Oggetti della democrazia psichica. Una riflessione su Putin come simbolo.

In un articolo che dovrebbe uscire quest’anno sull’umorismo in terapia, ho utilizzato la metafora della democrazia parlamentare per comprendere alcuni funzionamenti della vita psichica. E’ una metafora che uso spesso in terapia, soprattutto con persone maggiormente interessate al campo politico, e che ben restituisce l’idea di una compresenza di parti psichiche, ognuna delle quali persegue degli interessi suoi, ognuna delle quali ha una sua genealogia, un po’ come i nostri partiti. E’ una buona metafora perché aiuta a integrare tutte le parti interne anche quelle che per vari motivi sono responsabili di comportamenti patologici, e aiuta a capire perché sperare di affidare tutta la baracca a un solo partito genera una sorta di dittatura psichica, un fenomeno che in concretezza si traduce con il riproporsi di comportamenti identici in situazioni diverse, e che in quanto tali noi leggiamo come sintomi. 

Questi nostri partiti politici prendono forma nella nostra prima infanzia, e nelle relazioni con i genitori, con il mondo interno della madre o del padre, con le strategie che si adottano qualora questi genitori mettano in campo comportamenti che rendono il benessere complicato, e si foggiano in una fase della vita in cui il funzionamento del soggetto è ontologicamente diverso da quello del soggetto adulto. Nel bambino ancora non c’è la democrazia parlamentare delle parti psichiche per prendere le decisioni complesse, nel bambino specie prima dei sette/otto anni, il governo si basa sul benessere accanto a una figura di riferimento, e sul rassicurarsi che quella figura di riferimento stia bene, e sul ricevere dei beni primari nella propria sussistenza materiale e simbolica da questa o queste figure di riferimento. In quei primi anni di vita si formano i partiti storici della sua democrazia parlamentare. La vita porterà altre relazioni che avranno un ruolo prezioso portando punti di vista alternativi – è uno dei motivi per cui io, psicoanaliticamente – penso che poche cose sono protettive per i futuri adulti come il tempo prolungato alle scuole materne ed elementari. Perché mi accorgo se c’è qualcosa su cui posso lavorare nelle terapie con adulti per fronteggiare la dittatura di un partito storico che tiranneggia il presente mentale di una persona, sono le relazioni con delle figure alternative, una maestra elementare particolarmente capace, un docente che ha indovinato qualcosa. Perché quello che è un problema ricorrente è quando i grandi partiti storici della democrazia parlamentare sono domininati da meccanismi patologi, e istigano le persone a comportamenti disfuzionali, comportamenti cioè non tanto incongrui rispetto a una cornice culturale, ma soprattutto incongrui ai fini della democrazia parlamentare. E’ insomma questa una metafora molto produttiva, e probabilmente sarebbe molto divertente esplicitare in filigrana i tasselli della metafora con le teorie della psicologia evolutiva. Si potrebbe ragionare di come l’AAI  – l’adult Attacment interview per esempio riveli, sia la costruzione valoriale dei partiti politici legati alle grandi figure di attaccamento, sia la costruzione sintattica, il modo di parlare connesso a questo o a quel partito politico della psiche. Ci si potrebbe divertire con l’IRMAG di Ammanniti, a studiare la trasmissione intergenerazionale delle sintassi politiche da madre a figlia. Sarebbe molto divertente. Non particolarmente utile per la ricerca clinica, ma molto utile per il lavoro in stanza. 

n ogni caso, stante queste premesse sono molto affascinata dal fenomeno per cui certi politici, riescono a intestarsi un ruolo simbolico, e finiscono nei sogni e quando osservo il dibattito pubblico su queste figure pubbliche, ho in mente la questione delle democrazie parlamentari dei miei pazienti, il fatto che certi politici sono più sognati di altri, e penso a come vengono discussi ed emotivamente approcciati nel dibattito pubblico.  In questo momento storico poi noto che la mitopoiesi del personaggio pubblico ha molto più materiale per edificarsi nella testa dei singoli, perché quello stesso mutamento storico che ha travolto l’editoria e il modo di procurarsi le informazioni ha naturalmente influenzato anche la costruzione degli oggetti culturali. Noi prima avevamo alcune grandi agenzie culturali, che cone delle potenti pennellate costruivano il nostro immaginario, di cui poi noi discutevamo tra noi in contesti estranei a queste agenzie, ora queste agenzie – stampa, televisione – sono fortemente depotenziate – e noi siamo su internet, in un enorme contenitore dove ci sono pochi gradini e molto accessibili, dove circolano immagini e pareri, dove ci informiamo e scambiamo pareri – in circuiti dove l’emotivo si mischia con il competente.

Questa mescolanza di emotivo e competente che è confusivo nei social – ma va detto anche così caldo e fascinoso – incoraggia ancora di più l’innesto tra figure politiche e partiti della psiche, e mi fa leggere i modi di raccontare i personaggi pubblici, da un’angolazione particolare. Da questa angolazione io osservo la narrazione di Putin. Un leader politico che domina in Russia da molti anni, ma che solo con questo conflitto ucraino è entrato nel mirino del nostro sguardo psichico. Solo ora può accadere che gli italiani sognino Putin, al netto di più intense esperienze private, solo ora le persone parlano ovunque, quotidianamente di Putin. Uomo dei servizi segreti, fino adesso Putin è arrivato come un gerarca opaco, affondato in un paese percepito da sempre come altro, freddo, piuttosto lontano. Nell’immaginario culturale italiano, l’effetto serra non tocca la Russia che ha fermato l’esercito nazista, con il grande freddo, continua una percezione di piazze sterminate coperte di bianco, da cui arriva a torto ma quest’è una scarsa affettività, uno scomodo e noioso comunismo, una moderata affezione per le opinioni personali. Serpeggia l’interrogativo di cosa pensino i Russi di questa campagna militare, ma la grande e sterminata Russia, di cui pochi hanno letto gli struggenti romanzi, è percepita come una distesa silenziosa e mediamente raggirabile. Su questa distesa opaca di cui poco si sa, e poco spesso si vuole sapere regna questo Zar che pareva sbiadito, solo una volta vivacizzato dalle suggestioni pornografiche del nostro Trickster nazionale, Berlusconi, a volte sinistramente vivacizzato dalla notizia di qualche omicidio sospetto, che avrebbe dovuto far riflettere. A nessuno comunque è rimasto impresso il ritratto fedele che in Limonov Carrere ne ha fatto, e che in poche righe ne aveva restituito un patologico cinismo.

Ci esplode invece ora, questo Putin fascinoso nella sua opacità. Quando fa delle interviste è misurato, logico consapevole delle strategie militari e comunicative. Non è insomma un cretino, e non manifesta durante le interviste comportamenti gratuitamente aggressivi e sguaiati. Putin non fa Sgarbi, e manifesta un’aureo controllo su se stesso e su quello che fa. Per gli addetti ai lavori, qualora si dibattesse sulla sua salute mentale questo non dimostra affatto che non abbia delle diagnosi importanti, come in tanti invece ipotizziamo, ma esclude soltanto che non abbia un ritardo mentale oppure una psicosi conclamata. Però questo fatto che è cattivo ma tanto controllato e logico, che è freddo, che persegue i suoi interessi e organizza in un modo tutto sommato borderline la sua visione del mondo tra con lui e contro di lui, e quelli contro di lui dovranno schiattare in nome della strategia militare – questo mettere insieme elegante freddezza e promessa di morte, regala un’icona simbolica agli assetti mentali. Il partito delle tirannie paterne ha un nuovo leader.

A quel punto accade che, una volta che questo leader  1. Si fa  fotografare a un tavolo lunghissimo dove tutti gli altri stanno al polo opposto 2. Attacca militarmente e uccide scatenando un conflitto reale, con morti e feriti, abbiamo una nuova icona la cui caratteristica interessantissima è che non bisogna chiedergli niente. Sul piano di realtà questo, per altro, mi pare congruo. Perché Putin in effetti fa finta di ascoltare e non ascolta nessuno, sembra inabile al negoziato, io spero che ci sia qualcuno con lui che ragioni diversamente e probabilmente c’è – quella psicologia poteva e potrebbe seminare molta più morte di quanto fa e questo vuol dire che qualcosa lo trattiene – ma indubbiamente è uno che firma una tregua e due ore dopo bombarda i corridoi umanitari, è uno che sta chiacchierando da due settimane con primi ministri, servizi segreti di mezzo mondo, Zalnsky che di fatto promette cose, ma non si ferma, quindi insomma cosa chiedere a Putin sul piano di realtà? Non sa negoziare. 

Ma nel piano del dibattito pubblico e del dibattito psichico si gira intorno a questa cosa. Si chiede a Zalensky di arrendersi e si da per scontato che a Putin non è lecito dire che deve fermarsi, alcuni che si sentono molto saputi, non nascondo una fascinazione per questo male che amana freddezza, un po’ si vergognano della scarpa empatia che suscitano i morti. L’altro giorno, un ingegnere mi raccontava pieno di celeste ammirazione, della vignetta che aveva messo sul suo social, con putin piccino interrogato a geografia che rispondeva alla maestra: i confini della russia, sono dove li vuole lei. 
All’ingegnere la battuta piaceva, sentivo che celebrava una virilità vincente, un sapere quel che si vuole, una fallicità di antica memoria. Non provava, come me invece una reazione di disprezzo etico, la reazione di chi cioè ipotizza che lo scettro fallico della decisione lo devono avere anche quelli intorno, e se ti imponi sei una merda. Ho sentito nell’ammirata storiella dell’ingegnere, la funzione compensatoria che ha il ritratto di un narcisismo maligno. E questa funzione la riscontro qua e la a destra come sinistra quando tutti stanno a dire cosa deve fare Zalensy, cosa deve fare la nato, ma il cazzo di Putin mi raccomando, non lo deve discutere nessuno.
E’ cattivo? Pazienza.

Non so a cosa mi possa servire questa lunga dissertazione. Certamente me la tengo da parte per il mio lavoro in stanza. IA noi analisti ci aspettano molti Putin nei sogni dei nostri pazienti. Ma c’è qualcosa che dobbiamo fare per proteggere il nostro concetto di leadership di potere. Qualcosa nella celebrazione anche involontaria della sinistra cattiveria di Putin, mi parla anche di una svalutazione culturale di certi oggetti interni buoni che abbiamo, di cui forse è il momento di cominciare a essere orgogliosi. In fondo, questa nostra è una democrazia moderatamente giovane, con un esercizio al potere decisionale piuttosto recente. Siamo meno addestrati a essere soggetti politici di una Francia, o di un’Inghilterra. Eppure stiamo qui, e in fondo politicamente ce la stiamo cavando meglio di tanti altri, abbiamo delle risorse culturali, e un’idea di leadership che forse dovremmo cominciare a rivendicare. Questo abbaglio deve essere insomma un pochino regolato.

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