Caro Luigi -un anello

 

 

 

Caro Luigi, non lo so cosa vedi dal cielo.
Forse che mi sono dimenticata di sentire la tua mancanza, e mi sono lasciata invischiare in un inverno privato e minimale, a cercare di risolvere questioni vecchie – vecchie il tempo che ci siamo conosciuti, e ho dovuto dirmi, in questo inverno di conteggi, che non c’eri, perché non t’avrei potuto telefonare, non m’avresti risposto. Ora che mi sono rassegnata a sopportare errori che mi rimangono aperti, e che comunque mi sono stati vitali e necessari, che me li tengo dentro così, e pazienza, ora che sto a casa con le cose che ho azzeccato, le strade giuste, sono fortunata, mi manchi il doppio.
(Ho fatto molti sogni questo inverno. Dicono di non buttare via tutto.)

Ero in uno spicchio di sole che entrava dal vetro per esempio, stavo come la tua gatta nera sul tavolo di legno, sai quando si radunava dentro se stessa, per non avere neanche un pezzo di coda che cada nell’ombra, in una lotta cinica ed estrema per il bicchiere mezzo pieno, mentre fuori infuria una primavera che nessuno si può godere. Nessun gatto Luigi a salire sugli alberi, nessun bacio fuori programma in angoli clandestini.
Comunque – ecco me ne stavo così e pensavo a quando sono corsa al tuo funerale e al pomeriggio che seguì. (Cioè il fatto è, che mi manchi in questi giorni in cui, noi si lavora molto, il cuore si deve allargare per forza, le case piccole dei nostri pazienti si riempiono dei loro dolori – anche loro hanno i loro errori di cui devono imparare a non pentirsi- che poi, cosa mai avremo da insegnare noi su questo tema.
Non ti ho mai sognato, me ne dispiace).

In quel pomeriggio stetti insieme ad altre donne, tue nipoti. Ero l’unica non nipote.   Eravamo quattro mi pare. Furono gentili e affettuose, e parlarono di te. Vidi il tuo modo di voler bene sulle loro vite, non esattamente il tuo modo di volerne a me, piuttosto il tuo modo di teorizzarne con me. Io ero un corpo estraneo, e parzialmente frainteso – in rappresentanza si disse, della mia famiglia. Non sentivo molto invece questa cosa della famiglia, ammetto. Tu e mia madre, non vi siete mai capiti neanche blandamente, tu e mio padre manco ci provavate. Siete stati a volte nelle stesse stanze, uniti dall’unico meraviglioso domatore di leoni, che era tua moglie.

Comunque dicevo fu un pomeriggio dolce, ognuna di queste tue nipoti si teneva stretto un filo e ne faceva un’atmosfera. Erano sicure del tuo sguardo, erano al caldo di qualcosa che è anteriore alle cose che si fanno, erano al caldo di un attributo dell’anima ecco, e e mi è venuto da pensare, questo calore devono aver sentito le donne che hai amato, i pazienti che hai avuto. E forse anche gli errori che hai fatto. Quell’attributo dell’anima è un’energia costosa per noi.
(Ecco dicevo, di cosa avrei voluto parlarti in questi lunghi pomeriggi . Stai bene e guardaci tutti .)

 

(qui)

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