Le fotografie nei sogni

I miei pazienti spesso sognano di fare o avere fotografie per le mani, o da contemplare, o da cercare di fare- o ancora sognano di stare dentro a una fotografia e di viverla da la dentro una trama onirica. A me piace molto lavorare su questi sogni con le foto, perché mi fanno ragionare su metamorfosi simboliche le quali, arrivano da metamorfosi nei costumi della vita quotidiana, e quindi approdano a metamorfosi delle psicologie anche individuali, dei loro funzionamenti.

Mi sono quindi ritrovata a pensare a quanto, con questo cambiamento della fotografia e del nostro modo di farle, siamo cambiati noi – e quali grandi differenze ci siano tra il sognare una foto fatta con la vecchia reflex e una foto fatta con l’attuale smartphone.

Ho 47 anni e le mie foto da ragazzina non erano molto diverse da quelle dei miei genitori, fatta salva la differenza qualitativa dei colori e della grandezza delle stampe. Comunque io e i miei genitori dovevamo comprare dei rullini, avremmo fatto delle foto, e poi le avremmo portate a stampare. Ogni scatto aveva un costo e così ogni errore. Per noi profani della macchina fotografica l’atto fotografico era un atto misterioso e un atto di fede, perché non potevamo vedere la foto appena fatta, e poi perché la sua materializzazione era subappaltata al negozio di fotografie, alla sua camera oscura. 

Tutto ciò aveva due conseguenze importanti: in quel lungo tempo della fotografia analogica di chi non faceva foto professionalmente, ci si addestrava poco a fare foto, perché imparare costava tempi troppo lunghi, e quei tempi lunghi gerarchizzavano le occasioni. Il ruolo princeps della fotografia era mnestico, autoritario e nel complesso autoreferenziale: l’atto fotografico sanciva quale volto e quale paesaggio, quale momento della vita era meritevole di essere trattenuto, ricordato, e poi ci sarebbero stati dei vincitori, dei pesi massimi della nostalgia, che sarebbero approdati in quel totem autobiografico che era l’album fotografico.  In questo uso della fotografia, la sua funzione era moderatamente comunicativa, e più profondamente identitaria, e la storia degli individui era un puntellarsi di immagini salienti, di momenti salienti, la memoria dei corpi e dei contesti. 

Bisogna dire che nel dettaglio anche questa storia dell’identità ha avuto una evoluzione. I miei genitori nelle loro foto per esempio non conoscevano la retorica della spontaneità, della foto rubata – lussi della fotografia professionale ed estetica – ma avevano una grammatica precisa, della quale ricordo pochi tradimenti. Ne cito solo uno che amo molto, di una mia zia acquisita, una zia tonda contadina e eversiva appena sposata al suo marito buffo. Sono piccoli, in bianco e nero, in abiti semplici, davanti alla chiesa – lei con i fiori in mano. Dovevano guardare in camera, ma lui le sta raccontando una barzelletta, lei ride, lui con la mano e gli occhi le dice, hai capito la battuta? Lei l’ha capita, del fotografo a loro non importa niente,  stanno ridendo di una battuta! Rompono la regola e fanno negli anni 50 una foto stupenda di 50 anni dopo. Ma lo racconto per dire che, non usava, la foto era impostata. I mariti e le mogli erano a braccetto al centro dell’immagine, così come le madri e le figlie, le giovani donne intere e concentrate ma composte, a volte spudorate di due terzi. Ricordo un altro tradimento – di mia nonna, ragazza madre, che erotica e sfacciata si mostra in costume nero, di profilo, sul lungo mare di Livorno – mia madre in braccio, ma negli occhi chiedeva che le si guardassero le gambe.  Secondo tradimento).

E’ interessante notare, che pazienti di una certa età possono sognare ancora queste foto, e qualcuno può sognare ancora il fascinoso concetto di negativo. Quando si portavano sviluppare le foto infatti il fotografo ti dava le foto e i negativi, pezzi di pellicola che potevano essere utili a rifare le foto, dei doppioni per esempio, e che quindi conservavano la matrice, la creazione dell’atto fotografico ma anche la curiosa cosa per cui, avevano i colori al contrario della stampa positiva. Al tempo delle foto analogiche era anche pieno di fumetti, di polizieschi, di spy stories in cui a un certo punto arrivava qualcuno e si rubava i negativi. I negativi rimangono per me un correlato simbolico interessante di una fotografia dell’identità che però si rappresenta il contrario, con tutta una serie di conseguenze interessanti in sede analitica. Cosa è il suo negativo? Quali sono le parti psichiche che si sustanziano nella pellicola che sul piano di realtà non esistono? O anzi, che assumono il colore contrario? Quali parti simboliche del suo mondo interno accende questo negativo?

In ogni caso, regole, momenti topici, persone importanti, simmetrie e oggetti simbolici. Quando i miei pazienti sognano le fotografie, è molto importante per me appurare l’eventuale differenza di foto analogica e foto digitale, perché se la prima celebra momenti topici in funzione della storia dell’io, destinata alla propria memoria, la seconda ribalta tutte le regole, celebra se, la propria capacità creativa, e assume la sua funzione in contesto relazionale e presente. La fotografia analogica  è una cartolina al se stesso del futuro, a memento delle cose che si è stati, la fotografia digitale è una diaristica della propria lettura del reale, un album della propria ermeneutica, ed è destinato a un interlocutore contemporaneo.

Perché cosa è è successo:

La fotografia si è digitalizzata in primo luogo, e in secondo luogo, ha smesso di avere un dispositivo a se stante – che ora mantengono solo i fotografi professionisti – ed è stata inglobata nel cellulare. La nuova fotografia ora si connota per una totale autonomia e gratuità – non si devono più portare le foto a sviluppare, non si comprano i rullini, si vede appena è fatta, e la si può lavorare molto anche rimanendo con modesto talento: la si può raddrizzare, si può correggere l’esposizione. Questa operazione di correzione delle immagini, di loro alterazione è divertente e porta in tanti tantissimi a rielaborarle, al punto tale che la diaristica diventa una diaristica di come le parti interne stanno rappresentandosi quegli oggetti, o addirittura se ci si stanno applicando dei meccanismi di difesa: quella foto di quella donna che si ritrae ritoccata cosa racconta di se: come si pensa, come si idealizza, come purtroppo non si sente ma vorrebbe essere? Come emotivamente teme di essere? E quella foto di quel paesaggio, i cui colori sono resi più vividi, più artificiosi, cosa dice: un mondo interno? Un’ermeneutica della finzione? Delle proiezioni idealizzanti? La fuori c’è questo artificiato cromatismo che fa risaltare un interno plumbeo. Quei colori sono forse  il mio mezzo di sopravvivenza per evitare di essere travolto.?

A fare da contraltare a questa nuova edificazione dello sguardo soggettivo sulla realtà – che addirittura arriva ad avere un social per conto suo Instagram – è la circolazione di una serie di codici estetici sulla fotografia per cui tra le ingenuotte foto dei nostri nonni in posa, persino quando si raccontano una barzelletta e oggi – c’è un mare, un mare di nuovi codici, che sono diciamo una nuova estetica per quanto dozzinale, ma che è anche la moneta di scambio di una ideologia condivisa, alla quale si vuole promettere un’appartenenza. Nascono nuovi soggetti fotografici: i bicchieri di vino, i piatti di pasta, le stanze d’albergo. Nasce un voyeurismo estetico della fotografia, fare vedere di essere in grado di fruire l’idea sociale di godimento. La fotografia, non estetica (perché quella ha un’altra strada) è un mezzo della comunicazione, un gadget del telefono, dice cose di se, dice cose della propria testa, chiede anche cose, pone dei punti interrogativi. Se la foto analogica era un memento identirario, che in un secondo momento avrebbe aiutato a ricostruire la propria carriera esistenziale – chi sono stato, chi ho amato – adesso la fotografia è istantanea volubile, immateriale, e comunicante, sei tu che la guardi che mi devi dire chi sono e chi amo, e se ti piace, possibilmente vorrei sapere anche questo – come lo chiedo. 

Certo in tutta la sua evoluzione la foto mantiene una sua funzione di fondo che è quella di fermare un momento, catturare un movimento, fare un ritratto di una compresenza di oggetti e di cause. Quando penso alla funzione della fotografia  nel sogno penso alla spiegazione del concetto di causa che è nella Critica della Ragion Pura e a quella cosa per cui nel rettangolo di uno spazio inquadrato ogni oggetto ha una relazione che può essere di natura causale con un altro. Questa cosa l’inconscio la sa, ed è il primissimo motivo per cui è frequente avere a che fare con le fotografie nei sogni: il sogno suggerisce che è interessante quella foto, quello spezzone di reale, quell’insieme di soggetti quell’insieme di relazioni interne entro cui siamo iscritti, ci dice di guardare quella sua particolare fotografia del nostro mondo interno introduce in primo luogo un dispositivo retorico, una enfasi semantica. La fotografia nel sogno rimane celebrativa, rimane un voluto ritaglio dell’esperienza. Chiede di essere isolata dal contesto e di ispessire le correlazioni tra gli oggetti compresenti. Guarda dice: quella maschiera è insieme a quel fiume, quel tuo amico insieme a tua madre, quei 4 oggetti in una posizione simmetrica, guarda e cerca tutte le connessioni per cui ognuno degli oggetti e soggetti in foto esige la presenza dell’altro. Ragiona sulle tue associazioni e mettile insieme. Fai in sostanza un’altra foto, associativa e testuale della foto.

Sarà utile poi davvero vedere se la foto del sogno è analogica o digitale, con una moderata correlazione all’età del sognatore, più sarà giovane più la foto digitale avrà a che fare con la sua quotidianità mentre quella analogica avrà un sapore esotico, mentre per il sognatore più grande la questione sarà inversa. Oramai per tutti però, l’analogica ha una connotazione di antichità e di permanenza, io penso quindi simbolicamente di maggiore vicinanza all’origine psichica delle strutture complessuali, più adatta a rappresentare le zone più carsiche della vita inconscia, mentre l’immagine digitale nella sua transitorietà e nella sua manipolabilità largamente accessibile meglio rappresenterà il lavoro dell’io, della sua adesione ai codici ricorrenti, e dove saranno gli oggetti rappresentati collaterali, a fare da spia alle proiezioni dell’inconscio.

Dopo di che le foto nei sogni raramente appaiono isolate e non iscritte in un contesto narrativo che ne determina l’interpretazione. Diventeranno fondamentali i movimenti in cui si iscrivono, chi le propone e cosa rappresentano. Sono sostanzialmente delle cornici semantiche all’interno di una catena di trame, l’anello di congiunzione tra due piani della riflessione, quello del contesto onirico chi da la foto a chi, dove si trova la foto, come entra in scena, il che riguarda quali parti psichiche e della personalità sono in grado di mettere al centro della riflessione analitica un certo tema, e il rappresentato, che è sostanzialmente ciò che retoricamente si è deciso di analizzare, il vero centro del sogno. Il fatto che il sognatore decida di usare la foto, indica la possibilità di ragionare intorno al tipo di sguardo, alle difese che utilizza per isolare i suoi segmenti di senso.

Chiudo qui, sperando di non essere stata troppo nebulosa.

Un pensiero su “Le fotografie nei sogni

  1. Ciao Costanza, aspettavo questo post, l’avevo visto annunciato, ti seguo spesso ( non sempre, troppo prolifica per i miei tempi) e mi conquista l’approccio, libero, articolato, spesso spiazzante. Ho visto tardi questo post su FB, ci sono pochi commenti, mi ha colpito e mi è dispiaciuto. Lascio qui un commento perché è molto lungo. Sono un fotografo settantenne ancora attivo e disponibile a essere spiazzato e ho vissuto il cambio di paradigma nella fotografia come una metafora del cambiamento di tutto. Ho iniziato nel 2003, in seguito allo shock dell’avvento del digitale, a chiedermi se nell’umano stava intervenendo qualcosa di alieno e mi sono innamorato della conoscenza che continua tutt’ora nella voglia di capire il cambiamento che stiamo vivendo. Non ricordo di aver mai sognato fotografie e, lo ammetto, non mi sono mai chiesto cosa significassero nei sogni. Ma credo, è comunque anche il tema del post, che non possa prescindere dal cambiamento relazionale che ognuno si vive e in cui la dimensione sociale del medium in questione gioca ora un ruolo più grande. Certamente la fotografia è cambiata, ma credo che riusciamo a capire di più se assumiamo che non è cambiata ma è solo diventata molto più grande perché questo rende più giustizia alla labilità dei confini fra i generi, che pure esistono, ma che si mischiano in maniera più massiccia e nebulosa di prima. La tecnica ha eliminato il tecnicismo, che è stato il muro decisivo che separava chi era fotografo/a da chi no, ha permesso l’ingresso massiccio della fotografia femminile, vedi giovani ragazze in quantità in giro con la reflex, fanno selfie e foto di brindisi in quantità ma poi chiedono per regalo una reflex. Siamo sicuri che questa pulsione a esprimersi, a far vedere quello che si ha dentro e essere amate per questo non entri comunque nella loro comunicazione visiva, sia reflex che cellulare? Avranno i loro sogni una netta divisione fra “macchina vera” e telefonino? Questa divisione ormai non c’è più nemmeno alla Magnum. Una mia allieva, giovane universitaria, mi diceva che voleva provare l’analogica. Ero molto incuriosito di questo, non ne vedevo il motivo, ne abbiamo parlato in una specie di intervista e mi ha detto che non c’era un motivo tecnico, era una cosa personale, un percorso suo per affrontare l’esposizione di sé, la più grossa difficoltà nella sua passione nella fotografia. La fotografia come linguaggio sociale depotenzia questo problema nella relazionalità diffusa, ma rimane presente come conflitto fra espressione di sé e esposizione di se. La problematica, nel post, interessantissima, del mare dei nuovi codici che si instaurano e di una nuova estetica, la vedrei quindi, ancor più incasinata naturalmente, inserita però in questo contesto, in cui i confini fra fotografia estetica e non estetica sono più labili, ma ancor più interessanti da studiare perché rendono l’intenzionalità dell’atto un intreccio fra pulsioni diverse che possono nascondersi, maturarsi, perfezionarsi nel tempo. C’è un altro attore, il più dimenticato, che entra in questo discorso: la responsabilità individuale. Di foto ora se ne possono fare tante, ma poi bisogna sceglierle. Come dici tu, con la pellicola ogni scatto aveva un costo e così ogni errore. Ora no e qualcuno sostiene che con questo è sparita la funzione creativa del limite. Cioè noi abbiamo perso il supporto della costrizione e non ci viene in mente che nel mare delle opzioni di scelta ora occorre un’abilità che prima non serviva: l’educazione a fare delle scelte, la necessità a scegliere la strada quando ce ne sono molte. Se vogliamo questo è il nuovo limite. In questo la fotografia è metafora dei cambiamenti attuali, il disagio di avere troppe opzioni, la fatica di fare una scelta. Questo entra nei sogni?
    Sono andato fuori tema?
    Grazie!

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