un ricordo

 

 

(Il primo ricordo in cui ho capito qualcosa del mio mestiere, risale a molti anni fa, quando facevo un tirocinio in una clinica psichiatrica. Ero già laureata in filosofia, e mi stavo laureando in psicologia. Avevo concluso un primo ciclo di analisi e quindi tutte queste cose, più il corpo degli anni mi davano una credibilità in più rispetto ai miei colleghi tirocinanti, per cui mi fecero fare dei colloqui con alcuni pazienti ricoverati.C’era una signora che voleva parlare di pipì per tutta la seduta, c’era quello che aveva cominciato a fare uso di cocaina quando la moglie aveva sfornato il tredicesimo figlio, c’era la paziente poetessa e io facevo del mio grossolano meglio con ognuno di loro. Ho fatto moltissimi errori. Si fanno errori sulla pelle delle persone.

Poi un giorno mi misero davanti questa madre di ventisei anni, una venere secca e stralunata, madre di una bambina che aveva rischiato di far morire in contromano su una strada di grande scorrimento. Veniva nella stanza di latta e mattonelle con una vestaglietta a scacchi, le ciabatte, e il volto molto molto truccato, quasi una maschera di carnevale: con lunghe righe nere che attraversavano le tempie, e grandi macchie blu sopra gli occhi.Era entrata con abuso di psicofarmaci. Aveva tentato il suicidio.

Dottoressa, mi disse dopo qualche volta volta, ferma, lucida, rabbiosa. Mi mandano da lei, ma io mi voglio ammazzare ha capito? Io mi voglio ammazzare, e io lo farò qui, sa? Esco di qui e io mi ammazzo.E io le dissi: Lo faccia. Cara mia a me non importa.. Non mi importa perché secondo me è una scelta sua, sulla vita sua, e per quel che mi riguarda nessuno ha il diritto di dirle cosa deve farsene: stare in una vita brutta deve essere molto scomodo.

Mi ricordo che glielo dissi molto duramente, severamente, addirittura con una punta di sarcasmo. Come due persone che parlano tra pari quando la posta in gioco è alta, quasi in un’area di clandestina condivisione. Mi batteva il cuore fortissimo. E cercavo di dissimulare – con una recitazione che a posteriori ho considerato notevole – l’impulso di controllare il tavolo per rassicurarmi dell’assenza di coltelli, di cercare nella memoria che no in una clinica psichiatrica non troverà in bagno delle lamette.
Dissimulai la sensazione di giocare col fuoco.

Non mi ricordo molto della sua reazione, alla mia risposta. Credo che sia rimasta sostanzialmente inespressiva. Il ricordo di quel colloquio è tutto bruciato da quel momento, dal senso di sfida che avevo percepito, e di aggressione, e quella cosa incandescente e terribile che un po’ è manipolazione dell’altro, un po’ voglia di stupirlo, un po’ voglia di dominarlo, ma tutto tragedia e tutto morte. Era reduce da un TSO. Non è che parlasse proprio a vanvera.

La volta dopo, venne con il viso completamente struccato, normale. E con la volta dopo cominciò a raccontarmi dei sogni, e di uno stare al mondo davvero incomprensibile per tutti i suoi. Gli psichiatri mi fecero i complimenti, e credo di aver cominciato a lavorare anche per quella paziente – che purtroppo non potei continuare a vedere quando fu mandata a casa.

Sono spesso ritornata con la mente a questo episodio, chiedendomi esattamente cosa fosse successo. Sono una persona pavida, e non si può dire che la morte o il desiderio di morte non mi spaventino. Tuttavia intuitivamente dovevo aver capito che li la questione era una richiesta di presa in carico che forse fino ad allora non era avvenuta. E anche una sorta di messa alla prova. Ti metto sul tavolo le cose con cui combatto voglio proprio vedere che fai. Fui facilitata dalla patologia culturale per cui stiamo tutti a guardare film di morti assassini ma siamo terrorizzati dal qualche volta comprensibile desiderio di morte. Di contro, una cosa che mi ha sempre accompagnato da prima di allora è il senso di profonda costernazione per chi è in cattiva compagnia quando è con se stesso. Ho sempre avvertito la persecutorietà di questa cosa, l’angoscia che ne deriva, ancora oggi guardo certe vicende di chi resiste eroicamente con ammirazione, perché so com’è stare male, ma anche com’è comodo e agevole prendere un caffè con se stessi potendo dire ok che facciamo oggi? Quella persona mi stava dicendo. Anche tu mi manderai affanculo con tutte quelle moine sull’importanza della vita e della mia bambina? Oppure anche tu scapperai nelle solite domande del perché mi dice questa cosa? Uffa cazzo, mi diceva, io non mi sopporto più. Ecco cosa.
E io credo che l’alleanza terapeutica sia questo, uno ti dice – cazzo non mi sopporto più. L’altro dice, cazzo hai ragione. Vediamo che fare.

E se va tutto bene, torna senza la maschera di trucco. Oppure, si permette di posarla cinque minuti.)

Trump

L’immagine di Trump che firma, con altri sette signori dietro le spalle, il provvedimento per cui non sarebbero più stanziati i soldi per le associazioni che negli fuori degli USA garantiscono la possibilità di abortire alle donne prive in difficoltà – è un’immagine di notevole impatto emotivo e mediatico, riporta a dicotomie antiche – che per esempio la mia generazione non ha vissuto a lungo, come portato simbolico: la nostra complicata situazione sull’aborto anche in Italia ha oggi contorni completamente diversi e relativamente più evoluti. La radicalizzazione delle opinioni sulle questioni di genere infatti mutando l’organizzazione dei fronti, e se negli anni settanta il maschile si identificava con il reazionario e il femminile con il progressista, oggi abbiamo uomini che fanno del femminismo – come Lorenzo Gasparrini il cui lavoro è ora nelle librerie, e donne che fanno del maschilismo – tante: come Costanza Miriano lei anche sempre presente in libreria. La dannata questione dell’obbiezione di coscienza che impedisce a molti ginecologi di praticare l’aborto è una questione che non riguarda solo ginecologi uomini – anzi. Nel disastro di questa problematica è comunque un passo avanti, quanto meno nella direzione dell’onestà: il maschilismo è una posizione politica, un modo di desiderare un’organizzazione sociale, da secoli condivisa da uomini e donne. Il femminismo lo è altrettanto, e se prima era una proposta politica portata avanti solo da chi apparentemente sembrava trarne maggiore beneficio, è diventata presto un oggetto politico influente – per molti maschi, più rispondente alla situazione materiale della loro contemporaneità. Anche volendo non ci potrebbero stare con la moglie a casa perché i soldi non basterebbero – e portare i soldi è da sempre, la traduzione più materiale del potere – oggetto solitamente immateriale. Quando si riesce a lavorare tutt’e due, anche impieghi molto modesti e a basso salario, la questione dei soldi a casa di chi e come, diventa dirimente – cambia le politiche private.

L’immagine di Trump, apparentemente retrodata la questione in un contesto però postdatato rispetto a noi. Faccio notare per esempio, che secondo i dati eurostat riferiti al 2015 mentre in Italia le donne che lavoravano erano solo il 43 per cento – di tutti gli occupati, negli Stati Uniti si arrivava al 63 per cento. Una differenza di occupazione che dall’organizzazione economica dei nuclei familiari passa a una diversa organizzazione relazionale, ideologica, linguista sui rapporti di genere: come ognuno di voi avrà potuto toccare con mano qualora avesse avuto modo di conversare per più di dieci minuti con un americano in Italia. Naturalmente quei dati percentuali risentono come d’altra parte da noi nel nostro piccolo di forti differenze territoriali, e insomma ognuno ha il suo Sud, ma di fatto quel Sud è diverso dal nostro, è diventato un’altra cosa. In quel tipo di organizzazione politica – dove non ci si fanno troppi problemi sull’opportunità delle quote rosa, per fare un altro esempio e dove il cambiamento narrativo su maschilismo e femminismo di cui si diceva sopra è avvenuto ben prima di quanto capitasse a noi– Trump rappresenta una sorta di oggetto di lusso, per quanto io credo davvero pericoloso, un’iconografia che si avverte come moderatamente nociva perché attaccherà i cittadini di terza classe, non le donne nei villini di provincia, ma quelle dentro alle roulotte, non gli immigrati specializzati nelle fabbriche ma i poveri stronzi senza arte né parte, ed ebrei e omosessuali se saranno sfortunati si beccheranno qualche cazzotto e una macchina incendiata – ma se no se ne staranno nella consueta e ambigua posizione di una mezza cittadinanza, e il sogno della classe media potrà sempre dire che il loro dispiacere è una decorazione estetica, da radical chic – ai Mentana d’oltreoceano come per altro da sempre ai nostri, potrà sfuggire la questione imbarazzante del gay proletario. Ora siccome la crisi in America incalza e stante a quelle medesime statistiche la disoccupazione è scesa di diversi punti nell’intervallo dal 2004 al 2015, i puntelli simbolici per dire a tutti di essere americani della classe media, o di una borghesia piccina picciò ma pur sempre borghesia sono la strategia di una destra, che come sempre in simili circostanze starebbe nei guai. Se nella crisi non c’è trippa per liberali – almeno restringiamo il cerchio dell’identità e si lasciamo fuori, gli immigrati tutti, i froci e i giudei e donne palesemente squattrinate .icona mediatica di un dimenticato lumpenproletariato. La tradizione liberale illuminerà di folclore le sortite verso chi non è mai stato abbastanza wasp per essere preso in considerazione. E d’altra parte i loro tassi occupazionali rimangono ancora molto più alti dei nostri, con le donne americane che anzi continuano a lavorare tanto, mentre le italiane lavorano sempre di meno.  Trump è il leader per un paese di borghesi, altro che le stronzate che ci raccontiamo noi – mentre Grace Paley sembra lontana. Tuttavia, non sappiamo quanto questo giocare col fuoco dei lussi liberali tipo, conquiste esiziali come questa, costerà alle donne americane.

Di tutta questa questione dunque, si possono fare diverse letture, non così immediate: poche cose sono infatti funzionali al capitalismo come l’aborto, che potenzia le scelte, allarga per tutti lo spettro dei consumi, e potenzia la sostituzione delle relazioni con la merce: un maschilista reazionario come Horkheimer ci avrebbe scritto cose terribili sopra. E anzi mi ricordo lo sguardo severo con cui giudicava la semplice contraccezione in una delle ultime interviste che rilasciò – oh, correva il 1972, oggi Giulietta direbbe: eccomi Romeo, prendo la pillola e sono subito da te! E qualcosa di azzeccato lo intuiva – che chi fa il mio mestiere pure se favorevole alla 194 come è il mio caso, non può fare a meno di ignorare. Fatto sta che io credo che oggi molti uomini – altri no, ivi compresi molti di quelli che ne riconoscono la necessità giuridica – vadano assolutamente pazzi per l’aborto, lo adorino e quando dicono di essere tristi per il bambino che non nascerà – mentono. L’aborto dell’amante ha garantito la tranquillità di un matrimonio una volta, e il buon nome della famiglia un’altra, e certamente la possibilità di finire gli studi una terza. Ma soprattutto, siccome sono pur sempre i primi che ammazzano nelle andranghete, nelle pene di morte e nelle guerre, sono pure quelli che se proprio sono tristi davanti all’idea di morte, lo sono perché non possono decidere se darla loro.

L’umanità è imperfetta, e Karen Horney è una pioniera della psicoanalisi mai abbastanza valorizzata per aver intuito la profonda invidia che deve attraversare l’identità maschile di fronte al potere generativo della donna, il senso di smarrimento che pervade quando ci si accorge che l’unica lotta possibile all’immortalità è nel corpo di lei, e i due contributi saranno impari. LA gravidanza, è un potere di specie a cui qualsiasi esperienza individuale rimane subordinata – ma è anche un campo simbolico della propria identità che non ha eguali. Uomini e Donne nascono da una gravidanza, e questo rende il ventre femminile, vuoto oggetto di una ineludibile attenzione emotiva, canovaccio delle più disparate proiezioni simboliche, e anche grimaldello delle più diverse reazioni psicologiche. Non a caso, come sanno le persone che si occupano di violenza di genere – il momento in cui in una coppia cominciano le aggressioni e le percosse verso una compagna, combacia spesso con la prima gravidanza di lei.

Simmetricamente, esiste una vulnerabilità alla psicopatologia femminile, che fa mal tollerare il proprio potere generativo, e che decodifica con angoscia il passaggio alla genitorialità non solo di un bambino singolo ma, l’accesso a un ordine di senso che implica l’essere madre, un nuovo campo di decodifica e di lettura simbolica della realtà – che forse è lo stesso per cui certe volte mi chiedo è così lento l’ingresso delle donne nell’omicidio e nell’aggressione fisica: viene da sospettare che l’archetipo della madre viva nella donna ed esploda nella sua capacità generativa, per cui per la donna ogni altro può anche essere figlio. E’ il figlio di un’altra – è il sacro del vitale. Ma toccare questo piano in tutta la sua terribile potenza –terrorizza: io la madre terra? Ma che davvero? Non ce la faccio, voglio essere mezzo di questo potere,  vita e morte devono passare da me, ma non decise da me.
Viva Trump!

Dunque, l’immagine di Trump che firma il provvedimento antiabortista con una mandria di azzimati anfitrioni, aggancia cittadine e cittadini nella doppia mandata della lotta di classe – vi proteggo io siamo tutti borghesi! Non siete come quelli la che non contano niente e che per farci star tranquilli cercheremo di far crepare, e della vulnerabilità analitica della scarsa individuazione per – essere umani bisogna avere le palle avrebbe detto l’eroe di uno dei suoi film preferiti, e meno la gente ce l’ha per sostenere le responsabilità psichiche della genitorialità simbolica più andranno pazzi per l’immagine del leader carismatico, sessista cattivo, e che oltre tutto permette un viaggio regressivo nel dorato mondo dell’infanzia, dove si perdona con il gelato l’assenza di altruismo, dove papà ha buoni motivi per prendere a scudisciate chicchessia, anche se da grandi toccherà andar dall’analista. Vedremo quanto danni questa pigrizia esistenziale degli americani costerà, se gli anticorpi lasciati in giro da una tradizione etica e politica attiva culturalmente molto più che da noi, riusciranno a preservare l’organismo – loro. E per riflesso il nostro. L’America non è il mio paese, e non sono in grado di fare pronostici. So’ però che la nostra vulnerabilità a simili patologie è molto più alta, e i sintomi del contagio su un organismo sociale così arretrato potrebbero essere molto più eclatanti. Non so. Staremo a vedere.

Del padre, ma di altre cose anche

 

Ogni volta che uno psicologo si confronta con altre persone sui temi della genitorialità, arriva quasi infallibilmente l’esperienza di chi si è cimentato con una figura paterna deludente: vuoi perché il padre è stato assolutamente assente, latitante, o anche sparito completamente, vuoi perché invece è stato presente ma deleterio, cattivo, ostativo, proibitivo oppure francamente abusante. E invariabilmente viene proposta la fantasia e l’ipotesi per cui, specie le donne, si chiede – ma è davvero importante la figura paterna? Non se ne può fare a meno? E capita quella che dice, ah io senza padre sono cresciuta benissimo, oh io faccio da sola. E credo che in questo momento storico, questa questione del padre sia posta più all’ordine del giorno che in passato, per una generazione che è ancora figlia e nipote di una visione dei rapporti di coppia la cui impostazione prevedeva che i figli sono essenzialmente della madre, ma che simultaneamente è quella che si trova a vivere un modo di accudire i figli e di pensarli come fortemente condivisi, e della coppia.

La discussione sulla possibilità di adottare delle coppie omosessuali, o di fare dei figli mediante forme di fecondazione assistita, e ancora di più l’osservazione del funzionamento dei bambini in famiglie omogenitoriali – laddove c’è stata la possibilità di farne esperienza – ha contribuito a rendere intricato il dibattito, e ha costretto l’orizzonte psicologico, ancora una volta a ridiscutere le categorie che gli sono proprie, di capire dove fanno troppo affidamento a un funzionamento familiare largamente sperimentato è che è stato l’ideale platonico regolativo, di un mondo e di una serie di generazioni. D’altra parte questa esperienza si cortocircuita con quella di molte donne che alla fine hanno tirato su bambini da sole, senza che questi figli fossero poi come dire – statisticamente più nevrotici della media di quelli delle coppie tradizionali. Questa percezione materiale del reale, questo empirico confronto tra percorsi di vita, ha opposto alle categorie della psicologia, per non parlare di quelle della psicoanalisi, una ferma e disincantata resistenza.

La teorizzazione analitica infatti, osservando il funzionamento delle famiglie più armoniose, prevedeva grosso modo, che il desiderio della madre fosse in primo luogo quello di realizzarsi emotivamente nella relazione e nella procreazione, che questo faceva si – insieme alla differenza biologica che riguarda la natalità e l’allattamento – che la prima relazione fondante fosse quella della madre con il bambino, mentre il fatto che il padre compensasse la sua impossibilità a essere il primo attore della generazione con ambizioni professionali e lavorative lo rendeva adatto a essere quello che mantiene la famiglia, e allo stesso tempo che aiuta a condurre i figli fuori dalla relazione con il materno e verso il mondo. Il buon padre psicoanalitico cioè è uno che certo deve mantenere la famiglia, ma allo stesso tempo non deve mai abbandonare il cuore della vita relazionale a se stesso – per non impoverirsi e per non far mandare alla deriva della grave psicopatologia la madre con i suoi bambini che non riescono a emanciparsi dal fisiologico anello simbiotico della prima relazione.

Era un modello rigido, ma attenzione, di grande efficacia pragmatica. Il suo limite era la paradigmaticità per tutti, e la decisione culturale che avesse un potere diagnostico e sanzionatorio su gruppi familiari organizzati diversamente, e anche una sorta di dimensione problematizzante e nevrotizzante quando il sistema familiare e i suoi componenti avessero preso, strade come dire – eversive. Ma è ancora un ottimo modello largamente funzionante per molte persone, perché mette in campo e divide per ruoli alcune cose fondamentali che devono esserci nella crescita dei bambini. Ossia il contenimento e la risposta emotiva, l’elemento di unione incarnato dal femminile, e l’elemento di crescita e di trascendenza connotato dal maschile e dal paterno. In quel vecchio modello qualcuno tiene e qualcuno porta, qualcuno cura e qualcuno insegna. Quando funziona, semplicemente funziona. La gestione della cosa ha una giusta divisione di compiti e oneri – specie quando i figli sono numerosi. La prole numerosa rende la percenzione del materno più forte di se come ruolo e come competenza. La madre di cinque, sei sette figli, fa di mestiere la madre, e amministra un gruppo numeroso. Lo squilibrio identitario è molto meno violento o del tutto assente rispetto a una madre che di figli ne fa uno, oppure due.

Questo si diceva non protegge però i figli di coppie tradizionali dalla psicopatologia più di quanto accada ad altri nati in altre situazioni. L’emergere delle psicopatologie, o di vissuti problematici di vario ordine e grado, è il risultato di qualcosa di più sottile della medesima organizzazione di accudimento, ma ha a che fare con gli oggetti emotivi, e simbolici che un’associazione di adulti mette nelle mani psicologiche di un bambino. Questi oggetti devono avere a che fare con una capacità di contenimento emotivo, di inclusione e di grande affetto, e una capacità di trascendere, di andare fuori di scoprire e di conoscere. Unione e differenziazione, unione e differenziazione. E quindi, ci sono donne molto brave a fare entrambe le cose, e credo che ci possano essere coppie omogenitoriali che incarnino bene le due polarità, oppure, fatto spesso sottovalutato ma che può capitare coppie in cui alla fine, le due polarità sono a ruoli invertiti – con il maschile contenitivo il femminile invece che porta alla differenziazione.

Questo modo di intendere la cosa, ha una sua fluidità come delle aree di problematicità che non credo sia corretto eludere. Per esempio: la differenza biologica nell’esperienza del concepimento, e della cura dei primi mesi mette il maschile e il femminile in una zona non così facilmente interscambiabile, con cui il modello originario di famiglia trovava maggiore e semplificata aderenza. Ma ciò non toglie che in linea di massima, questo dato originario si inserisce in una cornice di simboli e fattori altrettanto importanti  quanto molteplici, che alle volte io penso possa essere sopravvalutato. Si tratta di qualcosa da tenere a mente, ma a cui dare come dire, un posto molto preciso. In ogni caso, da un punto di vista bioetico, non credo che qualsiasi posizione, e qualsiasi anche certezza clinica possa intervenire a priori sulla costruzione dei modelli familiari, ma solo a posteriori – per essere cioè a disposizione – quando emergano delle dimensioni problematiche. Ho sempre pensato che la procreazione e le sue modalità fosse qualcosa di anteriore al contratto sociale, che tuttalpiù si può servire dal contratto sociale, ma non può esserne davvero regolamentata. Non penso cioè che qualsiasi cosa dica di comprovato la psicologia possa essere considerato normativo per il diritto animale a riprodursi, anche se fossero chiare sempre e comunque delle possibili conseguenze negative.
La procreazione è un fatto ferino, anche quando si serve di macchine.

Piuttosto mi vengono in mente altre cose. La prima è una maggiore preoccupazione per la genitorialità single non perché astrattamente un uomo e una donna non possano essere capaci di assolvere entrambe le funzioni, ma perché indubbiamente è più difficile, vuole molto tempo ed energie, e perché in qualche caso la singletudine o l’abitare una relazione emotiva con un altro completamente latitante, può essere un indice di una difficoltà relazionale che potrebbe ricadere su un piccolo. Per cui ecco, nel paese dell’ideale per me sono sempre meglio due che uno. Due che sappiano cosa è il due sul viaggio di lungo corso. Due che essendo di già due, e si sono scelti a lungo, sanno il contenimento relazionale, e la gestione delle forze eversive.

La seconda cosa che mi sembra importante mettere in campo riguarda il diritto di ognuno al dominio narrativo ed esistenziale della sua storia, della sua grammatica, del materiale reale che la vita gli ha dato, il cui valore è scritto e con grande fatica e dispendio di lavoro psichico – modificabile. Su questa cosa spesso il parere delle donne e il parere degli addetti ai lavori si trova discorde, e molte donne ritengono che dipenda da un mero bias culturale, una adesione al potere del padre incondizionata per cui, anche se è stato un cattivo padre, abusante, o latitante, questo debba essere mantenuto nel campo esistenziale del figlio. Perché si dicono queste persone, se questo padre è così cattivo, dobbiamo dargli la possibilità di fare ancora del male? Perché perdonare? E la domanda è legittima e anche spiazzante, se si tengono bene in mente certe forme di violenza che raggelano.

Ma la questione per l’appunto non riguarda il modello culturale, ma il diritto a elaborare i propri contenuti fondanti, che non possono essere quanto meno agilmente e velocemente sostituiti.  Non abbiamo altro di altrettanto filosoficamente fondativo, di epistemologicamente rilevante che la storia della nostra genesi, e le persone che ci sono coinvolte. Tutto allora si può fare, ma il compito – talora ingrato, terribile e titanico, di dare un posto alla storia di una vita a chi ha picchiato, abusato, o dimenticato –è un diritto inalienabile. Quello che si può fare, è piuttosto essere intorno, essere e garantire tutte le risorse possibili qualora questo compito difficile capiti in sorte.

Con cosa risponde quando risponde, la psicoterapia psicodinamica?

Premessa.
Domenica 11 dicembre, è uscito sul Sole 24 ore un articolo di Alessandro Pagnini, sul numero anniversario di Psicoterapia e Scienze umane, dedicato allo stato attuale dell’arte della ricerca psicoanalitica. L’articolo è ben informato, misurato e in linea con ciò che oggi desideriamo dirci a proposito della ricerca psicoanalitica. Ossia che essa dialoga con le neuroscienze, che sta rispondendo alla domanda di prova di efficacia che le ha posto il momento storico, e che possiamo forse mettere da parte le sue istanze letterarie, filosofiche come parte ininfluente, secondarie sostanzialmente inutili.

E’ una posizione, questa di Pagnini, che spesso mi sono trovata a sottoscrivere e a rivendicare – almeno nella sua parte iniziale. È quella più urgente da mettere in campo nel dibattito pubblico, il quale ignora il gran numero di ricerche, analisi e metanaalisi che negli ultimi quarant’anni sono state portate avanti, tra molte difficoltà per dimostrare la ragionevole aspettativa di efficacia delle terapie di marca post freudiana. Come avverte Gabbard, in Psicoterapia Psicodinamica, queste ricerche sono per questo tipo di intervento clinico particolarmente ardue da portare avanti, soprattutto costose, perché richiedono per esempio un controllo sui pazienti e sul gruppo di controllo su tempi molto lunghi – le psicoterapie psicodinamiche sono psicoterapie che durano – e perché hanno una articolazione degli obbiettivi clinici diversa da quella che normalmente è nello sguardo delle psicoterapie di altri orientamenti – in primo luogo quello cognitivo comportamentale – più focalizzate su un sintomo. In questo secondo caso infatti, fare delle ricerca sull’efficacia dell’intervento clinico è relativamente più facile, rispetto cioè a interventi terapeutici che come scopo hanno il miglioramento del funzionamento globale, in cui vada ad includersi anche quel sintomo che era portato in prima battuta dal paziente.

Tuttavia, l’obbiettivo non era impossibile, gli Stati Uniti sono anche quel posto dove anche una questione del genere diventa un oggetto matematizzabile ed economicamente interessante, per esempio per le agenzie assicurative che si trovano a dover coprire i costi di psicoterapie di orientamento analitico, e quindi quelle ricerche sono state fatte e oggi, c’è una vasta bibliografia a farne testimonianza e il lavoro di alcuni accademici, a replicare questo tipo di ricerche nel contesto italiano.
Non abbiamo ancora una risposta definitiva, su questi argomenti – ma le risposte provvisorie sono favorevoli. Occuparmene non è ora materia di questo post, ma ci ritornerò a breve, e a chi fosse interessato rinvio ad alcuni lavori interessanti quello di Dazzi, Lingiardi e Colli, per l’appunto del 2006 – La ricerca in psicoterapia. Quello di De Coro e Andreassi per Carocci (con lo stesso titolo) , e per quanto nel dettaglio le conferme che vengono dalle neuroscienze e dal neuroimaging alle psicoterapie anche di orientamento psicodinamico Levy, Ablon, Kachele La psicoterapia psicodinamica basata sulla ricerca.

Qui invece mi interessa discutere quell’altra implicazione dell’articolo di Pagnini, quella con cui liquida con disinvoltura l’aspetto creativo e filosofico della pratica psicoterapeutica o più strettamente psicoanalitica. Nell’articolo si rifà soprattutto alla tradizione francese, alla storia lacaniana, ma a ben vedere le sue implicazioni possono essere allargate, in generale agli aspetti più idiosincratici, narrativi, soggettificati, e irriducibili della pratica clinica – quegli interventi di marca narrativa e mitopoietica che con estrema fatica la psicometria più recente ha cercato di includere nella ricerca. Pagnini attacca il contesto lacaniano, ma chi sa cosa direbbe della passione tutta junghiana per esempio dell’utilizzazione dei mitologemi in campo clinico o del famigerato quanto proficuo sul piano delle prassi concetto junghiano di inconscio collettivo– perché quello che conta sembra essere soltanto la capacità di rispondere alle prove di efficacia messe in campo dal contesto, senza interrogarsi sul come lo si fa, e sulla natura specifica di un intervento di cura che si avvale proprio di quel medium narrativo e soggettivo.
Questo tic mentale, che mette tra parentesi anche per intellettuali pregevoli, e seri studiosi aspetti idiosincratici della disciplina psicologica, ha una storia culturale.

In Italia infatti, più che in altri contesti – come per esempio quello nordamericano, ma anche forse quello sudamericano – la psicoanalisi è stata per molto tempo percepita, e per molto si è autopercepita, come un ‘istituzione culturale vicina al mondo delle elite intellettuali, o anzi di più – vicina al mondo degli artisti e degli scrittori, titolare di un sapere ineffabile e irriducibile che si sentiva persino alternativo rispetto alla codifica dei saperi di ambito accademico. C’era certamente dell’elitarismo in questo, c’era un discorso di classe in cui per un lungo periodo la psicoanalisi è stata imprigionata: perché era una cura dispendiosa per tempi e costi delle sedute che era adatta a un’utenza ora colta ora artistocratica che aveva gli strumenti per apprezzare le sofisticazioni di un sapere irriducibile, e che si sentiva rinfrancata narcisisticamente dall’implicito valore aggiunto che ha il compartecipare a un sistema linguistico esoterico, non matematizzabile, non falsificabile. Ciò che faceva imbestialire Popper era ciò che per molti rappresentava un cuscino e un balsamo – un cerotto, forse collusivo con certe patologie sociali. A certi pazienti la cui depressione si attacca come edera all’iconografia dell’irripetibile forse può far meglio un po’ di dozzinale democratica quanto sacrosanta banalità.
In questo senso, credo che l’istituzione della facoltà di psicologia, e tutte le altre conseguenze che la legge Ossicini ha avuto per la storia della psicoanalisi in Italia, come di tutti gli orientamenti psicoterapeutici di ispirazione psicodinamica è stata una benedizione. L’ingresso di molti psicoanalisti, o psicoterapeuti postfreudiani nell’accademia, insieme all’istituzione di un albo degli psicologi che normativizzasse l’accesso alla professione ha infatti avuto come effetto importante, oltre a quello di fornire un profilo professionale di terapeuta che desse delle importanti garanzie all’utenza, quello di mettere in contatto la psicologia dinamica con il mondo della ricerca scientifica. Il contesto italiano ha trovato una piattaforma di scambio operativo e intellettuale con altri contesti – in primo luogo quello nord americano, dove il commercio interno tra ricerca accademica, formazione analitica, lavoro con l’utenza, ricerca standardizzata sulla qualità e l’efficacia delle prestazioni cliniche è molto più avviato, e quella miscela di arte della psicoterapia e risposta alle istanze popperiane che è del mondo nord americano, è potuta arrivare sui nostri banchi di scuola.
Io, per fare un esempio, ho potuto studiare psicologia con quel mondo in classe.

Tuttavia mi sono resa conto, più che mai lavorando, che quella dimensione creativa e difficilmente riducibile, è una parte saliente del lavoro a cui non è bene rinunciare, e che anzi è giusto, e morale e democratico, ed eticamente prioritario considerare che qualsiasi paziente di qualsiasi estrazione sociale, storia personale, grado di istruzione e censo abbia il sacro diritto al crisma dell’originalità della sua vita intesa come romanzo, di una pratica di cura che sia una pratica narrativa, che lo faccia uscire da schemi grossolani di conformismi indotti, obbligati patologizzanti a loro volta. La dimensione narrattiva, filosofica, il gioco quasi squisitamente letterario del contesto clinico sono aspetti fondamentali della cura, e ineludibili, con buona pace di Pagnani. E’ il loro essere ineludibili che ha reso per altro titanico il lavoro di chi ha dovuto trovare stratagemmi psicometricamente affidabili nella ricerca sull’efficacia, e sono quegli aspetti i responsabili di un consistente dibattito sulla misurabilità degli strumenti adottati in terapia che ha portato a volumi, pubblicazioni, convegni. Anzi, per parte mia allo stato attuale dell’arte, il fatto che chi produca teorie sia spesso la stessa agenzia che poi si deve preoccupare di validarle sta nuocendo terribilmente alla crescita della disciplina, perché accorcia violentemente il raggio metaforico, la capacità di ambizione teorica, quella necessaria funzione mitopoietica che dovrebbe ancora avere il grande clinico. Le strettoie della ricerca standardizzata non fanno nascere un nuovo Freud, e manco una nuova Klein, e manco un nuovo Kernberg, ma solo piccole costellazioni di esperimenti replicabili, oppure grandi sforzi di validazione di qualcosa che era stato invece pensato senza preoccupazione. Ed è un problema, perché nella famosa stanza, noi clinici lavoriamo con quelle strutture narrative, con quel parco di metafore, e quando siamo bravi, se ci riusciamo dobbiamo fornirne di nuove, che si attaglino alla storia esistenziale del nostro paziente, il quale come dire – deve diventare un bravo di scrittore della propria vita, deve imparare nuove grammatiche, nuove sintassi.

Io per prima non ho molta simpatia per la tradizione lacaniana, ma per questioni di ordine strettamente tecnico e clinico, come per una sottile atmosfera di fondo che mi è estranea. Tuttavia non posso negare – per rimanere sull’esempio fornito da Pagnani – che certe costellazioni narrative del pensiero lacaniano sono un oggetto che ho ben presente quando lavoro, una grammatica possibile da mettere in campo quando il linguaggio del paziente o la sua storia me la dovessero rievocare. Nel mio chiamare in causa per esempio la jouissance quando tratto una paziente con un disturbo alimentare, ma potrei fare altri esempi afferenti ad altri contesti metaforici di scuola, quel vocabolario mi rimane utile. Così come altre soluzioni narrative, riflessioni peculiari di questo o quel campo possono entrare in scena, anche proveniente da contesti della psicoterapia estranei alla tradizione post freudiana o post junghiana che rappresentano il mio contesto. Per fare un altro esempio, io non credo che oggi ci possa essere un buon clinico che ignori il concetto di Doppio Legame.

Riassumendo quindi, il punto non è certamente mettere in secondo piano l’urgenza di rispondere alle domande di efficacia che legittimamente il contesto pone, ma includere nei mezzi con cui quell’efficacia sembra sempre di più poter essere garantita, quelle qualità inerenti alle logiche puramente discorsive, e narrative che sono le metafore e le ipotesi teoriche che le tradizioni di ricerca e di pensiero clinico propongono. Se no alla fine, quell’efficacia neanche si riesce a spiegare.

Un primo post confuso e junghiano sul sogno.

(Premessa. E’ da moltissimo tempo che desidero scrivere qualcosa sui sogni, per la verità da parecchio giro intorno a un libro sullo stile dei sogni, in relazione alla vita e alla personalità dei sognatori. Mi affascinano certe ricorrenze sullo stile onirico delle persone. Mi piacerebbe pure fare un lavoro sul mio modo di usare i sogni in terapia. Considerate allora questo, probabilmente disorganizzatissimo post, una serie di appunti preliminari a questo lavoro. Molto preliminari. )

La neurofisiologia del sogno e la sua funzione nell’economia psichica, sono ancora un argomento controverso in ambito neuroscientifico, ritrovandosi al centro di un dibattito che alla fine però poco intacca la prassi clinica di chi li utilizza. In ogni caso, tra le tante tesi –semplificando molto – quella che a me affascina di più è quella che considera la produzione onirica come una sorta di materiale di scarto dell’attività cerebrale, che potrebbe avere anche secondo alcuni, la funzione di mantenere un’economia gestibile dei sistemi di memoria e di apprendimento. E’ una tesi che mi piace, anche se è stata formulata da chi sperava di poterla usare per attaccare le modalità di lavoro dei clinici psicodinamici, quando invece può risultare quanto mai calzante. Lo scarto dell’attività cerebrale infatti potrebbe essere un oggetto assai prezioso per capire cosa si mangia il cervello durante il giorno, le sostanze emotive che compongono il suo sistema circolatorio, e da tutti gli scarti noi infatti ricostruiamo abitudini culture e identità. E un processo logico che raccontava bene per esempio in un racconto Marguerite Duras –in giornate intere fra gli alberi – dove una signora che frugava nella spazzatura ricostruiva le vite delle famiglie che l’avevano buttata – se c’erano carte di giocattoli indovinava dei bambini, e se trovava le bucce di molta frutta riconosceva il sintomo di un pranzo.

La stessa logica inversa, che usa gli scarti per la ricostruzione di contenuti positivi, la usiamo anche noi, quando facciamo come la magica suora di Foto di gruppo con signora – secondo esempio letterario, questa volta Heinrich Boll – che in base agli escrementi delle persone ne stabiliva moltissime cose: cosa avevano ingerito e il loro stato di salute, se una donna era incinta e se uno aveva un tumore. E quando noi portiamo le nostre cose a fare le analisi, ci avvantaggiamo della stessa logica.

Noi clinici dunque, lavoriamo con il sogno, considerandolo testimonianza del processo digestivo della vita psichica. In questo senso quanto il sogno ricorrente quanto l’incubo che si interrompe per un risveglio pieno di spavento, li possiamo leggere come la testimonianza di qualcosa di emotivamente difficile da digerire, da portare a termine, da metabolizzare. Qualcosa che si continua ad avere bisogno di assumere, che si ripropone nell’esperienza psichica, che è alla base di una dimensione problematica, e che non riesce a trovare elaborazioni successive.

Un altro modo empiricamente utile, per considerare il sogno, è leggerlo come il prodotto ultimo di un regista plenipotenziario. Un regista che ha risorse infinite e che non ha limiti di sorta alla scelta di sedi, oggetti, operazioni, attori e rappresentazioni possibili. Il nostro regista interno può non solo attingere a tutta l’esperienza mnestica di cui dispone il sognatore, ma in più alle bisogna si inventa pure oggetti che non esistono, e situazioni che violano bellamente le logiche del piano di coscienza. Questo suo costante pieno potere, deve farci diffidare da letture pedisseque e casuali dei nostri sogni – “ho sognato pino perché l’ho visto ieri” – perché avete presente quante migliaia di cose e persone avete visto ieri?
Se Pino è stato scelto dal regista plenipotenziario però, non è per la sua intrinseca importanza, ma per la sua capacità diciamo simbolica e allegorica. Pino è capace di incarnare qualcosa di importante che appartiene al sognatore, qualcosa di suo che per l’appunto deve essere affrontato e digerito – per questo, gli psicoterapeuti di orientamento dinamico usano tanto volentieri i sogni in terapia, perché quando il sogno viene portato in stanza, si lavora in due in quella digestione dell’esperienza emotiva e in qualche modo si aggiungono ingredienti. Ne deriverà una trasformazione dell’esperienza psichica. Quando un sogno rimane ricorrente in terapia, spesso e volentieri è segno che la decodifica ha mancato il bersaglio, e allora il problema si ripropone invariato. Quando si riesce a entrare in un circuito virtuoso con il sogno, l’esperienza onirica ha delle modificazioni – questo è molto bello e interessante.

Ora la decodifica simbolica del sogno varia teoricamente da scuola a scuola, ma io ho notato che con clinici di valore, che stimo – c’è spesso in ultima istanza una forte convergenza interpretativa. Incide il fatto che, il buon clinico ha un orecchio speciale per i modi di parlare degli oggetti del sogno che il paziente è sollecitato a esprimere, le associazioni, a capire quale risuona di una verità emotiva. Constato che c’è una sorta di primo livello interpretativo che rende le letture diverse da scuola a scuola, e un secondo livello in cui ci si avvicina: un po’ come una piccola sezione del Talmud, di cui parlava sempre volentieri Tedeschi, mio primo maestro – dove un piccolo ebreo andava da un collegio di rabbini a raccontare loro un sogno, e quelli rispondevano molte letture diverse, ma tutte secondo la Legge, erano vere. In ogni caso le letture sono indirizzate in un modo o nell’altro, e spesso i sognatori in terapia possono orientare la loro produzione onirica al linguaggio di scuola dell’analista – così come il mio modo di lavorare con i sogni è prevalentemente junghiano.
Nel mio modo di lavorare per esempio convivono letture degli oggetti simbolici legati all’esperienza del soggetto, con aspetti del sogno che appartengono alla storia simbolica degli oggetti rappresentati. Per questo una consistente cultura umanistica, antropologica, ma anche sociologica e massmediatica sono appannaggio importantissimo per capire i sogni in particolare alla maniera junghiana, perché da una parte c’è l’esperienza del sognatore, ma dall’altra il mondo sociale e valoriale da cui prende gli oggetti. Mentre per i canoni freudiani ortodossi, valgono in prima istanza le reazioni soggettive e le simbologie sessuali, nel contesto junghiano sognare per dire un tatuaggio, o una capra, vuol dire sognare anche il mondo culturale di cui sono simbolo, la tradizione in cui sono iscritti, le canzoni le poesie e i proverbi ritenere che nel mondo interno del soggetto quel vocabolario collettivo sia usato per parlare. Ma certo si possono anche sognare persone, che si sono incontrate nella vita, e che il regista del sogno decide essere la rappresentazione più adatta per interpretare un certo stato d’animo.

La questione è che il sognatore è uno che a fronte di questa illimitata disponibilità di mezzi rappresentativi però, ha la missione di rappresentare non il mondo esterno, ma il mondo interno. Il regista del sogno cioè è uno che lavora in termini allegorici utilizzando quello che l’esperienza cognitiva gli porta – non di rado attingendo a ambiti teoricamente disprezzati o non particolarmente valorizzati dal sognatore . In questo senso io sono affascinata dallo stile dei sognatori, e dalle loro evoluzioni. Io per esempio ho un sognare generalmente sotto tono, dove prevalgono sogni domestici di madre di famiglia – faccio la spesa, raccolgo cipolle, cose così e dove se proprio devo mettere un guizzo creativo, metto qualche attore della commedia americana in mezzo, in genere di tradizione ebraica. Ma ho avuto un paziente artista che faceva dei sogni di una bellezza incredibile, pezzi di Dalì fatti e finiti, e una indomita paziente molto graziosa e piacevole che ha per tutto il primo arco di terapia sognato efferati polizieschi di stampo americano, film di gangster. Questa curiosa tendenza del sogno potrebbe essere spiegata con il concetto di funzione compensatoria dell’attività onirica, che secondo Jung farebbe si che il sogno tenda sempre a valorizzare aspetti scotomizzati, surclassati e messi al latere dai principi di coscienza, allo scopo di farli reintegrare nella vita cosciente. La compensazione junghiana, si capisce meglio considerando l’idea di personalità di Jung, per cui a fronte di quattro funzioni fondamentali: intuizione/sensazione, pensiero/sentimento noi tendiamo ad avere una funzione più spiccata nel nostro modo di conoscere il mondo, che è compensata da quella opposta nell’esperienza inconscia.   Nel mio caso, che sul piano di coscienza sono un tipo molto intellettuale, portato alla speculazione e ai voli pindarici, la funzione compensatoria porta a mettere l’accento su questioni pù percettive, materiali, vitali dell’esperienza.
Fai la spesa, sta a pensà ai romanzi!

Se comunque si comincia a capire bene la lettura del sogno come attività inconscia che ha il compito di fotografare lo stato presente della realtà psichica di un sognatore, ci si può rispondere sulla loro eventuale capacità predittiva. Non è che naturalmente il sogno sia in grado di anticipare eventi di cui sul piano della coscienza si hanno poche informazioni, o comportamenti di altre persone o che. Il sogno non è un oggetto magico, e questo suo uso non riguarda l’esoterismo: ma il sogno dice spesso senza finzioni il proprio stato emotivo, le cose di cui ci siamo accorti e di cui non credevamo di esserci accorti. Un rapporto allenato con il proprio inconscio, raddrizza la barra del timone nella propria esperienza quotidiana, e io credo sia il più grande regalo che lascia una buona analisi una volta compiuta. Si ha a disposizione cioè una risorsa aggiuntiva, per capire come mai in un certo periodo siamo dispiaciuto, per capire cosa ci dispiace esattamente, nel nostro mondo intimo, di un certo insieme di circostanze.

 

Analista in rete. Secondo capitolo

 

 

Per capire meglio una serie di implicazioni che riguardano l’uso dei social e di internet da parte dello psicoterapeuta, e gli effetti che ha nelle sue relazioni sia con i potenziali pazienti che con quelli che sono già in terapia vorrei fare una serie di osservazioni preliminari che credo possano essere utili.
Possiamo considerare che con l’ingresso di internet nelle prassi relazionali quotidiane – in termini di psicologia sociale è intervenuto un terzo ruolo della rappresentazione soggettiva.

Tradizionalmente infatti noi eravamo abituati a ragionare opponendo la costellazione della identità primigenia di un individuo alle sue declinazioni di ruolo sociale. La sociologia ha espresso diversi costrutti intorno a questo tema – per esempio opponendo alla soggettività l’habitus, oppure riprendendo il concetto junghiano di persona, ossia della parte della personalità che un soggetto mostra al proprio contesto sociale. Gli psicoanalisti sono sempre stati tentati di considerare questa declinazione adattiva nei termini di una scelta nevrotica, individuando un triste bisogno che fa abdicare alle proprie caratteristiche primigenie in vista di un’accettazione emotiva che si sente come prioritaria e urgente. L’hanno fatto perché oggettivamente le modalità con cui si costruisce una persona che risponda ai valori sociali della propria contemporaneità risentono e anzi replicano le prime soluzioni adattive al primo ambiente sociale di riferimento di cui un soggetto dispone, che è il rapporto con i suoi genitori e più frequentemente in un sistema sesso genere tradizionale, con la figura materna – dietro questa sospettosa decodifica per esempio c’è il concetto winnicottiano di falso se. Tuttavia dal secondo novecento in poi è cambiato anche lo stile dello sguardo dei clinici, e nella ricerca si è cominciato a parlare in riferimento alle stesse dinamiche – di risorse e di affordances, di strategie apprese e che possono però essere utili a una buona qualità di vita. L’assunzione di un certo ruolo professionale quindi implica una percentuale di camaleontismo necessaria, non solo per la mera soddisfazione di una domanda sociale nei termini dello stereotipo professionale, ma anche perché il potenziare certe caratteristiche rispetto ad altre, aiuta a svolgere meglio quel certo lavoro che implica suoi specifici compiti.

Per la nostra professione di psicoterapeuti, e io parlo soprattutto per la mia famiglia professionale quella degli psicoanalisti e degli psicologi analisti, noi abbiamo avuto sempre a che fare con una prima polarità: la nostra soggettività di persone – estremamente variegata: analisti timidi, analisti audaci, analisti livorosi, analisti gentili, analisti materni e paterni, analisti con molto umorismo e analisti tetri come cimiteri, analisti vanitosissimi e analisti complessati e via discorrendo, e la nostra persona analitica con tutta la costellazione di necessità comportamentali che implica il nostro mestiere, e le richieste e proiezioni che ci mette sopra il nostro contesto sociale. Esiste cioè un carattere sociale dell’analista – uno stereotipo culturale che può essere in parte forzato da luoghi comuni, ma in parte si nutre di dati di realtà che sono realmente importanti. La persona analitica deve parlare relativamente poco, perché è pagato per ascoltare gli altri: se esso è di indole chiacchierona o silenziosa, dovrà comunque attestarsi su una zona di moderata occupazione dello spazio dialogico. In secondo luogo, per fare un altro esempio, per quanto la persona analitica possa avere grande affezione politica e ideologica per certi temi che gli sono cari e importanti per lui, sia che sia un appassionato combattente che un prudente osservatore, nella stanza d’analisi non potrà mettersi a pugnare con le idee del suo paziente come combatterebbe sul piano di realtà e quindi sempre nella zona psicologica del tipo osservatore dovrà mostrare di attestarsi. Oppure ancora: personalità particolarmente umorali o particolarmente egocentriche dovranno cercare di girare, nella stanza di terapia la manopola del loro carattere e limitarsi a usare le emozioni che provano per le esternazioni del paziente ai fini della terapia della cura. Il paziente infatti non è li per godersi lo spettacolo di una soggettività altrui e manco per cibarsi una pedagogia politica non richiesta, è li per risolvere dei problemi – e l’analisi del controtransfert serve a questo. Ulteriormente l’analista che come tratto di personalità è molto riservato, silenzioso, per sua natura poco accogliente e poco portato a fornire comunicazioni emotive, dovrà trovare un modo per far girare la manopola e mostrarsi capace di tutte queste cose, mostrare una sorta di quota minima di campo materno per facilitare il lungo lavoro del paziente.
E’ interessante constatare come in generale tutti siano portati a credere che il modo di essere di un analista in stanza corrisponda pedissequamente con la sua soggettività e si sottovaluti anche da persone colte e competenti la capacità di modulare il proprio arsenale caratteriale – grado di affettività mostrata, grado di estroversione, grado di umorismo etc – in vista di questo ruolo professionale. Di questa modulazione si rendono conto soltanto gli analisti che hanno attraversato una formazione analitica credo, perché sono i pochi che hanno potuto osservare uno psicoterapeuta nel suo quotidiano per esempio di didatta in una scuola, e nella stanza di analisi quando cioè è diventato il loro analista per un lavoro di formazione, o quando ha fatto il supervisore dei loro casi clinici. Loro o di un loro collega. Capita cioè di vedere per esempio didatti che a lezione risultano estremamente brillanti estremamente narcisisti, ed egocentrici e dire – mo’ questo ma come sarà in stanza, per poi scoprire quando si è in stanza, o quando ci è andato un nostro amico specializzando che invece è un analista silenzioso e gentilissimo. Per me almeno è stata una scoperta importante, che mi ha anche molto rassicurata sulla mia capacità di girare la manopola della mia esuberante personalità a mia volta.
Nell’opinione pubblica però questo scarto non c’è – magari astrattamente le persone sarebbero disposte a pensare che ci sono analisti con tante caratteristiche diverse, qualcuno legge qualche biografia dei più famosi e scopre cose interessanti, ma il pensiero condiviso è che il terapeuta è sempre silenzioso, partecipativo, osservatore, sagacissimo, controllato e spesso e volentieri – mesto.

 

A questo primo binomio si pone invece una terza identità che è quella della rete e che invece tendenzialmente, qualsiasi professione tu svolga, tende a chiedere alla tua personalità una modifica nella direzione opposta. Su internet soffia un vento che spinge alla rappresentazione dell’estroversione, per il semplice fatto strutturale che se stai silenzioso e non dici delle cose, non proponi contenuti non risulti sulla mappa. Tecnicamente un analista vecchia maniera seduto e silenzioso ad ascoltare può anche esserci, ed effettivamente c’è – mi pare che la maggior parte mantengono questa posizione – ma dalla rete non è avvertito. E anzi, anche la rete ha una sua rappresentazione culturale di leadership, premia certi comportamenti a discapito di altri, e la persona junghianamente parlando, che ha successo in rete è in un certo senso diametralmente opposta alla persona che è considerata socialmente idonea a fare il bravo terapeuta. La rete infatti vuole orizzontalità dei rapporti, linguaggio smart, produzione di lessico seduttivo e idee originali, chiede un’agilità privata e più intima delle vecchie distanze relazionali novecentesche – il lei in rete è ridicolo, la deferenza fuori luogo, si caldeggiano foto di bambini e cuoricini per l’anniversario di matrimonio. La rete inoltre incoraggia l’esposizione di affetti politici e ideologici, invoglia alla pugna e alla battaglia culturale. Di contro, scoraggia la narrazione esplicita di proprie aree problematiche: in rete raramente si narrano propri fallimenti, errori madornali, gaffes che incrinino la propria immagine pubblica.

Questo va incontro a certi processi cognitivi di cui si va discutendo anche con preoccupazione negli ultimi anni, perché si nota che l’uso della rete da parte di molte persone sospende qualsiasi senso critico e fa credere che qualsiasi cosa venga mostrata è una verità totale e non un’immagine parziale. Quando Spielberg si fece fotografare con un triceratopo tramortito sul set di jourassic park 5’000 animalisti americani insorsero perché si era fatto vedere con un animale morto alle spalle, spacciando per vera cioè una chiara finzione, oppure, altro esempio interessante – una giovane donna mi fece notare che, siccome aveva mostrato una foto di se incinta in rete qualcuno le aveva scritto nei commenti: ma allora hai fatto l’eterologa? Perché siccome non aveva mai parlato del suo compagno, le persone che avevano visto il suo profilo avevano dedotto che lei non avesse un compagno. La rete cioè produce questo processo cognitivo per cui si segmentano parti della vita di una persona che il soggetto propone come segmenti e li trasforma in tratti globali. Se ne deduce che, già le persone fanno fatica a capire che la modalità di stare in seduta di un analista è una sua funzione professionale che non necessariamente combacia con la sua struttura caratteriale – la rete può peggiorare la situazione ossia, può tendere a costruire una personalità superestroversa e smart e seduttiva intorno ai comportamenti manifestati dal singolo utente attivo, anche nel caso in cui faccia l’analista e portare le persone a dare per scontata che quella capacità di ascolto e relazione e modulazione di se siano lontane dal terapeuta letto su Facebook.

A questo punto quindi possiamo individuare due ordini di conseguenze negative ma soprattutto positive a saperle gestire. Il primo è relativo all’immagine dell’analista presso un pubblico di persone interessate alla psicologia, e ai suoi argomenti, quindi l’immagine professionale dell’analista a cui in un secondo momento si potrebbero rivolgere dei quesiti e una domanda di terapia. Il secondo riguarda la vasta serie di problemi ed effetti che la personalità analitica in rete dell’analista potrebbe provocare nelle terapie che sta seguendo. A questi due aspetti, dedicherò i prossimi due psichici post – il 3 e il 4 dell’Analista in rete.

 

Oh tempora o mores. Lo psicologo che scrive del corpo sociale.

 

Quando lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psicoanalista arriva a scrivere per un libro, per un giornale, più modestamente per un blog, ma capita anche nei dorati recinti delle riviste accademiche, arriva immancabilmente il momento in cui gli viene da applicare certe metafore del suo arsenale professionale alla realtà – scelta questa che gli da modo di illuminare fenomeni collettivi in una dimensione per la maggior parte delle persone insolita e interessante. Possiamo fornire tanti esempi di questa prassi: il primo e più noto è il caso di Recalcati che parla di eclissi del padre, per una somma intera di generazioni, di lui e di altri che hanno largamente indugiato nel concetto di patologia narcisistica della contemporaneità, ma non molto tempo addietro anche Pietro Barbetta parlava di società psicotica, e io stessa qualche anno fa, e reiteratamente o ho parlato di uso generalizzato e collettivo di meccanismi di difesa borderline nella società contemporanea – in un vecchissimo post dell’altro blog.
Le dinamiche producono questo tipo di scelta possono essere molteplici: da una parte c’è proprio una genuina seduzione intellettuale e un genuino senso di insight – ma sottotraccia possono esserci altre cose, tipo per esempio un rinforzo narcisistico asimmetrico che elicita una rappresentazione di se di potere – io so quello che voi non sapete, io vedo attraverso i corpi di cui voi vedete solo la superficie.

Io ci vedo soprattutto due ordini di rischi.
Il primo ordine riguarda la lettura di un contesto culturale e sociale come monolitico, non polisemico – costituito a sua volta da diverse microculture e microorganismi sociali, forme aggregative ed economiche diverse, con sistemi valoriali separati e non di rado spesso antagonisti tra loro. Per fare un esempio, sto leggendo un libro sulla tossicodipendenza di Zoja, un libro veramente molto bello su cui tornerò nascere non basta, in cui anche lui diceva una cosa generalizzata sulla società attuale che ha eluso il bildungsroman dell’eroe, la polarizzazione strutturante del duello, per sposare il concetto di nemico su grandi sistemi macropolitici – teoria su cui voglio tornare perché è in grande sintonia con la mia sulle difese arcaiche applicate nel pensiero politico. Però pensavo, si può applicare questa cosa anche in contesti culturali dove per esempio l’andrangheta fa ancora da padrona? Le società di stampo mafioso, le sacche sociali dove lo stato è patito come lontano e secondario e ancora vige un sistema di giustizia carnale e arcaico? Senza andare troppo lontano, io non sono sicura che in alcune borgate romane dimenticate da Dio e dagli uomini non vi siano epigoni del concetto di duello.

Sull’eclissi del padre c’è poi da ragionare. Perché anche qui esistono microculture diverse parcellizzate e organizzate molto diversamente, che danno luogo a sistemi familiari e valoriali molto distanti. Io probabilmente vengo da una famiglia che in linea transgenerazionale provocherebbe il collasso di Recalcati – aveva un lavoro di responsabilità già la mia bisnonna, a casa mia il logos ce l’hanno anche le madri senza nessuna emorragia del senso morale né di materno – ma se ci si sposta dallo sguardo di una certa media borghesia mediamente istruita e rispondente a certi canoni si dovrebbero vedere altre cose altri sistemi, altre organizzazioni. Io vedo per dire anzi, come la crisi vada rimandando a casa molte mie amiche madri e mogli, perché il femminile è sempre più vulnerabile e meno tutelato, e vecchie organizzazioni valoriali col logos di li, e l’eros di qua, siano tentate di ritornare impercettibilmente – oppure certe situazioni intermedie di grande incertezza e nervosismo.

Il secondo rischio, è che facendo questa operazione applicata sulla contemporaneità, si assuma impercettibilmente e involontariamente una posizione reazionaria e passatista. Oggi il padre è eclissato! Quanto si stava bene quando troneggiava! Oggi è l’età della psicosi! Invece prima guarda. Si assume un tono reprimendo e lamentoso, che forse ha alleanze con l’anagrafe – tutti invecchiamo, anche noi clinici e per tutti, anche per noi clinici si aprono distanze emotive con la contemporaneità che a un certo punto non è più la nostra linfa, la nostra attualità emotiva, essendo che è quella dei nostri figli e dei nostri nipoti. Non siamo più identificati con i valori del presente come ci succede a tutti quando si è ragazzi, siamo allontanati e quindi saggi per un verso, ma vecchi per un altro. Tra le maglie della reprimenda sociopsicoanalitica non di rado traluce il rimpianto per il mondo che ci ha generato e che ha prodotto la nostra infanzia e quella dei nostri padri, mondo che ci era epistemologicamente noto, familiare, intimo. E ci dimentichiamo di ricordare che era davvero un mondo altrettanto pieno di orrori, dove almeno lo stesso numero di oggi, ma fcredo molte più persone – campavano di merda.Un mondo che ha inventato due guerre mondiali, un mondo di abusi stupri e matrimoni riparatori, di persone che non richiedevano cure perché non avevano il diritto di essere persone.
Si potrebbe anzi fare un corposo saggio sulla psicodiagnostica del mondo che abbiamo lasciato, sulle patologie psichiatriche che creava, su cosa voleva dire, per usare Zoja (che però gli riconosco di essere molto attento e consapevole) abitare l’era del duello, o per continuare: l’era in cui se fai dieci bambini due morono e pazienza, per continuare l’era che tu donna schiava a letto e chiava, per continuare l’epoca del padre che o prendi il mestiere mio e fai la vita che dico io o se no crepa, per continuare l’epoca ma si questa figlia la do suora che una suora ci sta, devo continuare proprio?

Infine noi psicoterapeuti quando scriviamo applichiamo più volentieri certi difetti degli analisti giovani, che sono bravissimi a diagnosticare deficit e mancanze ed errori di contesti e ambienti familiari, ma a intravedere risorse e fattori evolutivi molto di meno. La diagnosi dell’eziogensi di un problema è certamente cosa molto utile, ma credo che in terapia individuare le risorse e premiarle sia altrettanto necessario. Questa cosa, di analizzare le risorse dei contesti culturali della contemporaneità e premiarle, noi clinici non la facciamo mai. Io pure, in dieci anni e spicci di sproloqui in rete, non mi ci sono mai cimentata. Non viene in mente, siamo sempre arrabbiati e dispiaciuti per qualcosa, scriviamo clinicamente di realtà sociale sempre quando la realtà sociale mostra una ferita, e forse ci sentiamo stupidi a parlare di risorse davanti il corpo sociale che sanguina. Eppure i medici pure questo fanno, incoraggiando in un modo o nell’altro gli organismi a reagire. Forse ogni tanto, sporadicamente, dovremmo cominciare a diagnosticare e incoraggiare le risorse sociali.

 

 

 

Lo psicologo analista che abita la rete.

 

Come sa chi mi segue da tanto tempo, ho avuto per un lunghissimo periodo un blog su cui scrivevo con uno pseudonimo. All’epoca non avevo una pagina Facebook, non scrivevo libri e quello era il contenitore totale di tutte i miei modi di scrivere, che sono effettivamente molto diversi tra loro. C’erano i post che si leggono anche qui, di psicologia soprattutto ,ma anche di letteratura o di analisi politica e c’erano anche le cose che oggi riverso con più disinvoltura sulla mia pagina Facebook, post umoristici, o post riferiti alla mia vita privata. C’erano anche post, come ci sono qui che mettevano in campo slabbrate vocazioni letterarie.
Quel blog mi portò fortuna e lavoro. Mi ha accompagnata nella mia crescita professionale di psicologa, e mi ha portato a pubblicare i due libri, a cui seguirà un terzo – previsto per l’anno prossimo. Quella miscela di alto e basso, romanesco e forbito, gioco letterario e gioco intellettuale, riflessione sulla clinica e uso della clinica per capire certe cose del mondo contemporaneo, mi fece ottenere – mio malgrado una credibilità. Fu un’esperienza curiosa – perché mi rendevo conto che sotto pseudonimo scrivevo molte più cose autentiche di quanto facessi col mio nome – dal momento che rispetto a certe agenzie culturali, in primo luogo la mia associazione analitica – nutrivo un timore reverenziale, e una forte idealizzazione, che ancora è in fase di smantellamento, direi che sono solo all’inizio.

Fatto sta, che quando accadde che, quella rivista che veniva dai miei contesti culturali, e se vogliamo di classe citò “l’articolo della psicologa Zauberei” io mi dissi che era arrivato il momento di scrivere in chiaro. Quindi aprii questo blog, pubblicai a nome mio, il secondo libro, che conteneva molte irriverenze e mescolamenti di linguaggio alto e basso, e inoltre nella mia pagina facebook non mi trattenni, e continuo a non farlo, dall’ usare il linguaggio in tutta la sua estensione linguistica – e quindi includendo nell’ordine: dialetto, turpiloquio, neologismi di mio conio, come vezzi passatisti nell’uso di termini desueti. L’unica cosa su cui ho dovuto mettere un potente freno è stata la divulgazione di elementi riguardanti la mia vita privata, racconti sulle persone che compongono la mia famiglia perché queste narrazioni, avrebbero compromesso il mio lavoro di psicoterapeuta – e la qualità delle sedute con i miei pazienti. Tuttavia, mi rendo conto che il gradiente di privato che nella pagina facebook circola, è più alto di quello di diversi colleghi, non di tutti – anche se è un privato che mi sento in linea di massima di controllare. Non ho timore a dire cose come “stasera pollo al curry” o “mi piacciono molto le scarpe”.

Ora sono passati due anni, e mi trovo nel complesso a mio agio nella mia scelta di lavoro. Io scrivo molto, è una modalità di digestione dell’esperienza da cui prescindo malvolentieri, e che nel mio caso si serve di un uso esteso della lingua che scavalca di molto la sintassi della produzione specialistica, e che afferisce a diversi usi possibili. Questo uso esteso della comunicazione, però comporta una serie di problemi e riguardano me moltissimo per questo desiderio – per lo più esaudito – di scrivere di ciò che desidero, ma che riguarda molto tutti i colleghi nella misura in cui internet e i social network hanno imposto una terza modalità di comunicazione rispetto alle due tradizionali e opposte tra loro quelle della colloquialità contrapposta alla comunicazione formalizzata – magari da un contesto professionale.
Cosa fare cioè con questo nuovo mondo comunicativo orizzontale e fluido, che implica la rete? E in cui si incuneano e ci si approvvigionano diverse figure professionali anche blasonate? Cosa deve fare lo psicologo con questo Facebook in cui è abitudine mostrare foto di figli piccoli, parlare di dolori privati, darsi del tu tra prestigiosi accademici, accorciare le consuete distanze di sicurezza che tanto hanno facilitato la prassi clinica ( e ostacolato però mi viene d’aggiungere, la sua accessibilità)?

Gli psicoterapeuti, e mi viene da dire anche a mio discapito, i migliori di essi – sono stati spesso, anche se non sempre, molto nascosti, poco propensi a usare la comunicazione mediatica, hanno scritto poco sui giornali, non si sono visti quasi mai in televisione o sulla stampa. Questo per diversi motivi. Il primo riguarda la difficoltà a imporre una comunicazione complessa in un dibattito pubblico che premia la semplificazione e la impone come norma editoriale. Agli analisti che collaborano con testate giornalistiche si chiedono poche battute e pochi avverbi, in nome di una facilità che modifica però geneticamente i commenti, e trasforma il clinico complesso in qualcosa che non vuole diventare. Non riuscendo a imporre le regole del gioco il clinico spesso desiste. In secondo luogo e questo anche per me rappresenta un problema per cui mi sono imposta dei limiti – lo psicoterapeuta che si fa molto vedere in pubblico, fa qualcosa alla terapia con i suoi pazienti, che lo possono vedere fuori della stanza, come un oggetto pubblico e condiviso. Io per esempio – anche se mi sembra ancora molto ridicolo il fatto che lo abbia comunicato alla mia casa editrice – ho fatto sapere che mai avrei promosso il mio libro in televisione. E’ estremamente improbabile che io arrivi ad avere quel genere di successo, però lo vivrei come un enorme tradimento nei confronti dei miei pazienti. Da un punto di vista tecnico poi, l’uscire molto dalla stanza d’analisi, porta al far uscire delle parti di se che emergono in maniera incontrollata e che se tornano nelle cose dette dai pazienti in terapia, possono essere degli elementi spuri che sporcano la comunicazione, che fanno fraintendere la narrazione del paziente. Non sono problemi gravissimi, ma possono rallentare il lavoro.

L’uscire in rete però, ha rispetto all’uscire nei tradizionali mezzi di comunicazione una serie di connotazioni radicalmente diverse, legate alla diversità del mezzo, che implicano diverso tipo di rischi e diverso tipo di vantaggi – questi ultimi, secondo me superiori.
In primo luogo la rete permette una scrittura libera, il che non vuol dire soltanto libera nella direzione della banalità e della reiterazione di un’offerta che saturi una domanda consolidata, ma anche nella direzione opposta ostinata e contraria della complessità, dell’astruseria, della divulgazione di concetti ostici, colti esoterici: perché la scrittura in rete è gratuita, la sua fruizione è altrettanto gratuita e si ha la preziosa possibilità di scrivere senza ossequiare le regole di un presunto target o di una presunta regola dell’editoria, questioni che hanno particolarmente avvelenato l’imprenditoria culturale italiana. Quindi finalmente lo psicoanalista che ha desiderio, come io lo ho avuto, di parlare di oggetti collettivi con la lente analitica e tutte le codifiche sofisticate del caso, può farlo, nessuno gli dirà che non vende, o che non è adatto a quel tipo di pubblico: metterà il suo articolo in rete, e chiunque farà una ricerca dell’argomento di cui parla lo troverà, e se il suo articolo esaudirà una serie di domande in modo soddisfacente, quell’autore avrà trovato qualcuno che lo seguirà. Ancora di più sono le possibilità di creazioni linguistiche che perforino e attraversino la scrittura di genere, o la scrittura saggistica o divulgativa. In questo senso, io ho largamente approfittato della rete, lavorando a una prosa che portasse dentro alla divulgazione della psicologia dinamica sperimentazioni linguistiche che le sono estranee, e penso che se questa prosa non avesse trovato il suo piccolo mercato qui, non avrebbe avuto diritto esistenziale per nessuna casa editrice – o almeno sospetto.

La possibilità di non osservare un canone, rappresenta però soprattutto per quel che riguarda l’uso dei social network e per quel che riguarda la mia professione o una trappola pericolosa o un complicato dispositivo da saper usare con perizia. L’assenza di contenitore infatti porta a esporre parti di se che il rigido formato della divulgazione tradizionale non permetteva con altrettanta facilità. L’assenza di informazioni sul privato degli psicoterapeuti, sulla loro dimensione quotidiana e umana (hanno figli? Non hanno figli? Sono sposati divorziati? Sono ricchi poveri ma anche, sono introversi estroversi permalosi? Hanno hobby passioni debolezze? E via di seguito nell’infinita curiosità dell’umano) è sempre stata percepita dal vasto pubblico come una scelta elitaria, oppure di una scelta per tutelare il prestigio, una scelta cioè assimilabile a quella di altri professionisti o figure genericamente di potere o di elite culturale. In realtà però è una cosa che protegge moltissimo la terapia, la quale vive della possibilità di essere un campo emotivamente caldo, dove però tutto quello che accade dentro deve avere quanto meno una provenienza tracciabile e meglio se questa provenienza è tutta dalle regioni del paziente, visto che quelle sono le regioni concimate da dispiaceri e problemi antichi. Siccome un modo consueto anche se non l’unico, dei pazienti di portare ritratti di queste zone concimate dal dispiacere è di attribuire all’analista anche in forma di fantasia e dubbio cose che invece non è detto che gli appartengano, va da se che meno i pazienti sanno del privato del terapeuta più il lavoro sarà facilitato. Ne consegue che l’esperienza sui social per un clinico può essere fonte quanto meno di complicazioni perché non solo il potenziale paziente può venire a conoscenza di aspetti del futuro terapeuta che potrebbero inquinare le sue comunicazioni, ma ciò può accadere anche con persone che gli sono vicine, e che potrebbero per i più diversi scopi – vantarsi di una conoscenza per esempio – dirgli delle cose private dell’analista.
Per questo ordine di inconvenienti io uso una serie di stratagemmi, il primo dei quali è precludere ai miei pazienti il contatto con me via facebook o altri social. Ma siccome non è escluso che arrivino richieste di terapia dalla rete stessa, è importante controllare i contenuti che si propongono e sapere di averli messi in un campo, perché potrebbero riverberare nella stanza d’analisi.

Tutto questo mi risulta fattibile anche per una questione di metodo nell’esercitare la professione. Tra i tanti modi di classificare gli psicoanalisti oggi, anche di area junghiana c’è la polarità che oppone un modello di clinica più vicina all’ortodossia freudiana e un modello di clinica più vicina al modello relazionale. Gli analisti che lavorano secondo il primo modello, per quanto possano aver tesaurizzato i moniti della ricerca recente, preferiscono mantenere un idea dell’analista come soggetto neutrale, più silenzioso, megafono di quanto il paziente dice e interpretante quello che il paziente dice. Questo tipo di analista non dirà mai niente di se, niente che non sia una lettura di quello che porta il paziente, e quanto il paziente dirà di lui sarà in primo luogo letto in termini di transfert. Gli analisti invece di area relazionale, pur avendo idee molto severe per quel che concerne il setting e la necessaria rigidità delle sue pareti, concepiscono la possibilità di comunicazioni che vengano persino dall’esperienza privata del terapeuta purchè sia naturalmente sporadica e si abbia anticipatamente almeno parziale contezza di quello che accadrà quando quel contenuto sarà introdotto e del perché lo si fa. Molti junghiani lavorano in questo modo e nella mia prima analisi con Gian Franco Tedeschi ho largamente beneficiato delle sue rare comunicazioni private – le sue Self Disclausure, per usare il termine tecnico. Le volte in cui i miei pazienti – cosa che è successa molto raramente – hanno portato oggetti miei che io ho deliberatamente lasciato cadere in rete – per esempio quando è morto mio padre, ho utilizzato quell’oggetto personale come se fosse una self discousure, e devo dire è stato sempre molto utile. E’ interessante constatare infatti che questi oggetti caduti nella rete, mai casualmente, non sono sempre colti, lo sono anzi raramente. La maggior parte dei pazienti ha giustamente pochissimo interesse per la vita del proprio analista- vengono per parlare di se, non do noi – e quando capita l’oggetto in mano, è utile alla terapia vedere come verrà maneggiato.

Probabilmente questa non è l’unica questione di metodo che il vivere attivamente la rete di uno psicoterapeuta attiva, ce ne sono anche altre. Per esempio la rete può amplificare e diciamo sustanziare processi di idealizzazione di chi ha nel suo interno un profilo largamente accessibile, perché l’idealizzazione e la gerarchizzazione di piccoli gruppi è nel suo microfunzionamento: chi vi scrive molto e magari ha una discreta affabilità affabulatoria unita a un bisogno di leadership o di generico ritorno narcisistico produrrà immediatamente un piccolo seguito, una costellazione di amici che però si percepiscono non di rado anche un po’ fan. E’ un gioco di ruolo, che con una certa lucidità può essere facilmente letto come tale, senza soffrire troppo o senza montarsi la testa. Io stessa ho il mio seguito e sono per dire, alllegramente il seguito di qualcun altro. Ma tutto questo innestato su una relazione professionale di aiuto è un altro oggetto semantico da studiare e vedere nella sua interezza, perché già di per se lo psicoterapeuta occupa una posizione asimmetrica, rispetto al paziente, nonostante le giuste riflessioni epistemologiche che la psicoanalisi relazionale ha portato in campo, riguardo l’interdipendenza dei soggetti che partecipano alla cura, e ai processi di cocostruizione di quando viene detto in terapia. L’analista è vissuto come: qualcuno che aiuta un altro e si fa pagare per questo, come quello che sa rispetto a quello che non sa – e tutte queste cose possono – anche se non accade sempre – essere estremizzate dal paziente che abbia paura di mettersi in gioco. E quindi, per dire, la larga presenza di un analista on line con tutto il seguito che implica può fortificare le resistenze alla cura, colludere con esse. Più esce un’analista meno esce il paziente, mi ha detto una volta una collega che stimo.
Anche questa cosa però per me, può essere vista e analizzata nel medesimo campo analitico, perché mi rimane la convinzione che, se un paziente sfrutta la notorietà del suo analista per non mettersi in gioco, l’oggetto importante è il perché lo fa, e il motivo che sfrutta andrà indagato sempre in virtù del perché lo fa.

Possono emergere dunque delle complicazioni che sono comunque arricchenti e utilizzabili. Tuttavia ci sono altri vantaggi che secondo me è importante non sottovalutare.
Una classe di vantaggi riguarda l’importanza di abitare un cambiamento di costume che modifica radicalmente le prassi quotidiane di routine e di comunicazione delle persone. Questo cambiamento va abitato da chi di mestiere si occupa di persone, secondo me, e non semplicemente studiato in maniera indiretta. E’ un po’ come la terapia, che non puoi fare a terzi se non l’hai prima di tutto esperita su te stesso, e non ti basterà mai leggere di terapie o vedere come viene fatta ad altri. Così è la vita della rete. Le persone che usano la rete hanno nuovo campi relazionali che modificano le loro vite – e portano per esempio queste modificazioni nelle stanze di cura. I loro rapporti familiari sono interessati pesantemente dall’avvento dei social network, e bisogna starci dentro e in sostanza viversi la modificazione dei propri per capire bene come si sentono loro quando per esempio un ex compagno non gli dice che si sta separando ma lo capiscono da cosa scrive su Facebook, o l’angoscia che provano quando il proprio figlio non da notizie di se su uotpsapp, ma per fortuna che c’è un modo di capire che ha letto il messaggio, per cui il figlio è vissuto come insensibile e ingrato magari ma è vivo e vegeto sulla via del ritorno.

Una seconda classe di vantaggi riguarda la divulgazione e l’accessibilità alla psicoterapia, sia intesa come oggetto complessivo connesso a un sapere che ha bisogno di essere divulgato perché se ne desideri l’applicazione – e quindi brutalmente perché gli psicologi abbiano da lavorare – sia intesa come possibilità di intervento per il singolo. Un uso accorto della rete, con una diciamo disinvoltura sorvegliata – permette la possibilità di farsi conoscere in maniera non mediata, non filtrata, ma controllabile principalmente da noi. E io credo che questa sia una cosa troppo urgente, oggi, perché ci si possa rinunciare, e se questo passa per l’esplorazione di modalità comunicative diverse, di una sintassi alternativa nella produzione di concetti, non è detto che questo sia un danno: mi sembra anzi un terzo vantaggio enorme, rispetto ai media tradizionali.

 

 

Quelle donne che attaccano altre donne: un post analitico.

Ogni volta che si discute dell’immagine delle donne, di quanto essa è parlata, contesa, simbolizzata, oggetto di sanzioni ed esaltazioni, e naturalmente aspramente criticata, se si deve vestire se non si deve vestire, se si deve scoprire se non si deve scoprire, se è troppo grassa o magra, rifatta o slabbrata, si pensa a queste donne come preliminarmente o parlate da se stesse o dai maschi, o dalla cultura maschile. Gli oggetti in campo sono cioè o l’autodeterminazione di lei, o la determinazione di lui. Sul modo delle donne di parlare delle altre donne, e specie del loro corpo – si discute invece poco. Rientra un po’ in un’idea trita della cultura condivisa da molte donne, per cui il femminile sembra destinato a essere oggetto parlato ma non parlante – ed è un paradosso perché invece, questi sono ambiti in cui le donne si esprimono moltissimo, non solo per cittadinanza politica ma anche per necessità psicologica, e come vedremo – non di rado nevrotica.

Le donne si giudicano infatti ben da prima dell’avvento dell’industria culturale, dei media, della rappresentazione mediatica. Sono state le prime, prima dei loro stessi uomini, a stabilire uno standard estetico a cui in caso devolvere una ossequiosa osservanza. E’ stato questo, sempre stato, il modo delle donne di abitare contesti politici e di classe – e rimane questo il modo privilegiato in società in cui le variazioni individuali sono ridotte per un verso, e l’espressione pubblica del femminile è ancora inibita per un altro. E infatti a ben vedere, se si tende l’orecchio nei contesti di provincia e nei piccoli paesi la sanzione del corpo femminile è pratica più frequente capillare e diffusa – un certo standard femminile, è la garanzia di una sopravvivenza sociale, e il poter ricoprire quello standard il vantaggio da pubblicizzare quando altre aree della percezione di se sembrano in difficoltà. Nei piccoli paesi, la sanzione della grassezza, dello charme erotico, o dell’eccentricità di una persona anziana con un cappello vistoso, è un balsamo per la propria trita banalità, per i sacrifici che ha costato l’osservanza di un canone condiviso, o addirittura, per quelle tristi vicende di donne che, si sbattono tutta la vita a fare le borghesucce con milfout, per poi ritrovarsi separate con prole. La critica del corpo delle donne da parte delle donne, è insomma spesso e volentieri un revanchismo da disgraziate.

Ma psicologicamente cosa c’è dietro?
Un po’ c’è l’intramontabile concetto che aveva ben spiegato Joan Riviere agli albori dell’emancipazione femminile, in un bellissimo saggio womenliness like masquerade, in cui la notoriamente arcigna, intellettuale, cattiva Joan spiega la necessità della coquetterie, anche per la più brillante delle intellettuali che deve essere si efficace intellettualmente ma sempre nell’ambito della compiacenza di un padre interno, proiettato sul proprio contesto culturale per lo più composto da padri. Alla donna non va di tradire questo padre interno, e la coquetterie è un modo per saturare un edipo che, secondo molte analiste freudiane, per le ragazze non si sorpasserebbe mai del tutto. Quando Joan parlava di coquetterie si riferiva a certe modalità di relazione complimentosa, a certi modi di fare per esempio vagamente infantilizzati, il broncio, certe movenze lolitesche, che blandiscono l’autorità e plachino il complesso edipico. Ma la convergenza di uno standard femminile può essere una sorta di masquerade, e le donne che la tradiscono, perché grasse perché eccentriche, perché si sono rifatte il seno, rappresentano quindi il suo tradimento, l’incarnazione delle parti di se puer, per dirla con Jung, le parti di se cioè che vogliono sovvertire l’ordine, sfidare il padre, che stanno appresso a una regola, la quale fossanche una triste nevrosi porta in ogni caso gli inconfondibili segni dell’anarchia e dell’eversione: preferisco mangiare che stare appresso a questa schiavitù della compiacenza. Seguo la legge del mio sistema difensivo.

In questa direzione quindi, una prima lettura dell’ostilità di certe donne ad altre donne, quando non obbediscono a uno standard estetico maggioritario si fonda sulla proiezione di parti di se secondarie vissute come lati ombra e quindi non accettate. Quando le donne che incarnano questi lati ombra fioriscono nel successo si sprecano gli strali intinti nell’invidia: qualche giorno fa leggevo su Facebook una donna che a proposito della candidata alla presidenza degli stati uniti, aveva i complimenti di suo marito ex presidente degli stati uniti che ricordava il magnetismo politico della sua giovinezza, e questa donna di fronte a questa immagine di sfolgorante successo, si sentiva psicologicamente in dovere di dire, beh ma del suo baricentro a terra non vogliamo parlare? Sarai pure cioè la donna più potente del mondo con il marito che è stato il più potente del mondo e celebra oggi il motivo per cui potresti essere la donna più potente del mondo, però sei cicciotta eh. Tiè tiè tiè.
Quando invece le donne ombra franano nell’insuccesso, o in vite semplicemente banali il sarcasmo non si contiene, e assistiamo alla imbarazzante fenomenologia del revanchismo nevrotico, che gode dell’insuccesso altrui, perché quell’insuccesso gli risulta rinfrancante, tranquillizzante. Lo spettacolo penoso della sanzione irridente delle donne sulle altre donne.

Una seconda lettura riguarda il complesso materno.
E’ interessante constatare come secondo molti, anche per esempio Athol Hughes, che su di lei ha scritto un sofisticato saggio, Joan Riviere aveva una avuto una madre molto poco accogliente, molto fredda e patogena. Senza un materno che nella fase preedipica costituisca una base sicura, la sfida edipica diviene più difficile da sostenere, la figlia non introietta sufficienti oggetti rassicuranti quegli oggetti che vengono dalla relazione con la madre, e nella sofferenza di questa mancanza starà incastrata nella coquetterie edipica per tutta la vita: donne che nascono con la vocazione delle amanti, che millantano quindi superiorità verso le mogli, che sacralizzano il maschile e devono attaccare tutte le altre che dovessero ricordare il corpo di una madre, il salto nel potere della maturità, il materno simbolizzato nel corpo per esempio più manifestamente vicino alla procreazione. A quel punto l’idolo è la ragazzina efebica, la propria eterna giovinezza proiettata, la donna esile e carina da ammirare, la potenziale madre, la donna che mettesse in secondo piano la seduzione rispetto ad altri obbiettivi esistenziali, spostati su un altro piano di vita è vissuta come nemica, come oggetto invidiato ma da disprezzare e da colpire.

Per molto tempo, e per qualcuno ancora, questa è stata considerata la psicologia delle donne, ed è la psicologia delle donne più ricorrente in sistemi sesso- genere in cui il potere pubblico è tutto maschile, il femminile è svalutato socialmente e questo si riverbera nella costruzione dei sistemi familiari, dove soltanto la produzione di una prole numerosa e il raggiungimento di un certo carisma matriarcale – che nelle società rurali è sempre esistito – offre una possibile alternativa. Ma è una radice psicologica che non può estinguersi del tutto, e che magari in certi contesti può essere socializzata e culturalizzata.

Un’ultima considerazione la vorrei fare sulle persone che vi entrano in relazione. Penso che in linea di massima la relazione durevole con questo tipo di persone abbia qualcosa di insalubre: perché o rafforza aspetti regressivi – o scoraggia aspetti individualizzati, oppure quand’anche attacchi aspetti nevrotici   – l’irrisione di una donna che per esempio si fa troppe plastiche o ha un problema di peso – mette in uno stato psicologico che impedisce qualsiasi evoluzione. Forse può far bene però a molte donne che mettono da parte la priorità seduttiva rispetto ad altro, a ricordare qualcosa di importante di se, che si sta sottovalutando, a cui non si riesce a stare dietro, e che la coquette con la sua lingua biforcuta sta indicando. Riuscire a integrare in un percorso individualizzato anche quegli aspetti della comunicazione erotica, o di appartenenza alle norme di un gruppo culturale – può avere una sua utilità.

Non solo Orlando

 

Premessa.
Orlando è l’ultima strage commessa in America, avvenuta come prima conseguenza della libera vendita di armi a chiunque, anche prescindendo dal suo stato mentale. Questa volta l’assassino di molte persone aveva come obbiettivo il mondo omosessuale, mondo interno dell’assassino prima che esterno, altre volte erano per esempio dei bambini, anche li forse un bambino interno da colpire. Le varie stragi degli Stati Uniti hanno in comune quindi oltre alla scandalosa facilità di esecuzione, anche una diagnosi psichiatrica importante dove, credo invariabilmente, compare un disturbo di personalità piuttosto grave, vicino cioè al versante psicotico.

A proposito di questo ultimo attentato, Isis ha rivendicato una paternità, una relazione. L’uomo era un immigrato di seconda generazione, nel cui computer sono state trovate immagini di esecuzioni Isis e si vanno cercando tracce di un contatto più consistente – non è detto che se ne trovino. La psicopatologia grave, in questa come nelle circostanze europee fa il gioco di Isis, e se l’intercettazione di persone vulnerabili allo charme demoniaco della sua campagna mediatica riesce bene grazie a situazioni psichiatricamente rilevanti, le miscele esplosive di quelle stesse situazioni psichiatrice con le problematiche del territorio, permette anche al terrorismo di marca medioorientale di lasciar fare quello che altri fanno per se, per poi metterci la bandierina dopo.

Ora, per quanto da Utoya, a Parigi a Orlando, passando per stragi agganciate o sganciate dal terrorismo ci sia sempre una diagnosi psichiatrica rilevante –  per altro in una rosa ristretta e di possibilità ricorrenti – la reazione dell’opinione pubblica e del pubblico dibattito è : ok era matto ma ce l’aveva con. Oppure: Ok era matto ma ci sono le armi, ok era matto ma la cultura ha molto contribuito…. Ok era matto cioè, è un modo di leggere la notizia del patologia psichiatrica grave come un dato quasi deludente, da mettere tra parentesi per diversi motivi. Matto è una categoria generica, labile ma al contempo percepita come assolutoria e quindi frustrante, sacralizzata dall’alone della vittima perciò intoccabile. A dire matto vuol dire che non si può punire, ma siccome di cosa fa la psicologia applicata o la psichiatria non si sa niente e manco ci si vuol pensare, a matto si collega anche una impossibilità di azione. Meglio invece concentrarsi su tutte le cose, che poi di solito esistono per davvero e hanno una corresponsabilità nella causalità dell’azione. Nel caso di Orlando il problema è l’omofobia, per altro molto di più l’omofobia occidentale che quella di marca islamica, perché l’assassino in occidente è cresciuto e il suo controverso rapporto con la sua identità in occidente è maturato. Occuparsi dell’omofobia è una cosa giusta, con o senza Orlando, come del resto occuparsi di un regime così scelleratamente irresponsabile da dare le armi a chicchessia è cosa buona e giusta, con o senza Orlando.
Ma io, che di mestiere sono psicologa, non posso fare a meno di far notare: guardate come per ogni strage emerga una diagnosi importante, guardatelo questo fatto! E’ un’informazione utile, utile per la prevenzione e per un intervento tempestivo, molto più di quanto si possa sospettare.

Cosa dobbiamo guardare?

La diagnosi psichiatrica, con le sue etichette di massima, è un sistema geometrico particolarmente ostico perché si pensa che non riesca a contenere la variabilità umana. In effetti quando si avvia una psicoterapia, della eventuale diagnosi di partenza ci si fa ben poco, dovendosi invece addentrare nel romanzo esistenziale di ognuno. E questa insufficienza a coprire la realtà da parte della psichiatria è anche una bella cosa, è la garanzia della nostra varietà e forse della nostra libertà. Tuttavia, la verità antipatica a cui non ci piace pensare, è che, proprio al contrario di quel che sosteneva Tolstoij, non è affatto l’infelicità a renderci originali, ma la felicità: più la psiche soffre, meno risorse ha, meno è originale, e quindi al momento della diagnosi le infelicità sono facilmente raggruppabili in etichette, perché le risorse sono poche  e sono sempre le stesse.  Quindi in fase di screening e interventi di pubblica utilità si le diagnosi hanno una gran ragione d’essere, essendo gli aspetti individualizzati e più sani a rendere le persone diverse, a colorire in maniera soggettificata le diverse sofferenze. Ma più si scende nella gravità e più le diagnosi sono fattibili, o riguardano dibattiti su questioni molto sottili.

Non ho incontrato nessuno di questi assassini di persona. Mi pare di capire però che sono tutti collocati in un disturbo di personalità a basso funzionamento, a cui si possono unire altre cose, come un delirio psicotico, una struttura paranoide, fino a un’organizzazione antisociale. Vuol dire che si tratta di persone che funzionano bene sotto il profilo della programmazione materiale delle azioni, che non si comportano nel quotidiano in maniera davvero incongrua, ma che hanno un problema consistente nella gestione delle emozioni, di sentimenti persecutori e ossessivi. In queste diagnosi prevalgono meccanismi di difesa arcaici, e spesso si accompagnano a deliri persecutori, paranoie di vario ordine e grado. Nel caso di Breivik non a caso, il dibattito fu tra clinici che sostenevano una diagnosi borderline con tratti psicotici, e psicosi vera e propria. La cosa fondamentale è che queste persone hanno una struttura che funziona in un certo modo e che cerca un oggetto, il che vuol dire che non è l’oggetto a formare la struttura: l’omofobia è cioè l’oggetto scelto, a Orlando, ma non è l’omofobia ad aver costruito il pensiero di chi ha compiuto la strage di Orlando. Il che implica sostanzialmente che quel dna, e quella storia familiare, in assenza di contesto omofobico avrebbero facilmente prodotto l’assassino di qualcuno che non è omosessuale.
Ma comunque un assassino.

Quindi forse, dovremmo spostarci sulla semplice constatazione a posteriori di è matto ok ma, e intervenire preventivamente a tutti livelli, sia per evitare che si strutturino diagnosi così pericolose, sia per intercettarle quando ancora si può intervenire con relativo maggior successo, sia per prevenire il rischio di episodi pericolosi. Diagnosi così per esempio in preadolescenza mostrano più di una spia.  Per fare un esempio.  Questo va detto, non solo in relazione a stragi di così vasta portata, ma anche di morti singole – che hanno la loro drammaticità: i nostri femminicidi per esempio spesso se non sempre hanno una storia di disturbo di personalità, ma anche i nostri infanticidi. Il che naturalmente non ci esime dal dovere di fare delle sacrosante battaglie per ottenere ciò che è giusto o necessario, per esempio combattere l’omofobia o qualsiasi altra cosa. Ma credo che bisognerebbe utilizzare i saperi psi – psichiatria, psicologia, psicologia dinamica – in un modo politico e collettivo, più di quanto si faccia.
(E perché non si fa? È un altro post)