Su Mad Men

Nella mia personale accezione di capolavoro, il merito va a quei testi che siano in grado di saturare tre domande, che io pongo come fruitrice. Un testo deve: descrivere un mondo, inventare un linguaggio, proporre una visione del mondo. 
Nel mio ozioso spazio di fruitore, il cui unico potere è fare un personale gioco delle gerarchie, constato che quando un prodotto estetico si ferma sulle prime due domande, non trascende mai il momento storico in cui è concepito – mentre se satura bene solo la terza, è un oggetto filosofico che smette di essere un oggetto artistico. Quando un oggetto estetico invece risponde bene a tutte e tre le domande, ha le carte per entrare in una dimensione di complessità per cui dall’ottimo lavoro slitta al capolavoro.  
Ora, io penso che la serie Mad Men soddisfi tutte e tre le domande. Ha descritto e reinventato un mondo, ha codificato un’estetica, e ha una costruzione della trama che è capace di dire delle cose simboliche, allegoriche che vogliono dire qualcosa di meta. In Mad Men la sceneggiatura ha una visione del mondo, la trama porta un messaggio che fa filosofia della storia, metafisica delle vicende umane.
 Voglio scriverne qui, soprattutto per quel che concerne i meriti riferiti alla terza domanda, mentre tralascio gli indubbi meriti che riguardano le altre due: è vero Mad Men reinventa un mondo costellato intorno ai pubblicitari newyorkesi degli anni sessanta, è vero Mad Men ricostruisce un’epoca con una correttezza filologica commovente, ma a me interessa qui dare una delle letture possibili su cosa ha di filosofico, su cosa dice dell’umano quella serie di trame. 

La mia lettura della serie parte da una osservazione. Non ho visto niente prima d’ora di più esplicitamente consapevole, di più autocosciente, di più lucido nella descrizione dei rapporti di genere, degli squilibri di forza, e del campionario di sofferenze che elicita un certo modo di abitare il mondo e il sesso. Mi è sembrato un enorme, magnifico, lavoro sulla fatica che ha fatto l’uomo del novecento nella sua transumanza dal mondo dei padri al mondo di oggi, nel suo passaggio attraverso gli Urali, o se volete attraverso l’atlantico, tra vecchio mondo e nuovo mondo, dove gli Urali, o l’Atlantico sono in primo luogo il femminismo, ma in secondo luogo anche altri movimenti politici che hanno costellato la nostra mutazione antropologica, per altro non ancora portata a termine: l’ingresso del proletariato nel dibattito pubblico, l’ingresso delle minoranze etniche nella piattaforma dei diritti civili. In ogni caso, le altre questioni storiche che puntellano il passaggio agli urali sono tutte secondarie, rispetto alla rivoluzione dei rapporti di forza tra i sessi. Le due coste della transumanza sono infatti una prima puntata dove le donne sono molte, sono carine, sono tutte segretarie che portano il caffè a cui si dedicano manate sul culo, proposte di matrimonio e varie forme di gerarchia dall’amorevole subordinazione matrimoniale al disprezzo della mercificazione sessuale, mentre nell’ultima puntata – dieci anni dopo –  ci sono le copyright, ci sono donne imprenditrici, ci sono storie di convivenza. Gli eroi e le eroine di questa transumanza  sono dei pubblicitari, e tutta la serie parla anche di storia della pubblicità. Una scelta narrativa molto felice, perché parlare di pubblicitari permette di mettere in campo vicende private di esseri umani come altri, romanzi e intrecci affettivi come ci sono in tutte le comunità professionali e non, ma prendere gente che lavora nella pubblicità vuol dire parlare di quella parte di gruppo sociale che costantemente esplora i limiti dei cambiamenti ideologici che sono appena avvenuti. La pubblicità è quella cosa che infatti aiuta a portare profitto sondando i modi di sentire e di pensare delle persone, ed è sempre la prima a testimoniare quando qualche cambiamento è avvenuto o sta avvvenendo.  Quindi nei passaggi della serie avremo sempre questa specie di controcanto: cambiamenti dei rapporti di genere e non solo, nelle trame private delle vite private, identificabili nella dimensione individuale, e cambiamenti dei rapporti di genere e non solo nelle campagne pubblicitarie e in come sono recepite dalla committenza – quindi identificabili nella dimensione sociale e collettiva. 
Gli eroi principali di questa transumanza – anche se Mad Men è un romanzo corale pieno di coprotagonisti, sono Don Driper e Peggy Olson. Il maschio simbolico e la femmina simbolica che incarnano a modo loro le fatiche di tutti gli uomini e tutte le donne nella traversata degli urali.


La maschera Draper è un uomo bellissimo, la cui estetica, i cui movimenti, gesti, galanterie e virilità vengono dal cinema dei due decenni precedenti. Draper arriva dai film con Rita Haiworth, cita nelle espressioni certi modi di Hamprhey Bogart, è corpacciuto, sornione, e misterioso come tutti gli immortali e tormentati eroi del noir. E’ il maschio così come è consegnato dalla spuma delle onde del primo dopoguerra. Grandi spalle, ottimi pensieri, la radiosa luce del successo . E’ il maschio alfa dell’erotismo metropolitano, che se le scopa tutte, che piace a tutti,  con la moglie scintillante e le amanti che si sdraiano a un cenno. Ma anche il maschio alfa rispetto agli altri maschi, il capobranco senza contratto, la lingua sottile e carismatica che quando si pronuncia dirà la cosa più intelligente di tutti. E’ l’idea di virilità secondo Holliwood e l’occidente tutto in piena industrializzazione: non tanto armi, clave, muscoli e sangue – ma frasi brillanti in una sala riunioni da cui deriveranno molti quattrini. 

Tuttavia Don Draper è anche tormentato, e titolare di un grave conflitto interno.  Don infatti non si chiama davvero Don, il suo vero nome è Dick. E’ stato Dick fino alla guerra in Corea, durante la quale alla morte di un commilitone ne ha preso l’identità per abbandonare la guerra e rifarsi una vita. A quel vero nome di Dick è legato  una identità traumatica, dissociata  – di miseria, abbandono abuso e misoginia, che Don ricorda, e riporta alla coscienza in certe puntate, un pezzo per volta. Nato da una prostituta, cresciuto in un bordello di campagna, povero, maltrattato e non amato. Sicché la serie è da una parte la storia del pubblicitario sciupafemmine, eccentrico e di successo, Donald che tra ondeggiamenti e seduzioni veleggia verso la postmodernità, riconoscendo il valore di donne come Peggy, accettando una segretaria nera che porta il suo nome, lasciando prima una faticosa e bellissima casalinga frustrata e sposando poi una donna magnetica e intelligente come l’attrice Megan, ma allo stesso tempo la serie è anche la storia della impossibile integrazione tra logiche di genere e di dolore della modernità nel mondo della post modernità. Dick versus Don è il vecchio uomo, contro il nuovo, il vecchio che funziona in un modo, contro il nuovo a cui si chiede di funzionare in un altro. La terribile infanzia di Dick, del maschio che è figlio di una madre mercificata e ridotta a merce, e cresciuta da un manipolo di femmine rancorose per la loro posizione di desoggettificazione, e depersonalizzazione rispetto al proprio corpo, è l’incubo di una serie di generazioni di maschi, la storia di una patologia individuale e culturale, la patologia di tutti maschi figli di donne senza diritti, senza lavoro, senza soggettività politica, esposte alla loro stessa violenza,  il cui riflesso è nella lunga successione di azioni irriflesse variamente misogine, scopate senza senso, matrimoni falliti, seduzioni a perdere, in una celebrazione del sesso che ha qualcosa di vitalistico e tragico insieme, e il cui gigantesco costo psichico è anestetizzato e alleggerito dal ricorso al fumo e all’alcool, pervasivi nella serie come nell’epoca in cui era girata, dispositivi di ammortizzazione della depressione e del panico. 

Non c’è paio di corna, decisione difficile, fallimento latente, frustrazione da dover far digerire, che a Medison Avenue non sia attutita, ammortizzata da un bicchiere di Whisky, o da una provvidenziale sigaretta.  La regia non risparmia decodifiche feroci su questi anestetici della nevrosi, e senza pietà ne mette in risalto, puntata su puntata l’esplicito effetto collaterale, e dunque l’implicito significato segreto di aggressione al corpo, di anestesia come autodistruzione. Si comincia a parlare di fumo come causa di cancro, cancro di cui morirà la gran fumatrice Betty Draper, si continua con episodi di grande umiliazione di se, come il pubblicitario che si piscia nei calzoni, o lo stesso Draper che al bussare della memoria dissociata alla coscienza, beve sempre di più rivela incautamente la sua storia, a una riunione di facoltosi clienti.  Bere e fumare, sono gli unici modi che Dick/Don ha per sopportare l’attrito causato dalla compresenza delle sue due identità, mentre la serie illustra come, le costose e faticose metamorfosi sociali che portano le gonne ad accorciarsi, le donne a lavorare, i neri a essere riconosciuti, cominciano a liberare il corpo dall’aggressione delle dipendenze e nel corso delle puntate si fuma e si beve sempre di meno, cominciano a comparire bevande alternative e modelli maschili diversi. Mentre Don Fatica a mettere insieme patriarcato e femminismo, prostituzione ed erotismo potere del corpo e potere sul corpo, nella serie fioccano nuovi maschi, che sanno trovare nuove soluzioni come il collega choo, o anche quel personaggio così ben cesellato che è Stan e che diventerà il compagno dell’altra grandissima e stupenda protagonista della serie – Peggy Olson.

Peggy è il femminile che attraversa gli Urali, per diversi aspetti è il simmetrico opposto di Don. Compare come piccola segretaria periferica nel grande ufficio, né molto aggraziata, né molto bella, men che mai ricca. E’ sfocata, poco interessante. Nei film dove il divo hollywoodiano come Draper avrebbe imperversato, sarebbe stata un personaggio di contorno, sbiadita e inconsistente rispetto alle scintillanti fidanzate d’America, come la bellissima Betty moglie di Don, ma anche come tante delle colleghe segretarie che disperatamente cercano marito, irretendo questo o quel chief executive.  Ma quel tipo di donne, come spiega la parabola di Betty Draper, si ammala perché non scavalca gli urali. Si tormenta di noia, di dimenticanza di se, di periferia della vita, di materno non sufficientemente materno per intrattenersi. Sono le figlie che si intossicano della patologia delle madri, perché il patriarcato non ha offerto vie di salvezza. E’ molto interessante e sofisticata la lettura psicologica di Betty: che va da un’analista perché ha un rapporto con la madre patologico, e a sua volta è una madre patogena, ma ugualmente Betty è anche una che senza lavoro rimane da sola con le sue nevrosi. 

 Invece, la meno bella Peggy, piano piano tira fuori un suo talento, una cocente ambizione e una forte personalità, e che dunque diventa piano piano più bella, più interessante, attraversa il decennio, con dolori costi e fatiche, relazioni funzionali e disfunzionali, amori che non reggono la transizione culturale, ma alla fine trova l’equilibrio, il compromesso, l’evoluzione. E forse tra tutti è quella che meglio approda alla costa simbolica del nuovo mondo, con un amorevole relazione con un collega. Tuttavia, anche lei,  ha una vicenda di conflitto fra due identità, che è lo speculare simmetrico al conflitto di Don. All’inizio della serie infatti scopriamo che Peggy, è rimasta incinta di Pete, che però sta per sposarsi, e neanche sa della sua gravidanza. Quando partorisce, decide di dare il figlio in adozione. Dunque  quel parto, rappresenta anche li, la faglia simbolica di due identità che fanno attrito, quella della donna figlia del patriarcato cattolico, la donna che prima di tutto doveva essere madre e sposa, a far contenta la tirannia della famiglia di provenienza e del prete di quartiere, e la Peggy che lavora, e che diviene la prima donna copy della sua agenzia, di talento, stimata e con un ufficio. Anche per Peggy le due identità non si sciolgono con agio una nell’altra, anche a Peggy il passato salta addosso a ritmi regolari, mentre lei con testardaggine e fatica attraversa gli Urali del femminismo. 

Intorno a questi due grandi personaggi che scavalcano il dorso di un cambiamento epocale, c’è una costellazione di vicende in cui si indaga come altre psicologie e altre personalità percorrano traiettorie parallele, c’è la fantastica Joan che fa carriera desiderando il nuovo mondo ma conquistandoselo con le armi del vecchio, e pagando, paradossalmente più di Peggy, che invece cerca di giocare con le nuove regole.  La magnifica Joan fa carriera ma i maschi non glielo perdonano e rimane sola, Peggy fa carriera, forse più lentamente, ma alla fine si risolve in un amore molto autentico per un collega. Roger, il capo di Don, veleggia tra passato e futuro dolore e nevrosi, e alla fine approda a una relazione non più con una splendida ventenne, opportunista e magnifica, ma alla fine si sceglie una donna matura, piuttosto folle, ma molto molto soggettificata, paritaria. Già sposa e madre. 
Tuttavia la storia secondaria, periferica volendo, ma nevralgica, che segna il punto di attrito storico culturale, il punto di frattura, il centro della traversata, è quella che riguarda il pubblicitario italoamericano Salvatore, il quale nella terza serie, perde il posto di lavoro, per aver resistito a una proposta sessuale. 


Si tratta di un episodio come dire, filosoficamente interessante: Sal è un italoamericano, che ha un matrimonio bianco, ed è omosessuale, anche se dati i tempi, non lo dice a nessuno, e solo moderatamente a se stesso. Si permette poche relazioni sessuali, clandestine e improvvise, mentre tende a sottrarsi dinnanzi a occasioni che potrebbero coinvolgerlo ma fargli accettare esplicitamente il suo orientamento. A un certo punto, un grosso cliente dell’agenzia pubblicitaria gli si offre sessualmente, ma Salvatore lo respinge. Il cliente si risente moltissimo, e fa sapere che vuole il pubblicitario licenziato. 
Salvatore ne parla con Don Draper, il protagonista, che ha già intuito il fatto che è omosessuale. Lo aveva colto quasi in flagrante, in un comune viaggio di lavoro. Nel momento in cui parlano è interessante una genuina divergenza in termini di aspettative rispetto al sesso e al ruolo di genere. Don non ha problemi di omofobia, non è scandalizzato dall’orientamento di Salvatore, è stupito però che non abbia accettato di andare a letto con il cliente. E’ stupito perché è un uomo, è un uomo del vecchio mondo, è un uomo dell’aldilà dell’atlantico, quindi si aspetta che un altro maschio, possa tranquillamente farsi una scopata con uno che non lo entusiasmi, se c’è un importante interesse in gioco, cioè per Don è curioso che Salvatore non percepisca un desiderio, che non abbia quell’uso materiale del corpo come cosa. Quando invece una situazione simile capiterà a Joan, egli sarà empatico con la difficoltà di Joan, e sarà stupito dal fatto che invece Joan, per far decollare la carriera  – che le è costantemente ostacolata per gli strascichi maschilisti del vecchio mondo – accetterà di andare a letto con il cliente. Per parte sua Salvatore come dire, rivendica un’accezione di corpo, di relazione sessuale, che oggi anche molti maschi eterosessuali si prenderebbero per se, ma che un tempo sarebbe stato inconcepibile. Davvero rinunci a del sesso per una questione di principio? Dice incredulo Don. 
Così come guarderà incredulo Joan: davvero accetti il sesso senza soffrire una questione di principio? Nel vecchio mondo l’eticità del corpo è delle donne, esse tuttalpiù vendono la necessità di subire. Nel nuovo l’eticità del corpo arriva agli uomini, mentre le donne possono decidere di abbandonarla. Come scelta di potere nel mondo dei maschi.
Credo che quell’episodio, sia il centro ideale della serie.

Non è il solo momento simbolico. Mad men è un romanzo corale, che racconta la transumanza della psicologia dei generi, in molte sfaccettature, e anche in una serie di percorsi di vita, che non fanno itinerari lineari, ma che incontrano battute e arresti, vecchi schemi psicologici e relazionali che si ripropongono forti e chiari, balzi in avanti eresistenze, e salti indietro. Né il meraviglioso finale, è privo di chiaro scuri, e assolutamente luminoso. Da una parte l’ultima puntata si chiude con lo spot della coca cola dove cantano insieme, donne e uomini, bianchi e neri, persone di tutti i tipi  – a simboleggiare l’approdo definitivo a uno stare diverso, dove le nuove istanze psichiche convivono tutti insieme. Ma Don è in un ritiro dove si fanno terapie di gruppo, si è scontrato con l’impossibilità di far convivere le sue due identità, e deve riazzerarsi da capo, ricominciare tutto, con tutti i femminili interni che ha che ha distrutto o perduto. E’ insieme a persone che in fondo, con percorsi diversi, storie diverse, sono anche loro al capolinea di un romanzo fallimentare, di un’operazione abortita, e sono anche tutti, slegati tra loro, in una comunicazione estremamente rarefatta e molto desessualizzata. Mentre Peggy si fidanza, Pete felicemente ritorna con la moglie, Joan si fa un’agenzia sua e i pubblicitari vanno avanti, Don rivela degli aspetti opachi, oscuri di questo cambiamento, io ho avuto anche la sensazione di una perdita di carne di eros, di una dolorosa fuga in una terra apollinea, non ricattatata dal potere del sesso. Non proprio insomma un happy end. 
In ogni caso, una delle cose più belle viste negli ultimi anni.

Un pensiero su “Su Mad Men

  1. Grazie per questa analisi, ho amato moltissimo Mad Men per la sottigliezza con cui ha messo in scena le trasformazioni nei rapporti tra i sessi e le contraddizioni dei singoli personaggi. La scrittura è così complessa che ad ogni visione la lettura si rinnova, un vero capolavoro.

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