Sulla Schwa

Ogni tanto, quando per esempio scrivo una mail agli psicoanalisti della mia associazione, che so per discutere di un articolo, mi diverto a usare la schwa. Vorrei farlo sempre, ma non ce l’ho sulla tastiera e quindi alla fine per la corsa desisto. Mi piace usarla perché nel mio contesto professionale c’è una discreta maggioranza di donne, e trovo la schwa sintentica e più simpatica del maschile plurale, ma devo dire mi piace usarla perché è una provocazione innocente, e gli analisti junghiani di tutto difettano tranne che di senso dell’umorismo o di apertura a codici bizzarri. Mi sembra una cosa buffa in mezzo a un contesto molto blasonato e codificato. Una cosa fresca. Mio marito, accademico, mi riferisce di ritrovarsela ogni tanto nelle mail dei colleghi. E’ una cosa che mi fa simpatia – il che denota il mio personale atteggiamento sul tema; simpatizzo, zero avversione, ma coinvolgimento ammetto moderato. Se l’uso della schwa non dovesse diventare pervasivo, come ritengo probabile, la cosa per me non è un problema. Se lo dovesse diventare la cosa cambierebbe di poco la mia vita. 

La schwa, è un segno fonetico, che la linguista Vera Gheno ha proposto per il plurale e per cercare di introdurre una modifica ai nostri codici linguistici tale che rispettasse le identità di genere di tutti, e mettesse all’interno tutti. Personalmente mi fa simpatia non tanto per la mia disponibilità a empatizzare con chi non si riconosce nel sistema binario, anche se non nutro alcuna avversità, ma perché in effetti la trovo più calzante per quei contesti misti o a larga maggioranza femminile, per cui dovendo scrivere una mail a un gruppo dove ci sono, facciamo conto, tre uomini e sette donne, cari colleghi mi suona male. In effetti sul fatto che certi contesti pubblici decidano di utilizzarla in riferimento a comunità molto ampie, non mi crea un problema particolare, nè in direzione opposta affido alla schwa il compito di correggere il maschilismo di questo paese. 
La mia affezione alla causa è modesta. E ora che è stata fatta una petizione mi chiedo se non mi sarei dovuta incatenare davanti al parlamento per la quotidiana sodomizzazione del congiuntivo, a cui tutti assistiamo impotenti.

Non ho mai approfondito molto la linguistica, e i miei rudimenti non vanno molto oltre quello che mi è stato ripetuto in tutti i miei cicli scolastici fino all’università: che la lingua è un corpo vivo, che la lingua la fanno i parlanti, che esistono certamente delle codifiche di questi corpi vivi, ma che vanno incontro alle metamorfosi che la comunità impone.  Le parole che vengono dall’estero, gli slittamenti di significato, le graduali semplificazioni delle forme verbali, le metamorfosi che impongono i mutamenti storici, dalle guerre di conquista all’arrivo della televisione e perfino certi provvedimenti governativi che arrivano dall’alto – come la scelta francese di arginare le parole che vengono dall’estero. In questa mia sicuramente ignorante e grossolana visione, sicuramente contestabile, la schwa è una proposta culturale che attecchisce per un verso, ma che non penso possa andare molto oltre per un altro. Da un lato aggancia un cambiamento sociale macroscopico, di cui credo che vediamo solo gli albori, riguardo la flessibilità nell’interpretazione dei ruoli di genere, e dunque una maggior disponibilità mentale ad accogliere e tenere a mente interpretazioni del corpo sessuato fino a ieri considerate impensabili. Per fare un esempio: i giovani che hanno vinto Sanremo, la vetrina del nostro inconscio culturale, hanno cantato una bella canzone di amore omosessuale tra due maschi, dove uno dei due è dichiaratamente eterosessuale. L’eterosessuale che interpreta liberamente  una canzone con un omosessuale e che attraversa l’ipotesi di essere anche lui considerato omosessuale, è una novità di questa generazione, e solo dieci anni fa sarebbe stata incredibile. Ci poteva essere l’artista provocatoriamente bisessuale, ma era una cosa diversa. Rispetto all’appartenenza di genere, gli adolescenti sono molto più flessibili e instabili. – e la schwa parla la loro lingua di questo momento. Di contro, anche considerando che questo è un paese molto vecchio, e questi giovani sono molto pochi, al di la di un ristretto gruppo da sempre piuttosto sensibile al tema, che magari fino adesso usava gli asterischi al posto delle desinenze, può avere un discreto successo nella comunicazione scritta, ma nella comunicazione orale, arriva veramente troppo artificiale, il coinvolgimento dei parlanti è troppo modesto per, e insomma io onestamente dubito che sfondi. Richiede un’operazione mentale una forzatura della spontaneità del discorso che nel linguaggio parlato diventa difficile per la stragrande maggioranza della popolazione, e penso anche per gli stessi adolescenti. Per quel che mi è dato da capire, solitamente è la parola spontanea a diventare talmente abusata da conquistarsi una codifica nel linguaggio scritto, il contrario è piuttosto improbabile. E  anzi sarei stata ancora più pessimista, e forse sarebbe proprio sparita dal mio sguardo, se i detrattori della schwa non si fossero tanto tanto adoperati, con articoli di giornale, invettive, e ora addirittura una petizione, che hanno mosso in me più che un allarmato interesse per una prospettiva linguistica, un rinnovato interesse per la mia prospettiva professionale.

In questi signori, la schwa tocca una corda psichica, qualcosa di emotivo e di irrazionale. Si comportano in modo ridicolo e indecoroso.

La reazione ostile alla schwa è in larga parte maschile. E devo dire abbastanza curiosa. Per esempio nella mia bolla facebook, su 3000 e rotti contatti che ho, si e no la useranno in 5? 10? 10 lo dico per ottimismo – ne ho intercettati cinque fino adesso, e una è Vera Gheno. Ed è una bolla abitata da intellettuali di sinistra, diverse persone femministe, molte simpatizzanti eppure non la usa quasi nessuno. Piuttosto si parla della schwa per lo più per l’angoscia espressa da una serie di uomini negli articoli di giornale. Qualcuno dice, ed è una posizione interessante, non la uso, ma da quando c’è questo dibattito ho una maggiore attenzione alla identità delle persone a cui parlo, moltissimi non ne sentono la necessità. In ogni caso è una proposta che nessun potere obbliga a sposare, ed è dunque affidata alla psicologia dei parlanti. Una modifica delle prassi linguistiche può essere forse accademicamente discussa, ma di fatto è difficile governarla con i pareri, perché come spiegava quella faccenda della lingua viva, va per conto suo va con la vita dei parlanti, e con i dispositivi linguistici che mettono in campo, se diventerà decodificata nelle nostre grammatiche lo dirà il futuro, noi possiamo solo discettare su quanto è probabile e quanto non lo è, forse possiamo augurarci o non augurarci che abbia successo, ma da studiosi in particolare, tutto si può fare tranne una petizione: perché una petizione va nella direzione ostinata e contraria alla sociologia del linguaggio è come una manifestazione contro la pioggia.

Io dubito che Serianni, con mia delusione firmatario della petizione, o Barbero (minore delusione direi) o Cacciari (zero delusione oramai) ignorino la sociologia del linguaggio e anche l’attuale uso pratico della schwa. E penso che a tutti loro sia chiaro il fatto che l’uso di una desinenza inclusiva e neutra non inficia in nessun modo la loro identità di maschile singolare, o la mia identità di femminile singolare, o quella per dire di femminile plurale quando sono con delle mie colleghe. Se le identità sessuali dei soggetti singoli è quindi non attaccata da una desinenza generica, per quale motivo fare una petizione con anche un giudizio di valore sulla superficialità delle posizioni collegate all’uso della schwa? Se il movimento intorno alla schwa diviene una pandemia spontanea perché la schwa è la soluzione piccina di una tema sentito, come si fa a tacciarla di un giudizio di valore? Può l’intellettuale competente di processi culturali, condannare un movimento culturale nel complesso innocente, con lo strumento dell’indignazione che si riserva ai giulio regeni incarcerati, alla perdita di democrazia dei regimi totalitari, alla lotta agli armamenti? può l’intellettuale usare la sua posizione di storico delle idee per condannare politicamente un’idea innocua? Tuttalpiù inutile? Che non ha pericolosi precedenti? E non ha chi sa che tremende conseguenze?
Se non l’intelligenza, in questo mondo difficile – almeno il senso del pudore.
Invece firmano. 

Sono uscita dal femminismo attivo e rimango profondamente scomoda, per il modo di molte femministe di parlare degli uomini. Non ho mai creduto a certe polarizzazioni diffuse, e continuo a commerciarci con fatica. Ora mi confronto però con un manipolo di signori affermati, che se tanto si industriano per posizionarsi rispetto a un fenomeno marginale, evidentemente reagiscono emotivamente a qualcosa, che evidentemente era letto in un modo diverso da quello che credevamo noi. Il nostro buon giorno a tutti, era davvero inclusivo e privo di significanze, il nostro buon giorno a tutti era davvero un tutti quelli che ci volevano stare dentro, mentre il loro buongiorno a tutti, era invece quello che diceva un certo tipo di femministe, buon giorno a tutti maschi bianchi eterosessuali e tutti quegli altri indossassero l’etichetta in segno di subordinazione, di non rilevanza. Il loro buon giorno a tutti era il riverbero identitario non già dell’essere maschio tout court, ma della sua rilevanza sociale, e la schwa, la rivendicazione scioccherella e marginale diventa una cosa terribile – cos’ pericolosa per i poverini che hanno un disturbo neurologico (da sempre molto a cuore per buona parte di questi intellettuali, la cura dei disturbi neurologici come è noto ma anche le difficoltà nell’uso del linguaggio da parte loro si sa, sempre al centro del dibattito culturale)  ma soprattutto bisogna combatterla perché se dovesse avere successo potrebbe essere il sintomo del ridimensionamento del maschio come soggetto politico. Quella parola ridicola, patriarcato, che io per prima non uso mai manco sotto tortura, che a volte mi infastidisce per tanti motivi, mi va tirando per la giacchetta, mi dice, vedi che qualche volta torno a proposito, e dopo questa petizione, mi sa che per molte donne la schwa, che prima non era molto oltre che un paio di orecchini, forse potrebbe passare allo statuto di puntiglio politico. 

3 pensieri su “Sulla Schwa

  1. Grazie per questa bella riflessione. Fino ad ora non ero riuscita a capire perché alcuni si intestardissero così a criticare o combattere l’uso della schwa. Adesso è tutto un po’ più chiaro.

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  2. A questo riguardo, ho l’impressione che vi sia anche un’altra questione, forse di second’ordine o, meglio, di retrovia; seppur la legga come centrale (è cosa mia, soggettiva). L’impressione è che la riluttanza ad adoperare tale formula derivi da un bisogno di autonomia – e, se non proprio “bisogno”, dal desiderio di ribellarsi ad un ambiente altamente scolarizzato (nel senso inteso da Illich), il quale presenta contraddizioni ormai non più trascurabili. Contraddizioni etiche, perlopiù. Quella ribellione nasconde, in sé, una forte tensione, che si spiegherebbe con la necessità di trovare una corrispondenza tra i principi civili avanzati e le prassi: sbarazzarsi di uno dei numerosi strumenti che, così mi sembra sia percepito, apparirebbe sorto da un ristretto gruppo di intellettuali, i quali vorrebbero – giustamente, dal mio punto di vista – veder riconosciuta l’istanza di una emersione dell’entità femminile tramite l’elisione di una grammatica ambigua che riconduce, almeno in superficie, al maschile – seppur si dicano, nella grammatica, neutri, sbarazzarsi di ciò significa dichiarare, ancora una volta, la presenza di un sentimento che parla di resistenza non tanto alla Schwa in sé, bensì all’impostazione di una civiltà orientata a svolgersi in senso educativo e non ricettivo delle qualità già presenti. Forse manca, a livello pubblico, una compensazione, la quale renderebbe più agevole l’introduzione di civili usanze educative – dove, per compensazione, intendo appunto il riconoscimento delle qualità presenti all’interno di quell’organismo che si desidera far avanzare civicamente. Questa è una mia piccola impressione, che guarda ad uno soltanto dei molteplici aspetti della questione. Spero di aver contribuito positivamente al tuo articolo.

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  3. Io sono donna eppure trovo molto irritante anche io la schwa, e non perché tolga niente alla mia identità, ma semplicemente perché la schwa non è italiano. Serriani e D’Achille non penso che abbiano scritto l’editoriale o firmato la petizione perché si sentano minacciati in quanto maschi, piuttosto perché qualcosa che non è italiano è stato utilizzato in un documento ufficiale. Un documento giuridico che per definizione richiede chiarezza e trasparenza.
    Poi secondo me la petizione è stata scritta molto male e sinceramente non riesce a centrare il punto della polemica, ossia questo, che un documento giuridico richiede delle caratteristiche e che la schwa non è italiano.

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