Oggi questo solo possiam dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

In questi giorni ferve il dibattito intorno alla lettera congiunta a firma di Cacciari e Agamben, a cui è seguito un intervento di Cacciari atto a spiegare meglio la sua posizione. Il secondo intervento di Cacciari è un po’ meno mediocre della lettera, che nel complesso è sgangherata e confusiva, ma entrambi mi sembra hanno il merito bizzarro di far reagire altri esponenti di spicco della nostra classe intellettuale, aiutandoci tutti a costruire una riflessione condivisa su come pensare politicamente questo momento della vita pubblica, mettendo insieme per il bene della collettività il binario della fruizione sociale della medicina e della scienza e l’andamento di una democrazia matura. In questa loro funzione mi hanno ricordato il monito di un mio maestro – Francesco Montecchi – che all’esordio della mia formazione di analista disse a me e ai miei futuri amici e compagni di strada: guardate tutti gli analisti più grandi: da tutti imparerete qualcosa, compreso capire tutto ciò che non vorrete mai fare.

Non voglio riprendere qui i contenuti dei due interventi, noti ai più. Ne sintetizzo solo i punti per me salienti. Nella lettera i due filosofi sostengono che imporre il green pass è una minaccia per la democrazia, perché è un atto discriminatorio che ricorda scelte pericolose fatte da governi totalitari, che minacciano la democrazia matura. Lamentano una eventuale preoccupazione per una sorta di ipostatizzazione del green pass, per una sua trasformazione simbolica e provano a mettere in guardia l’opinione pubblica così. In secondo luogo,  e in particolare nel secondo intervento di Cacciari, la resistenza al green pass viene sustanziata mettendo in discussione l’efficienza dei vaccini, la loro utilità pubblica e indicando la presenza di molteplici posizioni nel dibattito scientifico, che è secondo Cacciari troppo aperto per legittimare un obbligo, stante il fatto che le sperimentazioni sono ancora in corso e molte cose non si sanno, i cittadini devono essere liberi di operare un consenso informato che non dovrebbe essere obbligatorio.Questa coppia di questioni, mi pone una coppia di problemi.


1. Il problema del rapporto con la scienza.

Se c’è una cosa di cui abbiamo sentito un bisogno vitale in questi due anni è una classe intellettuale che ci aiutasse a capire la costruzione di un sapere scientifico dal momento che per la prima volta anziché esserne i fortunati beneficiari eravamo gli inermi e spaventati testimoni. Sotto la lente di ingrandimento della comunicazione globalizzata ci siamo infatti trovati a osservare quello che gli storici delle idee hanno studiato sui banchi di scuola: ossia che il sapere da sempre si costruisce piano, con ribaltamenti successi casuali, conquiste territoriali graduali, luminari che dicono sciocchezze e fortunati soggetti periferici che azzeccano qualche formula. Abbiamo dovuto imparare che la soggettività del linguaggio, il situazionismo di genere, di storia, di classe di politica, di storia nazionale influenza la politica della medicina e la medicina sociale, a volte persino la scienza stessa. I laureati in filosofia di solito hanno letto Gadamer, hanno letto due sciocchezze di Popper, hanno un’infarinata sommaria di un Carnap e via di seguito per tutta la storia del pensiero novecentesco che tanto servirebbe a comprendere capire come mai sto covid non lo abbiamo risolto in due mesi, come mai sono state dette delle cose  e poi si è corretto il tiro, come mai ci sono delle contraddizioni che sono apparenti, come mai come mai, e io mi aspetto dai filosofi studiati, che se le ripassino quelle quattro sciocchezze e ci aiutino a sopportare una circostanza organizzando le informazioni. Mi aspetto  da un accademico, pensa due, che non si citino soltanto fonti rapsodiche utili a uno scopo, e manco si frigni che il dibattito è aperto  ma giura, non te se po’ nasconne gnente,  io mi aspetto che le informazioni siano gerarchizzate. Quali pareri si stanno coagulando di più rispetto ad altri nella costruzione di questo sapere? E quali sguardi situati politici e sociali stanno influenzando questi pareri? Per fare un esempio: la Capua fa bene a dire che chi non si vaccina deve pagare la spesa sanitaria pubblica? Lo storico delle idee che ha cognizione di causa delle competenze della Capua, del fatto che questo parere politico esula dalle sue competenze, del fatto che da mo’ che per questioni bioetiche il sistema sanitario nazionale copre i più scriteriati e pazzi, salva i tossicomani avanzati, quelli che si buttano in mare senza nuotare, persino i terroristi salvano,  dico potevano dire qualcosa di intelligente su di lei o su uno Zangrillo? E su tutti gli scienziati che fanno politica usando una posizione professionale che non li legittima affatto? E di contro, è leale corretto ed etico dire, il vaccino non protegge dal virus e non evita di rendere contagiosi, eludendo la plateale questione della riduzione del danno? Il vaccino diminuisce la portata dei sintomi, e protegge parzialmente, ci saranno dei morti ma di meno, dei malati ma di meno, per questo la comunità scientifica ha oramai una maggioranza ben più che risicata nel sostenerne la necessità, e per questo direi le politiche nazionali insistono sui vaccini. 

2. Il problema della questione politica.

Mi colpisce il fatto che Agamben e Cacciari si sentano profondamente minacciati, io credo perché commerciano oramai molto poco con il mondo che abitano. Quando nella lettera ho letto del concetto di discriminazione associato al pass ho avuto un moto di irritazione, ma facevo fatica a concettualizzare perché. Siamo pieni di restrizioni che non interpretiamo come discriminanti, men che mai se di professione mastichiamo la storia delle idee. Se la discriminazione è un’azione del potere che limita la vita dei singoli in base a criteri normativi, anche la patente di guida è una discriminazione, e lo è anche l’esame di laurea per tante professioni, e via di seguito. Forse pure la dimostrazione di un reddito nullo per avere un sussidio e forse anche l’aver scritto un libro per averlo pubblicato. Mi rendevo conto che Cacciari e Agamben giocavano sull’ambivalenza linguistica di un termine che ha un valore neutrale in un certo contesto ma possiede una capacità ricattatoria per le evocazioni di più ampio spettro che porta addosso. Discriminante è l’azione che rinvia io credo a un potere che non solo è esplicito giuridicamente parlando, ma ha degli agganci nei modi di pensare delle persone e in una serie di norme non scritte. Le discriminazioni antisemite, le discriminazioni omofobiche, le discriminazioni razziste, e via di seguito, non riguardano mai solamente il  mondo delle regole scritte, ma anche quello delle regole non scritte, e sono potenti e pericolose nella misura in cui precludono pesantemente l’accesso al potere alle decisioni in modo permanente. Ma il green pass  – per tutti quelli che non vogliono farlo può essere agevolmente sostituito da un tampone che in molte città sta addirittura diventando gratuito e accessibile -grazie ai presidi della croce rossa. Mi aspetto allora che due intellettuali di sinistra, ancora una volta anziché frignare, si occupino dell’accessibilità ai dispositivi sanitari  – per esempio i tamponi non sono ancora gratuiti per tutti, men che mai i molecolari, che costano la bella cifretta di 60 euro. Ma in Italia è da lunga pezza che gli intellettuali di sinistra non trovano abbastanza di sinistra occuparsi della frastagliata e tragica situazione del nostro sistema sanitario nazionale – è poco foucaultianamente cool, noi siamo liberi eh.

Ho però anche pensato che se Agamben e Cacciari sono tanto agitati, e non capiscono perché non lo siamo noi, è perché la loro distanza mentale dal mondo presente, impedisce di capire che di fatto la circolazione di idee nel bene e nel male si è spostata dai luoghi fisici. Le manifestazioni pubbliche vanno perdendo senso, le cellule di partito invecchiano e spariscono, e gli scambi si spostano nell’area del virtuale, della comunicazione scritta, di altre modalità di comunicazione – per le quali invece, occorre tenere gli occhi ben aperti, perché rendono i soggetti pubblici vulnerabili ricattabili, isolabili.
Mi angoscia doverlo dire, perché è un film di qualità infima, che esprimeva in un linguaggio grossolano  e semplificatorio fino al ridicolo questioni che ci si stanno ponendo sempre più frequentemente –  ma forse le lettere pubbliche le dovrebbero firmare gli autori di The Social Dilemma.
In mancanza di meglio.

Un pensiero su “Oggi questo solo possiam dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

  1. Concordo con amarezza perché non mi aspettavo che Cacciari puntasse su un argomento chiaramente perdente (fra 6 mesi lo sarà) con quale scopo?
    “Darsi visibilità “..Non vedo altra ragione

    "Mi piace"

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