Gli oggetti carismatici di una memoria simbolica. La questione Montanelli.

Al Wadsworh museum, ad Harthford dovrebbe essere ancora possibile guardare una delle bellissime shadows boxes, di Joseph Cornell. Questa esoterica e onirica  che ho messo sopra, come altre sue, contiene tra le altre cose una vecchia mappa del mondo, una testina forse di bambino, quello che credo sia un recipiente, una tazza con l’immagine di Marco Aurelio, e un altro che rappresenta Roma, mentre nel mezzo c’è una pipa di avorio. E’ una delle sue più belle, datata 1936 e ha in se la complicata simultaneità di simboli che evoca l’esotismo – c’è il viaggio, c’è il mondo lontano, e c’è l’iconografia del potere, ci sono anche come dire, l’arroganza e lo charme del vecchio mondo, negli occhi stralunati dei figli del nuovo – c’è una permanente traccia di sehnsucht, nostalgia, anche se di un viaggio mai davvero compiuto.

Comincio da Cornell, perché parlare della statua di Indro Montanelli e del dibattito che sta suscitando ci fa aprire una scatola di simboli non molto diversa da quelle venerate nei musei nordamericani. La shadow box che abbiamo qui è quasi perfettamente adatta allo scopo, anche se forse si sarebbe meglio arricchita con l’immagine di una bambina, e qualche spicciolo adagiato sul fondo. E’ la scatola di un nostro passato e anzi tutti quei colori profumati di terra e di seppia, tutti quei vetri opachi da antico laboratorio alchemico sembrano garantirci una distanza che gioca sulla possibilità della differenza genetica. Siamo informatizzati noantri, siamo nel nuovo millennio, vuoi che quella scatola polverosa con la bimba che si comprò il giovane Indro ci riguardi? Ma simultaneamente ci intenerisce, simultaneamente appare proprio, come il souvenir dell’infanzia di un nonno perduto.
A proposito di genetica.

La polemica ci è abbastanza nota.A Milano c’è una statua di Montanelli, fatta erigere nell’epoca del Sindaco Albertini, e di cui un gruppo di cittadini, ha richiesto la rimozione, dal momento che il giornalista, quando ebbe modo di partecipare alla campagna d’Africa si sposò con una ragazzina di dodici anni, comprandola dai ras locali, per poi lasciarla in Africa e tornarsene in Europa. La vicenda è sempre stata scabrosa, ha sempre attirato addosso a Montanelli molte critiche, anche se poi la maggioranza dei cittadini l’ha sempre perdonato. Questo, nonostante il fatto che, diversamente da tanti, rispetto a quella vicenda della sua giovinezza non mostrasse alcun mutamento di prospettiva, alcun mutamento intellettuale, alcun mutamento etico. Quando nel 2000, Indro Montanelli riapre la sua shadow Box con la sposa bambina – come possiamo leggere in questo suo intervento qui sotto – si può rigirare tra le mani lo stesso colonialismo, maschilismo, e disinvolta improntitudine che doveva avergli inoculato il suo contesto di appartenenza – a scanso di equivoci, non uguale per tutti già allora. Nella sua pagina di posta Montanelli avrebbe infatti scritto, che prendeva la bambina al leasing, che puzzava, che siccome c’era questa faccenda dell’infibulazione non poteva godersela sessualmente, che era in perfetto accordo con i le usanze locali, e che la ragazza lo avrebbe ricordato con affetto.

Non stupisce la successione degli eventi quando accaddero. Fermo restando che di Italie ce ne sono sempre state molte, compresa quella di chi dopo la campagna d’Africa e proprio in virtù dii quella abbandonò il fascismo, di fondo il giovane Indro veniva da un paese francamente maschilista – che poteva ragionevolmente trovarsi a suo agio a negoziare con forme di maschilismo di altri colori culturali. Il nostro, all’epoca era solo un maschilismo più ricco, le nostre donne non lavoravano, non potevano divorziare, dalla patria potestà andavano al potere del marito, appartenevano sempre a qualcun altro, poteva davvero capitare che finissero nel letto di qualcuno per accordo di terzi e in caso di famiglie numerose e povertà conclamata qualcuna poteva pure invece vederselo negato per sempre il letto, essendo stato deciso per lei che sarebbe dovuta farsi suora. Non c’è insomma da stupirsi molto se maschi di tutti i colori trovassero un accordo. E siccome i codici culturali organizzano la vita dei gruppi sociali e non solo dei maschi o delle femmine, è facile capire perché Destà avesse accettato di buon grado i doveri verso Indro e perché l’avesse accettato sua madre. Era il loro codice culturale, ma anche il codice di una necessità economica, o dovremmo dire di sussistenza. Erano le leggi che hanno sottoscritto, non tutte, ma molte delle nostre nonne e bisnonne. In effetti – fin tanto che le donne non hanno potuto scegliere di non generare – la loro posizione riguardo il potere maschile conosceva, ovunque, poche alternative. Più deboli nel corpo, responsabili di piccoli, impossibilitate a evadere generazione e responsabilità, il loro potere sulla specie costa(va) il loro potere sul mondo.

 

Più problematici sono stati gli interventi successivi, in cui Montanelli – da persona schietta quale è sempre stata – ha ritenuto coerente, e questo probabilmente è un merito, non ritrattare, non pentirsi. Destà se l’è comprata, è capitato, doveva essere piccoletta perché sapete la sifilide, puzzava, era infibulata e quindi non provava niente che tanto e tanto, ma io manco me la sono potuta godere per un po’. Ossia, la sua posizione di maschio bianco, che approfitta di una disparità di potere, che compie un atto misogino e pedofilo, non è realmente disconfermata. Le accuse di razzismo, di pedofilia, di abuso, non sono in fondo per Montanelli accuse infamanti, sono accuse puerili, perché in fondo, riportano un codice culturale che lui non ha mai disconfermato. Non è mai stato indignato per un onta feroce-tuttalpiù. Per un certo verso aveva le sue ragioni: nel gioco oscuro e sporco del colonialismo – ma questo è spesso il gioco oscuro e sporco delle guerre – negli incontri tra usurpatori e usurpati si verificano regolarmente disincantanti accordi tra coloro i quali hanno il coltello dalla parte del manico.

Quando la statua fu eretta, la questione non fu forse sentita, era fresca la militanza antiberlusconiana del nostro, che metteva d’accordo sciure di ogni colore, e nostalgici sovranisti di ogni risma. Ora però che Berlusconi non è più un attore importante della scena politica, l’antiberlusconismo non è più una medaglia al valore militare, alcuni milanesi hanno chiesto la rimozione della statua, altri ci hanno tirato sopra una secchiata di vernice. Questo anche perché magari, mentre Indro rimaneva fieramente coerente con un’idea di relazioni di potere e di genere ottocentesca, intanto diverse cose erano cambiate per esempio per le donne italiane: ora potevano divorziare, ora potevano lavorare, ora lo stupro era un reato contro la persona e non contro la morale, ora non dovendo fare figli e basta, erano meno ricattabili per questioni di mera forza. Ora votavano. Ai colleghi di Montanelli per esempio oggi, non viene molto spontaneo pensare che la propria figlia debba sposarsi a vent’anni o farsi suora. Ugualmente anche la propria posizione – per quanto il razzismo non si sia affatto sopito – nei confronti delle donne africane è decisamente mutata.

Dopo di che si constata che nel dibattito pubblico, la stampa pressoché per ogni dove, si è schierata a favore della statua, e quindi implicitamente a favore della scatola simbolica che conteneva i segni del colonialismo, della pedofilia, e della violenza di genere. Non è che si dica che queste cose siano belle o condivisibili, o che non rappresentino un peccato o una cosa sanzionabile. Si è detto che sono il neo di un passato lontano, che è andato e che non si può riscrivere, oppure si è insistito sul valore del giornalista che renderebbe quel neo trascurabile. A sinistra si è invece detto che non è questo il modo di fare azione politica, che abbattere le statue è un atto iconoclasta e pericoloso per un verso, oppure assolutamente inutile per un altro. E bisogna dire, nella stragrande maggioranza dei casi, queste cose le dicono solo uomini, ma la cosa interessante è che la dicono violentemente, e a gran voce. Editoriali del corriere della sera, deliranti articoli sul Fatto, proclami sulle trasmissioni televisive. Poche le voci femminili, sparute.
Come si spiega comunque questa levata di scudi?

Sullo sfondo abbiamo un primo tema e che riguarda la posizione sempre imbarazzata di un paese che scimmiotta la recita del potere e della ricchezza senza essere mai stato culturalmente capace di esercitarlo. La severità e l’attenzione che il mondo anglofono dedica agli studi postcoloniali, rispecchia la necessaria autocoscienza di un esame storico e identitario di chi ha avuto un grande potere e ora può mostrare di disprezzarlo. Non c’è convegno indignato nelle aule di Cambridge che possa cancellare il fascinoso prestigio del Commonwelth. Noi invece scimmiottiamo: le nostre vicende coloniali sono di basso lignaggio e scarsa durevolezza, tentativi transitori che di shadow boxes ne hanno portate davvero pochine, e ci viene da conservarle come reliquie. Ma meno male che c’è Indro, almeno uno via! A restituirci una gioiosa immagine fallica di maschio bianco che una volta tanto fa le cose per bene, col cazzo duro, anziché finire dentro al pentolone dei selvaggi – cosa che spontaneamente ci viene da pensare è molto più congrua all’italico destino, nel suo intimo più portato alla poesia e all’umorismo che a rompere le palle al prossimo. Un maschio uno come si deve almeno, ce l’abbiamo.
Poi certo gli aerei di Mussolini, erano tutti rotti.

Sempre per questa questione dello scimmiottare la dialettica storica senza riuscire a viverla del tutto, anche sulle questioni di genere, la dove c’è serietà, qui c’è approssimazione, la dove si macina dibattito pubblico qui ci si ferma al benaltrismo. In Italia, ogni volta che si sollevano le questioni di genere, da destra a sinistra, la reazione standard rimanda al ben altro. E se a destra il tema della discriminazione – sessuale ma anche razziale – è negato tout court a sinistra il disinteresse si manifesta con l’alibi supponente della critica dei modi. Ah care e cari non si fa così. Non è abbattendo le statue che cambierai le cose. Non è scrivendo sui social che. Non è scrivendo di cronaca che. Non è parlando di femminismo che. Non è manifestando che. Nell’ottanta per cento dei casi in cui una donna si prova in un contesto colto, intellettuale a proporre tematiche di genere – discriminazione sul lavoro, violenza di genere, etc – invariabilmente arriverà il fronte maschile che con molta gentilezza ti spiegherà che. Questa cosa capita con minore regolarità anche sui temi della discriminazione razziale. Il dubbio che viene è: c’è ben altro di cui parlare perché ci sono cose davvero più importanti, oppure è meglio che ci sia ben altro di cui parlare perché c’è – mi vergogno a dirlo per il mio paese – una gestione del potere che non deve essere cambiata?

E questo spiega bene la levata di scudi. Quanto è cambiata L’Italia da quando Indro a vent’anni faceva con le nere povere quello che avrebbe avuto in animo di fare con le bianche ricche?
E’ cambiata discretamente.
Ma vogliamo davvero che cambi di più?

 

La levata di scudi c’è, perché una parte del paese è cambiata mentre un’altra non vuole che cambi. Difendere Montanelli, statua abbattuta o meno – significa ritenere emendabile la scatola simbolica per cui in un lontano patto tra dominanti e dominati ci si mette d’accordo su una gerarchia dei generi. Il che risulta ancora funzionale a un cambiamento rimasto a mezza altezza, con le donne che possono lavorare ma sono poche, che possono votare ma ce ne sono poche in politica, con i rapporti numerici di donne che firmano articoli sui giornali rispetto agli uomini. Ma significa anche rimanere fermi in un generico post sessantotto, in un generico rimpianto di qualcosa che non c’è e fuori da qualcosa che ancora non arriva, in una bolla di incertezza politica che è anche arretratezza culturale, che ha un odore di stantio e che è un po’ anche disprezzo per le proprie potenzialità. Nel pensare a tutta questa vicenda, mi è un po’ tornato in mente un amaro commento, che certo era più una trovata letteraria che altro, che Toni Morrison in Tar Baby fa a proposito dei bianchi. I bianchi dice (cito a braccio) hanno l’abitudine di fare i propri bisogni nella stesso luogo dove dormono.

Non vanno cioè lontano, non proteggono la casa da ciò di cui si liberano, che disprezzano di se, che può infettare l’ambiente. Si tengono tutto dentro le mura.

Non riusciamo a liberarci delle nostre parti tossiche, simboliche o materiali che siano – differenza che, quando si parla di vita pubblica – è sempre piuttosto sfumata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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