Dentro al ring

C’è questa cosa su cui mi trovo a riflettere a diverse altezze, le altezza del privato nel mio lavoro, e quelle del pubblico nella riflessione politica, e riguarda l’intreccio tra affetto e potere, altruismo e assunzione di responsabilità, per cui alla fine voler bene al prossimo spesso sconfina in un abuso, occuparsi del prossimo in una tendenza a cercarlo di capire, in una comprensione dai sapori materni. Se pensiamo a un ring immaginario, abbiamo allora un lato corto che è costituito da ben volere e usurpazione, e all’opposto l’ altro lato corto i cui angoli sono il rispetto per la libertà dell’altro, e il disimpegno ossia – una certa pacifica tolleranza che sfuma in un non vedere l’altro, un dare per scontato le sue organizzazioni mentali, i suoi desideri le sue difficoltà, come simili ai propri quando potrebbero essere molto diversi. In altri termini potremmo dire, per fare un po’ di folclore, che in questo ring c’è un lato dei comunisti invasori, e all’ opposto quello dei liberali emotivamente mediocri.

Dunque si può dire che un obbittivo della vita, sia quello di riuscire a muoversi nel mezzo di ring, a cercare il meglio dei due lati corti giocando su quelli lunghi. Ma questo intermezzo magico si abita bene nel profluvio di risorse materiali ed emotive, senza che ci siano grandi cataclismi e minacce e senza grandi mancanze pregresse. Non è un caso che le democrazie fioriscano nella cintura geografica dei climi più favorevoli e delle ricchezze territoriali più generose, perché per fare quella spola, quella tessitura tra bene pubblico e rispetto delle soggettività occorrono molte risorse. Questa cosa delle risorse io la vedo bene anche guardando le famiglie che sono intorno ai pazienti. Le risorse in psicologia sono altre cose, sono soluzioni creative, capacità visionarie, patrimoni del sapere e del saper stare in relazione. Sono il saper fare delle favole diverse rispetto a quelle che verrebbero tramandate dalle colpe dei padri, e anche bizzarre scelte relazionali che aprono il campo, mettono cose nuove. Le famiglie che riescono a costellare intorno a se ponti affettivi, con altri soggetti che sanno allestire diverse metafore non saranno quelle prive di patologie, che non esistono, ma saranno quelle in cui le patologie saranno trattenute in una rete, sopra la soglia di un abisso. Famiglie cioè allegramente nevrotiche.

Scrivo queste cose, perché penso che l’emergenza Covid, e la sua immanenza nel tessuto sociale, è una situazione emergenziale che ci sta mettendo alla prova, nel nostro ring politico in mezzo a cui tra mille difficoltà ce la siamo sempre giostrata in maniera nevrotica ma comunque ben più sopportabile di quel che possono vivere i cittadini di luoghi come l’Iran, la Siria, o il Congo. E anzi la nostra situazione di relativo privilegio -siamo il paese più sgangherato tra quelli seduti sul cocuzzolo del mondo – ci ha impedito di vedere i bordi del ring. Per questo succede ora per esempio che l’intelligente epidemiologo Vespignani nell’intervista di Telese, non veda neanche lui bene i bordi del ring. Vespignani infatti spiega la sua oggettivamente intelligente strategia di lotta all’epidemia teorizzando serenamente che bisognerebbe ficcare tutte le persone contagiate e che sono venute in contatto con un contagiato in un bell’albergo, dicendo: Va la, siamo riusciti a farlo in Congo, vuoi che non ci riesca in Italia? Alludendo alla disparità delle risorse economiche, ma eludendo completamente il problema di una democrazia matura, ricca, con una solida tradizione liberale, dove di poteri costituiti e consorterie ce ne sono a mazzi, m anche cittadini borghesi e misurati che non accettano di essere coartati a delle azioni per quanto per il bene comune.
Così come anche l’idea di una app che controlli e tracci l’iter dei cittadini, scotomizza un problema di natura politica, che in democrazie meno mature, o dove la cittadinanza è talmente ricattata dall’assenza di denaro e di beni di prima necessità è certamente meno pressante, ma che in Italia potrebbe suscitare preoccupazione e opposizione. Su questo per esempio ha ben argomentato Andrea Iannuzzi, in un suo intervento su La Repubblica: un conto è l’affidamento delle nostre informazioni a società private, un conto è affidarle direttamente allo Stato senza cautele giuridiche rigorose,quind darle a leadership politiche che in astratto potrebbero pure  in un secondo momento rivelare  ambizioni totalitarie, anche se  magari l’attuale governo onestamente non le dimostra. Servono dunque garanzie – Iannuzzi faceva l’esempio dell’autorizzazione a procedere dei magistrati nelle indagini di polizia – ma quelle stesse garanzie giuridiche, aggiungiamo noi, rendono il dispositivo probabilmente meno efficace sotto il profilo epidemiologico.

In altri termini, per quanto una pandemia metta in campo l’urgenza di competenze scientifiche prestate alla collettività, per quanto ci servano virologi, epidemiologi, ed esperti di medicina sociale, il ring tutto politico dell’amministrazione pubblica rimane tale, i lati corti che determinano le proposte nell’amministrazione collettiva rimangono di colore politico, il sapere scientifico che viene chiamato a dire la sua, è comunque un mezzo dell’azione politica, e mezzo del colore politico. E questo in particolare diventa tanto più vero in una fase in cui le scienze sono ancora in fase di costruzione di risposte, una fase che deve – per il nostro bene – durare molto: perché i vaccini non si fanno in un giorno, i protocolli di cura non si stabiliscono in poche ore, e la ricerca scientifica è quella cosa che da risultati affidabili e poco rischiosi per noi quando sono rispettati e tempi tecnici dell’iter sperimentale, della replica di un certo esperimento in condizioni diverse. Per esempio ci si dovrà chiedere:  quel certo farmaco va bene su un paziente iperteso, e ipoteso? Quanto influiscono delle variabili di età e di sesso nell’efficacia di una terapia o nel numero e tipo di effetti collaterali?
La scienza per aiutarci  ha insomma ancora bisogno di errori, di scambi, di pareri e di aggiustamento del tiro. Dunque al momento  ha ancora meno possibilità di dirci cosa fare, e di essere usata politicamente. Per ora ci ha detto una sola cosa veramente importante: ed è la massima cautela: dobbiamo essere distanziati l’un l’altro, dobbiamo portare le mascherine e disinfettare le superfici, e sopra ogni cosa, dobbiamo lavarci le mani molto molto spesso.

Piuttosto,  queste cose che ci dice la scienza purtroppo ci tolgono molte delle risorse che da sempre ci hanno tenuto in mezzo al ring, e ce le toglierà in futuro, sia che le obbedisca lo Stato che le obbediscano i cittadini spontaneamente. Perché la protezione da coronavirus è necessaria quanto nemica dell’economia. Dimezza gli introiti, rallenta le filiere produttive, scoraggia i consumi. In mezzo al ring con tutte queste cose rallentate è molto più difficile stare perché si può dire, più ci si sente poveri minacciati e insicuri, più tenderemo a buttarci nel lato lungo formato dagli angoli più cattivi, la parte disfattista del liberalismo, la sfumatura dittatoriale dello stato etico. E questo è tanto più pericoloso, perché quel lato del ring sconfina in un burrone. Finisce male per tutti.

Se manteniamo però la consapevolezza di dover proteggere quanto più possibile del nostro funzionamento e del nostro benessere psicologico e civile, forse la metafora ci aiuta, a proteggerci come cittadini in questo momento e ad attivare delle risorse creative – proprio come  quelle delle famiglie che salvano dal collasso psicotico. Nella grande fatica che si profila all’orizzonte, stretti tra una crisi economica di cui non abbiamo memoria, e una minaccia sanitaria di cui non abbiamo esperienza, una cosa che ci può aiutare è recuperare un po’ di pensiero progettuale e politico, per tutelarci un po’ tutti, riconoscendo il gradiente totalitario o disfattista delle proposte che ci vengono fatte, disvelando sempre la misura politica, ma cercando anche di mantenere attivi i due angoli buoni del nostro ring, quello della protezione di altri che non siamo noi, del rispetto per le sue peculiarità, e quello dell’assunzione di responsabilità nei suoi confronti, nei confronti del suo benessere e della sua salute. In fondo l’azione politica è un po’ quel terreno in cui tutti ci candidiamo simultaneamente a essere i figli adolescenti di qualcuno  e che chiedono di essere rispettati, e i genitori illuminati di qualcun altro che ha bisogno di essere protetto .

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