Le terapie a orientamento analitico. 3. Quali strumenti?

Nel precedente post ho cercato di spiegare il concetto di guarigione e di miglioramento nelle terapie anche analitiche, utilizzando la metafora della città per spiegare il traffico mentale, di idee progetti ricordi e relazioni, per inquadrare in termini generali come operano diverse scuole. La metafora è servita per enucleare una differenza sostanziale tra le psicoterapie psicodinamiche e le altre psicoterapie. Le altre psicoterapie lavorano molto sugli incidenti stessi che intasano la viabilità della città mentale lavorando sulle parti presenti negli incidenti, mentre le psicoterapie psicodinamiche lavorano sugli attori che provocano gli incidenti indagando una serie di anteriori logici. La metafora utilizzata nel precedente post coinvolgeva per esempio i palazzi delle città,  e dicendo che indagando chi abita nei palazzi che compongono le strade, e vedendo come sono fatti e cosa fanno le persone nel loro interno prima di andare per le vie, cercava di restituire un’idea di cura psichica che prende i comportamenti disfunzionali, che non fanno essere soddisfatti e non fanno sentire coerenti, e ne indaga l’anteriore logico, la storia, il pregresso.
L’infanzia e i sogni.

Con questo post vorrei spiegare bene perché questa strategia funziona, e con quali dispositivi tecnici. Per farlo vorrei utilizzare una diversa metafora – che per la verità ho adottato già nel mio ultimo libro – e che trovo particolarmente utile. Questa metafora concepisce il comportamento psichico come un sistema linguistico storicamente determinato dalle vicende della persona, quindi un sistema linguistico fortemente individualizzato e la psicoterapia come una sorta di scuola di scrittura creativa, che renda cioè il soggetto capace di utilizzare il suo sistema linguistico in un modo più preciso dettagliato e sofisticato di quanto facesse normalmente. 
Per quanto mi concerne infatti, se c’è un criterio per me diagnosticamente rilevante, è quando mi accorgo che una data persona a occasioni diverse risponde sempre nello stesso modo. In questo senso molto raramente un singolo comportamento ancorché bizzarro secondo un codice culturale è già tacciabile di una possibile diagnosi. E’ invece più preoccupante che uno stesso comportamento sia la risposta a situazioni diverse – ancora di più quando produce effetti che vanno in direzione ostinata e contraria agli interessi consci della persona. Se usiamo la metafora linguistica noi traduciamo questo fenomeno con il caso di una persona che a domande diverse, e in circostanze diverse senza che questo corrisponda a una sua volontà, quella persona risponda sempre con quella parola. 
Come stai? Ho fame mi dai da mangiare?. Signor Rossi devo farle notare che la sua revisione della contabilità dell’ultimo semestre mostra due errori. Certo ho fame, mi trovate un piatto di pasta per favore.  Scrivi un tema su cosa hai provato guardando i quadri della mostra che hai visto con la scuola.
Avevo fame

Il problema del linguaggio psichico è che la risposta ricorsiva a occasioni diverse, non deriva da una mera ignoranza linguistica. Ci possono essere diverse possibilità che noi qui vediamo tramite la metafora del linguaggio. La persona per esempio non conosce davvero la parola, che serve. E’ un caso estremo e molto raro, ma si da. Persone che crescono in ambienti emotivamente largamente deprivati, dove non ci sono state figure affettuose, non c’è stata cura, dove psicopatologie pervasive allagavano i comportamenti non solo dei genitori ma anche delle persone a loro intorno, possono non conoscere le parole  – per esempio dell’affettività. Non saperle riconoscere, non saperle usare, fraintenderle, inventarsele dal niente. Questo raro caso, ha effetti gravissimi perché ci sono per altro parole che sono importanti per usare le altre. Io trovo per esempio che le parole dell’affettività corrispondano un po’ ai verbi dell’essere e dell’avere nei nostri codici linguistici perciò quando mancano quelle imparare a parlare è particolarmente arduo. Più frequente è invece il caso di persone che hanno un po’ il vocabolo ma, lo usano male, lo riconoscono poco, non capiscono quando usarlo, non riconoscono quando è pronunciato, oppure conoscono poche sfumature linguistiche con cui dirne le varianti – non dominano i sinonimi e i contrari, modi di parlare che sono figli di contesti emotivi in cui a loro volta c’era un problema nell’uso di certe parole.

Altro esempio,  continuando a giocare con la metafora, ritornando al tema della coazione a ripetere linguistica. Il caso della persona che risponde allo stesso modo in occasioni diverse, deve far indagare la funzione di quella risposta ricorrente. Quella parola a cosa serve? Quella serie di comportamenti che produce è un effetto cercato? O no? Quale vantaggio produce? 

Il fatto è che le prospettive analitiche presuppongono un teatro implicito per ogni parola utilizzata, presuppongono un anteriore logico che spiega quel comportamento. Questo anteriore è tutto da scoprire: è un problema di grammatica? E’ un problema di incidenti nella costruzione linguistica? Come era pronunciata quella parola a casa del paziente? Il vantaggio di considerare sempre questo anteriore logico, è che per cambiare il comportamento si offre al paziente un appiglio pratico piuttosto grande e visibile. Tutti gli approcci terapeutici tendono a concordare sul fatto che un dato paziente usa la parola sbagliata e tutti gli approcci terapeutici forniscono strumenti per cambiare le parole. L’approccio psicodinamico ritiene che questo cambiamento riesca bene quando: il paziente sappia la storia dell’uso delle sue parole e le premesse inconsce delle sue parole. 
Questo perché quando vedrà che usa una certa parola in un contesto inappropriato potrà cominciare a dire: ho detto che ho fame perché da piccolo era l’unico modo per farmi vedere dalla mia mamma, ma questo mio interlocutore di oggi non è la mia mamma. Potrà dire ho detto che ho fame, perché quando sogno il cibo è qualcosa che mi fa sentire in un certo modo.
La ratio dell’uso delle parole fa cambiare l’uso delle parole. 

Dunque se dovessi pensare a quali sono gli strumenti che sono tipici delle psicoterapie psicodinamiche, io penserei a tre macrosezioni – in relazione al grande ambito dell’esperienza presente:
1. La relazione con il terapeuta
2. La storia dell’infanzia e della prima infanzia del paziente.
3. Il mondo simbolico del paziente ossia i suoi sogni.

Il rapporto con il terapeuta è un’area molto importante per due questioni molto più tecniche e rigorose  – e codificate – di quanto sembri. La prima è che bisogna costruire una relazione dove  il paziente si senta abbastanza al sicuro da poter mettere in scena cose brutte e deteriori di se senza subirne conseguenze. Molte delle noiose regole delle psicoterapie psicoanalitiche servono a garantire la qualità di quello spazio, anche dalle aggressioni del terapeuta. Orari, pagamenti, modo di sedersi, etc. sono l’ossatura di una scatola sicura dove ci devono essere emozioni autentiche che però non sconfinino. In un modo molto strano e che si deve costruire col tempo, la stanza della terapia è un volersi bene sotto vetro – dove si possono dire delle cose al sicuro.

Allo stesso tempo, proprio per la tonalità affettiva che si costruisce, le cose che un paziente dice al suo terapeuta, come si rivolge a lui, i piccoli incidenti che capitano sono un gradiente diagnostico importante sul suo uso delle parole su come va il suo funzionamento psichico.  Pazienti per esempio che funzionano con una scissione rigida, possono passare un lungo periodo a dire al terapeuta quanto è merda e stupido e non lo capisce, in alternanza a sedute in cui dicono che è il meraviglioso terapeuta più bravo del mondo che solo lui lo capisce, per poi approdare con molta fatica se la terapia ha successo che è grato al suo terapeuta, che lo ha trovato utile lo sta davvero aiutando, ma non è perfetto, fa degli errori, qualche volta è andato dalla parte sbagliata.  Analogamente, quando la relazione analitica è stata ben edificata, e proprio perché è stata edificata può capitare – anche spesso – che le distorsioni linguistiche capitino proprio con quell’analista.
-Mi scusi non ho capito cos’ha detto
-E’ perché ho fame
.

A questo scopo servono costrutti teorici come il setting, alleanza terapeutica, i concetti di transfert e controtransfert. Cosa vede di suo in me questo paziente? Cosa mette delle sue relazioni passate nella relazione presente? E io rispondo a lui in questo modo perché evoca delle cose del mio passato, oppure mi faccio mezzo delle cose sue che lui mette dentro di me? Io analista provo questa rabbia perché questo paziente fa arrabbiare le persone che si curano di lui, oppure mi ricorda il fatto che io in passato facevo lo stesso? La relazione terapeutica con i sentimenti che provoca è un pozzo di risorse tecniche molto utile, ma che vuole molta competenza e maestria. In questo senso la neutralità degli psicoanalisti freudiani è un dispositivo faticoso per i pazienti, ma molto protettivo perché protegge da errori – per esempio attaccando il paziente perché evoca questioni personali. Io che sono analista di generazione successiva, di marca junghiana e più vicina agli analisti di postfreudiana e relazionale, mi sono addestrata a discriminare le tante aree del mio controntrasfert, non senza fatica e con pericolo di errore – a esternare i miei stati emotivi per far capire cosa suscitano le parole dei pazienti alle persone che le ascoltano. E’ effettivamente delicato, ma produce ottimi effetti. Sa che mi sono un po’ arrabbiata? Le ho offerto aiuto e lei mi ha detto che non le ho dato la pasta. 
A quel punto, in un contesto protetto dato per sicuro, il paziente può riconoscere una sua dinamica comunicativa e approfondirne gli effetti con l’altro in un modo che con partner, genitori, figli e colleghi, non potrebbe mai. Se funziona, è emozionante.

Una seconda area è nell’archeologia della vita emotiva. E appunto riguarda l’indagine storica che sta dietro ai comportamenti. Esiste un corposo arsenale di strumenti tecnici per la disamina di questo passato, che è debitore alle diverse teorie dei diversi teorici della psicologia dinamica. Questi strumenti sono moltissimi elencarli tutti non è possibile – anche fare una selezione è una cosa ardua. Poi ognuno ha i suoi – per equazione personale, per formazione, per storia, per via degli analisti che ha incontrato, e via di seguito. Al centro comunque di queste teorie ce ne è una che riguarda la formazione degli schemi relazionali e mentali.  Noi abbiamo delle persone nella vita che sono ricorsive – i genitori in primo luogo, ma poi ci sono altre persone che ricorrono in maniera incisiva, e con queste persone ritornano degli scambi che a un certo punto assumono una loro fisionomia, e che alla lunga noi interiorizziamo facciamo nostri. Quando questo succede, noi abbiamo dei genitori per esempio storicamente dati, materiali, e poi abbiamo i genitori pensati, ricordati, interni. Così come c’è l’analista materiale e l’analista interno, il pensiero dell’analista che il paziente porterà con se. Quando si fa la storiografia dei comportamenti lo scopo è quello di vedere cosa successe con le persone vere, per poi andare a indagare cosa ne è diventato nel mondo interno. Quando gli psicoanalisti di marca kleiniana o relazionale parlano di oggetti interni, si riferiscono dunque a questo. A questi pacchetti di ricordo di comportamento, di ricordo di esempio, di teoria dello stare al mondo che sono i ricordi delle azioni con i  genitori e dei genitori con noi e dei genitori tra loro, o di altre persone significative nel nostro abitare il mondo. A questo punto si può dire che la psicoterapia diventa anche un’analisi degli oggetti, interni, delle relazioni interiorizzate con quegli oggetti che fanno da modello, e un lavoro di riscrittura del passato con una serie di parole nuove che vengono acquisite anche guardando le reazioni dell’analista.

Per esempio adulti che sono stati figli di comportamenti largamente abusanti, frequentemente non riconoscono i comportamenti come abusanti e può capitare che li raccontino con benevolenza, o minimizzino. L’analista può decidere di mostrarsi scandalizzato – perché in effetti è genuinamente scandalizzato. Il che vuol dire che quel comportamento che era stato descritto con una certa parola diciamo di un certo colore, si scopre che può essere letto con una parola di un altro colore. Genericamente, quando in particolare in ballo ci sono degli abusi – lo scandalo dell’analista, o la sua comunicazione di dispiacere tocca qualcosa di seppellito nella mente del paziente che viene risvegliato.
In effetti no non era tanto normale.

Può succedere anche il contrario – pazienti che raccontano esperienze vissute come molto dolorose, e tacciano i genitori di grande cattiveria, mentre l’analista sente nel racconto vuoi una dilatazione dell’intenzione aggressiva, vuoi un affetto maldestro e non colto. Può succedere che nel racconto dell’archeologia del comportamento e degli oggetti interiorizzati decida di sottolineare che vede dell’affetto che invece il paziente non vede. 
Ha ragione faceva quello che poteva.

L’archeologia degli oggetti interni, il disseppellimento di episodi antichi che servono a capire come mai oggi si parla in un certo modo, produce un cambiamento che è doppio. Non solo si riscrive il passato, andando incontro a vere e proprie rivoluzioni copernicane, ma si cambia il modo di scrivere il presente e il futuro, perché cambiano le scelte lessicali, e si esplorano alternative possibili. Non si tratta di un cambiamento a due fasi, ma nelle buone terapie di una specie di andamento spiraliforme e concentrico, dove si ritorna su delle stesse questioni e si va sempre più al centro di una veridicità psichica, che in parallelo corrisponde con un aumento degli strumenti relazionali – linguistici secondo la nostra metafora. 
 Questo passaggio però riesce bene anche grazie al terzo lavoro, che è il lavoro simbolico sulle narrazioni oniriche. Personalmente parlo di narrazioni oniriche perché – ma questa sono io – non mi servo solo di sogni per lavorare con questo pacchetto di strumenti ma anche di altri oggetti, per esempio certi aneddoti del quotidiano, o la scelta di certi film o certi romanzi. Può capitare che io dica a un paziente  che mi racconta un aneddoto  – che ha un potenziale in questo senso. -facciamo finta che sia un sogno? E interpretiamo l’aneddoto come un sogno.

Questo è comunque il terzo canale tecnico del lavoro psicodinamico: ossia il lavoro che si serve delle associazioni e della teoria simbolica per raccogliere al setaccio le parti inconsce che il paziente mette nella sua vita cosciente. Questa è la parte di lavoro che risulta più esoterica, ma che a sua volta da una buona restituzione dello stato dell’arte della terapia. I sogni dei pazienti cambiano, e il cambiamento di solito restituisce un livello di cambiamento che ritornerà anche nella coscienza. 
La decodifica dei sogni dei pazienti, cambia abbastanza da approccio teorico ad approccio teorico, ed è probabilmente l’ambito in cui io per esempio più utilizzo l’arsenale junghiano, e il modo junghiano di concepire la relazione con l’inconscio del paziente. L’epistemologia freudiana ha una sfumatura di diffidenza verso l’inconscio dell’altro, La dove c’era l’es ci sarà l’io, diceva Freud evocando la guerra di trincea, come se tutti quei desideri ignorati, travestiti, profondi fossero una minaccia per l’equilibrio, dei cani da addomesticare. La prospettiva junghiana ha un atteggiamento più pacifico, e anzi prova una specie di simpatia affettuosa per l’inconscio dell’altro, l’analista junghiano cerca di ascoltarlo perché sa che è li che abitano cose importanti che dicono la loro a prescindere dal contesto, tutt’è capirlo bene. Così come la prospettiva junghiana ha introdotto il controtransfert fin dall’inizio, istituendo per esempio anche l’obbligo dell’analisi personale dei suoi terapeuti fin da subito. 
Questa decodifica del sogno, è una specie di ponte di collegamento che mette l’inconscio in interconnessione tra tutti gli altri aspetti della terapia: il presente del paziente, il suo presente con l’analista, la sua storia passata, e indaga come nell’inconscio del paziente queste cose vengono elaborate e restituire simbolicamente. Nel corso delle terapie i sogni cambiano, cominciano a scomparire immagini ricorsive e comparire nuovi personaggi, cambia la regia dei sogni – e con sognatori forti l’analista ha la possibilità di riconoscere le fasi evolutive della terapia tramite i sogni del paziente – che di solito anticipano o rispecchiano cambiamenti che si stabilizzeranno nella coscienza.  
Come se il cambiamento linguistico che si ricerca coi dialoghi consci avvenisse nelle profondità del linguaggio inconscio.


Quando le terapie ne hanno la possibilità -e di solito questo accade con un’alleanza terapeutica protetta da entrambe le parti in gioco – comincia a emergere (spesso nei sogni) – la possibilità di chiudere la terapia e ci si tiene un periodo di lavoro anche lungo per attraversare insieme la chiusura. Questo periodo lungo ha molteplici funzioni. Intanto quella banale di abituare il paziente all’idea, ma siccome la separazione da un oggetto relazionale importante è un momento emotivamente impegnativo per tutti, e probabilmente una delle cose più importanti che si imparano in un ciclo di cura, in quel tempo della separazione si possono vedere le reazioni inconsce alla separazione stessa, i sogni, i sintomi che un pochino tornano, le nuove strategie per gestirli, e la lettura di tutte queste cose è un momento importante che ha la funzione di solidificare e rifinire il lavoro portato avanti. Poi si arriva alla chiusura della terapia.

E devo dire, si tratta di una delle cose più intense ed emozionanti che questo lavoro può regalare.

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