Messaggio nella bottiglia

A un certo punto, quando ho capito che te ne saresti andata Silvana, ho pensato che non sarei riuscita a scrivere niente. Non avrei messo sul blog nessun saluto, come ho fatto da poco quando se ne è andato il Secco, come quando se ne è andata la mia amica Lucia, come quando se ne è andato mio padre – pure. Pensavo che non sarei riuscita perché con nessuna di queste persone parlavo come con te, uno dice tu’ padre, ma mi padre non parlava con nessuno Silvana, con me comunque no di sicuro, è facile fare letteratura con chi si sente moderatamente vicino, mica che è una letteratura disonesta, affatto, che poi letteratura che esagerazione, vabbeh se semo capite, pensavo queste cose, di quando scrivo perché le strade sono percorribili, o scrivo perché sono ancora da percorrere. Mio padre, o, gli amori inesausti o. 
Mio padre era vecchio, e molto malato, il Secco era il secco, si poteva fare. 

Sai a cosa penso sempre questi giorni?
A quella volta che eravamo in macchina tua, abbiamo visto la macchina di Francesco, e l’abbiamo inseguita per la campagna, per il paese, ammazza quanto corre e che ci ha il fuoco al culo, giù a strombazzare col clacson,  dai raggiungiamolo! Dai! E poi la macchina era arrivata sulla piazzola ed è uscita una povera donna inviperita, MA CHE VOLETEEEEE, IO NON HO CAPITO CHE VOLETEE e noi ci siamo avvedute che era una signora incontrovertibilmente signora, i capelli lisci lunghi, gli occhiali con gli strass, lei urlava, e noi piegate in due dal ridere, NOOO NON E’ FRANCESCOOO, ahò ma non l’hai vista che ci aveva i capelli lunghi pure te, e giù a ridere – mbeh ma mora era mora.  Che esaggerata comunque eh e mamma mia, e di nuovo ridere.
Il cancro se ne era andato per qualche tempo.

Oppure all’ombrellone quando andavamo insieme al lago.
L’ombrellone nostro: arcipelago, costellazione, galassia, ideologia.  Stavamo spalmate sulle sdraio, spalmate e accessoriate e disordinate, molti tipi di pizzette – tu portavi sempre un parterre di pizzette, sai mai che le creature nevvero, anche qualche pietanza leggera, adatta alla circostanza, che so una rigatoni col sugo di lepre, molti teli, molte sciarpe, molti costumi, su questi teli e i costumi facevamo dei concistori, i giornali, creme solari, barbie sirena, pallone da calcio,  molti libri anche, perché questa era la cosa figa Silvana, che noi leggevamo le stesse cose, ci scambiavamo i titoli, ci giravamo i romanzi.

 Una cosa che un po’ mi allevia queste ore, è che all’ospedale ti avevo mandato dei libri che facevano ridere, non come quei tremendi mattoni che una già sta come sta,   che non ci ha un rene, ci ha la trachea tagliata, non se tiene in piedi, Diomadonna almeno i libri che fanno ridere.
(Quella strana miscela di umorismo nero, umorismo volgare, umorismo gentile, quel potere della franchezza. Venni in ospedale dopo i libri, quella volta, poi sei uscita eh abbiamo fatto tante cose, però dico quella volta abbiamo pianto insieme un po’, c’era questa tua gentilissima amica, QUI E’ PROIBITO PIANGERE mi disse, e provai tenerezza per lei.
 Noi ci guardammo, non siamo gente che si dice cazzate –ci potevamo ben permettere di essere amare. 
Era tornato, era cattivo.)

Un’altra cosa che penso, è il fatto che dovunque andassimo, dovunque porca mignotta, ci stava gente che te saltava al collo. Succedevano queste cose.  Che ne so vai al bar ci sta n’amico de tuo figlio che dice aaaaah c’è Silvana, e ti paga il caffè. Vai al lago e ci sta un altro non si sa bene che, collega, operaio romeno, baby sitter di vent’anni prima, che dice, ti riporto a casa, ti porto questo ti faccio quello. In ospedale, ci avevi una turnazione di amiche che ho sospettato superasse le trenta unità. C’era una tabella eh l’ho vista: coi quadratini e gli orari. In vent’anni che ti conosco, ho passato più tempo a conoscere amiche tue che  a bere caffè. Amiche tue parrucchiere, amiche tue colleghe, amiche tue daa forestale, amiche tue che fanno la tv, amiche tue cor fratello al gabbio. Plotoni di amiche e amici tuoi – a cena nei ristoranti, a cena nelle pizzerie, a cena a casa tua.  O promesse amiche tue. Devo farti conoscere st’amica mia, fa delle borse bellissime.
Mi hai regalato diversi vestiti, per il fatto che ci piacevano le stesse cose. 

(E sapevi che per me questa cosa dei libri, dei vestiti, del ridere in quel modo anarchico, sguaiato, questa cosa dell’ombrellone dico per me, la tua amica psicanalista ebrea in mezzo ai contadini,  era un porto in una terra straniera. ) 

Non ce lo dicevamo mai, di questa convergenza estetica in una terra straniera, la tigna vanitosa e anarchica sopra i doveri quotidiani, del supermercato con le ciabatte, dell’alimentari e del benzinaro, delle olive e dei funghi di tuo marito – di cui ti giuro, avremo cura – o anzi ce lo dicevamo, per esempio quando studiavamo cosa metterci, elegantissime SIAMAAAAI, vestitini multistrato blu ottanio e grigio perla, rigorose collane lunghe e nere, scarpe con tacchi grossi e incomprensibili, andavamo così alla sagra della salsiccia, a quella della nocciola,  ovunque si potesse  mangiare e fare gestacci, andavamo noi bardate come per un concerto, per un vernissage, per la presentazione di un libro – posti la cui spocchia avremmo preso a iconoclastiche fucilate. Dove in effetti no, non siamo mai andate.
Che cojoni.

(E mi pento, di non essere venuta al primo ospedale, al primo intervento, all’esordio del cancro, quando piratesca e leggendaria giravi per le corsie con la nuova camicia da notte verde, la vestaglia verde, lo smalto verde  – verde è il colore della speranza professore  –
E un romanzo di Houellebecq.
Dovevamo dar retta al romanzo di Houellebecq? Oggi saremmo meno tristi?  Trattavamo questi nostri scrittori preferiti come i figli difficili, i figli sfortunati della vita altrui, noi invece ci saremmo ancora divertite un sacco, dopo quel primo ricovero. Meno male che li stimiamo tanto, questi scrittori dolorosi,  ma con l’intelligenza del senso materno, non li prendiamo troppo sul serio.)

In ogni caso, adesso Silvana mia, ci sarà sto problema complicato di tutto sto amore che hai lasciato, tutte ste tavolate vuote, tutti sti amici che mi guarderanno cogli occhi lucidi, non so come si farà davvero.  Uno dice, eh sono stato fortunato a conoscerla. Facile a dirsi, so stato fortunato a conoscerla. Mi lasci ste gatte da pelare Silvana mia, per non parlare dei miei bambini, i miei bambini che dovevano fare ogni compleanno con te, zia Silvanaaa, e mandarti i video a te, e  che ancora raccontano con il senso dell’epopea e del magico, quando sono venuti a casa tua, a dormire. La tenda in giardino! Lo zainetto con  le palme! E naturalmente, le pizzette. 

(Dei tuoi, non ti devi preoccupare, son due bronzi di Riace belli forti con il tuo senso del bene del male e del piacere.  Li  lasci pronti per il mondo.
Ci vediamo tipo in macchina, che andiamo da qualche parte. )

2 pensieri su “Messaggio nella bottiglia

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