Note a margine (sesso, bambini, madri, maestri) .

L’anno scorso in classe di mio figlio, che faceva la quinta elementare, arrivò un aitante supplente. Accadde che una madre della classe, si mettesse a cercare informazioni su di lui, e trovasse il suo profilo instagram aperto e che conteneva alcune immagini porno soft, o zone limitrofe. Nella chat delle mamme, girarono le foto di questo maestro che si metteva le mani nelle mutande guardando concupiscente in camera, o che si specchiava al bagno, mostrando le marmoree terga. Fu molto buffo e la chat fu divisa tra scandalo e valutazione oggettiva del nostro. Io, naturalmente, mi divertii molto. 

Il partito dello scandalo però tumultuò moltissimo e molti insistettero perché il maestro fosse cacciato dalla scuola. Io provai a prenderne le difese, perché nella mia visione del mondo, l’importante è ravanarsi nelle mutande fuori dalla classe – non dentro la classe – ma fui poco incisiva, perché questo maestro passava tutte le ore di lavoro al telefono, non faceva fare niente ai bambini, ed era insomma indifendibile. Fu cacciato e fui piuttosto contrariata nel constatare questo fatto che se uno fa cazzate a iosa in classe è difficile prendere provvedimenti, ma se fa l’errore di farsi delle foto fuori scuola con vista pacco si corre subito ai ripari. Qualcuna mi disse: e se i bambini vanno su internet? E se vanno su instagram? 
e io mi trovai a ricordare che se un bambino di nove anni, va su internet, il problema è più della madre che del maestro zuzzurellone. Ma dicevo fui  -debole.

Cito questo aneddoto per riflettere al latere sull’episodio della maestra cacciata per il video messo in circolazione dall’ex fidanzato, e per il comportamento che appare decisamente poco professionale, e deontologicamente scorretto da parte della preside. Se per me era concepibile un maestro elementare protagonista di un romanzo di Walter Siti, che per regia fotografica posture etc, mi sembrava rincorrere l’obbiettivo curriculare del porno omosessuale più che del podio di Vigevano, figuriamoci se una povera maestra non può riprendersi mentre fa sesso more uxorio col proprio legittimo fidanzato facendosi un video casalingo. 

Ora, siccome sulla liceità di quell’azione, si sono espressi in tanti, così come si sono espressi in tanto contro la preside che non l’ha cacciata da scuola, io volevo riflettere su altro.

Porto i miei bambini in una scuola che  i cui genitori ricalcano fedelmente la mia bolla di facebook. Persone cioè con cui ho di norma una serie di affinità, tra cui ho anche drenato delle amicizie stabili – come mi è successo cioè tra i commentatori indignati della rete. Eppure quando ci fu la storia del maestro, alcune madri erano d’accordo con me e con il mio medesimo divertimento e leggerezza, altre erano d’accordo con me, ma con un senso di imbarazzo,e dicevano, hai ragione anche se non mi fa piacere che –  e un cospicuo drappello era, fortemente scandalizzato. Se fai il maestro dicevano, queste foto non le devi pubblicare. 
E se le vedono i bambini?

Mi sono tornate in mente queste cose, perchè in quest’epoca curiosa, i bambini stanno tra la scilla dell’ipertrofia del materno, e la cariddi dell’ipertrofia della comunicazione privata di tutti. Le madri, poco apprezzate come donne sul lavoro, si occupano ossessivamente dei bambini, pochi troppo pochi che fanno, e si infilano in un mondo che comunica ossessivamente tutto. La povera maestra, che oltretutto era giovanissima si è infatti ritrovata a perdere il lavoro, da un certo punto di vista, per una sorta di nuova regola comunicativa dei fatti privati, che ha preso, non tanto lei, incolpevole, quanto il partner, gli amici, e tutta una catena di comari 3.0. In questo contesto di parossismo del dire e valutare, del far sapere e comunicare, dove in tutti i piani si annacquano i confini, e dove il privato diviene sempre più senza alcuna cura e rispetto materia di dibattito pubblico, soggetto narrativo costante,  le madri si trovano a valutare quelle circostanze in cui l’infanzia si incontra col sesso, come scontro ancora semplice di sfere semantiche, bambini da una parte maestri che in certi momenti della vita svolgono attività sessuali dall’altra, e hanno una specie di cortocircuito emotivo, che io ho visto in quella occasione che ho raccontato. 

Per la mente adulta, spesso mettere insieme sesso e infanzia è un problema. E’ un problema non razionale, ma irrazionale, immediato e istintivo.  Io stessa, per mettere le due cose insieme – per esempio quando ho portato i miei bambini a vedere una mostra fotografica di La Chapelle – ho dovuto formulare un pensiero prima di varcare la soglia, mi sono trovata di fronte a un interrogativo. È corretto far vedere a dei bambini le foto di un uomo nudo in mezzo ai fiori, o di una donna?  Ho pensato che delle singole immagini non fossero particolarmente turbolente, e anzi mi davano l’occasione per introdurre in modo agile contenuti dirimenti per la loro vita futura, il corpo ragazzi miei esiste – è bello e potente. Anche la scena di un film dove due persone fanno sesso non mi pare particolarmente incisiva: tutti noi veniamo da quella cosa li bambini, e anche auspicabilmente, tutti noi sappiamo che quella cosa li è molto piacevole e divertente. Non sono grandi traumi. Ma per esempio una specie di voce istintuale, anteriore al mio sapere analitico, mi fa sospettare che la sovraesposizione dei bambini ai comportamenti sessuati e ai corpi nudi, non è una cosa che fa loro bene. Mentre un passaggio transitorio apre gli stessi spiragli evolutivi, di un sano e auspicabile buco della serratura, la sovraesposizione alla comunicazione sessuale, alla pornografia all’erotismo rientra per me nell’abuso del minore, perché un campo linguistico e mentale che si sta sviluppando viene invaso da qualcosa verso cui si tende e non si può capire, che crea un oggettivo disagio. E di questo disagio purtroppo molto sanno le poltrone degli analisti e degli psicoterapeuti.

Perciò credo che quando le madri cominciano ad allarmarsi perché il docente rivela fuori dalla classe di avere una qualche attività sessuale di qualche tipo, scatti in primo luogo un riflesso mentale per il fatto che la stessa persona che si occupa dei bambini porta la semantica del sesso, mette loro in difficoltà. Se lui non le separa – ci si chiede – ci posso riuscire io?
A quel punto tutta la retorica bigotta e sessuofobica del contesto culturale viene incontro alle madri, e i maestri vengono licenziati.

Ma il punto, care colleghe madri, non sono le scopate dei maestri, i loro video amatoriali, le loro ambiziose carriere  con i culi di fuori. Il punto è fare le madri nell’ipertrofia comunicativa del sesso e del privato, ci si trova di fronte a una nuova sfida rispetto alla quale i maestri licenziati sono un mediocre capro espiatorio. Quello che succede ora per esempio è che una si distrae e si ritrova la bambina di nove anni che guarda i video porno con le amichette, e quello che deve chiedersi, non è come faccio a far passare un guaio a quell’uomo col cazzo di fuori, ma come devo comportarmi con la mia bambina che guarda l’uomo col cazzo di fuori? Cosa devo dirle? Come devo valutare il suo comportamento? Come calibrare il mio?

Come cioè io genitore mi devo comportare con le informazioni sessuali che provengono dalla rete?
altro che la povera maestra.

La curiosità in fatto di sesso, dei piccoli è una curiosità sana e lecita. Il sesso è stato il nostro futuro di animali, e ora è il loro futuro di cuccioli. Già senza che se ne rendano conto intesse il loro comportamento, essi hanno già un corpo e quel corpo ha già delle funzioni sono tesi al sesso, ed è una cosa sana. Spesso fanno cose, per prenderci contatto che noi grandi non conosciamo. I divieti che noi grandi mettiamo sulle conoscenze di queste cose esoteriche e segrete sono un buon modo per permettere che le strutture psichiche dei piccoli facciano a tempo a crescere per bene insieme alla loro tensione, insieme  –  se ci pensiamo –  al loro corpo che cambia. Possiamo ogni tanto far cadere delle cose – che ci vedano mentre ci si bacia, che vedano dei corpi nudi in una foto, che sappiano un po’ dove si andrà – ma certo non dobbiamo dire loro che è normale che un certo linguaggio entri quotidianamente nella loro infanzia. Non permettere a un piccolo di sette anni di vedere un video porno non è prouderie, è funzione protettiva di specie, dei grandi con i piccoli.

Ora l’esercizio di questa funzione di specie, diventa complicato, per due ordini di buoni motivi. Il primo motivo riguarda la sovrabbondanza di immagini in rete di marca sessuale, ma anche un nuovo marketing del privato che fa perdere il senso del confine. In questo senso tra grande fratello,  libro di la gioia (su cui tornerò), e maschietti del calcetto che fanno vedere il video alle mogli,  non c’è molta differenza. Il secondo motivo però riguarda la crisi della pedagogia e della genitorialità per cui, siccome i genitori fanno fatica a controllare i figli, a porre dei divieti sul loro uso della rete, a esercitare la loro funzione genitoriale, usano come capro espiatorio il maestro di turno che inopinatamente si scoprisse avere una vita sessuale fuori dalla scuola. E’ più facile per certe madri far licenziare una donna incolpevole, che esercitare faticosamente la propria funzione materna che controlla quello che guardano i piccoli su telefonino, e computer.

Forse quella preside dovrebbe farsi delle domande.

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