La regina degli scacchi

Esiste uno specifico tipo di film o di telefilm, che per diversi aspetti mi capita di trovare deludente, come sceneggiatura, per esempio, come costruzione dei dialoghi, e anche magari come ricostruzione psicologica dei personaggi. Telefilm che funzionano per il loro aspetto di fabula, non per la ricostruzione plausibile di uno stare al mondo, di una persona, o di una serie di relazioni. La serialità televisiva, ha di contro fornito una serie di prodotti che invece hanno per me soddisfatto insieme tutte le mie domande del caso, e trovo che in giro circolino dei veri capolavori, il capostipite dei quali per me rimane i Soprano, ma da allora a oggi gli esempi, ed è una cosa bellissima, non si contano – ci sono moltissime serie ben fatte. Buona letteratura. 
La regina degli scacchi, rispetto a quei numerosi nomi, è per me decisamente inferiore. Eppure rimane un lavoro, che ha dei meriti, con un tentativo diciamo etico? Narrativo? Non lo so ben definire, che vorrei evidenziare. Al di la di un alto livello consueto nelle produzioni americane – costumi, fotografia, ambienti – ho pensato che una lettura analitica di questo film mi potesse aiutare a mettere in luce cosa mi è piaciuto.

La storia è nota a molti. C’è questa bimba intelligentissima che non ha un papà e perde la mamma in un incidente, mamma che l’ha già esposta a una vita di abusi, e che finisce in un orfanotrofio. E’ molto infelice, e molto incapace di gestire le relazioni, ma è li che impara a giocare a scacchi diventando un vero portento, così come è li che comincia la sua dipendenza dagli psicofarmaci, a cui seguirà la dipendenza da alcool. La miniserie è la storia della sua carriera da piccola orfanella con questo talento brillante, a bellissima campionessa del mondo, incapace di relazioni durature, dipendente gravemente da alcool e droghe, ma unica donna  – fascinosa ed elegante – in un mondo di uomini. Un romanzo di formazione.
 

La cosa che fa riflettere della serie, come scelta narrativa, è che Beth, in linea di massima incontra: o persone che non hanno una reale connotazione negativa, o persone che hanno invece una forte connotazione positiva. E questa scelta narrativa, probabilmente voluta, da una parte è l’aspetto fortemente debole della sceneggiatura, l’aspetto psicologicamente anche, purtroppo, poco credibile. Persone torturate da un mondo interno persecutorio, come quello che perseguita Beth per tutte le puntate, solitamente ingaggiano relazioni con oggetti persecutori, con persone che insomma si rivelino adatte per personalità a reificare profezie di sventura. E’ difficile che persone gravemente maltrattate, non riescano a fare in modo di continuare a essere maltrattate. E invece Beth: ha all’orfanotrofio un’amica eccezionale, trova nella madre adottiva (a 15 anni! Gli esperti di adozione osserveranno la cosa con perplessità) una relazione facile e piacevole, incontra sulla strada uomini che per lo più la amano, le vogliono bene, sono gentili, vince nemici che la guardano con ammirazione.  Con una serie di elementi francamente inverosimili. Non si fila nessuno, non si caga nessuno, mai che faccia una telefonata a sapere ciao stronzo come stai? 
E però l’amichetta dell’orfanotrofio le da tremila dollari, così sull’unghia per andare in Russia.  Gli ex innamorati si consociano insieme, nonostante il due di picche trasversale, per aiutarla a vincere il campione in carica.
Siamo nel regno Disney.

Tuttavia questo forzato tentativo favolistico alla fine, mi è piaciuto molto. Esce da una serie di stereotipi, e riesce a restituire qualcosa di molto vero, che forse ben rappresenta certi animaletti che hanno un grandissimo talento per la vita, e che hanno magari un grandissimo talento in qualche cosa.  In fondo, c’è una verità nel dire che in casi di trauma e abuso prolungato il vero campo di battaglia è una scacchiera interna, e che certe scelte, certe ossessioni  – sono l’isola in cui si controlla ciò che altrimenti non è controllabile. Ho trovato psicologicamente intelligente quel passaggio in cui la giornalista la intervista, e fa della psicoanalisi selvaggia dicendo – sua mamma e sua papà potrebbero essere il re e la regina? E la povera Beth giustamente risponde, ma veramente sono pezzi di legno. No a me piace il fatto di poter prevedere tutto, tutto quel che succede. E infatti gioca assai bene a scacchi, mentre non riesce a mettersi in gioco con gli uomini. 

Così come, se prendiamo il telefilm come una fotografia del mondo interno, e le relazioni che mette in campo, il correlato oggettivo di certe sue competenze interne, di certe sue potenzialità – io trovo l’idea di questa poverina comunque amata sua malgrado, una metafora gentile, poetica, della capacità di coltivarsi, di avere delle cose buone dentro, in cui credono le persone fuori, che le riconoscono e le coltivano e che incarnano i suoi talenti. Sul piano di realtà di Beth ce ne è pochine, le Beth fanno in modo avere guai, per ogni brava persona si incastrano con due stronzi, e per ogni brava persona ce ne è un’altra che esasperata si libera di loro, non va loro così liscia e di lusso, con questi sbruffoni campioni mondiali che invariabilmente si inteneriscono – succede, ma ogni tanto ecco. Una densità così alta di brave e amabili persone è piuttosto rara. Però mi sono detta, e finzione. Non è bello che la finzione ci provi? Anche la rappresentazione del conflitto USA URSS in questa chiave mi è molto piaciuta. Non è molto puerile quella retorica in cui siamo cresciuti, cattivi certi buoni altri e viceversa? Non è bello che si metta in campo un mondo etico dove tutto è possibile, dove si possa rappresentare questa unione etica dei mondi, con Beth che dice ai cattolici che le avrebbero dato i soldi per partire, io queste cose non le scrivo, e quella scena – oggettivamente meravigliosa della fine del film, di lei che scende dalla macchina e va a giocare  a scacchi con i vecchini al parco.

E anche, il film è la storia di una donna che fa carriera in maniera piuttosto incredibile, in un mondo di maschi. E’ edulcorato, è falso, perché non c’è una mano sul culo fuori programma, non c’è uno che la umili, non succedono mai le piccole cose tremende che sono successe alle nostre madri, più che mai quando sono state brillanti: (un esempio, mia madre, in quegli anni, un 110 e lode in storia moderna a Pisa, andò a un colloquio alla Gregoriana: la fecero aspettare nell’armadio delle scope), non ci sono le esclusioni programmatiche che c’erano di defoult all’epoca. Però ho trovato sano, utile, quel che di dato di realtà incolpevole, quel che di sapete allora funzionava così, non è che erano stronzi, era proprio il mondo che funzionava ocsì, per cui alla fine il film – puntellato da maschi gentili e generosi, e ragazze che dicono tu fai qualcosa per noi, grazie – beh è un film di grande carica femminista, con una potente equanimità, e secondo me una decisiva forza comunicativa. E’ un film femminista senza l’acrimonia – giustificatissima, ma a volte mi chiedo quanto efficace – in cui spesso il femminismo cade.

Non so bene perciò se riesco a restituire questa strana cosa per cui, mi è piaciuto qualcosa che nel complesso mi piace meno di altre. L’ho trovata benefica. Credo che abbia a che fare con la funzione psicologica delle favole, che è diversa dalla funzione psicologica della narrazione realistica. La regina degli scacchi non è un telefilm realistico, ma è una favola, una favola che ti fa vedere come possono andarti bene le cose se guardi al tuo mondo interno con la stessa gentilezza con cui la regia del telefilm ha guardato al mondo della protagonista. E’ una specie di film credo, sulla gentilezza, più che sull’intelligenza. 

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