Cosa cura in una psicoterapia? ( note estive)

E’ piuttosto complicato capire per chi non ha mai attivato una psicoterapia, su quali dispositivi garantisca il miglioramento di una persona, quali siano i reali strumenti di cura. Un po’ si mischiano stereotipi, un po’ luoghi comuni, un po’ rimasticamenti collettivi di cose un tempo dette, e un po’ naturalmente perplessità e resistenze culturali. Non aiuta l’ampia offerta di paradigmi teorici e modelli di intervento, né il fatto che per quanto siano decenni che si portino avanti interessanti ricerche standardizzate sull’efficacia delle psicoterapie, siamo al punto per cui c’è una grande quantità di risultati ma ancora non perfettamente gerarchizzabili tra loro, non facilmente sussumibili in un unico sguardo. Ora, per quanto io mantenga da sempre un atteggiamento piuttosto laico e disincantato rispetto alle diverse epistemologie, drenando nel mio modo di lavorare strumenti che vengono da approcci anche piuttosto lontani dal mio, i contesti di cura e i modi di lavorare sono molti, e volendo ora parlare di cosa rende efficace una psicoterapia, io posso parlare del mio modo di intendere la psicoterapia, e del modo di intendere la psicoterapia in un contesto psicologico analitico. Ossia la psicoterapia di marca psicodinamica e specificatamente junghiana.

Presso il pubblico colto, ancora riecheggia la militaresca dichiarazione di guerra di Freud – la dove c’era l’es ci sarà l’io. In virtù della quale parrebbe davvero che la prima cosa e più importante è una illuministica lotta per il territorio, con la positivistica lanterna dell’io che fa acquisire consapevolezze su ciò che prima era inconscio, o scontato, o rimosso, o svalutato. Il Sapere come principio di cura. Questo mito grandissimo del sapere come mezzo di cura procura però spesso, ricordo quando successe a me perchè sul lettino ci stavo io, una sorta di delusione quando alla prova dei fatti e alle sfide della vita si scopriva che sapersi non bastava, sapersi non era sufficiente – e si continuavano a fare le stesse cose di sempre. E’ una sensazione molto frustrante, ed è la sensazione della metà del guado. Io so tutto dottore, ho capito eh ho capito, ma che ci faccio? Ora?
Come sarebbe che guarisco? Come sarebbe che sto meglio? Quando accade?
Facciamo un passo indietro, per capire le premesse che costituiscono il lavoro di cura di una psicoterapia psicodinamica.

Una psicoterapia psicodinamica è una serie di incontri tra due persone in uno spazio delimitato. Le due persone si incontrano a cadenza regolare, per un tempo prefissato, a un costo concordato, in un luogo che è lo studio del professionista. Hanno una precisa assegnazione di ruoli e decidono di fare un lavoro insieme perché in quella assegnazione di ruoli uno chiede un aiuto e l’altro lo fornisce. Uno sa delle cose di se stesso e l’altro -si presume – sa delle cose sulle persone.  Volendo possiamo considerare questi due soggetti come due linguaggi, uno dei quali sente che non è abbastanza funzionale a parlare la propria vita e a rispettare i propri desideri l’altro invece è qualcuno molto competente in fatto di linguaggio, si è specializzato in un certo idioma, nel caso mio l’idioma psicoanalitico e junghiano e adesso domina questo e auspicabilmente altri linguaggi. La metafora dei sistemi linguistici ci è utile perché fa capire bene come mai ci siamo tante scuole diverse. Gli approcci diversi in psicoterapia possono essere considerati proprio come lingue, per cui ci sono una grande quantità di parole diverse che convergono su significati identici, ma ci sono anche formula idiomatiche che fanno riferimento a concetti che sono di quella cultura psicoterapeutica ma non sono presenti in altre.

Quando parliamo di consapevolezza, per cui la psicoterapia aiuta nell’assumere coscienza della natura di certi nostri comportamenti, noi dobbiamo perciò in primo luogo pensare che non solo scopriamo tout court delle cose di noi stessi che non sapevamo, ma noi di seduta in seduta facciamo un esercizio di scrittura che ha due conseguenze, riscriviamo il privato, e studiamo una grammatica più sofisticata per il nostro presente. Volendo usare questa metafora linguistica  a proposito di quella tendenza a  ripetere lo stesso errore in occasioni simili, che Freud con genio individuò nella coazione a ripetere, una delle concezioni degli albori analitici da scolpire nel marmo, possiamo dire che la coazione a ripetere  si rivela in parte  come una stringa discorsiva da riscrivere, nei perché e nei per come di quel ritorno a fare sempre le stesse cose, e una parte una nuova grammatica che l’accompagna e che quindi accompagnerà il nostro modo di valutare le situazioni quando si presentano.

Qualsiasi psicoterapia dunque, in primo luogo funziona in questa direzione: allarga il linguaggio psichico e allarga quindi la grammatica delle reazioni possibili. L’aumento delle parole corrisponde all’aumento delle possibilità. L’aumento delle interpretazioni propone un aumento delle scelte possibili.
La grammatica analitica, nel dettaglio si avvale di alcuni costrutti tipici del suo idioma. Guarda cosa proietti in quella persona, riconosci quali vicende della tua infanzia tendi e ricostruire nell’incontro con quel partner, analizza cosa simboleggia per te il certo gesto – metti in relazione la rappresentazione onirica del tuo inconscio con quello che fai – sono solo alcuni esempi, i primi che mi vengono in mente.
Il primo punto della terapia  cioè -riguarda le parole che usiamo per descrivere esperienze emozioni e decisioni. Il secondo punto secondo me, non per priorità ma per ordine logico, riguarda un piccolo necessario scarto della volontà che certe occasioni propongono.

In generale, si pensa specie quando si hanno in mente le terapie analitiche, che il paziente non debba sforzarsi di fare molto – e questo secondo me è molto vero all’inizio della terapia e per tutta una lunga fase iniziale – in cui il maggior impegno è concedersi il permesso di scoprirsi, darsi la possibilità di parlare di se e dire come si parla, come si vive, le parole che si usano, e poi ancora darsi il tempo di immergersi in un tessuto linguistico che deve essere esplorato e che poi si deve imparare a utilizzare. Un po’ come quando si va all’estero a lungo, e si impara a parlare nell’esistenza una certa lingua, più che sulla carta. A un certo punto però arrivano delle occasioni che sono riconoscibili, occasioni simili a quelle che facevano soffrire il paziente prima di cominciare il suo percorso, in cui capitava che cadeva in comportamenti che lo portavano lontano dai suoi desideri e obbiettivi. E li secondo me deve entrare qualcosa che ha a che fare con la volontà. La volontà di resistere a certe sirene terribili della nevrosi interna, la volontà di non stare a sentire le vecchie interpretazioni del reale.
Se non lo chiamo io, non mi chiamerà mai, dice per esempio la giovane paziente convinta di non essere amabile. Ma anche convinta di interessarsi così poco che se davvero il partner o la persona amata non la dovesse chiamare ne sarebbe annullata. Ma se la giovane paziente riesce a provare a parlare la nuova lettura delle cose, e a dire, va bene questa volta non mi farò sentire a lungo, non mi farò sentire affatto, per fare un esempio banale, potrebbe scoprire o di essere ricercata ma anche di sopravvivere di stare bene nel caso in cui questa ricerca non avvenisse.
Il secondo punto delle terapie spesso consiste in delle cose da fare per davvero.

Il terzo punto, è terzo per agilità di esposizione ma non per grado di importanza e riguarda la qualità emotiva della relazione, e il modo del terapeuta di abitare le relazioni con i pazienti. Questo terzo punto secondo me ha due variabili: Una  il setting, che secondo me ha una sua doverosa fissità – per cui la relazione ha dei confini chiari esplicitati e fermi  – questo almeno nel mio codice linguistico e con i miei pazienti, adulti – per cui c’è un costo fisso, un posto fisso, una durata fissa, un orario fisso, il dovere del lei, il modo di stare seduti. Una seconda riguarda il tono emotivo, il modo affettivo del terapeuta di stare nella stanza e con i suoi pazienti e che cambierà nei modi e nelle declinazioni di paziente in paziente. Questa coppia di fattori ha una importanza determinante, sia perché garantiscono una affidabilità, sia perché metaforizzano una capacità di abitare emotivamente delle situazioni contenendole. Le regole sono dei contenitori protettivi, sono simboli di scatole, e spesso le persone che vengono in terapia non dispongono della capacità interna di avere delle scatole.

C’è poi qualcosa di emotivo, di affettivo, che sfugge alle categorizzazioni, e diventa difficile da circoscivere e che riguarda la dedizione dell’analista. Questa dedizione si declina in diversi modi, anche  – questo è come lavoro io – nella rivelazione di stati di animo negativi.  La relazione terapeutica è quella strana formula relazionale di un rapporto in vitro, ma autentico, di una cornice professionale ma affettiva, e deve essere una relazione che da una parte offre una esperienza riparativa, dall’altra offre delle occasioni, in vitro di correggere vecchie modalità e ancora, vecchi linguaggi psichici. Un terapeuta può rivelare a un paziente che lo ha fatto arrabbiare, e insieme possono ragionare su un episodio che ricorda altri fuori dalla stanza, ma per fare questo è importantissimo che la dedizione dell’analista, la sua affidabilità sia assodata garantita. Sentita come forte.

Infine il quarto punto, tutto analitico, secondo me riguarda il lavoro sul sogno. Il lavoro sul sogno, quando è fattibile (non tutti sognano) permette un secondo lavoro linguistico che sembra un lavoro con due interlocutori, la coscienza del paziente e il suo inconscio.  E anche un lavoro con due linguaggi, quello cosciente e quello inconscio. Naturalmente questo sdoppiamento è apparente, naturalmente noi siamo una sola entità ma lo sdoppiamento è determinato dallo sdoppiamento di prospettive e anche di oggetti. Il sogno permette di osservare il gioco psichico delle rappresentazioni, e nell’interpretazione dei sogni si fa un lavoro di decodifica che sembra arrivare a due riceventi. Anzi, quando l’interpretazione è fallace, non funziona il sogno si riproporrà identico, se invece l’interpretazione è accolta, funziona, sarà come se l’inconscio del paziente avesse mandato un messaggio e si accorgesse che è stato raccolto, e che ha avuto una risposta, e il sogno successivo inscenerà un cambiamento, proporrà qualcosa di nuovo.  Nella microfisica delle terapie è difficile cogliere i miglioramenti di seduta in seduta, ma a un certo punto ci si può guardare dietro le spalle e si può vedere la storia di un cambiamento che ha coinvolto tutta la personalità.

 

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