Psicologia spicciola nella pandemia

A. INTRO: pandemia versus economia

Dunque da lunedì andiamo incontro verso un tentativo di graduale riapertura in cui si procede con molta incertezza e difficoltà. A questo senso di incertezza reagiamo ognuno con le proprie difese e risorse. Ci sono persone che si sentono maggiormente spaventate, persone che invece si sentono maggiormente irritate, persone che approfondiscono le loro competenze, persone che indugiano nel disfattismo. Poi ci sono le reazioni alle variabili materiali. In molti vedono la propria attività lavorativa messa in crisi, in una posizione cioè in cui il margine di profitto diventa nullo, o sparisce del tutto, e questo oggettivamente preoccupa molto o pone davanti a problemi materiali. In altri ancora interviene per me, un uso opportunistico delle preoccupazioni altrui – non sono pochi quelli, in queste ore, che stanno continuando a lavorare mettendo i dipendenti in cassa integrazione chiedendo di cioè di produrre come sempre, traendo i profitti di sempre, ma mettendo i dipendenti in condizioni peggiori. Non sarà il coronavirus – e questa è una delle mie preoccupazioni – a cambiare certe patologie nazionali. Altri – come è capitato di vedere nelle fasi acute della recessione economica – non vedono la sopravvivenza immediatamente minacciata, ma assistono a una consistente riduzione del proprio potere d’acquisto.

Insomma stiamo tutti insieme, ancora chiusi in casa, a scambiarci tra noi le nostre congetture, e a cercare di anticipare gli eventi, per vedere come cavarsela al meglio. Ci sentiamo un po’ stretti tra due minacce – da una parte quella del coronavirus, dall’altra quella del crollo economico – il quale poi, ha due versanti un timore sul proprio lavoro, sulle proprie possibilità di sostentamento, e l’altro che riguarda la tenuta collettiva, i comparti sociali. Personalmente, il che è particolarmente cupo, trovo che questa sia una falsa antinomia – determinata dalla tendenza a concentrarsi sui primi effetti immediati di entrambi i fuochi del problema: se ci sono tanti contagiati allora ci saranno tanti problemi (con il mito di – se ci sono pochi contagiati non ci saranno tanti problemi) se si ferma il lavoro adesso ho molti problemi (se non si ferma ne avremo molti di meno). E questi miti funzionano meglio al netto di una serie di vizi capitali di questo paese che rendono le iniziative anche virtuose sempre vane, perché quei vizi capitali – come cercherò di spiegare qui, tenderanno a vanificare le manovre precauzionali intermedie.

Le trappole di questa antinomia – si spiegano molto bene con un intervento che ha fatto Angela Merkel parlando ai tedeschi – dove spiega come il comportamento collettivo deve essere guidato dallo scopo di mantenere un tasso di contagio basso: ossia se R0 è uguale a 1 o sotto all’uno, si può continuare a navigare a vista (cioè non liberi – ma a vista, per esempio in Germania, scuole chiuse) ma se sale si deve ragionare in un altro modo, aumentando cioè le misure restrittive che incidono nell’attività economica. Questo discorso della Merkel aiuta a capire perché le misure prudenziali sono sensate in regioni Italiane che non sono la Lombardia o il Piemonte dal momento che fanno riferimento a una società dove la pandemia è più controllata. Il virus infatti non ha abbassato il suo tasso di contagiosità per una mutazione genica, né perché noi abbiamo trovato un antidoto, ma solo perché il lockdown ha funzionato. E se continua a imperversare in alcune zone – ospedali e case di riposo è anche perché di fatto, sono alcuni dei luoghi di aggregazione rimasti tali e aperti al pubblico, e luoghi dove poi vengono fatti regolari tamponi. Ma è l’aggregazione il problema, non questa o quella professione, questo o quel luogo.

Ora, seguitemi che faccio fatica pure io a seguire me stessa. Noi abbiamo un problema importante adesso di psicologia sociale. Quando Merkel dice, dobbiamo essere prudenti e non arroganti, perché camminiamo sul ghiaccio sottile, si riferisce esplicitamente al numero dei posti letto del sistema sanitario nazionale, spiegando per bene che se aumenta il ritmo di contagio, si saturano prima i posti letto delle terapie intensive. Io invece vorrei che noi ragionassimo sul fatto che quando sale il ritmo di contagio, e il numero di morti, i comportamenti a cui ci hanno costretti le leggi di Conte verranno dal basso, e lo stallo economico a cui Conte ha costretto potrebbe arrivare dai comportamenti dei singoli. Quello che voglio dire è: che se si alza di nuovo di molto il tasso di contagio: a voja ad aprire le frontiere, a mandare la gente al mare, o nei ristoranti, la gente non ci va. Se il titolare di una fabbrica costringe i suoi dipendenti ad andare a lavorare, con la pandemia che imperversa, e magari comincia un focolaio nella filiera, gli operai si incazzano. L’enorme contributo del lavoro al nero e retribuito in maniera ridicola, ma che contribuisce in maniera determinante su quello che noi consumiamo diciamo nel nostro mondo legale e apollineo – si sfalda. E siccome – questo bisognerà pur dirlo – la tassazione per i datori di lavoro in Italia è improba – questa crisi del lavoro nero, porterà al collasso di altrettante attività. Quello che voglio dire è che, le manovre restrittive di Conte – così come di altre dirigenze pubbliche sono reazioni di psicologia sociale che evocano molto di quello che capiterebbe senza una direttiva dall’alto, in un regime di caos. Quello che voglio dire, molto antipaticamente è ricordiamoci tutti: la lotta alla pandemia è più importante della lotta per l’economia. Non perché non sia gravissima la crisi economica o prioritaria. Ma perché nell’ordine del potere sulle cose: la pandemia alimenta la crisi economica molto più rapidamente ed efficacemente dell’inverso – perché il virus attaccando i corpi, attacca i comportamenti economici. I comportamenti economici purtroppo allo stato attuale delle conoscenze, hanno meno potere sul virus.

 

B. TRE VERTICI

Quindi la domanda che ci si deve porre è – come facciamo a proteggere il nostro italico ghiaccio sottile? Su cosa possiamo contare? Che cosa possiamo tenere a mente? Io qui propongo tre vertici di osservazione.

  1. Vertice scientifico

Da un punto di vista scientifico, noi dobbiamo tenere in considerazione le cose che sappiamo, e le cose che non sappiamo. E in primo luogo finirla di protestare perché la scienza non ha una risposta immediata. Il sapere scientifico si costruisce per gradi, per dibattiti, per tentativi, per personalismi, per tempi tecnici, per itinerari sperimentali, per itinerari di conferme. La scienza ha bisogno di tempo, e la prima cosa da fare è dare per scontato che questo tempo va abitato. Questa cosa andrebbe comunicata chiaramente dalla leadership, però io credo che le aree più istruite della popolazione, dovrebbero fare lo sforzo – nel loro ruolo nel loro piccolo stare quotidiano – di rendere evidente questa cosa divulgarla, e mostrare che si può tollerare. Protestare contro la mancata risposta immediata vuol dire mettersi immediatamente in una posizione regressiva di attesa, che fa sottostimare le possibilità creative di azione in ognuno di noi. Stacce è così, fai prima al momento a pensare che il vaccino non ci sarà.
Sempre da un punto di vista scientifico, sappiamo alcune cose che contrastano il contagio: e in primo luogo sono il distanziamento sociale, e il mantenere le mani pulite. Noi non siamo stati a casa perché ce l’hanno imposto semplicemente. Noi siamo in casa per fare un massivo distanziamento sociale che faccia retrocedere il virus. Quando si aprirà dobbiamo in primo luogo portare il lockdown con noi, quando è possibile per come è possibile, perché questo è un modo di proteggere la nostra salute, e sulla lunga durata (questo è ostico) la nostra economia. Questa norma va interiorizzata in tutti modi, e bisogna avere l’ardire di rivendicarla tutte le volte che un datore di lavoro ci dovesse chiedere di aggirarla.

Sarebbe certamente intelligente, da parte dello Stato – non solo calmierare e distribuire le mascherine, ma trovare il modo rendere accessibili, i tamponi o i test degli anticorpi, per un uso pratico all’interno della vita civile. Ammetto però di non avere ancora chiari quali sono i motivi per cui in Italia si fanno pochi tamponi, e sia così complicato per le persone che ne fanno richiesta ottenerne uno. Questa difficoltà ha esiti pratici molto gravi, ma anche quelli psicologici non sono da sottovalutare. La mancanza di tamponi rinforza – comprensibilmente – nei cittadini, la sensazione di navigare al buio, di essere in una indeterminatezza totale, in qualche caso le persone si sentiranno spiaggiate e abbandonate (e forse non del tutto a torto) perché avvertono dei sintomi per i quali è fornita una diagnosi congetturale. E tutto questo, nel parlare fitto tra persone di questi giorni, alimenterà comportamenti irresponsabili, abbandono delle norme, socializzazione di attività che vanno in direzione ostinata e contraria al mantenimento dell’ordine pubblico.

 

  1. Vertice dello Stato.
    Se pensiamo infatti a quale è l’interesse dello Stato – torniamo da Angela Merkel e capiamo che l’interesse dello stato è – mantenere R0 < 1 cioè una contagiosità del virus per cui ogni contagiato ne contagia al massimo un altro, e allo stesso tempo mantenerlo facendo ripartire comportamenti sociali e attività produttive. Ci sono moltissime cose che lo Stato può fare, e sulla maggior parte di queste cose io non posso dire niente perché non ne ho le competenze. Quello che posso dire, è quali sono le cose che possono essere fatte per non alimentare stati psicologici che esitino in comportamenti controproducenti per i singoli e per la collettività.

Una serie di strumenti – i tamponi, i test sierologici, sono anche messaggi di contenimento che è di aiuto alla popolazione.
In secondo luogo una comunicazione assertiva – più assertiva per me, e anche dettagliata, più dettagliata, dello stato attuale dell’arte. Mi accorgo che a ogni conferenza stampa di Conte – un mezzo che io ho trovato congruo in questo momento – le allusioni alla commissione tecnica sono poche e confusive, e anche quando ho ascoltato le conferenze stampa di Borrelli, non ho assistito mai a una informazione limpida sul perché della precarietà dello stato dell’arte. E sulla razio economica della necessità di un controllo del coefficiente di contagio.
In terzo luogo, sarebbe intelligente credo – ma forse entro in un campo che non mi compete – cominciare a giocare di anticipo sulle gravi difficoltà economica che implicano le manovre preventive alla stragrande maggioranza delle attività – perché i soldi si fanno con i numeri di soggetti, che lavorano e che consumano, grandi numeri abbattono i costi, pochi numeri alzano i costi.   E quindi sono molte le attività che entreranno in grande difficoltà a costi abbattuti- che senso ha per un ristorante tenere aperto servendo pochi tavoli? Quando le utenze sono le stesse, i fornelli sono gli stessi? E per una compagnia aerea? E per un banco di ortofrutta? E quanto una azienda che produce un certo bene, riesce a mantenere tutta la baracca che riguarda quella parte della filiera produttiva, se le richieste di distanziamento sono destinate a abbassare drasticamente la media dei pezzi finiti da immettere sul mercato? Quindi, quello che immagino debba essere incentivato – è la suddivisone spaziale delle attività e l’incoraggiamento delle consegne domiciliari. Sono cose che non mi competono – non so bene come si potrebbe fare, Ma penso che la questione riguardi moltissimo per esempio la dotazione degli spazi, e la possibilità di parcellizzare le attività oltre che incoraggiare con strumenti economici forme di lavoro sostenibili. Quello che posso dire, è che nella gestione dei gruppi, la collettività reagisce alla sensazione di essere pensata, di essere iscritta in un processo, diventa meno irrequeieta quando vede che c’è un pensiero politico che intercetta le domande che si pone. E’ il segreto delle grandi leadership carismatiche, e con un certo cinismo dico, si certi storici dispotismi. E’ quella cosa che manca storicamente alla sinistra è che è nel dna della storia politica di destra: avere l’ardire di intercettare dei bisogni e proporre delle soluzioni ideologicamente determinate. Quello che sta facendo sentire la cittadinanza allo sbando, è la percezione di una politica debole, bucherellata, annacquata. Proprio nella situazione di emergenza che – come ho scritto altrove – scatena proiezioni genitoriali sulla classe politica governativa, i cittadini si trovano a viversi dei genitori che i medici li ascoltano ma non sanno dirti esattamente cosa consigliano, hanno un’idea di compito di dovere e di libertà che però è confusiva e instabile, ricattabile dai pareri della zia arrogante. Questa cosa genera reazioni regressive.

 

3. VERTICE DEI SINGOLI

  1. Accettare come dato costituito del panorama: dover convivere con il covid, dover aspettare delle soluzioni scientifiche che arriveranno con lentezza, dover sopportare delle restrizioni nel comportamento come un dato di fatto. Poi è cosa buona e giusta approfondire tutte queste cose, e anche magari muoversi per modificarle. Un medico che nella sua esperienza ha incontrato un farmaco che elude la terapia intensiva fa bene a informare, facciamo bene noi a cercare di procurarci il farmaco, facciamo bene tutti a chiedere che sia iscritto in un protocollo di cura da fornire ai medici di base. Facciamo anche bene a segnalare delle cose che ci rendono la vita impraticabile – ma psicologicamente, accettare lo status quo da adulti, anziché da figli deprivati ci aiuta a trovare delle risorse per fronteggiare i grandi problemi materiali che ci si pongono davanti. Per esempio organizzare un’attività economica nel caso in cui la pandemia abbia reso impossibile quella che prima ci sosteneva. Diamo per scontato il casino e muoviamoci dentro. Potremmo inventare delle cose. Potremmo trovare soluzioni che altrimenti ci sono negate.
  2. Bisogna anche fare un pensiero molto molto approfondito sulle nostre priorità, e sui valori che organizzano i nostri assetti esistenziali – come soggetti ma anche come microcosmi relazionali – famiglie coppie forme di convivenza – con un occhio particolarmente attento alle coppie eterosessuali con figli, perché se c’è una cosa su cui questa pandemia ha messo il dito erano le diverse organizzazioni dei ruoli di genere e la gestione della prole, e credo che la gestione dei bambini aumenti di molto le difficoltà. C’è proprio un pensiero da fare, dove è possibile, dove c’è margine di manovra su come pensarsi come famiglia e su cosa si vuole per il meglio per se. C’è proprio un pensiero da fare dal basso, pensando a uno status quo dato per scontato, entro cui muoversi.
  3. Poi adesso dirò una cosa, cercherò di dirla per bene. C’è una soglia che riguarda molti per cui la pandemia ha messo in crisi la sussistenza. Questo punto non riguarda loro, perché la sussistenza è una priorità assodata e non c’è molto da dire.
    Dopo la sussistenza però la pandemia intacca la qualità di vita, per cui si sopravvive certo ma a livelli diversi con una qualità più bassa di prima: si contraggono gli introiti, si devono ridurre i consumi, a diverse altezze. Qualcuno prima comprava magliette da zara a 8 euro, qualcuno a 80 da un’altra parte, entrambi potrebbero dover rinunciare a beni secondari, che intessono la nostra qualità di vita di paese occidentale ricco anche a redditi medio bassi. Diversamente da altri, io non ho mai condiviso le rampogne sul consumismo su base psicologica – perché ho amato nella vita cercare le cose belle e non sarò così ipocrita da non pensare che sia bello che lo facciano anche altri a tutte le altezze di classe, secondo la loro estetica. Anzi lo trovo salubre per molti aspetti. Caso mai, la questione intacca un piano etico o politico, ma non ho mai condiviso la balla per cui ah il consumismo orrore. Tuttavia questo complemento oggetto ora ci potrebbe essere precluso. Dobbiamo darlo per scontato. Quelle cose che ci piaceva acquisire perché ci esprimevano, tridimensionalizzavano fuori da noi, la nostra identità, non possiamo permettercele come prima, o affatto. Io penso che l’acquisto di beni abbia molto a che fare con l’espressione di identità, e la rappresentazione di se, a tutte le altezze per questo sono meno ostile al consumismo di altri. Allora arriva il momento di dirsi, bene è così, sti cazzi, stamoce. Io cosa altro sono, oltre quello che compro? Cosa posso fare con quello che ho? Come posso materializzare l’idea di bello per me? Senza spendere i soldi che non ho più? Che posso fare di questa mia casa per renderla più piacevole? Di questa tavola? Di questo mio mondo privato? Meno pensiamo a quello che ci spetta e che ci viene tolto, più mettiamo l’accento sull’io e sulle nostre risorse.
    Daje, passerà.

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