Questioni di metodo sulle cronache di viaggio

 

 

Vorrei lavorare su una metafora per capire bene, io per prima le implicazioni che riguardano la ricerca e la speculazione sui temi della psicologia dinamica, e più specificatamente, ma quasi accidentalmente sui temi che riguardano genere e psicologia dinamica.
Dunque vediamo.
Un signore decide di andare in vacanza in un certo posto.
Ci sono diverse cose da considerare:

  1. Il carattere del signore, il tipo di fisico che ha e tutto quello che possiamo sapere sul suo luogo di partenza.
  2. I mezzi materiali di cui dispone per affrontare il suo viaggio
  3. Cosa gli dicevano del suo viaggio.
  4. Gli interessi che ha quando decide di programmarlo
  5. Con che mezzo fa il viaggio, e con quali compagni di viaggio
  6. Se durante il viaggio incontra delle disavventure e di quale entità
  7. Se durante il viaggio incontra delle tappe che lo seducono, per cui devia il percorso
  8. Se quando arriva a destinazione la destinazione lo fa essere felice li dove è.
  9. Cosa vuol dire essere felice di una destinazione?
  10. Se torna indietro è perché lo richiama un dovere o un’impotenza? O?
  11. Se torna indietro perché una delle tappe era più interessante
  12. Se rimane per un po’ e poi decide di spostarsi.

Poi abbiamo altre cose da considerare.

  1. Come consideriamo noi il carattere del signore
  2. Cosa pensiamo della sua meta
  3. Cosa pensiamo delle persone che si fermano nelle tappe intermedie
  4. Cosa dice la stampa sui viaggi

E facciamo conto che noi, alla fine di mestiere siamo quelli a cui il signore si rivolge quando arrivato a destinazione, dice: io qui sto male. Noi siamo quelli che si pongono degli interrogativi, inerenti l’origine del malessere. E gli interrogativi a ben vedere, ricalcano tutti i primi dieci punti del viaggio del signore. E’ partito con poche attrezzature per la destinazione? Durante il viaggio qualcuno lo ha ferito? Per esempio menomato? Durante il viaggio ha visto un luogo che rimpiange? Ha scelto male la meta del suo viaggio? In questo periodo tutte le persone scelgono questa meta, è una caratteristica di questo periodo, o questa metà offre molto sempre alle persone?

Se il lavoro della psicoterapia è quello di ragionare con il signore, seduta per seduta sulla storia del suo viaggio in modo da decidere se andarsene rimanendo com’è, o rimanere cambiando qualcosa dentro di se, se accettare certe cicatrici oppure affrontare delle guarigioni possibili, poi esiste un lavoro, che è la riflessione sulle ricorrenze nei racconti di viaggio e di mete, i racconti nelle stanze e fuori dalle stanze. Allora la psicologia diventa la mappatura logica dei viaggi e degli itinerari – la psicopatologia invece l’inventario di quando i viaggi, qualunque sia la destinazione, non vanno come dovrebbero.

Ne consegue che, per parlare di viaggi che vanno bene e che vanno male: può essere d’aiuto aver viaggiato, aver fallito una destinazione e averne trovata un’altra, aver ascoltato molti viaggi, aver trovato molte soluzioni, e aver letto molte teorie di viaggi che parlano di mondi dove si viaggia in modo diverso dal proprio. Come si viaggia in mediooriente? Come si viaggiava nel trecento? Come soprattutto altri, che fanno lo stesso mestiere, parlano di viaggi? Quando noi parliamo di viaggi, parliamo come ne parlano le persone comuni, o come ne parlano i tour operetor? E quando parliamo alle persone di viaggi, dobbiamo fare capo al loro modo di intendere i viaggi o al nostro? I viaggi delle persone hanno una qualche incidenza negli interessi della collettività? Viaggi diversi sono in un conflitto tra loro?

Le questioni di genere per la psicologia sono particolarmente interessanti e in una certa misura divertenti, appassionanti – perché mettono per bene in luce le criticità delle costruzioni teoriche sulla salubrità dei comportamenti e delle scelte, e rivelano problemi costanti che ha la psicologia con la comunicazione pubblica. Per ognuno dei punti che riguardavano il signore che parte infatti, c’è una trappola in cui può cadere il discorso psicologico quando affronta una generalizzazione, e questa successione di trappole è particolarmente evidente con gli studi di genere.  Quello che qui ho chiamato il signore, è per me il genoma del soggetto che viene al mondo, il suo primigenio nucleo identitario a cui si profila davanti la realizzazione di un destino individuale, quello che gli junghiani chiamano processo di individuazione. Questo genoma ha in dotazione un corpo, che è il suo primo ambiente culturale, per altro il più potente di quelli a venire, e di poi altri ambienti importanti la famiglia è un altro importante ambiente,  che specie all’inizio lo connotano profondamente – e anche biologicamente: i neurologi parlano di plasticità neurale,. Ma poi il nostro signore continua la sua vita, muovendosi tra esempi, affetti, illusioni e ambizioni, grandi seconde occasioni, e spezzature che non lasciano scampo.  E allora troveremo studiosi che diranno che tutto il potere è nel genoma, altri nel primo ambiente del corpo, altri ancora in quello che succede durante le tappe del viaggio. Quelli più bravi, quelli che hanno davvero un pensiero complesso e articolato e anche una discreta esperienza come terapeuti, cercheranno invece di fornire una visione dei viaggi che tenga in considerazione le diverse questioni.

Prendiamo in esame un viaggio standard affidato alle donne. La donna deve piacere all’uomo, sedurlo, sposarlo e diventare madre, facendosi ingravidare. Quando la psicologia più o meno velatamente dice che questo è il viaggio di ordinanza della psiche femminile, fa una generalizzazione che ha una serie di importanti, e inemendabili punti di forza: infatti molte donne condividono questo viaggio, come il loro processo di individuazione più importante, e direi anzi che ancora sono la vasta maggioranza. Sono quelle donne per prime a dire, si è vero, si è così per me. Il fatto è che spesso i dibattiti sugli studi di genere vengono gestiti da quelle minoranze per cui quel viaggio può essere messo in discussione, nella totale ignoranza o anche svalutazione  di contesti e storie di vita per cui si quel viaggio è importante. Il secondo importante punto di forza di quella generalizzazione concerne l’enorme potere del corpo, come primo oggetto capace di determinarci. Ora avere il ciclo e uno spazio cavo che è adatto a farci stare dentro un bambino è una stringa concettuale offerta dal corpo, che martella di poi continuamente e quindi è comprensibile che la gravidanza entri nel campo del processo di individuazione del soggetto. Per una questione direi posta dal corpo.
Poi ci saranno altre cose, come l’importanza di quel viaggio che ha per il gruppo sociale. L’esistenza in vita di quel gruppo sociale, lo sfuggire alla morte e all’estinzione dipende dal fatto che alcuni suoi membri ne mettano al mondo altri, per cui, ci saranno non solo le voci delle viaggiatrici a insistere su questo aspetto, fai i bambini è il mio viaggio, sarà anche il tuo, ma di tutti gli altri che diranno, solo tu puoi portare a termine questa missione per noi, fai i bambini! Se non li fai che sarà di noi?

Quando arriva la psicologia spesso si ritrova implicitamente assoldata dal suo contesto culturale, e le si chiede di ribadire quelli che sono ritenuti gli interessi di quel gruppo sociale. Allora si chiederà allo psicologo di dire che le donne devono fare i bambini, ma anche per esempio che un certo ritratto della salute psichica combaci con una certa produttività economica, oppure che il soggetto eversivo, non sintentizzabile sia ipso facto disturbato, titolare di una diagnosi. Sono perciò mediaticamente popolari e culturalmente preferiti, psicologi con visioni piuttosto reazionarie, psicologi cioè che rappresentano i viaggi dei soggetti, dei caratteri, delle donne nel nostro caso, tarati sulle richieste del gruppo culturale – anche se a ben vedere, specie se sono psicologi con gli occhi aperti, o psicologi che lavorano tanto, se la stanno facendo facile, stanno aggiustando le cose. Forse stanno mentendo.

L’esperienza materiale di cura, l’ascoltare cosa succede con i propri pazienti e i racconti dei colleghi, dovrebbe dare una vigorosa sterzata filosofica ai clinici che parlano di viaggi, perché non c’è esperienza epistemologica più dura e importante del vedere la resistenza delle scelte soggettive di un genoma di una storia, di una soluzione, a un trattamento psicoterapico, o a una sua successione. Quella esperienza – ridefinisce il concetto stesso di diagnosi e di psicopatologia, e procura una specie di invecchiamento all’interno delle storie professionali. Cominci dicendo che chi non fa tutta una serie di cose è malato nella apollinea convinzione che arrivi te e lo porterai dove pensi sia giusto che vada, poi siccome uno ci va, l’altro non ci va, l’altro è in un momento di vita diverso che propone altre mete, l’altro se ci andasse farebbe la fine della madre allora davvero è meglio di no, ti fai delle domande, devi fartele. Ti dici: ma è proprio vero che quella meta deve essere la stessa per tutti? Posso io, che dopo cinque anni di trattamento  con la paziente ics, avendo visto che ha imparato a essere serena in un certo arredamento della vita – con quel lavoro ma senza figli, oppure senza partner, posso io dire, che quella soluzione non è sana? Sta bene, non fa male a nessuno. Perché non dovrebbe essere sana?
Ho avuto in terapia donne che sono rimaste incinte durante il trattamento e donne con cui abbiamo lavorato a lungo  – e più o meno dolorosamente – sul fatto che era molto importante per la loro sopravvivenza psichica, e forse materiale, che non diventassero madri. Io stessa ricordo come un insegnamento sul tema del presunto istinto materno delle donne, quando discussi con la mia seconda analista, l’eventualità che mi specializzassi in psicoterapia infantile.
LEI CON I BAMBINI???? Mi disse essa affettuosamente incredula. Ma non è proprio il caso! Continuò – forte di un percorso che ne legittimava una certa assertività, e so che aveva ragione.

Dunque quando un analista parla di viaggi, e di identità di genere, per quanto possa avere a mente alcune maggioranze relative, alcune determinanti più forti di altre, deve stare molto attento perché il modo con cui restituirà l’organizzazione del discorso su quell’argomento dovrà essere in grado di includere delle seconde opzioni, delle minoranze nutrite, dei cambiamenti di contesto, e dovrà anche stare attento a proteggere o a lavorare quantomeno criticamente la sua posizione rispetto al gruppo sociale in cui è iscritto. Dovrà lavorare insomma su quale è veramente il suo committente.  Quella della committenza, non è una domanda scontata. A chi rendiamo conto quando teorizziamo? Chi facciamo contenti? Un gruppo dominante? Il senso comune? I pazienti che si hanno o che si avrebbero? I santi padri della storia della clinica?
Pensarci, aiuta a puntellare meglio la propria posizione, e a includere più soluzioni possibili quando si propone una teoria critica del viaggio.

Dieta di worms

La donna è una di quelle con una loro disordinata piacevolezza, per quanto sovrappeso, per quanto anche troppo pigra per il caparbio rosario della giovinezza perduta – un’avemaria per la cellulite, un padre nostro per la cicatrice sul ventre, tre ancora per i colpi di sole dal parrucchiere. Non abbonda di amanti sta a dire, ma drena ancora qualche maschio di ordinanza, quando in ufficio ride – ha una risata forte che sa di levità e disincanto – e muove le mani in un certo modo, oppure incrocia le gambe nella gonna che le colleghe – donne – giudicano inopinatamente stretta (i colleghi no – sia messo agli atti, dice la donna sorniona, pensando al metro della sarta).

Il fatto, pensa la donna a proposito della (sua) carne, nei confronti della quale è clemente fin troppo, per narcisismo mal curato – secondo il suo medico di base che a ritmo regolare le minaccia mali irreversibili – il fatto è ecco, si diceva, è che mentre la fuori imperversa il canone di un eterna sottrazione della materia, l’estetica di un’eterna promessa, la perversione di qualcosa che potrebbe avvenire, il godimento come anticipazione del reale, bambine che sui giornali socchiudono gli occhi, ventri piatti e seni inesistenti che erotizzano evocando quelli che non esistono, la donna perdona se stessa, le sue analisi del sangue, il volto tondo di luna, per il fatto di sapere di immanenza, di qui ed ora, di carne fatta e finita, cucinata, commestibile.
Ama perciò le giacche di colori sgargianti strizzate sul ventre, i tacchi spilluti su cui si issa piena di erotica baldanza, le borse piccole con la catenella, che la fanno brillare di buon umore.
(Dentro ci mette la barretta pesoforma, a testimonianza di buona volontà, ascesi, e a riprova di alcuna corresponsabilità nell’ aperitivo che ha in preventivo per la serata).

Indubbiamente la donna sbaglia, e le amiche a sera, glielo diranno, le sue amiche papere e oche e vestali cocciute della ragazza che è stata, drizzeranno le code bianche e le somministreranno succo di pomodoro, sbatteranno le ali ridendo, si diverte sempre con le amiche, e piene di spumose volgarità sui letti che cigolano e sulle ambizioni della donna nel suo passato prossimo venturo, a tutela insomma del suo curriculum erotico, le prescriveranno una carriera di sedani carote, centrifughe e altre postmoderne, rarefatte diavolerie.
Il prezzo da pagare per cinque minuti in più di futuro alle spalle.
La donna le lascerà fare, materna con la loro maternità. Annuirà con serietà persino quando quelle le diranno che deve andare in palestra, con loro certamente, pazze pensa in cuor suo ma non dice,   in palestra le sue amiche atletiche che immagina volteggiare tra le spalliere e le sbarre e i tappetini dicendo sconcezze.

Ma il fatto è che è felice, e per quanto felice di una cosa piccina – con perizia la racconterà, perché alla donna è successo qualcosa, qualcosa di modesto, rarefatto ma gentile, eppure dentro di lei portentosamente efficace. La donna dirà che ha trovato qualcosa. Che anzi, ha ritrovato -bisognerebbe dire con precisione. Le sue amiche papere si avvicineranno colle seggiole al tavolo per sentirla meglio, accenderanno le sigarette, verseranno sul tavolo le noccioline per concitazione – e di poi tuberanno come colombe – un po’ per darle soddisfazione, un po’ per celare il fatto che nell’intimo si stanno dicendo – ma non dovevamo parlare di carne e di letti? Non s’era deciso così?
Tuttavia una di loro, la più silenziosa e che meglio la conosce – le sorride.

Bene, le dice allora, allisciandosi le piume scure delle ali, aggiustandosi quasi gli occhiali che non ha ma è come se avesse- conosco la luce di quel talismano tutto sommato innocente (anche se –  noi sappiamo).
State zitte papere sciocche, tu però da domani mettiti a dieta.

(qui)

 

 

Gli oggetti carismatici di una memoria simbolica. La questione Montanelli.

Al Wadsworh museum, ad Harthford dovrebbe essere ancora possibile guardare una delle bellissime shadows boxes, di Joseph Cornell. Questa esoterica e onirica  che ho messo sopra, come altre sue, contiene tra le altre cose una vecchia mappa del mondo, una testina forse di bambino, quello che credo sia un recipiente, una tazza con l’immagine di Marco Aurelio, e un altro che rappresenta Roma, mentre nel mezzo c’è una pipa di avorio. E’ una delle sue più belle, datata 1936 e ha in se la complicata simultaneità di simboli che evoca l’esotismo – c’è il viaggio, c’è il mondo lontano, e c’è l’iconografia del potere, ci sono anche come dire, l’arroganza e lo charme del vecchio mondo, negli occhi stralunati dei figli del nuovo – c’è una permanente traccia di sehnsucht, nostalgia, anche se di un viaggio mai davvero compiuto.

Comincio da Cornell, perché parlare della statua di Indro Montanelli e del dibattito che sta suscitando ci fa aprire una scatola di simboli non molto diversa da quelle venerate nei musei nordamericani. La shadow box che abbiamo qui è quasi perfettamente adatta allo scopo, anche se forse si sarebbe meglio arricchita con l’immagine di una bambina, e qualche spicciolo adagiato sul fondo. E’ la scatola di un nostro passato e anzi tutti quei colori profumati di terra e di seppia, tutti quei vetri opachi da antico laboratorio alchemico sembrano garantirci una distanza che gioca sulla possibilità della differenza genetica. Siamo informatizzati noantri, siamo nel nuovo millennio, vuoi che quella scatola polverosa con la bimba che si comprò il giovane Indro ci riguardi? Ma simultaneamente ci intenerisce, simultaneamente appare proprio, come il souvenir dell’infanzia di un nonno perduto.
A proposito di genetica.

La polemica ci è abbastanza nota.A Milano c’è una statua di Montanelli, fatta erigere nell’epoca del Sindaco Albertini, e di cui un gruppo di cittadini, ha richiesto la rimozione, dal momento che il giornalista, quando ebbe modo di partecipare alla campagna d’Africa si sposò con una ragazzina di dodici anni, comprandola dai ras locali, per poi lasciarla in Africa e tornarsene in Europa. La vicenda è sempre stata scabrosa, ha sempre attirato addosso a Montanelli molte critiche, anche se poi la maggioranza dei cittadini l’ha sempre perdonato. Questo, nonostante il fatto che, diversamente da tanti, rispetto a quella vicenda della sua giovinezza non mostrasse alcun mutamento di prospettiva, alcun mutamento intellettuale, alcun mutamento etico. Quando nel 2000, Indro Montanelli riapre la sua shadow Box con la sposa bambina – come possiamo leggere in questo suo intervento qui sotto – si può rigirare tra le mani lo stesso colonialismo, maschilismo, e disinvolta improntitudine che doveva avergli inoculato il suo contesto di appartenenza – a scanso di equivoci, non uguale per tutti già allora. Nella sua pagina di posta Montanelli avrebbe infatti scritto, che prendeva la bambina al leasing, che puzzava, che siccome c’era questa faccenda dell’infibulazione non poteva godersela sessualmente, che era in perfetto accordo con i le usanze locali, e che la ragazza lo avrebbe ricordato con affetto.

Non stupisce la successione degli eventi quando accaddero. Fermo restando che di Italie ce ne sono sempre state molte, compresa quella di chi dopo la campagna d’Africa e proprio in virtù dii quella abbandonò il fascismo, di fondo il giovane Indro veniva da un paese francamente maschilista – che poteva ragionevolmente trovarsi a suo agio a negoziare con forme di maschilismo di altri colori culturali. Il nostro, all’epoca era solo un maschilismo più ricco, le nostre donne non lavoravano, non potevano divorziare, dalla patria potestà andavano al potere del marito, appartenevano sempre a qualcun altro, poteva davvero capitare che finissero nel letto di qualcuno per accordo di terzi e in caso di famiglie numerose e povertà conclamata qualcuna poteva pure invece vederselo negato per sempre il letto, essendo stato deciso per lei che sarebbe dovuta farsi suora. Non c’è insomma da stupirsi molto se maschi di tutti i colori trovassero un accordo. E siccome i codici culturali organizzano la vita dei gruppi sociali e non solo dei maschi o delle femmine, è facile capire perché Destà avesse accettato di buon grado i doveri verso Indro e perché l’avesse accettato sua madre. Era il loro codice culturale, ma anche il codice di una necessità economica, o dovremmo dire di sussistenza. Erano le leggi che hanno sottoscritto, non tutte, ma molte delle nostre nonne e bisnonne. In effetti – fin tanto che le donne non hanno potuto scegliere di non generare – la loro posizione riguardo il potere maschile conosceva, ovunque, poche alternative. Più deboli nel corpo, responsabili di piccoli, impossibilitate a evadere generazione e responsabilità, il loro potere sulla specie costa(va) il loro potere sul mondo.

 

Più problematici sono stati gli interventi successivi, in cui Montanelli – da persona schietta quale è sempre stata – ha ritenuto coerente, e questo probabilmente è un merito, non ritrattare, non pentirsi. Destà se l’è comprata, è capitato, doveva essere piccoletta perché sapete la sifilide, puzzava, era infibulata e quindi non provava niente che tanto e tanto, ma io manco me la sono potuta godere per un po’. Ossia, la sua posizione di maschio bianco, che approfitta di una disparità di potere, che compie un atto misogino e pedofilo, non è realmente disconfermata. Le accuse di razzismo, di pedofilia, di abuso, non sono in fondo per Montanelli accuse infamanti, sono accuse puerili, perché in fondo, riportano un codice culturale che lui non ha mai disconfermato. Non è mai stato indignato per un onta feroce-tuttalpiù. Per un certo verso aveva le sue ragioni: nel gioco oscuro e sporco del colonialismo – ma questo è spesso il gioco oscuro e sporco delle guerre – negli incontri tra usurpatori e usurpati si verificano regolarmente disincantanti accordi tra coloro i quali hanno il coltello dalla parte del manico.

Quando la statua fu eretta, la questione non fu forse sentita, era fresca la militanza antiberlusconiana del nostro, che metteva d’accordo sciure di ogni colore, e nostalgici sovranisti di ogni risma. Ora però che Berlusconi non è più un attore importante della scena politica, l’antiberlusconismo non è più una medaglia al valore militare, alcuni milanesi hanno chiesto la rimozione della statua, altri ci hanno tirato sopra una secchiata di vernice. Questo anche perché magari, mentre Indro rimaneva fieramente coerente con un’idea di relazioni di potere e di genere ottocentesca, intanto diverse cose erano cambiate per esempio per le donne italiane: ora potevano divorziare, ora potevano lavorare, ora lo stupro era un reato contro la persona e non contro la morale, ora non dovendo fare figli e basta, erano meno ricattabili per questioni di mera forza. Ora votavano. Ai colleghi di Montanelli per esempio oggi, non viene molto spontaneo pensare che la propria figlia debba sposarsi a vent’anni o farsi suora. Ugualmente anche la propria posizione – per quanto il razzismo non si sia affatto sopito – nei confronti delle donne africane è decisamente mutata.

Dopo di che si constata che nel dibattito pubblico, la stampa pressoché per ogni dove, si è schierata a favore della statua, e quindi implicitamente a favore della scatola simbolica che conteneva i segni del colonialismo, della pedofilia, e della violenza di genere. Non è che si dica che queste cose siano belle o condivisibili, o che non rappresentino un peccato o una cosa sanzionabile. Si è detto che sono il neo di un passato lontano, che è andato e che non si può riscrivere, oppure si è insistito sul valore del giornalista che renderebbe quel neo trascurabile. A sinistra si è invece detto che non è questo il modo di fare azione politica, che abbattere le statue è un atto iconoclasta e pericoloso per un verso, oppure assolutamente inutile per un altro. E bisogna dire, nella stragrande maggioranza dei casi, queste cose le dicono solo uomini, ma la cosa interessante è che la dicono violentemente, e a gran voce. Editoriali del corriere della sera, deliranti articoli sul Fatto, proclami sulle trasmissioni televisive. Poche le voci femminili, sparute.
Come si spiega comunque questa levata di scudi?

Sullo sfondo abbiamo un primo tema e che riguarda la posizione sempre imbarazzata di un paese che scimmiotta la recita del potere e della ricchezza senza essere mai stato culturalmente capace di esercitarlo. La severità e l’attenzione che il mondo anglofono dedica agli studi postcoloniali, rispecchia la necessaria autocoscienza di un esame storico e identitario di chi ha avuto un grande potere e ora può mostrare di disprezzarlo. Non c’è convegno indignato nelle aule di Cambridge che possa cancellare il fascinoso prestigio del Commonwelth. Noi invece scimmiottiamo: le nostre vicende coloniali sono di basso lignaggio e scarsa durevolezza, tentativi transitori che di shadow boxes ne hanno portate davvero pochine, e ci viene da conservarle come reliquie. Ma meno male che c’è Indro, almeno uno via! A restituirci una gioiosa immagine fallica di maschio bianco che una volta tanto fa le cose per bene, col cazzo duro, anziché finire dentro al pentolone dei selvaggi – cosa che spontaneamente ci viene da pensare è molto più congrua all’italico destino, nel suo intimo più portato alla poesia e all’umorismo che a rompere le palle al prossimo. Un maschio uno come si deve almeno, ce l’abbiamo.
Poi certo gli aerei di Mussolini, erano tutti rotti.

Sempre per questa questione dello scimmiottare la dialettica storica senza riuscire a viverla del tutto, anche sulle questioni di genere, la dove c’è serietà, qui c’è approssimazione, la dove si macina dibattito pubblico qui ci si ferma al benaltrismo. In Italia, ogni volta che si sollevano le questioni di genere, da destra a sinistra, la reazione standard rimanda al ben altro. E se a destra il tema della discriminazione – sessuale ma anche razziale – è negato tout court a sinistra il disinteresse si manifesta con l’alibi supponente della critica dei modi. Ah care e cari non si fa così. Non è abbattendo le statue che cambierai le cose. Non è scrivendo sui social che. Non è scrivendo di cronaca che. Non è parlando di femminismo che. Non è manifestando che. Nell’ottanta per cento dei casi in cui una donna si prova in un contesto colto, intellettuale a proporre tematiche di genere – discriminazione sul lavoro, violenza di genere, etc – invariabilmente arriverà il fronte maschile che con molta gentilezza ti spiegherà che. Questa cosa capita con minore regolarità anche sui temi della discriminazione razziale. Il dubbio che viene è: c’è ben altro di cui parlare perché ci sono cose davvero più importanti, oppure è meglio che ci sia ben altro di cui parlare perché c’è – mi vergogno a dirlo per il mio paese – una gestione del potere che non deve essere cambiata?

E questo spiega bene la levata di scudi. Quanto è cambiata L’Italia da quando Indro a vent’anni faceva con le nere povere quello che avrebbe avuto in animo di fare con le bianche ricche?
E’ cambiata discretamente.
Ma vogliamo davvero che cambi di più?

 

La levata di scudi c’è, perché una parte del paese è cambiata mentre un’altra non vuole che cambi. Difendere Montanelli, statua abbattuta o meno – significa ritenere emendabile la scatola simbolica per cui in un lontano patto tra dominanti e dominati ci si mette d’accordo su una gerarchia dei generi. Il che risulta ancora funzionale a un cambiamento rimasto a mezza altezza, con le donne che possono lavorare ma sono poche, che possono votare ma ce ne sono poche in politica, con i rapporti numerici di donne che firmano articoli sui giornali rispetto agli uomini. Ma significa anche rimanere fermi in un generico post sessantotto, in un generico rimpianto di qualcosa che non c’è e fuori da qualcosa che ancora non arriva, in una bolla di incertezza politica che è anche arretratezza culturale, che ha un odore di stantio e che è un po’ anche disprezzo per le proprie potenzialità. Nel pensare a tutta questa vicenda, mi è un po’ tornato in mente un amaro commento, che certo era più una trovata letteraria che altro, che Toni Morrison in Tar Baby fa a proposito dei bianchi. I bianchi dice (cito a braccio) hanno l’abitudine di fare i propri bisogni nella stesso luogo dove dormono.

Non vanno cioè lontano, non proteggono la casa da ciò di cui si liberano, che disprezzano di se, che può infettare l’ambiente. Si tengono tutto dentro le mura.

Non riusciamo a liberarci delle nostre parti tossiche, simboliche o materiali che siano – differenza che, quando si parla di vita pubblica – è sempre piuttosto sfumata.