America Aborto e noi.

Quanto successo negli Stati Uniti in materia di aborto, per quanto sintomo di un funzionamento peculiare di quel contesto, e delle forze politiche in gioco, ci deve mettere in una posizione di allarme e di logica anticipatoria. Perché al di la degli eventi materiali, si tratta di un cambiamento che ha più a che fare, mi sembra, con alcune criticità del mondo occidentale, che con le specificità del contesto statunitense. Per quanto l’abolizione della sentenza Roe v. Vade che negli Stati Uniti sancisce che l’aborto non sarà più un diritto, sia una conseguenza della maggioranza numerica di una falange cristiana reazionaria all’interno della corte suprema, è interessante come il diritto all’aborto sia già attaccato in altri luoghi con altre legislazioni, per motivi moderatamente diversi. Per esempio in Italia, il numero di medici obbiettori sta salendo a tal punto che, nonostante la legge tuteli il diritto all’interruzione di gravidanza, in certe regioni del paese è davvero materialmente difficile poterlo portare a termine. Devi trovare un medico che te lo faccia.

La mia sensazione è che l’ostilità culturale all’aborto potrebbe aumentare ovunque, per motivi assolutamente indipendenti dalle tradizioni religiose e reazionarie di questo o quel contesto, le quali magari potranno tornare diciamo come vestito di appoggio, come pezza di tranquillizzante decodifica identitaria, a giustificare una posizione che lede così tanto e in modo che sappiamo così pericoloso, il diritto delle persone a scegliere della propria vita. Questi motivi per me vanno rintracciati nella crisi della natalità nel mondo occidentale, nel grave abbassamento delle nascite per ogni donna in occidente, il che mi sembra produrre – in termini di psicologia sociale, due conseguenze. La prima riguarda una percezione di estinzione di se, come soggetto culturale, come entità, come identità collettiva. Se c’è una cosa su cui le sinistre di ogni ordine e grado tengono ragioni razionali, ma falliscono interpretazioni psicologiche, è nel sottovalutare regolarmente l’importanza psicologica che ha per la propria percezione di se, per la propria sicurezza, la logica dell’appartenenza a un gruppo culturale. Per questo, l’argomentazione che altre popolazioni nel mondo continuano a fare fin troppi figli, per quanto attraente sul piano logico, non sarà mai molto interessante per molte persone occidentali, perché la maggioranza degli appartenenti a un gruppo culturale, mette sull’atto di procreare, la funzione simbolica, di riprodurre se stesso, il proprio mondo valoriale. Ne consegue, che il calo delle nascite produce uno stato di disagio, a cui il divieto dell’aborto fornisce la sensazione di un provvedimento riparativo, per nevrotico che sia.

In secondo luogo, più si abbassa il numero di bambini per famiglia, più quelli che si fanno ottengono una enorme valorizzazione, sono investiti di connotazione emotive fortissime, pochi bambini, sono pochi eredi, sono i pochi testimoni della nostra esistenza. Dunque non solo il bambino, ma il suo progetto, diviene qualcosa di sacro, e io credo che davvero  emotivamente davvero in buona fede ci siano molti medici che obbiettano perché davvero si sentono male all’idea di portare a termine un aborto. Ancora una volta: è razionale dire che quello è un feto e non un bambino, e potrebbe essere molto razionale dire che quella è una donna che chiede un diritto, ma l’obbiettore penso sia qualcuno che ha la possibilità di eludere qualcosa che ritiene autenticamente sgradevole.

Quindi quello che vedo è: un mondo che vede sciogliere se stesso, e che reagisce in modo nevrotico e convulso con provvedimenti iniqui quanto vani. Infatti, impedire l’aborto non risolverà di un grammo la crisi occidentale. Le donne che ne fanno richiesta non sono le responsabili del problema. Se proprio vogliamo cercare dei responsabili, siamo proprio noi maschi e femmine giudiziosamente iscritti nel reticolo della nostra contemporaneità, che facciamo figli in un giudizioso programma logico, quando i tempi sono maturi e il minimo sindacale dei soldi è disponibile e non corriamo rischi. Niente aborti, uno o due figli pro capite, fine della questione.

Io credo che si imponga dunque un ragionamento a più livelli.

Il primo riguarda lo statuto della gravidanza e della procreazione quanto meno nei modi in cui possano essere proposti nel dibattito pubblico.  La riflessione sull’aborto ci mette infatti davanti al complicato piano inclinato della generazione: quella cosa che si fa in due ma che porta avanti la donna, a suo beneficio e a suo pericolo. Dunque quella cosa che riguarda PER LA MAGGIOR PARTE la donna, ma per una PARTE PIUTTOSTO IMPORTANTE l’uomo. Lei il figlio lo fa materialmente, ma a farlo ci sono entrambi, padre e madre, ed entrambi investono psicologicamente sulla prole. Questa asimmetrica distribuzione del coinvolgimento materiale e della lettura simbolica della gravidanza, rende il dibattito complicatissimo, perché non si sa bene come gestire la quota di valore simbolico della partecipazione maschile, e perché l’asimmetria del potere dei corpi non aiuta gli uomini a rendersene conto per tempo. Per cui alla fine ci troviamo, con donne che dicono che la decisione è esclusivamente loro, e uomini – per altro spesso iscritti in posizione di potere – che vedono la propria prosecuzione totalmente in balia di qualcun altro. E magari uomini che fanno sesso in modo superficiale, che quindi sono in balia del proprio inconscio desiderio di procreare e poi quando quel desiderio inconscio si materializza, si scontrano con una parte di se con cui non avevano fatto i conti.  Alla fine, in ogni caso,  questo succede: se io constato che in quanto uomo non ci ho diritto alla prosecuzione della specie, sono estromesso da questa cosa e vedo che questa cosa è in pericolo io questo faccio, io controreagisco con i mezzi di cui dispongo, con il potere fallico delle istituzioni positive: attualmente la corte suprema, è composta da 6 uomini e 3 donne. 

Quindi quello su cui dovremmo riflettere in primo luogo è: per quanto l’attacco all’aborto venga da una aggressione di tratto maschilista, perché quell’asimmetria di coinvolgimento rimane un dato di realtà, io penso che la polarizzazione del tema in termini di conflitto tra i generi non giochi a favore delle donne, e di nessuno, generazione e sua interruzione riguarda la coppia, e il problema dell’aborto deve essere posto come problema della collettività prima che delle donne. Il fatto che la questione riguardi il corpo delle donne in prima istanza, non deve cioè far mettere fuori campo come illecito il parere maschile che si esprime in merito, e leggerlo solo come indebita reazione di potere è un autogol, perché quella reazione ha una radice profonda e quella radice abita la dove comincia il concepimento. 


Forse bisognerebbe anche pensare al benessere politico delle donne e delle madri, come una necessità collettiva e di politica collettiva, e non come una questione legata al partito di un genere. Per cui io osservo: un fronte reazionario, e poi un fronte composto da donne che difendono il loro diritto e uomini variamente rispettosi. Un passo indietro. Questa posizione collettiva e culturale, da una parte riconosce l’asimmetria reale del coinvolgimento del corpo nella gestazione, dall’altra crea un problema, perché ci si perde il fatto che le madri o non madri in questione sono anche – figlie, mogli, compagne, ma anche lavoratrici, ma anche contribuenti, ma anche fruitrici del pubblico servizio cioè parti del corpo sociale con cui gli uomini sono in relazione. Psicologicamente sottovalutare il loro benessere e i gravi problemi psichici e fisici che implicherebbe per loro l’impossibilità di ricorrere a un aborto legale rappresenta un movimento simbolico che tranquillizza il cittadino uomo sulla superficie, ma lo getta in una catena di conseguenze psicopatologiche di ampio spettro. Materialmente: hai una figlia, quella rimane incinta a 19 anni, vuole abortire, glielo impedisci, va ad abortire clandestinamente, si becca un’infezione. Tu padre tu fidanzato tu stato sei psicologicamente apparentato con quell’infezione. Ma stanno anche altre infinite circostanze che ti mettono a te uomo che stai facendo questa cosa alla donna del tuo gruppo sociale in una posizione psicologicamente comoda sul piano della coscienza immediata, e nella merda sul piano di una coscienza di secondo livello.

Giocare di anticipo su quello che è un fenomeno storico sociale di larga portata, vuol dire riformulare in tempo il dibattito pubblico sulla famiglia, sui ruoli nella coppia, sul gradiente di responsabilità delle parti, sul fatto che forse questa cosa della bassa natalità andrebbe presa un po’ sul serio, e che forse è arrivato il momento di smetterla di considerare certe questioni come di secondo ordine, perché di secondo ordine è culturalmente pensato tutto ciò che riguarda il campo degli affetti e delle relazioni. E quello che voglio dire ai più cattolici maschilisti e reazionari: se continuiamo a: smantellare servizi di salute pubblica, smantellare soldi alla scuola pubblica, a non mettere in campo asili nido, a non fornire aiuti pubblici alla famiglia che si forma, se continuiamo a raccontarci che la relazione è delle donne, e quindi sono fatti loro se l’anziano non può essere curato, se la madre ammazza il bambino in culla, e via di seguito, a voja a negare aborti. 
Il declino dell’occidente e della cristianità è comunque assicurato.

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Un pensiero su “America Aborto e noi.

  1. Grazie. Un sentito, profondo, immenso grazie per aver restituito complessità a questa situazione, e per averlo fatto in un modo così pulito e chiaro da essere comprensibile a chiunque.
    Grazie e ancora grazie.

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