Note psicodinamiche sparse sul come approcciare la violenza, non solo di genere.

Dunque vorrei fare un post su cosa può suggerire la psicologia dinamica per arginare la violenza di genere e in genere tutti quegli atti criminosi nell’ambito familiare, che sono presieduti da una diagnosi importante. Quindi questo post non esaurirà naturalmente l’elenco dei suggerimenti possibili,  o l’elenco delle cose che socialmente è utile fare per arginare la violenza di genere, o altre forme di violenza intrafamiliari – gli abusi sui minori, per esempio, o  gli infanticidi – ma cercherà di mettere insieme delle proposte amministrative in merito alla salute pubblica, che sono la conseguenza prevedibile di un sistema di saperi in merito alle psicopatologie e ai contesti in cui avvengono.  Parlerò dunque di due tipi di interventi: quelli che riguarderanno le nostre modalità di cittadini di interagire con quelle diagnosi importanti e di prendere provvedimenti utili nei contesti di lavoro o di vita, e interventi che cerchino il più possibile di ridurre l’insorgere di diagnosi psichiatriche importanti, o che possano essere capaci di renderle meno problematiche.
Prima di tutto occorre fare una premessa.

Quando pensiamo alle psicopatologie franche, alle sindromi psichiatriche che presiedono azioni criminose, quando ci confrontiamo coll’esito tragico, e ci indignamo e diciamo, ma come non si poteva fare così, non si poteva fare colì, ci sentiamo insieme impotenti e onnipotenti. Da una parte il grave fatto di cronaca è avvenuto, ed è tardi, e molti di noi davvero non volevano che succedesse, dall’altra la distanza di queste cose dalla nostra esperienza quotidiana, ci fa immaginare che noi potremmo risolvere velocemente, che beh allora si facesse curare che allora togliamole il bambino, che allora, perché quella non l’ha lasciato subito vedendo che lui era aggressivo?

Questo ordine di pensieri sono umani e sono anche sani – la loro produzione ha, come la sanzione e l’indignazione – molto a che fare con la protezione della specie. Dove andremmo a finire se di fronte alle donne picchiate e ammazzate, di fronte ai bambini abusati, avessimo come prima reazione un chinare la testa pensosi e supponenti? Dobbiamo soffrire, è la nostra salvezza di specie. C’è molto più terreno di azione politica in un indignato che dice cose grossolane, che avranno bisogno di essere corrette nel merito ma non nell’intenzione emotiva, della saggezza distaccata e pelosamente rassegnata che non avrà mai desiderio di aiutare nessuno.
Tuttavia, nel cercare soluzioni che arginino morti ingiuste e precoci, violenze e abusi, dobbiamo ricordarci del fatto che la realtà ha una sua violenta potente, resistenza a qualsiasi cambiamento che questa resistenza è una garanzia della nostra libertà. – che funziona a sua volta su due coste.

Una costa soggettiva riguarda la biologia del cervello. Le persone non cambiano i loro pensieri con un battito di ciglia. Ci mettiamo anni a imparare uno strumento musicale, anni a dominare una lingua, esercizi per portare una macchina, e molte molte sedute perché una psicoterapia produca degli effetti. Plagiare le persone è davvero complicato, trasformarle improbo. La nostra flessibile resistenza alle richieste del reale, è la nostra principale difesa all’usurpazione altrui. Se non fossimo così tetragoni al cambiamento saremmo dei burattini pericolosamente esposti. Non lo siamo. E’ importante per noi è benefico, anche per la nostra come dire, varietà di caratteri e di specie. La nostra resistenza per esempio alle sirene di un vantaggio economico, permette di mantenere ancora vario colorato e differenziato il paesaggio dell’umano.

Nel nostro contesto politico ed economico – questa libertà ha però una seconda garanzia. Quando dite: togliamo un bambino alla mamma! Incarceriamo quell’uomo che ha minacciato di morte la compagna! Pensate che fare questa cosa così per le spicce, sulla scorta di un timore, si possa fare giuridicamente senza che le nostre libertà siano intaccate. Però la nostra libertà di litigare con un partner, la nostra libertà di essere genitori imperfetti, la nostra libertà di migliorarci dopo aver attraversato un periodo difficile, anche la nostra libertà di lavorare con addosso una diagnosi psichiatrica, dipende da quella normativizzata mancanza di celerità. I legacci con cui certi provvedimenti vengono presi, i passaggi successivi, sono un altro dispositivo che ha a che fare con la nostra libertà. La verità è che da un punto di vista normativo, noi avremmo uno Stato Sociale dei migliori, ma economicamente non è affatto sostenuto, anzi, è ancor più aggredito. La situazione varia molto da regione a regione. Ma se c’è un comparto su cui si taglia sempre di più senza pietà, è la salute psichiatrica, le case famiglia, salari formazioni e controlli delle persone che lavorano nelle comunità terapeutiche.

Questa premessa è importante per una posizione come dire, filosofica di partenza. La parziale inefficienza che ci fa soffrire quando cerchiamo di arginare il male, ha anche a che fare con certe importanti premesse del nostro bene. La dolorosa area intermedia delle nostre azioni possibili, ha a che fare con la nostra libertà e anche con la nostra libertà di mettere in campo delle risorse. Dobbiamo saperla tollerare, dobbiamo saperci stare e dobbiamo saper reggere l’angoscia che ci genera il potere dell’altro , ergo-  il potere dell’altro di farsi male ma anche il diritto dell’altro il suo stare al mondo che non migliora e quindi il terribile potere dell’altro a peggiorare e a fare del male. Sopportare quest’angoscia è un’altra delle necessità dell’agire democratico. Ed è una necessità da saper affrontare perché quando non la si sopporta rischiamo di cadere in scelte che sono rimedi peggiori del male. Se una persona con delle gravi difficoltà relazionali svolge un lavoro non molto bene, ma discretamente, e ha dei comportamenti aggressivi ma che non fanno saltare il piano di lavoro – in termini di macroeconomia sociale, è davvero utile toglierla dal posto di lavoro? E se togliendo a quella persona una delle poche cose che tutelano la sua identità, la sua propriocezione, il suo far parte di una comunità, ne inasprissimo le tendenze aggressive?

Se dunque penso a cosa può suggerire la psicologia dinamica per fronteggiare le varie diramazioni della psicopatologia violenta, la prima cosa su cui bisogna lavorare, come a priori,  è l’angoscia che ci procura il confronto con soggetti o sistemi familiari che non cambiano, che stanno male, che sono violenti, che sono attraversati dal dolore. E che soprattutto non sembrano capaci di cambiare, o sembrano cambiare troppo lentamente. Queste situazioni ci agitano, per molti motivi: un po’ perché una persona che non sta bene, è il ritratto simbolico di parti nostre in difficoltà, nostre parti depressive più o meno minoritarie che vorremmo poter vedere perciò cancellarsi velocemente, un po’ perché il cambiamento repentino e immaginifico – di un amico, di un collega, di un alunno, di compagno di studi, ci restituisce una onnipotenza parziale un vantaggio narcisistico, mentre la sua immobilità un senso di grande frustrazione. Questo ordine di sentimenti e proiezioni però fa saltare il tavolo del lavoro, non avvicina, anzi crea distanze, polarizzazioni, Quando questi pensieri sono dispiegati è tutto un lui e noi, tutto un lui è così noi invece.  Inoltre, per motivi che riguardano anche il funzionamento delle personalità più in difficoltà- che tendono a fare in modo che si verifichi questo assetto alimentando la divergenza, la distanza, salta qualsiasi possibilità di miglioramento: perché se c’è una caratteristica che discrimina spesso le psicopatologie è che chi ne soffre, vive di profezie nefaste che si avverano, e che si servono degli altri, di comportamenti indotti o incoraggiati dal suo assetto interno.

In questo senso io penso che la scuola possa avere un ruolo molto importante, perché soggetti disabili, soggetti in difficoltà, soggetti con una diagnosi di vario ordine e grado, possono in primo luogo insegnare a mettersi in relazione in un contesto protetto. Rispetto però  questo punto, rispetto alle nostre competenze sociali, le nostre capacità diciamo largamente politiche di rendere i luoghi dove abitiamo più vivibili, un ragazzino, o due difficili in classe aumentano quelle competenze, normalizzano le reazioni, aiutano quelli che diventeranno adulti a controllare le proprie proiezioni e i propri stati d’animo di fronte a una personalità in difficoltà e che magari potrà avere problemi con altri domani. Soprattutto, una cosa che vedo è socialmente poco approfondita  – è che dobbiamo insegnare ai figli la tolleranza emotiva rispetto a modi di stare al mondo refrattari al cambiamento. Senza quell’accettazione dell’altro con le sue magagne non si va da nessuna parte, e questo vuol dire insegnare ai figli a sopportare la PROPRIA paura di essere inerti, fallimentari, rifiutabili, fermi.
A volte succedono cose diciamo psicoanalitiche, anche senza che questi processi siano visti e verbalizzati. Non è necessario sottoporre una classe a una terapia di gruppo, perché i bambini imparino a gestire le proprie proiezioni su un compagno complicato, anche se spesso parlare insieme aiuta. Ma un lavoro teatrale di classe, per fare un esempio, con una serie di ruoli assegnati insieme a quel compagno e l’idea di responsabilizzare i bambini, o i giovani adolescenti nel farlo cooperare, potrebbe modificare il campo proiettivo in modo altrettanto efficace. La prima cosa su cui comunque pero dobbiamo lavorare è creare cittadini che siano capaci di interagire con situazioni di difficoltà iscritte nel loro panorama quotidiano. Perché questo aumenterà come dire, il capitale intellettuale ed emotivo a disposizione, quando saranno soggetti nel mondo del lavoro.

In ogni caso però, in una prospettiva psicoanalitica, l’area di grande problematicità per l’emergere delle psicopatologie che preludono agli atti violenti, riguarda la situazione della famiglia quando un bambino viene al mondo. La cornice teorica psicodinamica prevede infatti che a fronte di un eventualmente anche rilevante fattore biologico nella strutturazione di diagnosi importanti sia dirimente il contesto in cui un certo bambino cresce, la situazione della sua famiglia, e gli aiuti esterni su cui può contare. Per coniare uno slogan sgradevole: tra i deliziosi bambini di oggi, ci sono già i possibili atti ostili di domani. E’ uno slogan antipatico, ma quando mi sale la desolazione per l’assenza  o il costo spropositato di asilo nido, per le scuole non a tempo pieno in tante province, mi sale un tale scoramento feroce, e penso che se le persone non riescono a mettersi il cuore in mano davanti a un bambino a cui bisogna fornire una alternativa, forse ci riuscirebbero pensando al rischio della criminalità che quella stessa sofferenza potrebbe imboccare.

Fatto sta che se c’è una cosa che mi ha insegnato la mia esperienza professionale, è il valore che hanno avuto per infanzie largamente abusate figure secondarie protettive quali in primo luogo maestre, se non le zie, o qualche amorevole vicino o vicina di casa. Ma se penso alla situazione complicata di una madre in grave difficoltà, vuoi per condizioni personali, vuoi per condizioni ambientali, la struttura esterna che tiene il piccolo un numero giornaliero di ore, e gli garantisce una serie di occasioni relazionali protette, una teoria di come è il minimo sindacale dello scambio affettivo, mi sembra già una cosa molto importante. Così come sarebbe intelligente, attuare un protocollo di intervento in età neonatale, che assista le neomadri e i neopadri a casa, nella fase post partum con interventi domiciliari anche sulla lunga durata – perché quei primi anni sono molto delicati, e sono gli anni in cui si strutturano questioni dolorose che poi cronicizzano.

Bisogna pure dire, che di protocolli di questo genere, ce ne sarebbero pure molti. Ma la situazione è pulviscolare, determinata da una larga compagine di associazioni private che vincono appalti pubblici, e che in quanto a preparazione, e retribuzione degli associati, curricula dei dipendenti, possono variare molto tra loro. Ma siccome i soldi messi a bando sono sempre sempre di meno, alla fine la qualità dell’offerta è pericolosamente variegata, con associazioni che vantano collaboratori iperspecializzati e altre che si servono di volontari, laureandi, giovanissimi tirocinanti – malamente formati. Oppure, ci sono cooperative veramente ben strutturate, ma i soldi loro garantiti sono quelli che sono, e alla fine, materialmente per sostenere una famiglia dove il padre lavora, una madre è malata terminale e ci sono tre bambini di cui uno ha una patologia cronica grave per cui non può uscire di casa, ecco quel mio collega, può andare ad aiutare quel padre quattro ore a settimana.
Quattro ore a settimana non sono proprio niente.

C’è infine un complicata riflessione da fare e che riguarda l’atteggiamento complessivo che abbiamo nei confronti di soggetti che hanno compiuto crimini intrafamiliari – in primo luogo correlati con la violenza di genere. Questa riflessione emerge più limpidamente nel momento in cui capiamo che la comprensione della psicodinamica di una successione di comportamenti che culmina eventualmente con un omicidio, non equivale a una giustificazione di tipo morale -persino nel contesto stesso di una psicoterapia che non sia legata ad alcun ordine prescrittivo di un tribunale di competenza. Io stessa per fare un esempio, ho deciso di esplicitare  a qualche mio paziente che aveva compiuto un atto moralmente sanzionabile, una sorta di rabbia, o di indignazione – con un calcolo di metodo di intervento ponderato e non come reazione istintiva, perché volevo che il mio paziente si appropriasse delle valenze simboliche ed emotive dei suoi atti, le deleghe che stava mettendo in atto, i subappalti, e gli effetti che andava rincorrendo – (voglio ferire, voglio scandalizzare, voglio etc.) in modo anche da portarlo ad arrivare a riappropriarsi della genetica emotiva delle sue azioni, e scoprire che l’onnipotenza per esempio della semplice truffa poteva rivelarsi un brillante riflesso condizionato del suo mondo inconscio e quindi una inaspettata sudditanza a certi dettami genitoriali, o a certe non viste identificazioni. Racconto questo per dire, che da una parte c’è un grado di separazione importante tra il giuridico e lo psicologico, ma per dire anche che da un’altra ce ne è solo uno e in un mondo dove lo Stato Sociale funziona come si deve, queste due rubriche dovrebbero potersi sovrapporre. O almeno, il più possibile tendere a.

In particolare devo anche dire, che per una serie di azioni criminali almeno allo stato attuale della nostra cultura collettiva,  e in particolare per tutto quello che concerne i reati connessi alla violenza di genere, molti colleghi sostengono che c’è più margine di successo in interventi fatti a seguito di una sanzione  penale. E’ veramente molto difficile – anche se ci si sta lavorando per fortuna sempre di più – riuscire a fare interventi sulla violenza di genere senza che ci sia stata una sanzione pregressa. Banalmente le persone non collaborano, gli itinerari terapeutici sono violentemente sabotati. Invece dei progetti pilota che sono fatti per esempio all’interno delle carceri con sexual offenders, possono produrre risultati più importanti. Questa cosa credo che abbia a che fare analiticamente con l’inclusione simbolica, e la dimostrazione fattuale di un oggetto superegoico che chiede il suo sacrificio. Il dover accettare una sanzione crea un ribaltamento dell’ordine simbolico di una cornice antropologica per cui prima, si immaginava che l’atto violento era iscritto in un ordine narrativo che lo vedeva come giusto, come condivisibile come necessario, con una guida all’azione che aveva la forma apparente di un valore culturale, ma era la pulsione di una immagine interna che chiedeva una revanche. Nel momento in cui lo Stato sanziona – e quindi con lo Stato anche altri uomini, oltre che altre donne, altri padri, oltre che altre madri – c’è un ribaltamento di fondo che è un vertice possibile di lavoro.

 

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