Ciao

Non è che fossimo poi così amici noi, così estranei l’uno all’altra, io in particolare a te e a tutti voi. Quando ci vedevamo in questi pranzi rumorosi io arrivavo come la regina sciocca di un regno straniero, dove si stendevano parole lunghe come tappeti, pieno di merletti e candelabri e magari samovar, e dovevo star bene attenta a non prendermi sul serio, ma ugualmente mi salutavi con un tuo speciale ossequio, reverenziale e dissacrante insieme.
(Mi avresti regalato degli uncinetti della tua mamma, però)

Non che ci capissimo benissimo, salvo una stima poetica e obliqua per saper parlare i nostri dialetti, mi piaceva come dicevi di noi intellettuali, quel tuo modo di scivolare sul dittongo in modo che nella a si aprisse la piazza di una perplessità, di una ricerca vana, di un prestigio legittimo e tragico.
(Avresti studiato con profitto, penso, e non l’hai fatto.)
Ti ho mandato tutti i miei libri, ogni volta che sono usciti, e questa cosa mi dicevano ti riempiva di allegria, arrivava il pacchetto della casa editrice, tornavi dalla fabbrica, ti vantavi, facevi la ruota di pavone. Non ci capisco un cazzo devo confessare, poi mi scrivevi. E poi mi hai detto ilare e iconoclasta – li ho regalati a una donna con cui speravo di scopare!
Io spero ti siano stati utili.

Non so se sono stati utili, entrambi in effetti sappiamo – che con i libri non si scopa – ma mi aveva divertito quella tua disinvoltura, grazie erano per un’impresa meritevole.)
Certe volte ti spiavo mentre te non ti accorgevi, quando avevi scavalcato una certa staccionata dell’ebbrezza, che tutti ti si diceva di non passare, il fegato spappolato, lo stomaco bucherellato, le braccia pure,  stai attento ti dicevamo.
Anzi a essere onesti avevamo smesso – perché  l’autodistruzione è sempre stata la tua unica forma di svago, e anzi devo dirti, ho ammirato la protervia del tuo cuore e del tuo corpo – io con tutto quello che gli hai fatto tu, oggi non starei qui a salutarti. Sinceramente, un fisico di ferro.

Ma dicevo che ti spiavo. Magro stralunato e siccome ubriaco cattivo ma anche dolcissimo insieme, malinconico. Ti vedevo una tua specifica leggerezza, una tua singolare innocenza. Tutto quel passato feroce sulle spalle  – sbriciolato inutilmente, quei tentativi letterari di prendersi una piccola rivincita dal bordo del mondo, ti ho immaginato ragazzino tirate sassate sulle vetrine, come sulla schiena di un coccodrillo che ti avrebbe mangiato, ti ho visto quegli occhi che ci avevi te, gli occhi dei timidi loro malgrado che di rado ti prendono apertamente, e la loro disarmante incapacità alla seduzione. Sei rimasto figlio per tutta la vita. Ma uffa, oggi eravamo tutti insieme, abbiamo pranzato senza di te, come tutte queste ultime volte, senza di te sempre a parlare un po’ di te.
Com’è brutto quando gli amici se ne vanno.

 

(ciao, qui)

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