Metodo Dewey

 

I libri pensa ora, appena tornata a un volume di polvere e maschi soavi che aveva abbandonato, sono di tutti, sono di quelli che li leggono bene e li leggono male, di quelli che ci fanno le orecchie, e di quelli che li foderano. I libri si sottolineano ma anche si abbandonano, e anche pensa, i libri sono di quelli che ci fanno l’inventario di ciò che non sanno e di quelli che ci cercano solo le storie d’amore.
(I libri pensa, non sono cose per altari.)

Non s’arrabbia con i filosofi amati che si difendono poco per eccesso di eleganza, né con la tenerezza di quelli che cercano la scorrevolezza e il rapimento, come se i romanzi fossero i nastri della merceria, i capelli lisci delle bambine che devono essere sempre pettinati.  Addirittura prova una  sottile di gratitudine per le poesie orribili, testimoni di una   mancanza di talento persino sovversiva, le rime baciate per costruzione forzata, i versi di una inventiva maldestra.
Da ragazzina aveva un amico che la portava a vedere solo teatro malfatto.
(Le librerie come il bagnasciuga delle lunghe costiere dove muoiono le conchiglie, i sassi di diverse grandezze, le alghe anonime, le meduse grasse e innocue, la piccola plastica della nostra inettitudine.)

Capisce pure che i libri, sono scale o sentieri, o ascensori, così come si diceva un tempo delle società più giuste, dove si deve poter salire di piano, anche se la nostra li spacca tutti gli ascensori, ma questo è un altro discorso, i libri si dicevano sono questa cosa che ti prende da una casa e ti porta in un’altra, ti prende da un orto di parole e ti porta in un maniero, di libro in libro si finisce per poter scorrazzare su pianeti interi.

E per questo, se c’è una sola cosa che la sfida in questa sindacalizzata accettazione della cultura, sono quelli che sono arrivati forse per altri vantaggi in cima alla scala, o anche per una oscura tigna della cima, più che per amore  dei paesaggi,  e arrivati dove sono arrivati, sono ancora affezionati alle monotone minestre dell’infanzia, e su poltroncine ammodino avendo sempre scambiato formaggini industriali per prodotti francesi, dicono nefandezze sui grandi scrittori, plateali sciocchezze, un po’ per questa affezione a codici stantii,  un po’ perché il puerile scandalo borghese, negli occhi altrui – gli procura un vantaggio di ritorno, un fascino riflesso. 
Ma non bisogna arrabbiarsi neanche con questi.
(La democrazia della malagrazia).

 

(qui)

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