Milf

La donna seduta al tavolo guarda l’orlo del mare, grosse navi grigie, minime allo sguardo, stanno ricamate all’orizzonte, il cielo una melma di smalto sulle cose, porta degli occhiali da sole la donna, una lunga gonna a fiori, un marito, due figlie e un’amante che l’ha lasciata, perché troppo turbolenta. A questo amante ora lei pensa, cercando di annichilire la mancanza coll’arma spuntata dei vecchi, che è il buon senso. (L’amore sottile di certe retrovie, amore di ossa lunghe, di dolcezze preoccupate, un modo distinto di prenderle il braccio, il volto, il corpo. L’amore urbano che ha la giacca, gli occhiali, il giradischi, un raro modo di sorridere, un frequente modo di essere infelice.)

Il ragazzo non sa precisamente l’età della donna. Senza dubbio deve avere almeno l’età di sua madre, si può ipotizzarne qualcuno in più. La guarda e ne sente qualcosa, non sa neanche bene come fa a sentire, è un animale giovane, una bestia veloce, di pelo corto, sente coll’olfatto uno sguardo, e pensa che gli sia destinato. Dunque la fissa con un’insolenza cinematografica e datata, come a  frugarle nel corpo scuro, e pensa con una sorta di invidiosa ambivalenza verso il potere della carne e quello dell’età, che dovrebbe cimentarsi con la pelle sgranata, e le gambe troppo lasche. Si siede davanti a lei.  “Posso offrirti qualcosa”, le dice.

(La donna stava districando gli errori dalle forme di lealtà, stava misurando il tenore degli sguardi e delle ultime terribili parole. E’ meglio che non ci vediamo, le aveva detto l’uomo di cui era gravemente innamorata, non perché non ne abbia desiderio o addirittura bisogno, ma non possiamo rompere niente, è meglio allora che non ci vediamo, e la donna si strugge per tutte quelle negazioni. Pensa al richiamo del corpo vecchio dell’uomo amato, delle sue spalle esili, della sua voce, che le vibra fin dentro lo sterno.
  Sicché – quando il ragazzo giovane, si rivolge a lei, è come se sentisse il guinzaglio dal mondo dei vivi richiamarla, una corda, un ritorno alle cose dei mortali. Lo guarda come per la prima volta, gli indovina tutto, prova tenerezza e disprezzo).

“Offrirle”.
Corregge lei, per niente lusingata, scivolando in qualcosa di austero e cattedratico e sentendosi dentro una rabbia sleale. Dov’è la madre che sei normalmente, si chiede mentre muove la bocca con sarcasmo, questo è una cane innocente, uno che sa a stento di scopate e di pompini, tutta una verginità dal dolore e dalla morte gli sta sulle guance e negli occhi. Gli guarda il mento appuntito, le pieghe agli angoli della bocca.  

Chi sa che si pensa di fare, dice fra se e se, distratta di malavoglia dal dolore. 

(Lui non capisce niente, in effetti. Era un gioco ma già si è annoiato. La vita gli è ancora immensa e oscura. Tra un paio d’anni una sera, una ragazzina difficile tergiverserà sulla sua pelle, e comincerà la lunga strada che la donna ritiene, probabilmente a torto, di aver finito di percorrere. Si alza.
“Mi scusi”, le dice)
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