Questioni di metodo sulle cronache di viaggio

 

 

Vorrei lavorare su una metafora per capire bene, io per prima le implicazioni che riguardano la ricerca e la speculazione sui temi della psicologia dinamica, e più specificatamente, ma quasi accidentalmente sui temi che riguardano genere e psicologia dinamica.
Dunque vediamo.
Un signore decide di andare in vacanza in un certo posto.
Ci sono diverse cose da considerare:

  1. Il carattere del signore, il tipo di fisico che ha e tutto quello che possiamo sapere sul suo luogo di partenza.
  2. I mezzi materiali di cui dispone per affrontare il suo viaggio
  3. Cosa gli dicevano del suo viaggio.
  4. Gli interessi che ha quando decide di programmarlo
  5. Con che mezzo fa il viaggio, e con quali compagni di viaggio
  6. Se durante il viaggio incontra delle disavventure e di quale entità
  7. Se durante il viaggio incontra delle tappe che lo seducono, per cui devia il percorso
  8. Se quando arriva a destinazione la destinazione lo fa essere felice li dove è.
  9. Cosa vuol dire essere felice di una destinazione?
  10. Se torna indietro è perché lo richiama un dovere o un’impotenza? O?
  11. Se torna indietro perché una delle tappe era più interessante
  12. Se rimane per un po’ e poi decide di spostarsi.

Poi abbiamo altre cose da considerare.

  1. Come consideriamo noi il carattere del signore
  2. Cosa pensiamo della sua meta
  3. Cosa pensiamo delle persone che si fermano nelle tappe intermedie
  4. Cosa dice la stampa sui viaggi

E facciamo conto che noi, alla fine di mestiere siamo quelli a cui il signore si rivolge quando arrivato a destinazione, dice: io qui sto male. Noi siamo quelli che si pongono degli interrogativi, inerenti l’origine del malessere. E gli interrogativi a ben vedere, ricalcano tutti i primi dieci punti del viaggio del signore. E’ partito con poche attrezzature per la destinazione? Durante il viaggio qualcuno lo ha ferito? Per esempio menomato? Durante il viaggio ha visto un luogo che rimpiange? Ha scelto male la meta del suo viaggio? In questo periodo tutte le persone scelgono questa meta, è una caratteristica di questo periodo, o questa metà offre molto sempre alle persone?

Se il lavoro della psicoterapia è quello di ragionare con il signore, seduta per seduta sulla storia del suo viaggio in modo da decidere se andarsene rimanendo com’è, o rimanere cambiando qualcosa dentro di se, se accettare certe cicatrici oppure affrontare delle guarigioni possibili, poi esiste un lavoro, che è la riflessione sulle ricorrenze nei racconti di viaggio e di mete, i racconti nelle stanze e fuori dalle stanze. Allora la psicologia diventa la mappatura logica dei viaggi e degli itinerari – la psicopatologia invece l’inventario di quando i viaggi, qualunque sia la destinazione, non vanno come dovrebbero.

Ne consegue che, per parlare di viaggi che vanno bene e che vanno male: può essere d’aiuto aver viaggiato, aver fallito una destinazione e averne trovata un’altra, aver ascoltato molti viaggi, aver trovato molte soluzioni, e aver letto molte teorie di viaggi che parlano di mondi dove si viaggia in modo diverso dal proprio. Come si viaggia in mediooriente? Come si viaggiava nel trecento? Come soprattutto altri, che fanno lo stesso mestiere, parlano di viaggi? Quando noi parliamo di viaggi, parliamo come ne parlano le persone comuni, o come ne parlano i tour operetor? E quando parliamo alle persone di viaggi, dobbiamo fare capo al loro modo di intendere i viaggi o al nostro? I viaggi delle persone hanno una qualche incidenza negli interessi della collettività? Viaggi diversi sono in un conflitto tra loro?

Le questioni di genere per la psicologia sono particolarmente interessanti e in una certa misura divertenti, appassionanti – perché mettono per bene in luce le criticità delle costruzioni teoriche sulla salubrità dei comportamenti e delle scelte, e rivelano problemi costanti che ha la psicologia con la comunicazione pubblica. Per ognuno dei punti che riguardavano il signore che parte infatti, c’è una trappola in cui può cadere il discorso psicologico quando affronta una generalizzazione, e questa successione di trappole è particolarmente evidente con gli studi di genere.  Quello che qui ho chiamato il signore, è per me il genoma del soggetto che viene al mondo, il suo primigenio nucleo identitario a cui si profila davanti la realizzazione di un destino individuale, quello che gli junghiani chiamano processo di individuazione. Questo genoma ha in dotazione un corpo, che è il suo primo ambiente culturale, per altro il più potente di quelli a venire, e di poi altri ambienti importanti la famiglia è un altro importante ambiente,  che specie all’inizio lo connotano profondamente – e anche biologicamente: i neurologi parlano di plasticità neurale,. Ma poi il nostro signore continua la sua vita, muovendosi tra esempi, affetti, illusioni e ambizioni, grandi seconde occasioni, e spezzature che non lasciano scampo.  E allora troveremo studiosi che diranno che tutto il potere è nel genoma, altri nel primo ambiente del corpo, altri ancora in quello che succede durante le tappe del viaggio. Quelli più bravi, quelli che hanno davvero un pensiero complesso e articolato e anche una discreta esperienza come terapeuti, cercheranno invece di fornire una visione dei viaggi che tenga in considerazione le diverse questioni.

Prendiamo in esame un viaggio standard affidato alle donne. La donna deve piacere all’uomo, sedurlo, sposarlo e diventare madre, facendosi ingravidare. Quando la psicologia più o meno velatamente dice che questo è il viaggio di ordinanza della psiche femminile, fa una generalizzazione che ha una serie di importanti, e inemendabili punti di forza: infatti molte donne condividono questo viaggio, come il loro processo di individuazione più importante, e direi anzi che ancora sono la vasta maggioranza. Sono quelle donne per prime a dire, si è vero, si è così per me. Il fatto è che spesso i dibattiti sugli studi di genere vengono gestiti da quelle minoranze per cui quel viaggio può essere messo in discussione, nella totale ignoranza o anche svalutazione  di contesti e storie di vita per cui si quel viaggio è importante. Il secondo importante punto di forza di quella generalizzazione concerne l’enorme potere del corpo, come primo oggetto capace di determinarci. Ora avere il ciclo e uno spazio cavo che è adatto a farci stare dentro un bambino è una stringa concettuale offerta dal corpo, che martella di poi continuamente e quindi è comprensibile che la gravidanza entri nel campo del processo di individuazione del soggetto. Per una questione direi posta dal corpo.
Poi ci saranno altre cose, come l’importanza di quel viaggio che ha per il gruppo sociale. L’esistenza in vita di quel gruppo sociale, lo sfuggire alla morte e all’estinzione dipende dal fatto che alcuni suoi membri ne mettano al mondo altri, per cui, ci saranno non solo le voci delle viaggiatrici a insistere su questo aspetto, fai i bambini è il mio viaggio, sarà anche il tuo, ma di tutti gli altri che diranno, solo tu puoi portare a termine questa missione per noi, fai i bambini! Se non li fai che sarà di noi?

Quando arriva la psicologia spesso si ritrova implicitamente assoldata dal suo contesto culturale, e le si chiede di ribadire quelli che sono ritenuti gli interessi di quel gruppo sociale. Allora si chiederà allo psicologo di dire che le donne devono fare i bambini, ma anche per esempio che un certo ritratto della salute psichica combaci con una certa produttività economica, oppure che il soggetto eversivo, non sintentizzabile sia ipso facto disturbato, titolare di una diagnosi. Sono perciò mediaticamente popolari e culturalmente preferiti, psicologi con visioni piuttosto reazionarie, psicologi cioè che rappresentano i viaggi dei soggetti, dei caratteri, delle donne nel nostro caso, tarati sulle richieste del gruppo culturale – anche se a ben vedere, specie se sono psicologi con gli occhi aperti, o psicologi che lavorano tanto, se la stanno facendo facile, stanno aggiustando le cose. Forse stanno mentendo.

L’esperienza materiale di cura, l’ascoltare cosa succede con i propri pazienti e i racconti dei colleghi, dovrebbe dare una vigorosa sterzata filosofica ai clinici che parlano di viaggi, perché non c’è esperienza epistemologica più dura e importante del vedere la resistenza delle scelte soggettive di un genoma di una storia, di una soluzione, a un trattamento psicoterapico, o a una sua successione. Quella esperienza – ridefinisce il concetto stesso di diagnosi e di psicopatologia, e procura una specie di invecchiamento all’interno delle storie professionali. Cominci dicendo che chi non fa tutta una serie di cose è malato nella apollinea convinzione che arrivi te e lo porterai dove pensi sia giusto che vada, poi siccome uno ci va, l’altro non ci va, l’altro è in un momento di vita diverso che propone altre mete, l’altro se ci andasse farebbe la fine della madre allora davvero è meglio di no, ti fai delle domande, devi fartele. Ti dici: ma è proprio vero che quella meta deve essere la stessa per tutti? Posso io, che dopo cinque anni di trattamento  con la paziente ics, avendo visto che ha imparato a essere serena in un certo arredamento della vita – con quel lavoro ma senza figli, oppure senza partner, posso io dire, che quella soluzione non è sana? Sta bene, non fa male a nessuno. Perché non dovrebbe essere sana?
Ho avuto in terapia donne che sono rimaste incinte durante il trattamento e donne con cui abbiamo lavorato a lungo  – e più o meno dolorosamente – sul fatto che era molto importante per la loro sopravvivenza psichica, e forse materiale, che non diventassero madri. Io stessa ricordo come un insegnamento sul tema del presunto istinto materno delle donne, quando discussi con la mia seconda analista, l’eventualità che mi specializzassi in psicoterapia infantile.
LEI CON I BAMBINI???? Mi disse essa affettuosamente incredula. Ma non è proprio il caso! Continuò – forte di un percorso che ne legittimava una certa assertività, e so che aveva ragione.

Dunque quando un analista parla di viaggi, e di identità di genere, per quanto possa avere a mente alcune maggioranze relative, alcune determinanti più forti di altre, deve stare molto attento perché il modo con cui restituirà l’organizzazione del discorso su quell’argomento dovrà essere in grado di includere delle seconde opzioni, delle minoranze nutrite, dei cambiamenti di contesto, e dovrà anche stare attento a proteggere o a lavorare quantomeno criticamente la sua posizione rispetto al gruppo sociale in cui è iscritto. Dovrà lavorare insomma su quale è veramente il suo committente.  Quella della committenza, non è una domanda scontata. A chi rendiamo conto quando teorizziamo? Chi facciamo contenti? Un gruppo dominante? Il senso comune? I pazienti che si hanno o che si avrebbero? I santi padri della storia della clinica?
Pensarci, aiuta a puntellare meglio la propria posizione, e a includere più soluzioni possibili quando si propone una teoria critica del viaggio.

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