Adolescenza e covid. Prima parte

Da diversi giorni ragiono su cosa scrivere a proposito di adolescenza in  questo periodo complicato. Circola molta preoccupazione, e soprattutto genitori e insegnanti si fanno molte domande. Come impatterà questo periodo di obbligatorie restrizioni sociali sui ragazzi, lascerà in loro delle conseguenze sulla lunga durata? Toglierà loro del benessere importante? Come impatterà questo strano oscillare di questo momento storico – tra incombenza di un pericolo non visibile, e misure restrittive da rispettare che chiudono i ragazzi nelle case? 

Voglio mettere qui, le mie prime riflessioni, sicuramente perfettibili. Prendetele con il beneficio di inventario – sono ipotesi di una mappatura concettuale.

Ci sono delle premesse mentali a cui io penso dobbiamo fare  riferimento per ragionare in lucidità.

La prima è che noi prima di essere adolescenti, bambini, adulti, siamo soggetti storicizzati nella mente e nel corpo. Negli anni dell’adolescenza la nostra verginità è andata già perduta da molto. Siamo degli individui con delle connotazioni molto più dirimenti della fase che stiamo attraversando. Questa cosa, senza scomodare le tracce psicodinamiche che incidono sulla formazione di un carattere è sotto gli occhi del senso comune: è estremamente fascinoso per esempio conoscere delle persone da piccole, i nostri nipoti, i figli dei nostri amici, o i nostri stessi amici, o i nostri stessi figli, e osservare come rivelino le certe loro specifiche risorse e modalità in occasioni diverse. Quella cosa interessante che è l’anatomia del carattere, e che a volte si rivela nei primi mesi di vita di una creatura. Quella continuità tra la fermezza con cui il bimbo di un anno e mezzo prende un oggetto, sorride agli estranei, e la fermezza e il sorriso con cui farà le cose che ne so a 8 anni, o a 15.  

Un’altra questione su cui occorre riflettere riguarda il concetto di: quando pensiamo all’incidenza di eventi a noi esterni più o meno pervasivi, in che termini dobbiamo pensarli? In questi giorni si parla con una certa ricattatoria disinvoltura dell’aggettivo traumatico.  Si ipotizza che l’attuale esperienza di deprivazione sociale per le misure restrittive dei minori possa essere traumatica.

Ma l’incidenza  di un esperienza di vita, è sempre traumatica?

Come premessa a queste riflessioni io propongo di tenere a mente una sorta di scala dell’incidenza, semplificata e colloquiale ma che ci aiuta in termini orientativi. Al grado zero di questa scala troviamo le esperienze di vita che non lasciano alcuna traccia, che ci passano sopra. A un livello successivo le esperienze che incidono moderatamente, e che provocano fenomeni reversibili. Quando questo secondo livello coinvolge esperienze negative che lasciano modifiche relativamente reversibili ma comunque negative, parleremo di disagio. Riserveremo la connotazione di esperienza traumatica a quelle situazioni che lasciano al corpo psichico una ferita che non si rimargina, un frattura che non si guarisce, e che rischia di lasciare il corpo psichico azzoppato, cronicizzato in un doloroso adattamento permanente all’esperienza traumatica.

A fianco di questa scala, non dimentichiamo di tenere a mente, la scala positiva di queste incidenze. Esperienze che fanno scoprire forme di benessere transitorie, fino a situazioni che regalano la prova di una agilità psichica, che danno altre risorse adattive, prove che se si riescono a superare ci regalano un punto di forza in più. Risorse.

Stiamo attenti insomma, osservazione preliminare, a non usare lo sguardo psicologico come un insieme di categorie del senso comune asservite per un verso all’appiattimento dei soggetti – gli adolescenti bambini – e per un altro drammatizzante e ricattatorio. Il lockdown è un’esperienza traumatica! Facciamo attenzione, perché quando un’esperienza è davvero traumatica, crea un disordine che non è solo nell’emozioni, ma nelle strutture della conoscenza, e dell’adattamento, e del pensiero. Un cambiamento che è permanente e che riesci –  a suon di cicli di terapie, e sforzi e fatica, spesso psicofarmarci – a cambiare solo in parte. Stiamo attenti all’uso delle parole – perché in soldoni l’esperienza traumatica è una esperienza terribile. Una specie di condanna di cui ogni volta  si discute se c’è appello o meno. 

 Di contro pensiamo un po’ a cosa è l’adolescenza.

L’adolescenza è un momento della crescita della persona in cui si negoziano (almeno) due cambiamenti molto importanti.

Nel primo si diviene adulti dall’interno perché il corpo cambia. Arriva un corpo nuovo che detta leggi, bisogni, desideri, e si propone come antagonista a quello dei padri. Con questo corpo si possono fare dei figli, si desiderano altri corpi, si possono fronteggiare i genitori. Il nuovo corpo diventa diverso e più grande e impone una semantica diversa, una collocazione di se diversa nello stare al mondo. Bisogna reinventarsi e anche staccarsi dalle matrici di provenienza. E’ un’esperienza pazzesca,  somigliante a quella della gravidanza, e quella purtroppo della malattia: situazioni in cui arriva una modifica dell’identità che non deriva dalla volontà tua, ma dal tuo corpo. Una specie di trasloco obbligatorio in un secondo mondo con altre regole.
Donde il secondo cambiamento: le matrici di provenienza devono essere discusse, e bisogna cercare fuori dalla cuccia oggetti relazionali con cui identificarsi. Bisogna parzialmente per gradi, defiglizzarsi. Allora si cerca: il gruppo degli amici, certi adulti di riferimento che possono fare da maestri, delle idee, dei contenuti, delle azioni. Nuovi interlocutori e nuovi modelli con cui attaccare il fortino della provenienza. Bisogna anche sperimentare cose, per portare avanti quello che non è uno scacco in due mosse, ma una lunga e complicata partita dove non devono esserci troppi morti e feriti, che non deve essere troppo costosa. Ossia bisogna vincere i genitori nella costruzione dell’identità, ma non bisogna perderli del tutto, perché quello è davvero troppo doloroso e non veramente strutturante nella costruzione dell’identità. 

Sotto il profilo socioculturale però dobbiamo anche aggiungere che gli psicoterapeuti da anni si stanno sgolando su alcune criticità dell’adolescenza di oggi, perché notano che si va in una direzione che per un verso  la dilata oltre misura, la culturalizza, e dall’altro la ostacola. Per un verso abbiamo un marketing dell’adolescenza: attività per l’adolescenza, prodotti per l’adolescenza, teoresi dell’adolescenza e  quindi un protrarsi dell’adolescenza che oggi arriva a sfiorare i trent’anni, per l’altro una caduta di buona parte dei riti iniziatici, che in tutte le culture servono a celebrare il passaggio all’età adulta, o la successione di traguardi che portano alla maturità. A mala pena conserviamo tra mille dubbi gli esami scolastici, per il resto, abbiamo in orrore qualsiasi conflitto generazionale, qualsiasi proiezione della sfida edipica. Ci piacciono tantissimo i tranquillizzanti adolescenti costruttivi che fanno le cose ammodino. Eludiamo la sfida come possiamo. E quindi facciamo cose pedagogicamente discutibili come, andare a prendere in discoteca i figli all’una di notte, perché dire ai figli non ci vai, e a un certo punto ci vai ma torni da solo, non ce la facciamo.

In questo momento storico cioè – l’adolescenza è un’icona e una garanzia per le nevrosi di noi vecchi.

Mettendo insieme queste premesse allora, possiamo concludere che l’adolescenza, è una delle prime grandi prove della tenuta psicologia di una persona, e un test piuttosto affidabile sulla sua struttura psicologica e sull’eventuale presenza di questioni irrisolte . E’ anche un test sulle risorse e e le difficoltà della famiglia di provenienza di un ragazzo o di una ragazza. La vita ce ne porrà altre: quando ci si innamora, quando si diventa genitori, quando i genitori si fanno vecchi, quando si perde il lavoro o si trasloca. Ma questo dell’adolescenza è un appuntamento della psiche, un pettine dei nodi irrisolti.

Fatte queste premesse pensiamo alla pandemia e alle misure restrittive. E cosa questo implica da un punto di vista materiale e simbolico.

Da un punto di vista materiale ci si trova come collettività di adulti, a fronteggiare un grande problema, e per la risoluzione del quale non abbiamo mezzi, strumenti, anzi siamo in difficoltà enorme, perché per sintetizzare velocemente, il virus è più veloce della politica, il virus non aspetta i tempi del dibattito di una democrazia matura, il virus se ne frega e intasa gli ospedali e gli unici strumenti di cui disponiamo noi vecchi responsabili del mondo in corso, è limitare i contatti tra le persone e limitare le cose da fare.

Quindi gli adolescenti da una parte hanno un virus che minaccia i loro vecchi e solo indirettamente loro stessi, con una contezza spesso aleatoria del funzionamento della macchina pubblica, dall’altro hanno delle restrizioni molto pesanti a quelle attività che costituivano la loro dinamica adolescenziale. Gli si chiede cioè di non frequentarsi, si ventila l’ipotesi che non vadano a scuola, non devono avere attività sportive. Gli si impone una contrazione delle esplorazioni di emancipazione.

Messa in questi termini io proporrei di considerare la pandemia con relativo lockdown come una prova, un altro pettine delle pregresse situazioni familiari e psichiche, un’occasione che pone delle precise domande al ragazzino: devi crescere, devi stare bene, e non puoi usare molte delle strade che usavi di solito. Non puoi andare a scuola, non puoi fare sport. Non puoi vedere i tuoi amici, ma neanche quella professoressa di italiano che ti piaceva tanto ascoltare. Come ti senti? Dice questa prova. Cosa fai?

Non è la prima volta che all’adolescente capita una rogna del genere. Succede regolarmente con i conflitti armati per esempio,  le grandi guerre, succedono cose simili ai ragazzini appartenenti a etnie discriminate in certi contesti culturali. Non puoi fare questo e quello. Come reagisci? In realtà condizioni di grande deprivazione economica costringono a passaggi solo in parte dissimili: non hai tempo di giocare, di esplorare, di negoziare di costruirti, vai a lavorare tanto – subito, adesso.
Come reagisci? 

 Questo pettine, questa prova: procurerà un trauma? Procurerà un disagio? O addirittura attiverà delle risorse?
E noi vecchi che guardiamo i ragazzini: per esempio scendere in strada e protestare, ripensando agli obblighi dell’adolescenza, cosa dobbiamo pensare? Stanno agendo un sintomo o stanno facendo il loro lavoro?

Che da che mondo è mondo, dovrebbe essere quello di rompere i coglioni, quello di dire cose giuste ma male, quello di cominciare a muoversi in modo riottoso, goffo e grossolano, raffinando identità e pensiero per ogni spallata. 

Propongo allora di pensare la pandemia rispetto all’adolescenza su due livelli.
Il primo riguarda il fatto che siccome è una prova, che si aggiunge a quella dell’adolescenza,  non sarà ipso facto traumatica, sicuramente procurerà disagio. Però è anche, in quanto prova,  capace di slatentizzare patologie pregresse importanti, o di inasprirle – così come in realtà di mettere in luce delle risorse individuali, di farle uscire fuori. La seconda invece riguarda una lettura più globale e collettiva – la pandemia come una prova per noi generazione di più vecchi riguardo il mondo che abbiamo messo in campo. 

Per quanto riguarda il primo punto – si per me c’è davvero da preoccuparsi perché questa complicata prova toglie risorse a chi ne usa già poche – cioè se un ragazzino avrà un po’ di problemi facile che raddoppieranno – perché la pandemia chiude in gabbia. Prendiamo per esempio, un ragazzino che per sua storia personale, per la qualità dell’accudimento che ha ricevuto, tende a essere molto diffidente, a farsi pochi amici, è figlio di una coppia di genitori che a suo tempo non è stata molto sintonizzata, magari è stato un bambino che non poteva in qualche modo fidarsi di chi si prendeva cura di lui, ora era nel grande mare delle sue seconde occasioni, ci prova in modo obliquo e titubante, e questo mare delle seconde occasioni diviene improvvisamente ristretto. Non si metterà a chattare con il suo nuovo compagno di classe con troppa disinvoltura. 
Un altro invece, che già quando era alla materna era sempre oppositivo e riottoso verso la madre che lo veniva a prendere,  e tale è rimasto nel tempo, persino attraversando una psicoterapia infantile, ora ha diciassette anni, un discreto successo sociale, si ventila addirittura una fidanzata, si ritrova il mondo dei genitori che gli chiude le cose, e questo fatto gli riattiva una organizzazione riottosa e oppositiva. Si arrabbia tantissimo ed entra in una dimensione conflittuale con la famiglia molto aspra e dolorosa.

 A peggiorare la situazione sono le condizioni di criticità in cui possono versare le famiglie di provenienza. Genitori che vedono il lavoro fermo, angosciati dal rischio sanitario ma anche da uno stipendio che salta,  come sistema familiare sono  a loro volta esposti a una prova che non sempre, nonostante le ottime intenzioni reggono brillantemente. La pandemia, con le sue ricadute nella vita quotidiana, è una spina continua di ansia, uno stimolo di sintomi, e gli adulti rispondono con i sintomi alle cose che li preoccupano, diventando senza volerlo un aggravante involontaria delle condizioni dei figli – padri alcolisti berranno di più, coppie violente si picchieranno di più, disturbi paranoidei potrebbero acquisire nuovo corpo e via di seguito. Inoltre gli adolescenti non sono funghi che crescono nel nulla, fanno parte dei sistemi familiari, prima che di sistemi collettivi, in un modo organico – non meramente affiancato. Hanno non di rado un ruolo nell’organizzazione comunicativa delle famiglie: ci sono per esempio figli maggiori che si sostituiscono a padri latitanti, ragazzine con disturbi di dipendenza che assicurano un sintomo conclamato buono per tutta la famiglia, ci sono figli che devono essere buoni per tutti e cattivi per tutti,  figli pazzi, e figli che fanno da cuscino alle liti dei genitori. La sfida pandemica sicuramente chiederà loro di assolvere più che mai il loro compito patologico nelle loro famiglie in difficoltà. 
 Lo stato di salute degli adolescenti molto ha a che fare con lo stato di salute delle famiglie di origine. L’impatto della pandemia sui minori, è molto correlato a quello sulla famiglia. Conta molto di più per i giovani come stanno i padri, che come stanno le palestre. 
Riutilizzando le categorie citate prima, la pandemia da sola non produce traumi nei giovani ma fa due cose: fa rifiorire le patologie pregresse, e mette in campo svariate forme di disagio, reversibile, non poi così grave – ma oggettivamente presente.

In questa prospettiva, da un punto di vista psicologico e non politico – punti di vista che ricordo devono rimanere rigorosamente separati – il fatto che i giovanissimi scendano in strada può essere sintomo di una criticità della situazione nazionale, ma non è certo sintomo di malessere dei giovani. E che devono fare i giovani di preciso se non dire ai vecchi dove sbagliano? Cosa devono fare se non esattamente protestare riflettendo a quel punto su come gestirebbero loro la situazione? Il che non vuol dire che poi uno debba dargli ragione – ma semplicemente da un punto di vista psicologico non allarmarci, i giovani che scendono incavolati, stanno obbedendo al loro mandato, fanno quello che devono fare. Nelle reazioni di molti, ci vedo la perdita di abitudine dinnanzi al conflitto generazionale. Si è perso l’esercizio del no, si è perso il coraggio dello scontro di mondi, e ora che una pandemia ci costringe a difendere il fortino malandato che abbiamo tra le mani, e non abbiamo certo tempo di fare diversamente, men che mai soldi, ci ritroviamo costretti a una prova a cui eravamo disabituati. Difendere un orizzonte di valori. Negoziare con delle richieste emergenti, oppure non farlo. Per quanto riguarda la salute psichica almeno, davvero questa è la parte meno grave del problema, anzi la più sana, anzi quella che riserva delle speranze. I confini generano pensiero, le opposizioni producono creatività – questo permissivismo degli ultimi decenni ha tarpato le ali ai più fragili. 

Mi preoccupano molto di più quelli che non scendono affatto in piazza, quelli che non sfidano le regole vedendo gli amici di nascosto, quelli che invece obbediscono e stanno a casa belli tranquilli perché utilizzano il telefonino e internet. Se c’è una cosa per cui vedo un cambiamento di lunga durata, che ha aspetti adattivi e aspetti pericolosi è questo. Perché internet è da una parte il medium comunicativo e professionale di domani, per cui in un certo senso la stagione covid rappresenta davvero un upgrade di competenze, di saper fare, e con questo dover stare a casa i ragazzini imparano a fare cose con i loro personal computer che domani saranno piattaforme di decollo per l’uso di programmi informatici molto più sofisticati, dall’altro di fatto internet può essere – un oggetto sostitutivo delle relazioni tra i più insidiosi che li mette a casa, li mette al riparo dalle sfide relazionali, e li porta ancora più lontano dagli obbiettivi di vita che è sano si pongano: l’amicizia, l’amore, il desiderio, il progetto identitario fuori da casa.

I videogiochi, le relazioni veicolate e disincarnate che rimangono scisse dalla realtà, possono essere una cuccia rifugio, e anche una tremendamente insidiosa area intermedia, che fa stare vicino ai genitori facendo mostra di allontanarsene, non mangiare il cibo dei padri stando vicino al cibo dei padri. La quarantena che ci si prospetta è un incoraggiamento a quella soluzione patologica. Una specie di dieta dimagrante per soggetti anoressici, la proposta di un insidioso dispositivo adattivo che per un verso è funzionale alla società di domani, per un altro alle sue patologie, e a questo dobbiamo essere particolarmente attenti.

Chiudo qui la prima parte del post. Nella seconda cercherò di ragionare su cosa possiamo fare per fronteggiare questi problemi emergenti.

2 pensieri su “Adolescenza e covid. Prima parte

  1. Quindi ragazzi e ragazzini in stragrande maggioranza NON sono stati davanti al computer o ai videogiochi, anche perché la rete in gran parte dell’Italia e perfino in alcune zone delle grandi città non supporta il traffico dati congiunto di smartworking, dad e gaming, ma forse davanti alla televisione, se riusciva a negoziare un programma con gli adulti di casa e forse nella sua camera, se ne aveva una visto che nella stragrande maggioranza delle abitazioni del nostro paese ai figli anche di età diversissime si riserva un’ unica stanza. Insomma la maggioranza di questi adolescenti per mesi non ha potuto stare da solo, mai , se non in bagno, ha dovuto stare sempre con i genitori e non ha potuto frequentare i propri amici o pari o altre figure di riferimento . Che un periodo siffatto, dovuto ad un lockdown totale, lasci delle tracce durature nella psiche delle persone coinvolte mi pare ovvio.

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    • io invece penso che la stragrandissima maggioranza abbia un telefonino. E’ vero che non hanno tablet ma si procurano tantissimi telefonini. Per il resto accolgo il dissenso ma le argomentazioni non mi paiono vadano oltre il senso comune, e non mi persuadono.

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