Note su stupro e violenza di genere.

 

  1. Cominciando da una recensione

Sul numero di giugno della New York Review of Boooks è uscita una recensione molto severa e negativa de La Scuola Cattolica, di Edoardo Albinati, romanzo che è uscito nel 2016 e che ha vinto il premio Strega nello stesso anno – la firma Colm Tóibín – romanziere, cattolico, irlandese (se ne può leggere una parte qui).  Le accuse di Tóibín sono diverse: trova il romanzo prolisso, volgare e inutilmente sgradevole, anche se riconosce all’autore un talento narrativo e una consistente capacità descrittiva. Soprattutto però è molto severo sull’impianto teorico dell’autore perché propone una psicologia del maschile, e una rappresentazione dei rapporti uomo -donna poco aderente al vero e, nonostante le intenzioni dichiarate da Albinati a più riprese, decisamente ostile alle donne, poco informata sui cambiamenti sociali che hanno grandemente modificato i rapporti di coppia e simultaneamente poco informata su cosa sia veramente la psicologia dello stupratore.
Ma forse, la cosa che scandalizza di più lo scrittore irlandese è quanto poco questa visione, sia informata sulla psicologia del maschio non stupratore.

Personalmente mi sono trovata in buona parte d’accordo. Quando lessi  le prime trecento pagine de La scuola cattolica e che ho mollato anche per altre perplessità che esulano  da questo contesto –intercettai  tutte le cose che avrei trovato in questa recensione,  e ora ripenso anche alle domande del critico sulla New York Review of Books: ma che facevano i giurati dello Strega quando c’era da leggere queste pagine? E l’editore? Come mai cioè chiede Tóibín, questo libro non ha incontrato ostacoli?
In questo post vorrei in primo luogo rispondere a queste domande, e in secondo luogo parlare di come nella psicologia dinamica e nella psichiatria oggi, si parla di stupratori e di violenza di genere, in terzo luogo parlare di maschi non stupratori e non violenti . Infine vorrei riflettere su un modo efficace, politicamente e culturalmente di parlare di abusi sessuali.

1. L’italia.
Perché caro Colm, sai cosa hanno fatto i giurati dello Strega con questo romanzo e le pagine che ti hanno indignato? Le hanno lette. E le hanno apprezzate, come un nobile tentativo di un uomo di essere intellettualmente onesto con se stesso come maschio e che cerca come maschio di fare un lavoro critico sul maschilismo, imputando un delitto incredibile come quello del Circeo, tout court alla sua natura di maschio. Lo hanno trovato, io credo anche a ragione, un romanzo leale e in buona fede, il ritratto senza infingimenti degli aspetti deteriori di una visione del mondo, che loro per primi probabilmente condividono.  L’Italia d’altra parte è un paese dove da una parte per decenni ha trionfato l’idea del crimine come effetto della marginalità sociale, e dello stupro come reato contro la morale e contro la persona. Hanno pensato che Albinati potesse essere una buona risposta a quel retaggio.

Albinati d’altra parte fa un’operazione che viene richiesta spesso agli uomini da alcune  femministe, italiane e non: assumiti le responsabilità delle tue derive criminali, assumiti le responsabilità del tuo modo gerarchizzante e violento di trattare le donne. Confermaci a noi donne, che voi maschi siete nostri nemici. Riconoscete che questa cosa dello stupro è roba vostra.
A questi dello Strega questa cosa pare nobile e attuale. E c’è da capirli – perché non so da voi in Irlanda – ma noi in Italia abbiamo parlamentari come Calderoli, percentuali risibili di donne in politica e ai vertici delle aziende, un gender gap che ci fa sorpassare da paesi come il Cile, un consistente problema di violenza di genere, e dunque, quando noi ci abbiamo il femminismo, abbiamo il femminismo vecchio, il femminismo adatto all’arretratezza di un certo sistema culturale. Da noi è attuale quello che le donne americane archiviano insieme ai fondatori puritani degli Stati Uniti. Ci ritroviamo a premiare un libro che aveva senso premiare nel 1981. Siamo sociologicamente, e culturalmente fermi. Siamo anzi in una recessione economica che è anche una recessione della riflessione sociale e politica. In diversi settori della nostra vita pubblica – dalle scuole al sistema sanitario nazionale, dalle carriere accademiche al dibattito pubblico, tutto era più democratico, vivace, promettente, proliferante trent’anni fa. E dunque – in un sistema socioculturale fermo sono ancora efficaci strumenti di lettura culturale stantii.

Questa arretratezza culturale, fa squadra con la resistenza in Italia fortissima, del mondo intellettuale, e in particolare del mondo  di chi fa narrativa, teatro, cinema, di aggiornarsi su cosa scrivono e cosa producono gli studiosi di scienze sociali  e soprattutto di psicologia. Al di la di quanto abbia approfondito Albinati – l’ignoranza su tutto quello che è stato scritto dopo Freud da parte del mondo intellettuale è  un trend ancora fortissimo. L’intellettuale medio italiano non è andato oltre Freud. Spesso straparla di psicoanalisi senza avere la più blanda contezza del fatto che gli scaffali del terapeuta da cui si è fatto probabilmente curare, sono pieni di altri nomi. D’altra parte, moltissime femministe in Italia – anche se naturalmente non tutte – hanno un rapporto conflittuale con la psicologia. Un po’ perché vedendo quella che viene spacciata per attuale dall’industria culturale la considerano ancora  maschilista, ma in parte perché la psicologia seria, quando lavora non dice quelle cose che dice Albinati – uomini cattivi tutti in quanto titolari di fallo, il quale è ipso facto connesso con la sopraffazione. Per cui la violenza è una specifica dei rapporti di coppia.  La psicologia inquadra la violenza di genere nell’agito di una patologia, che è al livello di individuo, o del sistema culturale che la patologizza. Alle donne femministe pare che questo inquadrare l’abuso nella patologia, sia un togliere un’arma. E la situazione politica ed economica delle donne Italiane, ti fa soffrire se perdi un’arma. Diciamolo – c’è da capirle.

 

 

  1. Stupratori e maschi violenti con le donne

Io credo che per capire per bene l’atto dello stupro, e in generale la psicologia della  criminalità aggressiva e omicida bisogna prima di tutto mettere a fuoco e interiorizzare e la grande rivoluzione che ha comportato nella psicologia e nella psichiatria l’irruzione del concetto dei disturbi di personalità (e l’immane valore che ha avuto l’opera di Kernberg nelle sue descrizioni del funzionamento borderline).
Noi veniamo da una teoria psicologica per cui prima si individuavano due macro aree: la nevrosi e la psicosi, che rappresentavano due grandi descrittori di modi di funzionare e il cui focus dirimente era sulla comprensione del reale. Nelle nevrosi ci possono essere dei disturbi emotivi di vario ordine e grado, ma la decodifica del reale è corretta, non ci sono allucinazioni, non ci sono visioni, c’è un buon funzionamento razionale. Nelle psicosi il funzionamento è diverso, la decodifica del reale è compromessa, le persone possono dire cose che appaiono illogiche, vedere oggetti che non ci sono, sentire suoni e voci che in realtà non sono presenti, e anche quindi obbedire a dettati interiori che fanno fare delle cose contrarie al senso comune, e in qualche caso pericolose per se stessi e il prossimo. Questa dicotomia in fondo ruota attorno alla capacità di intendere, ancora più che a quella di volere, e le persone che vivono nel campo psicotico avendo compromesso la prima vedono compromessa anche la seconda. Questa storica opposizione ritorna ancora oggi nel nostro codice penale: un avvocato può invocare una perizia psichiatrica che dimostri con una diagnosi che una franca schizofrenia elimina  disconosce nell’autore del reato la capacità di intendere e di volere, e quindi la sua responsabilità penale. E’ una strategia che le vittime di violenza di genere spesso temono.

Questa storica opposizione è anche incardinata a una specie di divisione delle sfere di competenza, con la psicologia e la psicoanalisi che a lungo si sono occupate delle nevrosi, cioè di tutti quei disturbi che si andavano a formare a partire dal mancato superamento del complesso edipico e la psichiatria che si è occupata delle schizofrenie, e di quei funzionamenti mentali caratterizzati da una perdita di contatto con il piano di realtà. Ed in fondo questa opposizione rimane nel nostro retroterra culturale anche per delle ragioni non proprio sciocche: in fondo, le psicosi sono quelle che vengono curate con degli psicofarmaci con certezza, mentre per le patologie dell’altro comparto si prevedono molte diverse possibilità. Questa polarizzazione però ha delle ricadute anche sul modo attuale di concepire genericamente la violenza di genere. Si assiste a due versanti: quello reazionario maschilista – che tende a minimizzare, a coltivare l’ipotesi narrativa del raptus o dell’accecamento,  e quello progressista e femminista che tenta di far risalire la vicenda a una storia nevrotica, o a una storia di potere della cultura dominante,  dal momento che gli autori di questi crimini  – sentendoli parlare, sembrano avere un buon rapporto con la realtà e sembrano fare discorsi molto logici. Hanno cioè la capacità di intendere e di volere, non sono schizofrenici.

In realtà l’introduzione dei disturbi di personalità ha radicalmente cambiato questo panorama trasformando l’opposizione tra funzionamento nevrotico e funzionamento psicotico in una ellisse al centro della quale c’è un funzionamento diverso, che può essere moderatamente disfunzionale se è vicino al comparto delle nevrosi e che può essere invece più gravemente disfunzionale se è vicino al comparto delle psicosi. I disturbi di personalità sono molti, sono variegati e riassumerli tutti qui esula dai nostri scopi. Quello che ci preme sottolineare è che come maxi categoria dobbiamo dire che: corrispondono a un buon funzionamento cognitivo, l’esame di realtà è integrato, non si palesano allucinazione o deliri, non si sentono voci. Le persone che ne soffrono possono essere anche estremamente competenti nel lavoro, e mantenere delle aree di funzionamento intatte, però la gestione della decodifica emotiva della realtà, i meccanismi difensivi che vengono adottati sono assolutamente distorti, disfunzionali, e comportano gravi difficoltà.  Da un punto di vista analitico, queste persone utilizzano meccanismi difensivi più arcaici e rigidi, investono i loro oggetti di massicce proiezioni, e usano in maniera massiva quel comportamento complicato da spiegare che è l’identificazione proiettiva. Non solo cioè mettono addosso all’altro cose che non lo riguardano, ma fanno vivere all’altro sentimenti di se stessi negati e non accettati.

C’è un certo dibattito su quanto di biologico ci sia nei disturbi di personalità – spesso una radice biologica c’è in molti disturbi psicologici.  In una stanza d’analisi è interessante notare come il malessere di un assistito spesso non combaci con l’intensità dell’esperienza negativa che pure riporta. Tuttavia si constata come i disturbi più franchi nascano diciamo da un incontro funesto tra una vulnerabilità biologica e un accudimento largamente disfunzionale. Qui allora arriviamo a un altro mito da sfatare della psicologia popolare è che la retorica del trauma. Non è che le persone ci hanno un trauma, un evento, una cosa brutta, e poi fanno le cose brutte da grandi. Questo è un mito fascinoso che la costruzione dell’edificio psicoanalitico ha messo in giro e tutti si sono fermati a guardarlo senza più occuparsi di come diventava il resto del palazzo.

Perché invece oggi, anche molto grazie alla ricerca analitica post freudiana – l’asse che comincia con Melanie Klein, prosegue con Winnicott, va avanti con Kohut e Kernberg  giù giù fino alla teoria dell’attaccamento o al lavoro sulla mentalizzazione di Fonagy, ci si concentra molto sugli stili di accudimento che vanno dalla nascita all’infanzia, e si ragiona su come una successione quotidiana di inadeguatezze o mancanze, o anche comportamenti reiteratamente ostili e aggressivi verso un bambino, ne foggino il modo di gestire le emozioni, di relazionarsi e come dire di sopportarsi,  in qualche modo applichino dei processi distorcenti, imprimano un’organizzazione psichica che rimane durevole nel tempo, e che esiterà poi in una vita problematica o in comportamenti lesivi per se ed eventualmente per gli altri.
Ora non è mai scientificamente corretto parlare per assoluti, ma mi sento di dire che in una stragrande maggioranza dei casi, specie nel nostro contesto culturale, gli atti criminosi che riguardano la sfera privata, stupro,  violenza di genere, femminicidio ma anche infanticidio, affondano in primo luogo le loro radici nella magmatica area dei disturbi di personalità – il che (è sempre saggio sottolinearlo) non sta a significare che tutte le persone a cui sia stata formulata una diagnosi in quell’area tendano, per l’amor del cielo, a compiere atti criminali ma che quel tipo di azione ha spessissmo a che fare con quel pacchetto di funzionamenti.

Stringendo il focus sullo stupro, perché sia compiuto, perché un uomo decida di compierlo, occorrono delle premesse per quel che mi concerne, largamente patologiche. La prima riguarda l’eccitazione scatenata non dalla vivacità sessuale ma dalla morte sessuale. Come dimostra l’esperienza o l’iconografia pornografica, gli uomini sani sono eccitati dall’eccitazione della partner, o di una partner immaginaria. Nell’immaginario sessuale maschile, lei è vogliosa, seducente, attiva, mostra col corpo il suo coinvolgimento. Lo stupratore invece ingloba nel suo pacchetto immaginario, una morte di lei, una resistenza, una ferita, o un disgusto.  Il grande cortocircuito che lo abita, è tra eros e thanatos, dove la forza mortifera vince su quella erotica e dove la valenza aggressiva del testosterone (mediatore ormonale di sesso e di lotta) sopravanza su quella sessuale. L’uomo che stupra non fa sesso, annichila, combatte, è più vicino ai militari ubriachi che fanno razzia nei villaggi che a qualsiasi maschio sessuale adulto che si porti a letto una ragazza.  Dunque lo stupro è un atto sessuale solo per una questione diciamo di geografia del corpo, per una questione di mezzi, ma di fatto è un atto aggressivo, uno schiacciare, un ridurre a niente.
La seconda riguarda le premesse psicologiche interne con cui è pensata e vissuta la donna. Nella mia personale esperienza professionale con uomini coinvolti in vicende di abuso sessuale, o di violenza di genere, l’agito aggressivo è una caduta nell’azione che si vendica che controbilancia, che agisce un grande potere interno rispetto al quale il soggetto si sente fortemente inerme e anche dipendente.  Per far un esempio di come può essere l’immaginario interiore di un maschio abusante, senza voler fare cortocircuiti banalizzanti tra vicende private e produzioni autoriali, io trovo che per esempio il film la venere in pelliccia, di Polanski, rappresenti molto bene quello che può essere il mondo onirico, interno di un maschio abusante. Ne’ la venere in pelliccia, la donna seduce ma mette ha un potere totale sul protagonista, lo eccita ma non lo mette nelle condizioni di agire sessualmente con lei. Lo confina a un bisogno eternizzato. Spesso i sogni di questo tipo di pazienti – le rare volte che arrivano a una consultazione  – magari su istigazione di un avvocato o per il provvedimento di un giudice, inscenano femminili enormi, superpotenti, irraggiungibili, talora con comportamenti sadici, rispetto ai quali il sognatore si rappresenta come inerme, imbelle, incapace di fare alcun che, o che sopravvive grazie all’identificazione di un maschile interno testosteronico e ferino. Mi sono capitati sogni di pazienti in cui Il femminile errappresentato come un animale enorme e minaccioso, fuori misura, mentre il maschile al confronto come piccolo, schiacciabile, modesto.

La terza riguarda due sottili problematiche che hanno messo in luce gli studiosi postfreudiani e che hanno a che fare con i disturbi di personalità sul versante borderline più gravemente compromesso, e riguardano l’incapacità di mentalizzare gli stati emotivi altrui, di sentire cosa prova il prossimo, e allo stesso tempo l’incapacità di sostenere una rappresentazione simbolica una meta rappresentazione delle proprie costruzioni interne. Di reggere l’impatto cioè della fantasia, e nel caso specifico della fantasia sessuale. Come spiega molto bene Bader, le fantasie sessuali sono formazioni di compromesso che fanno sopravvivere la libido a fronte di censure psichiche provenienti dalla propria storia infantile, piattaforme in cui tutti noi – consapevoli o meno – costruiamo il nostro modo di stare in relazione sessualmente – con i nostri partner. Ma la fantasia sessuale può essere una forma su cui si può lavorare che si può trasformare specie nei territori della psicoterapia, è qualcosa che può essere lavorata in termini di rappresentazione in una misura largamente postmoderna dove si decodifica quando una persona si eccita per una certa immagine, quale parte di lei entra in gioco, e quale parte di lei è proiettata sul partner della scena immaginata.(  Per questo per altro secondo me non ha molto senso condannare il porno, il porno è un gioco dell’immaginazione un giocare a è naif considerarlo tout court responsabile di un passaggio all’atto) La fantasia sessuale è una funzione postmoderna della psiche, un giocare a qualcosa ma lo stupratore non regge questo piano del fantastico non regge il piano metaforico, non sa esplorare il suo giocare a. In effetti, quando si lavora con uomini responsabili di una violenza di genere, in generale, spessissimo si constata questa difficoltà, che li rende più vicini al piano delle psicosi che a quello delle nevrosi: stanno poco sul piano metaforico, bisogna lavorare molto per far recuperare loro questo uso simbolico dei loro pensieri, né sanno esplorare troppo emotivamente cosa sentono quando pronunciano certe frasi. Bisogna lavorare molto, per recuperare queste competenze, e arrivare a far emergere quel senso di subalternità al femminile interno.

 

L’eziologia di questo disastro relazionale, può avere storie svariate. E può essere poco sensato qui cercare di elencare una casistica. Però mi interessa fare un solo esempio, perché può essere utile per rendere conto del corto circuito tra variabile familiare e variabile sociologica e culturale. Poniamo una coppia genitoriale composta da: un padre aggressivo disoccupato ma arruolato nella criminalità organizzata e una madre fortemente depressa e molto svalutata dal padre. Il figlio di questa madre avrà davanti a se una madre per un verso emotivamente inaccessibile, perché quando è molto piccolo non ha proprio la possibilità di occuparsi di lui. Una madre che non gli da da mangiare quando la chiama, che non viene quando piange, che si disprezza, che è platealmente svalutata dal marito, che magari in quanto donna è stata anche platealmente svalutata dal padre, e che segretamente considera il figlio anche causa della sua disgrazia, guinzaglio del suo inferno privato. Pensiamo all’odissea di messaggi ambivalenti, schizofrenogeni che questa madre da, a un figlio che viene idealizzato in quanto maschio, ma che è comunque stato vittima di un penoso distanziamento. Questo ragazzino prima ancora di imparare a parlare e camminare ha assaggiato una dipendenza furiosa e gravemente frustrata, e gli ha fatto provare una rabbia terribile, che non ha mai incontrato nessun contenimento. Se da piccolo, precocemente piccolo, a 3 mesi, sei mesi, un anno, due anni, si è dovuto confrontare conil bisogno rabbioso, a 3 4 5 anni si prepara all’edipo con il padre che alza le mani sulla madre, o che dice cose molto brutte a lei e su di lei. Un padre che c’è poco, ma quando c’è è in questo modo. Il ragazzino può decidere inconsciamente che allora, l’unica cosa conveniente da fare è identificarsi con un maschile cattivo, abusante, che nella coppia genitoriale è rappresentato dal padre, ma che potrebbe essere una sorta di maschile fantoccio, immaginifico, come spiegava un tempo Chodorow e in tempi più recenti Zoia, che compensi narcisisticamente le voragini per cui anche il suo pensare è a mezzo servizio. E’solo  un esempio. Ci sono moltissime variabili. E spesso, bisogna dire, da storie simili poi arrivano adulti molto diversi da questi – perché incredibili sono le risorse delle persone. Ma a riprova di questo assetto ricorrente, è interessante sottolineare quello che rilevano spesso le operatrici dei centri antiviolenza: la violenza di genere si scatena in una coppia in una percentuale abbondante di casi, in occasione di una gravidanza: quando la donna rivela un potere di specie, mette al mondo un bambino che ricorda al partner se stesso da piccolo, ma si mette anche nella situazione di essere inaccessibile come era sua madre. Il nascituro è un competitor. La rabbia è cieca.

Quello che dunque risulta dissonante nelle ricostruzioni della mente di uno stupratore, è che nella nostra psicologia popolare, nella migliore delle ipotesi intessuta da freudismo della prima ora, non arriva mai la qualità di un discorso mentale incrinato, dove il campo simbolico ed emotivo sono devastati, e dove deve arrivare da qualche parte la derivata del tragico nel senso di sofferenza, non solo del tragico nel senso della sopraffazione, ma anche delle strane incongruenze logiche. Per esempio,  la narrativa sul maschio abusante non conosce mai il ridicolo, l’umoristico che è capace di suscitare il disturbo mentale, perché spinge sempre sulla somiglianza con l’uomo della strada – anche Albinati, questo cerca, la continuità. Eppure nella mia esperienza con situazioni del genere – io ho toccato con mano quell’incongruenza.  Metto qui due dialoghi inventati, ma molto molto simili a certi a cui ho partecipato nel mio lavoro.

 

–  Allora lei, dottoressa, lo sa che mi ha detto?
– Cosa?
– Che non era giusto che io decidessi la musica da mettere
– Era una cosa grave?
–  Ho sentito che dovevo strozzarla.

E che non è molto lontano da

– Allora io gli ho detto: non si mette la macchina in doppia fila!
– In effetti non si dovrebbe…
– Ma lui ha detto che era di corsa e se ne è andato!
– Lei come si è sentito?
– Molto arrabbiato. Perciò gli ho staccato lo specchietto retrovisore.

L’atto aggressivo – associato a un futile motivo, viene sempre rappresentato quando ci si occupa di violenza di genere come prova di crudeltà, di una cattiveria che non si discute sul piano logico. La gratuità è rappresentata come prova massima del potere, e dell’esercizio del potere, ma non si mette mai nella narrativa, anche perché è davvero molto complicato farlo, oltre che per una funzionalità alla logica maschilista.  L’accento sullo stralunato, sull’illogico, sull’antieconomico è arduo, difficile, e sembra non convenire a nessuno. Non conviene alla logica vittimista ma non conviene neanche a quella del potere maschilista. Le volte che i partner ammazzano la moglie, i figli e poi se stessi, persino in quell’occasione che è la prova massima della contemplazione dell’illogico che ti fa cadere nel tragico, l’illogico, lo psico -pato -logico è eluso. Seconda della prospettiva politica il persecutore è cattivo o ha le sue buone ragioni, o al limite ha avuto un raptus di follia, un accecamento transitorio, ma non una disfunzione permanente. Perché la disfunzione permanente è ridicolizzante. Eppure è piuttosto evidente che aggredire una che non conosci, così come aggredire una partner, è fondamentalmente un avvelenamento dei pozzi. Intacchi un oggetto da cui dipendi. Se lo fai lo fai perché la tua decodifica del reale, è molto meno funzionale di quanto appaia. E questa disfunzione, si dimostra nella frequente successione femminicidio -suicidio.

 

3.E i maschi che non sono violenti?

Nel lontano 1952 Melanie Klein introdusse in psicoanalisi dei bambini  il concetto di identificazione proiettiva. Si tratta di un meccanismo difensivo, come la scissione e la proeizione, molto complicato e articolato, secondo cui il bambino e poi l’adulto che non avesse sufficientemente elaborato le sue fasi di crescita, mette addosso all’altro parti di se negate – spesso parti dolorose, indegne, da rifiutare, sentimenti orribili di sentirsi abbietti, sputati, non amati, nell’altro, facendoli vivere nell’altro e facendo in modo che l’altro si senta come si sente lui. Questa teorizzazione avrebbe poi permesso alla  Klein di scrivere quel testo così bello e importante che è Invidia e gratitudine, in cui ben descriveva quello stato patologico di chi, sentendosi povero, abbietto, privo di cose belle, non solo di amore, ma anche di essere amabile, e confrontandosi con un altro vissuto come pieno di quelle stesse cose di cui si sentiva privo, si riempisse di invidia, e lo attaccasse anche tramite la sua identificazione proiettiva.

 

Nel 1967 lo psicoanalista Dicks, che alla Tavistock si occupava di psicoanalisi delle coppie, proponeva la possibilità di concepire un’idea positiva dell’identificazione proiettiva perché osservando le coppie funzionali, o moderatamente disfunzionali, si rendeva conto che invece quello che succedeva in quelle coppie, era che un partner metteva addosso all’altro, e vedeva nell’altro, le proprie parti buone le faceva agire, le controllava e le proteggeva.  Ugualmente si poteva dire della proiezione: non esiste solo la proiezione maligna di parti negative non accettate di se sull’altro, ma nella coppia si proiettano sul partner anche le proprie parti buone. La toponomastica junghiana in fatto di coppia e identità di genere metaforizza queste questioni con i concetti di figure archetipiche controsessuali, per cui gli uomini cercherebbero nelle donne le connotazioni tipiche delle loro caratteristiche interne di anima, e le donne negli uomini le caratteristiche tipiche del loro animus.

Stringendo lo sguardo su una ipotetica psicologia maschile dei rapporti di coppia, si può dire che qualora un bambino maschio, sia stato allevato da una genitorialità sufficientemente buona, scavallata la pubertà avrà una serie di oggetti interni da proteggere e ritrovare nella partner, potenziandoli e facendoli crescere. La tenerezza, la dolcezza, e tutta la variegata scala musicale del sentimentale non sono falso se, ma anche altre cose che specie nei sistemi sesso genere più conservatori, il maschile riconosce al femminile,  lui cercherà e proteggerà in lei. Quel lineare rapporto col vitale, con il carnale, con il corporeo. Questo sta a dire, che nell’arco identitario del maschile, nel suo mondo interno ci sono molte variabili dell’essere con una partner. Ribaltamenti, tenerezze, cameratismi, passività, romanticismi, svariate forme di giocare a, ossia di mettere in una partita fantasia sessuale e relazionale e gioco sessuale reale, in modo da attivare una evoluzione interna a se stessi, alla partner e alle diverse relazioni.  Diciamo anzi che queste cose ci devono essere, e se non escono questa mancanza è diagnosticamente rilevante.

Un’altra cosa che possiamo dire sulla linea di confine che segna la caduta nell’atto criminoso contro la donna, riguarda la capacità di mentalizzare stati mentali diversi dal proprio. Bisogna riconoscere che ci sono contesti culturali e sociali che teoricamente scoraggiano gli uomini dal raffinare queste competenze – si pensi alle carriere militari per esempio, o certi ambienti socioculturali dove la criminalità organizzata sociologizza culturalizza tratti patologici, ma non è che al maschile manchi, la capacità di sentire gli stati d’animo di chi ha di fronte, di identificarsi con l’altra, di capire quando è felice, quando è triste, e cosa le può succedere emotivamente quando è aggredita fisicamente o sessualmente – l’empatia non è un dispositivo culturale – è un dispositivo biologico. Secondo alcuni, passa dal funzionamento dei neuroni specchio – rientra in un minimo sindacale delle competenze soggettive.. Questo arsenale di competenze, è una dotazione che l’essere umano ha e che sviluppa a varie altezze, aiutandolo nella vita privata e nella vita professionale. Poi ci saranno persone che hanno questa capacità più sviluppata e persone che invece ce l’avranno di meno. Ma esiste una soglia che è quella comune, le persone che stanno sotto quella soglia comune, che non riescono per esempio a vivere l’esperienza dell’identificazione che fa arrivare emotivamente gli stati d’animo dell’altro, che non sanno riconoscere il dispiacere e la sofferenza – specie in un contesto storico e culturale che non le incoraggia in quella direzione (la psicologia della guerra meriterebbe un post a parte) devono avere un importante impedimento interno. Per quelle persone c’è un mondo emotivo fortemente blindato e decisamente inaccessibile, che rende, il loro modo di parlare degli altri, con un latente fondo di surreale. Ma di norma anche se il passato e l’infanzia non sono state rose e fiori, agli uomini quei dispositivi non sono preclusi.

 

4.Ancora Femminismo, ma come

Questo non vuol dire, che non sussista un grande problema, che riguarda la violenza di genere, e che femminismo o meno, non si debba porre una domanda politica e amministrativa per risolverlo. E non vuol dire che il problema di uno sguardo sessista nella gestione delle cose, comprese queste, nel nostro paese non esista. Ma credo che bisogna insistere su una distinzione, e dipanare un cortocircuito.

Lo stupro è un oggetto simbolico, l’epigono della sopraffazione del maschile sul femminile. Dell’uomo sulla donna.  E’ il sogno diciamo di una cultura che in questo modo rappresenta una gerarchia di valori. Possiamo considerare lo stupro come un film che vediamo tutti, tutti noi che condividiamo la nostra storia patria culturale, e che con la sua violenza indica una distribuzione del potere. E’ un atto misogino che diventa simbolo di una società maschilista. E per quanto misoginia e maschilismo siamo concetti diversi tra loro, con una clinica diversa – il maschilismo è un atto politico nevrotico o addirittura rispettabile e condivisibile da tutte le parti in causa, la misoginia è un atto francamente patologico ma mi sono espressa qui – l’atto misogino dello stupro viene letto, e quindi protetto e interpretato come atto maschilista.  Nell’economia simbolica di un paese francamente maschilista allora può capitare che sia minimizzato, non considerato grave, che ai processi possano ancora presentarsi giudici che non aderiscano allo spirito della legge che lo consideri reato contro la persona, perché magari le donne sono persone di serie b, può capitare che il giornalista che lo descriva si abbandoni a una leggerezza che prima  di tutto è una dichiarazione politica, può capitare che la ragazza che lamenta un atteggiamento persecutorio da parte di un estraneo, incontri una noncuranza se va alla polizia – possono ancora capitare molte cose perché lo stupro è qualcosa in cui in molti latentemente rispeccchiano un ordine simbolico.

Allora quando arriva il libro di Albinati, o le correnti femministe che lo hanno incoraggiato, in apparenza sembra che si proponga una operazione a favore delle donne, ma in generale è il suo simmetrico opposto. Il maschio è inguaribile,  perché il cazzo è la sua malattia, ma allora a quel punto è lecito parlare di malattia? Di male? Siamo molto molto costernati, dice Albinati, proprio addolorati gua’, ma questo è l’ordine delle cose. Noi maschi siamo così.

 

La conseguenza politica ulteriore sarà: che i maschilisti più incancreniti muoveranno la testa gravemente, eh vedi, comunque alla fine dice che siamo tutti così, donna a casa a letto e chiava, lo dice pure Albinati che è tanto istruito,  ma tutti quegli altri, quelli che compartecipano più o meno malvolentieri a una gerarchia dei ruoli che li fa essere illuminati professori universitari femministi nella misura in cui il cesso anziché la moglie lo pulisce una donna più povera,  ma anche quelli che nel privato, il cesso lo puliscono loro e i regazzini li guardano loro, quindi perché occuparsi delle quote rosa nelle dirigenze delle imprese, o perché occuparsi proprio di quelle picchiate che tanto mi fo un mazzo sul mio, dicevo questi questi che potrebbero essere soggetti politici di un discorso collettivo sulle questioni di genere in Italia, questi si tirano indietro, dicono che la cosa non li riguarda, si sentono ingiustamente feriti, con Albinati, o le femministe che gli mettono addosso una psicologia che non è la loro, che magari sono partner di baldanzose e pettorute virago, si ammazzano la sera di battute volgari con la moglie, arriva questo e parla di cose a loro del tutto estranee, e dicono ma questo è matto. Io non ci entro niente. Mi chiedono di assumermi una identità che non è la mia.E ce li giochiamo. Perché ci hanno pure ragione.
Ma ce li giochiamo, perché perdiamo l’occasione di sottolineare loro le modalità e le occasioni in cui partecipano a una gestione sessista della vita pubblica.

Proporrei di spostare la necessaria azione politica in difesa delle donne, sulle modalità con cui è gestita la sperequazione di potere dei generi, e sui modi con cui sono operate le scelte interpretetative, e i provvedimenti da attuare rispetto agli eventi relativi alla violenza di genere. Non chiederei invece di femministizzare la psicologia, riproponendo segretamente quella stessa gerarchia di potere che si imputa all’ideologia dominante. Non è scientifico, non è corretto, non è infine politicamente utile. Ascrivere lo stupro all’identità del maschio più che alla frattura psicologica, implica la doppia complicazione di: non utilizzare correttamente gli strumenti che la psicologia offre, il che sul piano pratico vuol dire che quando un uomo violento incarcerato, finisce di scontare la pena, esce e torna a essere violento, proporre un’immagine del reale fondata su una talmente radicale malattia del reale, dal momento che questa malattia sono i maschi, che non c’è redenzione. E questo probabilmente se lo possono permettere soprattutto quelli che la mancanza di redenzione la soffrono blandamente.

 

Ci sarebbe  infine da ragionare, su come scrivere di queste cose, su come fare letteratura,  perché alla fine non è per niente facile. Mollai il libro di Albinati, che magari dopo pagina trecento aveva altri meriti che non mi sono data la possibilità di riscontrargli, con la stessa sensazione sgradevole che ho avuto spesso davanti  a certi comici, per esempio il Mago Forrest, e la Gialappa’s quando facevano delle gag oggettivamente spassosissime sul maschilismo, sull’uomo che sbava di fronte a una donna e non sa guardarla altrimenti. Quell’umorismo infatti per un verso mi intrigava, mi blandiva, perché prendeva in giro un’organizzazione ideologica, l’organizzazione ideologica sessista per cui una donna è sempre solo corpo, per un altro, sembrava giocare su un’ambiguità, perché in fondo era autoironia, ossia ironia sugli aspetti più squallidi di un orizzonte di senso condiviso, la donna è solo corpo e io sto anche dando una bella gomitata militaresca a chi ne è convinto. Alla fine, il mio  – comunque amato – Mago Forrest non rideva mai con me, rideva sempre di me con altri maschi. Ma si rendeva inattaccabile perche sembrava che invece ridesse di loro. Ugualmente, Albinati restituisce la stessa sensazione. Critica un ordine di senso a cui però arriva che appartiene con una certa comodità. Un uso disinvolto dell’indicativo che in  certi passaggi è raccapricciante. Gli si riconosce il tentativo, credo veramente onesto – di averci provato.

Ma una buona scrittura, su queste cose, deve ancora arrivare.

 

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