Con i pazienti omosessuali

 

Recentemente mi sono ritrovata a riflettere  – come clinico – sul mio modo di pensare ai pazienti omosessuali. Penso di essere aiutata dal mio vertice di osservazione di partenza, e penso che l’influenza di questo vertice di osservazione vada iscritta nei binari da elaborare su questo come su altri temi nella costruzione del proprio modo di lavorare.
Mia madre era figlia unica, e ha cercato negli amici dei familiari di elezione, delle persone a cui appoggiarsi nella vita in mancanza di parenti e fratelli.  Tra gli zii che mi ha procurato ci sono stati alcuni omosessuali, persone molto simpatiche e brillanti, e in qualche caso con una vita sentimentale burrascosa che era al centro delle nostre preoccupazioni e dibattiti e certo anche divertimento. I miei zii di elezione avevano uno spiccato senso dell’umorismo.

L’omosessuale, per i miei genitori che nella mia adolescenza attraversavano i tremendi anni 80, portava addosso, ipso facto, quel minimo garantito di eccentricità, quella effrazione del codice culturale, ma non penale, che li faceva sentire a loro agio.  I miei genitori avevano una compagine di amici buoni, efficaci, ma spesso psicologicamente sgangherati, perché sgangherati lo erano a loro volta, e la sgangheratezza – i farmaci, i guai finanziari, i divorzi multipli, i riti ossessivo compulsivi fino a certe sintomatologie teatrali , per quanto nei limiti di una fattuale borghesia, erano la loro cuccia. La psicoterapia non era nel panorama possibile di nessuno di questi figli del novecento, presi a schiaffi in vario modo dalla generazione dei padri, quello orfano, quello perseguitato, il terzo menomato e via di seguito, e l’idea di fondo era quella di costruire una barca comune in cui cercare di stare comodi alla bell’e meglio per come si poteva.
Crescendo ho visto due cose: certe gabbie esistenziali farsi più potenti e invincibili fino a una morte coerente, ma anche una libertaria accettazione del come si è, che mi sono portata appresso, e che considero un regalo etico, e particolarmente prezioso per il mio mestiere – un mestiere per cui non bisogna scandalizzarsi mai, non bisogna allearsi mai con normative di costume, dove si deve dare come percorribile qualsiasi opzione. Un mestiere da percorrere col cuore libero.

Pensavo a questa cosa, riflettendo sul mio lavoro con i pazienti omosessuali, constatando da una parte un certo agio, l’omosessualità per me non è un apocalisse, e dall’altra chiedendomi se quell’accettazione genitoriale di un tempo, fosse a sua volta una qualche forma di discriminazione non voluta, per la significanza ricca di conseguenze ambivalenti che aveva nel mio contesto familiare lo statuto di eccentrico.  Tutto sommato però penso, che tra i tanti equipaggiamenti possibili questo è uno dei più utili e flessibili e ora mi chiedo se non sia d’ausilio nel mettere mano a certe domande che per un verso sono scabrose per lo sguardo politico, per un altro sono per me ineludibili per lo sguardo analitico.

Pensavo. E’ corretto nella psicoterapia con un paziente omosessuale, arrivare a un punto e dedicare uno spazio nella terapia che ragioni sulla ratio dell’orientamento sessuale, che lo metta in relazione alle vicissitudini personali della persona stesa sul lettino, o davanti a noi in un colloquio?
La domanda è complicata perché indica un punto insidioso e pericoloso, anche se secondo me quelle insidie e pericoli sono dovute in parte al rischio di allenarsi con codici culturali discriminatori, in parte a una idea puerile, distorta, naif della psicologia analitica o della psicoterapia. Ma anche eludere la domanda, come spesso tra clinici si è portati a fare, anche con un certo successo nella terapia bisogna dire, è un’operazione monca, e a parer mio una perdita di occasioni.

La questione di partenza è che si teme che, a storicizzare la scelta oggettuale nelle vicissitudini familiari e infantili di qualcuno, la si patologizzi, e la si stigmatizzi. Per quale motivo non si storicizza la scelta eterosessuale? Per esempio si dice, e ancora si prosegue dicendo, correlare un orientamento sessuale alle vicissitudini familiari, non vuol dire mettere l’omosessualità in parallelo con altri itinerari patologici? Fare questa cosa alla fine, non vuol dire rendere la prospettiva psicoterapeutica il braccio armato di un fronte culturale omofobico? A quel punto, non si va a finire nelle terapie riparative? Cosa abbiamo lottato a fare, per togliere l’omosessualità dal DSM oramai 36 anni fa?

Io trovo queste domande lecite, e penso che indichino qualcosa di vero. Sono ancora troppi i colleghi che verbatim hanno un atteggiamento davvero libero rispetto alle persone omosessuali, ma che all’atto pratico conservano cascami discriminatori, anche di basso voltaggio, velati e impercettibili. Spesso sono anche sollecitati dall’utenza, pazienti che implicitamente chiedono di essere disconfermati nel loro timore di essere omosessuali, o famiglie che portano un adolescente in terapia perché temono che un orientamento difforme alle aspettative prenda davvero corpo.

Tuttavia se penso ai ferri del nostro mestiere, io non posso fare a meno di sapere che la costruzione e ricostruzione narrativa del proprio passato, il rivedere e ripensare la propria storia, la propria infanzia, sono la grammatica del nostro lavoro di cura, una grammatica che ha una serie di importanti zone di coagulazione, il rapporto con le le persone che si prendono cura di noi, il rapporto che queste persone hanno tra di loro, come noi le viviamo dentro di noi, come le pensiamo col tempo, e che difese mettiamo in campo quando in quei campi relazionali ci hanno dato delle cose che tagliano e che ci fanno male. E perché non può essere iscritta, nella storia della strutturazione di se, in un storia che in qualche modo deve essere sempre orgogliosa, o quanto meno lo deve diventare, perché non ci si può iscrivere farci trovare un posto la genesi dell’orientamento sessuale, o su cosa un certo orientamento si è adattato?

La correlazione alla patologia in verità è una cosa che dipende dallo sguardo culturale ma anche a una certa beata sciocchezza normativa nel pensare alla nostra professione, e a quello che facciamo, a quelli che sono i nostri obbiettivi.
Per la verità infatti non è vero che in un ambito psicodinamico la scelta oggettuale eterosessuale non sia  storicizzata e sia data per scontata. L’edificio psicoanalitico nasce come cronaca ricostruttiva di quella scelta oggettuale.  Le teorie evolutive di Freud, per sorpassabili che fossero, erano questo: la disamina di come emerge una scelta sessuale e relazionale dei bambini sulla scorta della loro esperienza di figli. E per quanto noi clinici di area psicodinamica si lavori cento anni dopo quelle teorie, e le si abbia arricchite e sorpassate con molti altri approcci e soluzioni psicologiche, spesso, almeno io per onestà devo dire, spesso con i miei pazienti eterosessuali ricorro a quella storiografia dell’eterosessualità, funziona, ritorna, fa fare dei progressi alle nostre storie di cura. La grande questione identitaria che ruota intorno all’organizzazione edipica, è una chiave di accesso al funzionamento delle relazioni che difficilmente abbandonerei. Certo non è l’unica e certo oggi, ci sono altri contributi teorici capitali, che è un peccato mortale trascurare (il pensiero mi va alla corrente di idee che muove da Klein e finisce nella psicoanalisi relazionale, passando dalla teoria dell’attaccamento e che mi hanno insegnato infiniti modi di decodificare lo stare in relazione e di riscriverlo e ricostruirlo tanta più infelicità comportava nel paziente che avevo davanti – ma è solo un esempio)  – ma quello che voglio dire qui, è che mi sento disonesta a dire questo pacchetto funziona con tutti i pazienti, ma no con gli omosessuali no, queste cose con gli omosessuali all’improvviso non contano.
Come si fa allora, utilizzando quelle domande che riguardano la storicizzazione delle scelte oggettuali, a non cadere in trappole discriminatorie, pericolose omofobiche?

Ammetto che io non sento particolari difficoltà con i miei pazienti, mentre sento particolari difficoltà nello scriverne e parlarne con i colleghi perché io per prima ho a cuore una battaglia politica libertaria e deontologica,- Il mio pensiero di cura sui pazienti omosessuali è nell’obbiettivo di renderli ex pazienti se non felici, ex pazienti più liberi e più forti nell’esercizio di se. Quindi pazienti in grado di costruire relazioni durature con persone da cui si sentano attratti, pazienti in grado di affidarsi al corpo dell’altro se è arrivato il momento, pazienti che esercitino orgogliosamente la soluzione esistenziale che la loro storia personale ha messo in campo, e la loro storia analitica ha riscritto rinarrato, rispiegato e in qualche caso corretto. Lavorando io analiticamente, faccio entrare in questo lavoro di rinarrazione – di tutti i miei pazienti etero o omo che siano – la storia delle loro scelte oggettuali, e noto che questa operazione ha per i pazienti omosessuali un duplice vantaggio. Da una parte aiuta alla costruzione di un orgoglio di se, di una consapevolezza forte, io sono questo e desidero questo, io so cosa sono,  dall’altra aiuta nella risoluzione di una terribile piattaforma nevrotica di questi pazienti che è l’omofobia interiorizzata.

Limitarsi a far capire quanto si condividono segretamente stereotipi omofobici è di aiuto, ma è un aiuto parziale, i pazienti che introiettano profondamente un lessico svalutante, convinzioni discriminatorie, al punto da limitare la propria libertà personale, non riuscendo a portare avanti nessun coming aut, vivendo situazioni relazionali nascoste, limitanti, e frustranti, allo stesso tempo si vivono in maniera molto nevrotica, i pregiudizi omofobici si saldano con dei loro funzionamenti distorti, autolesionisti, autosvalutanti. La voce di quelle parti della società ostili alla vita dell’omosessuale è spesso e volentieri la voce di un mondo interno castrante, coartante, che nasce da quella stessa famiglia di provenienza dove si maturò la scelta oggettuale. Un lavoro sul proprio romanzo familiare rende, come accade con gli altri pazienti, più forti di fronte ai ricatti emotivi delle parti regressive dell’orizzonte culturale. La strumentazione tradizionalmente analitica rompe la saldatura tra nevrosi privata e discriminazione pubblica, più di qualsiasi sermone politico, per quanto ben intenzionato – perché tra le altre cose, in una regia immaginaria toglie lo scettro del potere emotivo all’altro, e lo restituisce a se stessi.
Sono io, che do il nome alle cose. Sono io che non chiamerò più me stesso – frocio.

Questo genere di operazione riesce comunque avendo ben chiara una prospettiva sofisticata del lavoro, che non combacia più – questo bisogna dirlo – con la guerra di posizione che caratterizzava l’approccio freudiano: la dove c’era l’es ci sarà l’io, con tutta una serie di zelanti cascami neopositivisti per cui il paziente arriva alla terapia affogato in una serie di vicende nevrotiche e di trappole del falso se (che costrutto pericoloso infido  e complicato questo del falso se – ma è un altro post) e poi grazie al processo di rischiaramento della sua realtà psichica dovrebbe diventare borghese ariano estroverso biondo con gli occhi azzurri, cattolico apostolico e romano. Non si ha a che fare con il male da convertire in bene, deliri di grandezza a parte, ma con una microfisiologia delle radici identitarie, che le pulisca, che le rispetti, che le faccia germogliare, con tutte le loro ambivalenti significanze. Con scelte adattive che hanno delle cadute nevrotiche quando si irrigidiscono ma che sono funzionali a una identità e un adattamento quando si mantengono flessibili. In questo senso a volte mi viene da pensare l’organizzazione delle scelte oggettuali, l’orientamento sessuale, un po’ come gli stili di attaccamento, i quali non hanno ipso facto una significanza patologica ma sono assetti con cui cresce la personalità a seconda della propria storia di provenienza, e che testimoniano bene una certa costellazione di comportamenti, di modalità relazionali, di pregi e di difficoltà ( mi chiedo spesso scherzando: quanta buona letteratura e quanto buon teatro dobbiamo all’attaccamento insicuro ansioso?). Nella storia dei nostri pazienti c’è già il loro presente, c’è già la loro identità funzionante, ci sono già le loro risorse, nei loro sogni ci sono già le loro riserve simboliche, le loro chance di scarto, le loro possibilità In questo probabilmente, il contributo della prospettiva junghiana, almeno nella mia pratica clinica è essenziale.

Certo – se sul fronte pratico si risolvono o si portano avanti con agio molte terapie – questo è uno sguardo funzionale a questo momento storico e in questo nostro specifico – rimangono aperte delle questioni. In fondo le omosessualità sono molte, le eterosessualità sono altrettanto, e maggiore libertà circola nelle possibilità comportamentali accettate socialmente, più assistiamo alla liquidità all’evanescenza, con solidi padri di famiglia che a un certo punto piantano tutto e si fidanzano con un ingegnere, e altrettanto sorprendenti militanti omosessuali che un bel giorno trovano una donna sottile e ci fanno un paio di figli – e probabilmente andiamo verso la genesi di nuove configurazioni familiari, che diverranno minoranze sempre più nutrite e che racconteranno sempre più di nuove infanzie, nuove strutturazioni di se, nuove declinazioni dell’edipo – che ancora una volta ci faranno rivedere le premesse teoriche, e fare i conti con le conseguente etiche e deontologiche dell’invecchiamento dei nostri strumenti. Staremo a vedere – intanto, navigando a vista – cerchiamo di fare il meglio.

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