Sull’empatia

Mi affascina molto la potenza emotiva e simbolica che il termine empatia ha tesaurizzato negli ultimi anni. Per un verso sono affascinata dalla sociologia del suo successo – è interessante chiedersi come mai va tanto di moda oggi mentre in passato era categoria assolutamente priva di allure e prestigio, ma siccome un suo buon dosaggio è evidentemente abbastanza utile diciamo a occhio nudo, sono colpita sia dalla necessità della sua enfasi, che dalla parrocchia politica ed emotiva di chi la osteggia. Forse per il fatto che di mestiere sono psicologa è come se mi capitasse di sentire ogni due per tre: devi buttare la pasta quando l’acqua bolle! E dall’altra persone che dicono: questa cosa del buttare la pasta quando l’acqua bolle è una faciloneria sopravvalutata! Il valore della pasta è composto da molte cose! Tipo il sugo

Siamo in effetti in un momento storico di istigazione all’empatia, questa istigazione all’empatia è la spuma di due lunghe ondate che si sfrangiano sul presente. L’empatia, messa nei termini in cui la conosciamo, come capacità di immedesimarsi emotivamente con vicende personali lontane dalla propria esperienza, esplode in primo luogo come lusso del capitalismo avanzato, che ambisce a guarire completamente se stesso, sostituendo vecchi dispositivi di solidarietà di classe, o di genere: le antiche comunanze di sventura contro nemici comuni, l’antica stessa barca dove tra operai ci si accomodava, ma anche tra mogli vessate, o tra malati senza catarsi. Paventa una immediatezza, ma in realtà allude a un processo molto mediato e sofisticato, che quelle vecchie comunanze di sventura – una merce questa democraticamente elargita nei secoli – non toccavano necessariamente. L’empatia implica un processo di costruzione dei processi logici ed emotivi dell’altro, molto articolato per il quale non di rado ci vuole il cuore libero dai ricatti della sussistenza primaria. E’ un dispositivo virtuoso, perché ha la possibilità, magari unito a un non troppo ingenuo bilancio di costi benefici, di farci valutare progetti politici per esempio di ampio raggio, che includano ma non esauriscano interessi particolari di questo o quel gruppo sociale. 
I nemici dell’empatia però – come per esempio il simpaticissimo Paul Bloom che ci ha dedicato una gustosa monografia – mettono in guardia dal fatto che, tarandosi quella esclusivamente su elementi di tipo emotivo, potrebbe garantire solidarietà e quindi protezione morale, e quindi progetto politico anche ad azioni che sono pericolose e antidemocratiche. In fondo, il successo di movimenti politici basici, carichi di risentimento, capaci di istituire la pena di morte, o di far avallare logiche vendicative e punitive, devono molto alla nobilitade dell’empatia. Pareri accoglienti rispetto alla pena di morte per esempio, spesso si incardinano sull’empatia nei confronti del genitore di una vittima – l’empatia per l’umano troppo umano desiderio di vendetta.

Secondo motivo di grande presenza scenica oggi dell’empatia, deriva dall’importante modificazione che ha impresso alla nostra quotidianità l’arrivo di internet, e degli smartphone. Si è molto parlato di quanto sia cambiata l’informazione e la sua fruizione, ma una cosa veramente interessante è che ora,  siamo tutti capillarmente esposti a sfide emotive che prima neanche ci sfioravano. Per fare un esempio, mia suocera buon’anima, non aveva mai visto un ebreo prima di me. La sua relazione con le leggi razziali, era molto molto blanda – per quanto avesse l’età di mio padre, che ne era stato vittima. Mia suocera non leggeva i giornali, faceva una vita di paese in un paese in cui un ebreo non si è mai visto manco dipinto, forse mia suocera può aver incontrato qualche film sull’Olocausto ma credo che abbia cambiato velocemente canale. Le suocere di oggi invece, diciamo le suocere di quelli che si sposano adesso, molto più raramente possono sottrarsi alla prova emotiva della discriminazione raccontata: sono tutte continuamente sollecitate, fino a percepire la cosa come un imbarazzo emotivo, un toccare il limite.

 Questo limite è stato ben illuminato dal dibattito recente a cui è andata incontro la fotografia e il reportage di guerra. Il corpo morto con il rivolo di sangue, un tempo era nobilitato da una sua funzione politica ed esperienziale, guarda, diceva la foto della bambina vietnamita nuda che corre verso l’obbiettivo, guarda cosa devi sapere. Piangi per questa bambina, piangi per cosa deve pensare la sua mamma, piangi di quello che nella tua lontananza non puoi sapere.  D’altra parte tu quella immagine della bambina te la andavi a prendere, uscendo di casa, spendendo dei soldi e comprando il giornale, in un’azione che era una dichiarazione di intenti sul tuo modo politico di stare al mondo, e sulla tua disponibilità a mettere in gioco delle emozioni. Ma oggi, siccome piangi ce lo possono dire una quarantina di volte al giorno, giacchè le bambine arrivano sullo smartphone appena lo accendi, abbiamo elaborato una serie di argomentazioni difensive anche piuttosto interessanti e non scontate. Quella bambina dicono queste argomentazioni, ti ha dato il permesso di usare il suo tragico? Non stai facendo un atto di imperialismo coloniale, o un atto di classe, ad appropriartene? Non sapevi raccontare di quella bambina a parole? Sicuramente dietro queste argomentazioni c’è la maturazione di un dibattito pubblico sui diritti civili, sulle identità, e sul potere – ma molto contribuisce  l’overbooking di empatia e ora  abbiamo anche imparato a trovare delle soluzioni brillanti – come per esempio il capolavoro della vignetta di Makkox quando tutti noi siamo rimasti angosciati e impotenti di fronte alla storia del quattordicenne morto per arrivare in Europa, e che nella tasca aveva i voti della pagella a scuola. La vignetta bellissima, e che mi fa commuovere solo al ricordo, ha il pregio di citare il corpo senza mostrare il corpo, di evocarne lo strazio senza mostrarne lo strazio. Il bambino in fondo al mare è bellissimo, ma ci obbliga a scappare dall’associoazione che ci viene molto forte, noi sappiamo che quando è stato trovato, quel corpo era per l’appunto straziato.  In effetti, l’arte serve anche a fare di queste operazioni.

In ogni caso, per una vignetta di Makkox azzeccata, c’è una pattuglia di sfide emotive a cui siamo chiamati a partecipare senza mediazioni. Quella cosa che faceva mio padre, di un autolesionismo squisitamente semita, per cui si andava a leggere su internazionale il calendario di tutti i conflitti in corso nel mondo, oggi viene imposto dai media come atto dell’etica minimo sindacale, non ci sfugge un maremoto, non ci sfugge un bombardamento, siamo immediatamente istigati alla morale dalle immagini del telefonino. Mi affascina per esempio l’uso che l’unicef fa della mia bacheca facebook, dove mi si mostra un bambino gravemente malnutrito e mi si chiedono dei soldi in beneficienza, per cui  io, o do i soldi in beneficienza, o non do i soldi ma ho il memento mori del bambino ogni giorno, oppure decido di chiedere a facebook di togliermi la pubblicità di unicef, il che potrebbe procurarmi un senso di vergogna di me lancinante, per cui no non lo faccio. Operazione credo con una sua consistente quota di efficacia. Anche se con una forse non trascurabile sequela di effetti collaterali.  Così come siamo tutti sovraffatti dalla acquisita capacità delle parti deboli delle nostre gerarchie sociali di usare i nuovi media per sollecitare una domanda morale, che a sua volta si incardini su una sollecitazione emotiva e una richiesta di empatia. Prima tu potevi eludere le conseguenze del tuo ruolo nel mondo, adesso ti si chiede di non farlo più.  Che è un po’ per esempio la questione che chiede alla media dei maschi bianchi occidentali, la foto di Erdogan che è per esempio circolata ieri. Ce la fai a empatizzare con Von der Leyen? Maschio bianco europeo? E qualche volta quello di sinistra – poco incline a riconoscere il sessismo di casa sua – ha trovato una scappatoia nell’altro canale di empatia disponibile: la questione dei curdi. Due empatie insieme e probabilmente collegabili erano una sfida troppo estrema.

Nonostante anche io senta forte l’istigazione all’empatia, e come dire empatizzi quasi con le difese che sollecita, rimango una ammiratrice dello strumento, a cui però vorrei sostituire il più articolato concetto di mentalizzazione.  L’empatia non ha concettualizzazioni molto sofisticate, è un generico mettersi nei panni degli altri e così come ci viene retoricamente raccontata è una specie di tutto o nulla, ce l’hai o non ce l’hai, e sembra a torto, una dote del cuore, il nome carino dell’essere più o meno buoni, più o meno capaci di accedere a un modo sentimentale con cui avvicinarci al reale, nella sua costruzione diciamo mediatica e generalizzata essa appare rosa, femminile, persino adolescenziale. Fa venire voglia, di calcoli, progetti, pensieri. Matematiche. Dopo dieci richiami social all’empatia, ti viene una inarrestabile voglia di ingegnere.

Peter Fonagy è un rigoroso analista postfreudiano che ha introdotto il concetto di mentalizzazione,  definendola come la capacità di immaginare e provare gli stati emotivi dell’altro, ha concettualizzato l’ipotesi che gravi esperienze di abuso possono inibire la capacità di mentalizzare gli stati emotivi dell’altro, e di conseguenza ha introdotto una scala di misurazione della mentalizzazione che può essere usata con le psicoterapie, perché a questo punto, concettualizza Fonagy, la psicoterapia per questi pazienti può essere pensata anche come un dispositivo che tra i diversi scopi ha il compito di potenziare la capacità di mentalizzare stati emotivi altrui il che ha anche molto a che fare con la capacità di mettere a fuoco i propri. Questa scala della mentalizzazione a me affascina molto, concettualizza anche livelli molto alti di capacità di mentalizzare che non sono quelli diffusi e necessari per tutti, sono quelli diciamo a cui si attestano i più allenati, ministri di culto in teoria, naturalmente psicologi, che ci fanno un mestiere, molti scrittori, ma che illustra anche delle grandezze intermedie. Mi interessa perché a livelli alti la mentalizzazione non deve semplicemente contattare stati emotivi, ma iscriverli in successioni narrative ed esperienziali, e quindi deve, come dire istituire anche dei processi logici. A livelli molto alti di mentalizzazione si deve diventare anche capaci di empatizzare con i partiti della minoranza emotiva dell’altro, saperli tenere nel campo,. Questa capacità da analista è fondamentale e quando i pazienti per esempio ci parlano male di qualcuno, noi dobbiamo valutare bene l’opportunità di accodarsi al suo parere, perchè quel paziente sta anche ritraendo una parte di se che rifiuta e che ora ha messo addosso a un altro. Questo lavoro analitico per me, è su piccola scala una metafora dello sguardo mentalizzante che devo mettere in campo quando do le mie valutazioni su fenomeni di larga scala, dominati da conflitti importanti per esempio. Mi pare, questa cosa qui che hanno gli analisti e gli scrittori, un dispositivo a cui dovremmo mirare un po’ tutti, per approdare a dei giudizi di valore e a delle azioni politiche. 

Un pensiero su “Sull’empatia

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...