per non dire sarcasmo nell’America della prima metà del novecento, dove veniva indicata spesso come una caratteristica tipica dell’Italia – e irrisa come segno di vacuità e vanità. In altri termini invece era una peculiarità considerata tipica del Vecchio Mondo, come sintomo della sua passione per la dimostrazione del potere e delle gerarchie di classe, che la cultura nordamericana ha spesso desiderato occultare.

I vestiti e le scarpe delle donne, dove naturalmente si usano e si possono usare, sono a tutte le latitudini comunque, il foglio bianco dove si esprime una visione del mondo, una collocazione di se, un ruolo di classe, un’ambizione politica, sociale, emotiva. Gli uomini si sono spesso vestiti con codici molto più semplificati, dal momento che nel sistema sesso genere, liberati dalla livella che metteva le donne a casa a guardare alla prole hanno spesso potuto fare cose, che definissero al posto loro le logiche di status e di rappresentazione di se. L’uomo è sempre stato prima di tutto  quello che fa, e quello fa, è diverso da un uomo a un altro. Il suo abitare il mondo è sempre stato definito dal suo habitus professionale. La donna invece è sempre stata livellata nella democraticissima gestione del privato, che da un certo punto di vista potrebbe  pure essere sempre uguale per tutte: il focolare, i bambini, la cena. Poi basta. Di scrivere non se ne parla. Di lavorare no. Di votare manco. L’unico terreno su cui poter dire le cose era la stoffa degli abiti e la foggia delle scarpe. Dichiarare un’appartenenza, un umore, un potere. Ma anche un modo di interpretare il proprio modo di essere donna  – perciò uno  dei pochi linguaggi accessibili anche per dire delle cose ad altre donne, anche per stabilire delle gerarchie tra femmine di branco era rappresentato proprio dall’abbigliarsi. . L’abito è stato il primo atto politico possibile delle donne.
Questo linguaggio , con la rivoluzione industriale, l’energia economica garantita dal colonialismo, per un verso, ma anche il sessantotto per un altro, e la liberazione sessuale, fino al lavoro e alla compartecipazione nella sfera pubblica – votare, lavorare, scrivere, esserci è andata pontenziandosi anziché riducendosi, e oggi raggiunge in occidente livelli altissimi, perché in questo momento storico della moda, si è aperta una stagione di citazionismi che vengono utilizzati come tanti armadi possibili di tante modalità di essere diverse. Fino a qualche anno fa – forse un decennio? Forse fino a tutta la fine del novecento? Non saprei dire – c’erano delle mode dominanti che interpretavano l’idea dominante del femminile secondo un certo momento storico con poche aree alternative o eccentriche. Il vitino di vespa della gentile signorina che negli anni 50 metteva la gonna a ruota, oppure i pantaloni a zampa di elefante della ragazza scanzonata degli anni settanta, fino alle giacche con le grandi spalline degli anni 80’ dove si cominciava a proporre un femminile competitivo e nerboruto che si radicava nel mondo del lavoro. Tanti vestiti per tanti ruoli sociali percorribili. Oggi, in realtà si possono pescare tutte queste cose simultaneamente, perché le donne si vanno diversificando, e trovi tutto: i vestitini con la ruota, i tailleur anni 40, la scarpa stondata degli anni trenta, una vastissima congerie di visioni del mondo, ruoli sociali, modi di vivere l’identità e la relazione, e che combinino insieme modo di percepirsi, cose da dire agli altri, cose da dire di se. Si cita spessissimo perchè ci sono mode, icone, simboli che si portano appresso qualcosa di nostro. Ognuna ha il suo piccolo pantheon di riferimento.

E certamente incidono nell’uso di questo linguaggio, le cose da dire agli uomini.
L’idea dell’estetica delle donne come un effetto del patriarcato, è stata un dirompente, e per un certo momento storico indubbiamente salutare, portato del femminismo. Ma anche della critica della moda e del costume. Molti vestiti in molte culture hanno costretto le donne a grandi sacrifici, i bustini strettissimi per esempio, le pesantissime crinoline, in generale le lunghe gonne che impedivano i movimenti, certe scarpette deliziose con cui riuscire a muovere pochi passi, vestiti che plasmavano il corpo delle donne, per portarlo all’ideale estetico di un momento culturale –cosa tra le cose nelle mani del maschile. Le donne come mezzo del piacere dell’uomo. Secondo quello sguardo critico, tutto l’essere delle donne quando si vestiva, si identificava con l’essere il mezzo di piacere, e si sforzava di saturare l’ideale erotico di una parte maschile. Il vestirsi in modo eroticamente provocante, il mettere delle scarpe con un gran tacco, erano modi per farsi parlare dagli uomini, a discapito della propria comodità e individualità.
Questa critica, andava pronunciata e messa sul tavolo, e per un certo verso penso che abbia fatto del bene. Va a cadere però in una zona complessa, in un intreccio complicato e fascinoso, dove l’uso dell’abito come semantica do potere, di identità, e di personalità, è parte del gioco benché importante, ma dove c’è anche un complicato groviglio di vettori per cui: ci sono donne a cui piace piacere agli uomini, donne a cui piace piacersi, donne che identificano le due cose insieme, donne che si sentono soggetto nel sedurre. Questo modo di stare nel mondo delle relazioni non riguarda tutte le donne, ci sono quelle che non vogliono piacere affatto, poi ci sono quelle che per esempio vogliono piacere ad altre donne, e insomma quando c’è democrazia c’è anche democrazia esistenziale, ma di fatto cal centro di tutto abbiamo la zona incandescente dell’erotismo, e del desiderio desiderio dello stare in relazione, e di essere apprezzate, e persino eroticamente apprezzate,  da quei maschi che di quel desiderio e del proprio hanno fatto un atto di subordinazione politica.  Qui sta la questione – siccome c’è stato e latenetemente rimane, una gerarchizzazione del potere sociale, che è passata dal vincolo della relazione sessuale, che bisogna fare qualora piaccia comunque la relazione sessuale?

Non credo che la soluzione percorribile sia la negazione del piacere seduttivo, così radicato in tante persone, e così sano, vitale, libertario, men che mai nella negazione di un linguaggio parlato da tante, le scarpe alte basse strette o larghe, le gonne corte o lunghe. Penso che invece giovi il diritto politico alla soggettività sessuale nella democrazia, e il diritto a essere come si vuole come identità scorporabile dal ruolo pubblico. Questo è il privilegio che molte – purtroppo non tutte forse manco la metà di noi, ma insomma molte hanno rispetto alle nostre madri. Possiamo parlare ancora un linguaggio che è anche relazionale e privato, il femminile vanesio che è un po’ come la margherita che chiama l’ape, senza che questo intacchi i nuovi linguaggi conquistati e che definiscono altri aspetti dell’identità. La margherita deve poter andare a lavorare, e parlare di lavoro, a prescindere dal suo essere margherita. Fuori dal suo contesto professionale, e in virtù del suo consenso, qualcuno potrà anche invitarla a cena proprio per quei petali e per come li ha scelti, per le cose che dicono di lei come margherita.

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