Note su “Open” di Agassi

 

Dunque. Ho finito di leggere ora Open, di Andrè Agassi. Un libro che mi è piaciuto molto, che ho trovato nel complesso onesto, anche nei difetti e nelle ingenuità. Mi ha permesso di fare una gita su Marte, cioè presso vite contesti e logiche che mi sono del tutto estranee. Dai, lo facciamo? Pare dire ogni tanto Agassi alla moglie Steffi Graf, e lei fa la ritrosa no, non so se ci ho voglia, dai ti prego fai lui più eccitato – e vanno a giocare a tennis (con mio sgomento). Tuttavia, essendo il racconto di una vita che mette insieme episodi e riti salienti con risultati e modi di ragionare, mettendo sul tavolo piccole e grandi criticità di chi scrive, al di la di certi passaggi secondo me genuinamente efficaci sul piano narrativo e poetico, genuinamente ben rinarrati, è un libro che spiega molto bene come certe vicende portano a certi funzionamenti psicologici, e a certe gravi difficoltà. Open, a mio giudizio è fondamentalmente un ottimo caso clinico, e anche devo dire un grande esempio di cosa si può fare nella vita per raddrizzare un esordio così infelice. Offre lo spunto per molte riflessioni che ora voglio mettere qui, spero in un ordine non troppo sconclusionato.

 

La biografia di Agassi ha colpito molto per esempio, per quello che racconta della disciplina paterna nell’educarlo al tennis. Questa cosa della grande disciplina precoce, è una variabile frequente presso le elite di molte competenze sportive e non. C’è anche nella danza per esempio, e tra i virtuosi della musica. C’è in questo una ragione credo neurofisiologica: la stessa per cui non puoi diventare un gran campione se accedi a una disciplina relativamente tardi tipo che so – 13 anni. L’uso del corpo in un certo modo, il funzionamento neurologico che gli corrisponde, è una cosa che si sviluppa col corpo: lo sportivo che ha cominciato presto a correre, o a giocare è uno cioè che ha una mappatura sinaptica tutta sua, diversa da chi nella prima infanzia ha sviluppato altre competenze. Perché questa cosa succeda, il meccanismo mente corpo deve essere sollecitato a una richiesta costante e martellante. Può non piacerci tanto, non penso che lo farei volentieri ai miei figli, ma è decisamente coerente con i valori del nostro contesto culturale e almeno in astratto non è un comportamento che produce risultati gravemente patologici. Se per esempio il genitore invasato dallo sport intercetta o si orchestra con la prole – o passa naturalmente il testimone (nell’ambito della musica capita davvero molto spesso – pensate alle stirpi di musicisti) anche insistendo molto sulla disciplina potrà essere severo, magari nevrotico, magari nevrotizzante – ma credo che ci sia un modo di esigere nevroticamente questo meglio facendo dei danni di medio raggio. Cioè facendo del futuro campione una persona con delle problematiche ma che per esempio si senta amata, in diritto di essere amata e in diritto di vincere.

Ma il problema del padre di Agassi è che non si limitava a imporre precocemente un’attività – ma di usare il bambino per delle ambivalenze mortali, un uso borderline dell’infanzia che avrebbe meritato l’intervento forzato di qualcuno. Tutti si sono tanto impressionati della macchina spara palle che Mike Agassi si è inventato, io ho pensato invece che razza di padre è uno che al figlio bimbo dice cose come hai un ferro di cavallo su per il culo, oppure simula un suicidio per risolvere il mal di schiena poi il figlio accorre terrorizzato e quello lo piglia a parolacce. Anzi, se volevate sapere cos’è un trauma è esattamente questo. E solo questo ultimo racconto della abitudine del padre di Agassi di appendersi a una cappio al collo per risolvere il mal di schiena meriterebbe un articolo a se. Io padre, abitato da una grave depressione e da un’ossessione di morte la insceno per esorcizzarla, per esorcizzarla tratto anche malissimo te, figlio mio che devi essere erede dei miei sogni di integrazione e riscatto di corpo e di classe (come è più borghese il tennis della box! Come è più genuinamente ariano e occidentale!) e quando tu mi credi, e accorri a me terrorizzato pensando che io mi stia suicidando io dico, che cazzo hai capito stronzo – e ti maltratto mostrando di disprezzarti. E – sotto testo – ti dico anche, beh il pensiero di morte è tutto tuo, sei tu che vuoi morto tuo padre, che merda sei, io stavo col cappio al collo per il mal di schiena, tu bambino sei una brutta persona.

 

La capacità patogona di questo aneddoto, sta anche nel fatto che ha esemplificato l’infanzia di Agassi e la sua relazione con il padre: mi è sembrato che il povero Andre fosse in una relazione violentemente schizofrenogena, in un doppio legame che gli è rimasto tutta la vita addosso. Devi giocare a tennis perché devi farmi contento ma se giochi a tennis mi vedrai infelice. Devi risolvere il mio desiderio ma contemporaneamente io ti chiedo di non risolverlo mai. Per cui se perdi mi incazzo perché mi hai frustrato narcisisticamente. Ma anche se vinci incazzo, perché non sei come voglio io – in teoria più vincente, ma in realtà più perdente. Io Mike Agassi non sono abbastanza sano, a mia volta per tollerare di vedere un figlio sano, per fare quello che Zoja con genio ha identificato con il gesto di Ettore: prendere il figlio idealmente e tenerlo più in alto della propria testa, dirgli che vuole che vada dove lui non è andato.
La lunga ombra di questa vicenda psicologica è in un campione sotto di almeno un terzo, sempre delle sue potenzialità, in maniera di cui non so neanche quanto lui sia stato, con tutto il libro davvero cosciente. Ma Agassi poi è diventato uno che arriva in finale e si sconcentra. Arriva in finale e s’è fatto la sera prima. Arriva in finale e mannaggia il panino col pollo. Arriva in finale eh ma Pete nze batte. Arriva in finale e ci ha la schiena che gli fa male, i crampi tuo cugino. Mi sono molto arrabbiata con Mike Agassi in tutte quelle finali abortite. Ho un controtransfert piuttosto operativo e lo tengo a bada soltanto ricordando che con ogni probabilità i padri dei nostri pazienti potrebbero essere spesso anche se non sempre, pazienti a loro volta. E sicuramente dietro ogni orco, c’è un bambino senza porte aperte. Ma quando il giorno prima della chiusura della carriera di Andre, quello va da lui e gli fa, non giocare ritirati fermati qui – non reggerei, io leggevo che non è che non reggesse la tensione, quello non reggeva il successo del figlio. Ha brigato una vita perché quel poveretto fosse un eterno secondo, uno che potesse stare a ridosso del campo ma non svettare. Uno che al momento cruciale non doveva portare a termine la lotta edipica e mettersi al centro della scena e della sua vita. Che tutto ciò sia avvenuto alle alte vette del pantheon tennistico non vuol dire che non sarebbe successo ugualmente se Agassi si fosse dedicato alla carriera accademica, o al marketing dei coltelli da cucina. Se comunque è stato un grande campione, una parte è stata dovuta al grande allenamento, una parte a quella roba li che si chiama incredibile talento.

In questa relazione patologica la madre di Agassi ha fatto forse poco. Non ha mai difeso Andre, almeno stando al libro, comprendendo anche le ferite profonde che avevano fatto del padre l’uomo insopportabile che è stato e presumibilmente è ancora. In Open si parla molto poco della madre e delle figlie femmine della famiglia, un poco a cui io ho fatto caso e che fa aprire a delle congetture: non so se dovuto al desiderio di proteggerle, o a un tipo di infelictà che ha dell’incomunicabile, o a entrambe le cose. Tuttavia credo che sia stata capace di fare da base sicura, e di permettere al figlio di concepire una relazione col femminile sufficientemente buona da permettergli non solo di sposarsi, ma di indovinare – in seconda battuta – un buon matrimonio. E trovo molto interessante, che questo secondo buon matrimonio sia stato con una donna forte, una grandissima campionessa, campionessa Stefanie Graf che ha vinto molto più di Andrè nella sua carriera tennistica. Magari non durerà tutta la vita, ma la sensazione che arriva dalla biografia, dalle interviste e dalle foto, è che ci sia un aggancio autentico e che Stefanie -che viene da una famiglia nevrotica ma non disfunzionale grave come quella di Agassi – incarni bene le parti interne che Andrè poteva guarire, sviluppare. Lei lo capiva e lo capisce ma sta un po’ meglio di lui, è sempre stata – spero si capisca l’uso metaforico della lingua – una malata meno grave che può guarire un malato grave. Grosso modo la condizione ideale di molti psicoterapeuti.

 

Il libro comunque interessa anche per l’esemplareità di certi comportamenti che noi comunemente decodifichiamo come adolescenziali. L’estetica egocentrica, l’atteggiamento sfidante le autorità, il vestirsi infrangendo le regole, quei capelli che anche all’epoca, trovavo di una bruttezza sconcertante. Mi ha molto interessato la pratica di disvelamento che Agassi ha applicato rispetto alla sua immagine pubblica, alle motivazioni che gli addebitavano i giornali, le cose che faceva da ragazzino e la confessione del reale perché dell’adulto che ne scrive. Mi ha interessato perché ben in grande e visibile a tutti c’è una dinamica di lotta per la vita che molti adolescenti mettono in atto, con la strumentazione di bordo che offre l’età e il momento storico e culturale, con tutti i fraintendimenti che questa lotta crea.
Andrè infatti viene messo in un collegio – rustico e per lo più trucido, inadeguato – dove si sente abbandonato e lasciato in balia della caricatura dei sogni paterni. L’accademia di Bollettieri, è la versione smandrappata del sogno americano: disciplina giovinetti studiare! Cazzi vostri! Il luogo di ispirazione dei più peracottari film di cassetta americani, la patria di legioni di forrest gamp la legittimazione dei più perfidi pregiudizi eurocentrici: un posto di disciplina stolida, di totale epurazione del femminile e del piacere, di ormoni e cazzotti allo stato brado. L’America secondo un iraniano poraccio insomma. Una buona metafora direi, quasi cinematografica, di certe famiglie arcaiche e fallocentriche, col papù ammiraglio o militare, e anche un pochetto alcolizzato, che tira fuori la cinghia e non conosce un libro. A queste atmosfere pedagogiche ed emotive, gli adolescenti reagiscono in due modi: o stramazzano di depressioni gravissime e senza ritorno, che possono esitare in gesti tragici, oppure inscenano un attacco costante alle pareti, un modo di sopravvivere contrapponendosi, in una maniera che da sfogo a un senso di disperazione ma anche da una conferma sociale che occulta le carte. Sono i regazzini che poi a scuola rispondono male ai professori, si fanno bocciare, e le femmine vanno pazze per loro. A buon diritto, stanno male, fanno cose sbagliate, ma dimostrano che il maschio è sano, è vivo, si contrappone, non cede.
Certo caro gli costa: Agassi ha la terza media mi pare. Tutti gli altri non diventano campioni mondiali di tennis.

In ogni caso : il mondo sta appresso alla lettura che vuole il sintomo: cioè leggono solo il ribellismo e il narcisismo, dopo tutto è un ragazzo giovane, si divertono con la sua prova di forza – come sempre è un comportamento eccentrico – nessuno riflette sul fatto che per quanto molto smart un comportamento eccentrico ( i pantaloncini rosa signore iddio – meno male che poi ha sposato una tedesca che a’ ste cose non ci fa caso) è segno invariabilmente di una grave e dolorosa lotta intestina, di un dibattersi tra il farsi vedere e il non farsi vedere affatto. Agassi ha cominciato a stare bene, non quando è andato in terapia. Quando si è tagliato quegli improbabili capelli. Quando cioè ha cominciato a ritirare le messe in scene legate alla battaglia nevrotica e si è messo a stare male sul serio.

E di questo credo che bisogni riconoscere il merito della spumeggiante, e forse non tanto superficiale Brook Schields, disegnata credo non proprio lucidamente, vi avverto delle unilateralità e delle mancanze non so. Non era un buon matrimonio, non era il momento psicologico per entrambi di sposarsi – c’era forse un gioco di specchi di difese che Agassi nel libro non riconosce (Brook che pensa ai gioielli, alle case, ai posti belli – rimproverata con savonarolesco disappunto, quando il medesimo Andrè all’epoca era più cazzone di lei, come prova l’incredibile appartamentino che si era comprato, e certi belli completini con cui andava a giocare. E’ l’età lo capisco – è il contesto, ma dare la colpa all’attrice bella, insomma. ) Fatto sta che è stata lei a dire: stai male, sei una rosa in un cesto di rovi, devi fare qualcosa per te, non raccontiamoci sciocchezze. Lo dico perché sempre a parlare di casi clinici, è interessante considerare come nella vita capitino a tutti, anche a me che scrivo, delle figure affettive che hanno fatto qualcosa di importante per la nostra psiche, che ci hanno curato. E credo che con le donne Agassi, in entrambi i casi è stato fortunato. Così come è stato fortunato a conoscere le persone che hanno costruito il suo antourage.
In particolare, mi hanno veramente commossa, le pagine riguardanti Gil, e la sua famiglia. Il fatto che Agassi piccolo potesse andare, arruffato e ventenne a casa loro a natale, e mangiare normale e dormire li. Il fatto che Gil lo allenasse e cazziasse e rimproverasse e dicesse: mettiti sulle mie spalle e prendi le stelle. Qualcuno doveva fare il gesto di Ettore, e Andre ha fatto in tempo a trovare uno che glielo facesse al posto del padre. E questo gli ha permesso di prenderne diverse. E’ stato un grande campione.

Credo infine, che scrivere questo libro, sia stato un lavoro psicologicamente utile, e che abbia da una parte dimostrato una stoffa intellettuale veramente insolita – Agassi a che mirisulta ha fatto poca psicoterapia, magari avrà cominciato per bene dopo – ma dall’altra penso che scrivere questo libro sia stata una cura, un mettere apposto delle cose. Poter per esempio parlare della madre di suo padre in modo da far capire anche a se stesso perché suo padre è stato quello che è stato. Poter capire da chi si ha preso e cosa si ha dato. Sono cose che lasciando diversi, cambiati, con un’altra personalità. E’ un libro alla fine molto utile, da quasi delle indicazioni di metodo per le vite difficili. Io di sport non ci capisco niente, ma so riconoscere quando qualcuno ci ha stoffa per campare e pensare. Invidio chi oggi ha Agassi come coach.

Alcune questioni sulle buone prassi in terapia

 

Sulla mia pagina Facebook ho fatto un piccolo sondaggio e ho chiesto ai miei contatti le caratteristiche salienti per loro di un buon terapeuta. Almeno un terzo ha messo al primo posto l’empatia, o l’accoglienza. Le caratteristiche di secondo livello a ben vedere, erano poi spesso derivate dall’empatia – perché facevano riferimento alla capacità del clinico di allinearsi spontaneamente ai desiderata e agli stati emotivi del paziente. Per esempio c’era chi chiedeva una distanza non intrusiva ma calda, oppure di non essere giudicato, oppure chi faceva riferimento alle sue capacità affettive. Solo alcuni, e mai in prima battuta chiedevano una preparazione clinica, rarissimi un lavoro su di se. Altre caratteristiche importanti di questa come altre professioni – erano a stento menzionate da colleghi, come per esempio la possibilità di reperire un pensiero e delle soluzioni creative, il lavoro clinico su di se.
Solo una collega, con cui ero molto d’accordo e spiegherò dopo perché – parlava dell’importanza del piacere che deve provare chi fa questo mestiere. Trovo che il fatto che questa sua risposta sia stata isolata, non sia un caso.

 

Nell’idea collettiva dunque prima di tutto un terapeuta deve essere gentile e accogliente: il pensiero va alla difficoltà di mostrarsi fragili e di voler trovare un posto sufficientemente buono, dove poter mettere in campo cose personali avvertite come sgradevoli, ma anche delicate e a cui si è anche in qualche modo affezionati. E’ un’idea che ha un suo fondamento reale, ed effettivamente un terapeuta rifiutante può lasciare i pazienti interdetti. Ma anzi, possiamo approfondire questa necessità dell’empatia del terapeuta in due ulteriori direzioni che sono altrettanto importanti e meno romantiche. Infatti, in primo luogo l’empatia è una cosa che in questa circostanza fortifica i processi logici e certi ragionamenti deduttivi: per fare un esempio tra i tanti, nel mio modo di lavorare per esempio è uno strumento prezioso per individuare narrazioni falsate, racconti forzati e poco veritieri aspetti omessi o manipolativi– perché siccome sono piuttosto consapevole delle mie capacità empatiche, quando non ho risposte emotive forti quanto meno le mie emozioni mi stanno dicendo qualcosa di importante riguardo a quello che mi viene raccontato qualcosa di omesso.

 

La seconda considerazione che farei però, è a un livello più grande, riguarda non solo l’idea di un terapeuta come genericamente empatico – cioè capace di allinearsi con gli stati emotivi dell’altro, e di sentirli, ma un terapeuta che ne abbia voglia. Deve averne voglia, perché in qualche misura questo è in un modo non esagerato, o retorico e quasi meno urgente di altre situazioni, la prova che questo terapeuta è una persona buona, una persona cioè che si dispiace del dispiacere dell’altro. Che a prescindere dall’orientamento suo, e dal grado di indigeribilità del suo paziente, ne sappia vedere il bambino interno in difficoltà e amareggiarsi per lui: questa cosa, secondo me è una cosa davvero importante del buon terapeuta, perché in studio arrivano anche persone che possono essere molto antipatiche, e respingenti, o anche semplicemente molto noiose, o apparentemente molto banali. E vengono perché quei loro difetti conclamati, sono stati la loro coperta inefficiente alle aggressioni del mondo, che per quanto non funzioni perfettamente, continuano a tenersela -e anche in studio saranno sgradevoli, antipatici, indisponenti. Perciò, se il terapeuta ha un buon grado di contatto emotivo e una buona empatia, dopo vedrà il bambino che questi pazienti sono stati, prima di tutto dirà che palle, questo o questa qui non ce lo vorrei – poi si dispiacerà di quello che ha visto.
Un buon terapeuta, cioè secondo me, è uno che nell’ordine in primo luogo sa dire Dio che persona tremendamente faticosa, e poi dire, lo capisco perché, lo sento, confusamente lo sento. E lo prende in carico.

L’empatia dunque, non solo come quella cosa che fa mettere comodo il prossimo. Ma quella cosa che serve a capire delle cose complicate che lo riguardano, e anche quella cosa che deriva dal volere il suo bene..

 

Ne deriva una conseguenza – un primo elemento per identificare terapeuti meno attrezzati, con qualcosa da perfezionare oppure, con il bisogno di un lavoro su di se per lavorare bene per cui, se vogliamo vedere cosa è almeno in astratto un cattivo terapeuta possiamo pensare in riferimento al punto uno: o una scarsa empatia, o un uso nevrotico dell’empatia che va contro i fini del paziente. Per esempio il terapeuta riconosce gli stati emotivi del paziente, li sente, ma li gestisce in modo poco accorto: si arrabbia sempre con il paziente, ha una risposta troppo spesso sfidante, oppure se ne difende e si chiude. Questo terapeuta difettato può ricordare quei genitori che con i loro bambini dimenticano di essere genitori e si collocano come tra pari, arrabbiandosi su un piano di parità con il bambino. Se quel comportamento di solito non porta niente di buono sul piano della pedagogia, perché rende tutti troppo forti e il comportamento da apprendere va sullo sfondo, fa altrettanti guai in terapia: il paziente si sente simultaneamente sopravvalutato ma anche aggredito anche se inconsciamente – e anche se non se ne rende conto, ciò che porta va sullo sfondo. E’ qualcosa che capita raramente, e certo ci sono bambini e pazienti che usano il creare rabbia nell’altro come modo di comunicare – e quindi anche questo può essere utilizzato in stanza. Ma terapeuti costantemente antagonisti hanno oggettivamente un problema, così come può avere un problema di efficacia un terapeuta che sentendo l’incandescenza di contenuti spinosi emotivamente – il sottotesto di un pensiero di suicidio o di omicidio, oppure una fantasia di carattere incestuale – vi gira intorno e li elude come proteggendo il proprio timore di essere scottati.

 

Il voler il bene dell’altro, non credo debba però essere la caratteristica principale, o diciamo meglio esplicitamente dichiarata come tale, di un buon terapeuta, e credo neanche il motivo principe della sua vocazione. Più specificatamente tendo a diffidare dai terapeuti che con convinzione dovessero dichiarare che fanno questo mestiere per una questione di buon cuore. Per fortuna ne capitano pochi e non solo perché dichiararlo sarebbe di cattivo gusto. Solitamente le motivazioni psichiche che fanno scegliere questo mestiere – come in generale le motivazioni psichiche che fanno scegliere le professioni di aiuto – sono molto meno nobili e talora sono indegne. Possono viaggiare dal desiderio di controllare l’altro, al piacere di sentirsi indispensabili e oggetto di dipendenza, dal ritorno narcisistico al desiderio di monitorare ossessivamente negli altri parti di se irrisolte. Nessuna di queste motivazioni scabrose è davvero un peccato, addirittura possono essere una risorsa , diventano un peccato quando non sono viste, e vengono occultate dall’idealizzazione di se del mestiere. Quel tipo di idealizzazione – io sono buono, e voglio aiutare te che sei debole, è una trappola mortale che costringe l’altro a un ruolo, il ruolo della persona in difficoltà, e quindi può introdurre nella terapia freni pericolosi ma anche vincoli mefitici. Il paziente può dispiacersi per esempio all’idea di potersi contrapporre al terapeuta, al farsi vedere forte. Il paziente per stare dentro al gergo psicoanalitico, potrebbe viversi come un bambino per cui crescere è una ferita alla madre che ora, non avrebbe più un ruolo.

Per questo invece preferisco il riconoscimento nel clinico, di una sostanziale categoria edonistica, del piacere il piacere di stare con altre persone e lavorare su degli oggetti pieni di variabili come sono le vicende di vita. Questo egoismo edonistico del clinico ha per me il primo luogo un fondo di realtà spesso occultato dalla retorica pubblica, che vede le psicoterapie un posto dove le persone portano solo i loro lati tristi o fallimentari, o le loro esperienze spiacevoli. Ma non è vero perché la psicoterapia non è solo questo. E’ anzi anche, potenziare delle risorse metterle in scena, dar loro spazio – goderne e indicare la loro godibilità. E quindi anche, trasmettere l’idea che si fa bene ciò che piace fare, ciò che da piacere. Questo prosaico richiamo al piacere, libera anche il campo dalle asimmetrie delle dinamiche salvifiche e restituisce al paziente la titolarità delle sue azioni e delle sue responsabilità, anche in passaggi che possono essere – qualche volta – anche duri. Ho un ricordo molto nitido di quando il mio prima analista mi disse “a me di quello che fa lei non frega niente” e qualche volta, certamente con calcolo e preliminare attenzione anche io ho trovato opportuno dire “è una roba sua, non mi riguarda”. Spiazza, contravviene uno stereotipo materno della terapia, ma da aria, ossigeno, responsabilità e senso della potenzialità.

Ne consegue, che se vogliamo pensare a un astratto “cattivo terapeuta” o a un terapeuta che in un certo passaggio della sua vita non funziona al meglio, io credo che sicuramente ci sia il terapeuta che non si diverte a lavorare, che ha perso il bandolo del piacere, per cui nelle sue prassi di lavoro avanzeranno sul campo solamente dimensioni superegoiche, difensive, scabrosamente anaffettive.

 

Buona parte delle cose di cui ho parlato, e insieme ad altre che fanno un buon terapeuta, si sorvegliano meglio quando il terapeuta abbia attraversato almeno, una terapia su di se. Due è anche meglio. Ho un’idea della psicoterapia come un lavoro artigianale, o forse come il lavoro di domatore di bestie feroci e bizzarre, che possono essere risorsa magica se le addestri a fare quello che vuoi tu, ma che scassano tutto se non ti sei esercitato a parlare con loro. L’inconscio di un terapeuta è qualcosa a metà tra un violino e un leone da circo, tra un rabdomante e un serpente. Può riconoscere i suoi simili e portarli sulla retta via ma può anche esserne terrorizzato e azzannarli senza pietà. Il terapeuta è un portatore di ombre che deve far crescere altre ombre. Dunque sarà bene che lavori con tutte questi suoi mostri li addestri, e li ascolti.

 

Questo lavoro su di se, che faccio fatica a pensare senza un lavoro di analisi personale – uno dei pochi motivi salienti di attrito e contrapposizione tra scuole analitiche e non – implica il raggiungimento di una maturazione professionale che porta a usare la propria organizzazione caratteriale e di personalità, in maniera più completa e funzionale di quanto possa accadere spontaneamente. Per capire esattamente cosa intendo, dobbiamo fare un passo indietro.
Oltre ai terapeuti ci sono le relazioni terapeutiche, le migliori delle quali spesso si avvantaggiano di una combinazione ben azzeccata delle parti. Quel certo paziente giovane uomo, in quel certo periodo di vita si troverà particolarmente bene con un terapeuta uomo, più grande di lui. Quell’altro invece, con una donna della sua stessa età. Oppure quel certo paziente giovane si accomoderà meglio con un paterno silenzioso, che mantiene un livello di attivazione basso, che interviene poco, che è introverso. Il secondo invece, magari molto simile a quel tipo psicologico potrebbe fare grandi cose potendo affidarsi a una figura carismatica, da idealizzare, che indugia in dichiarazioni anche direttive.

Il bravo terapeuta giovane professionalmente, è quello che sa lavorare bene con la sua equazione personale: come i giovani scrittori che scrivono bene racconti presi di peso dalla propria adolescenza, se gli si mette davanti un paziente complementare possono fare grandissime cose. Con il tempo però il bravo terapeuta maturo professionalmente deve saper fare come i grandi scrittori che si inventano storie lontani da se stessi, e vestono panni che non sono propri. Il grande terapeuta è un vecchio maschio che sa fare la madre giovane e e scintillante, o l’analista donna di suo estroversa e spumeggiante che sappia passare in uno stare doloroso, silenzioso e muto. L’indovinare questa capacità di modularsi nello stile relazionale, è il terzo elemento che fa la differenza tra un clinico ben equipaggiato e uno mal equipaggiato. L’accorgersi che spesso si deve ruotare il proprio stato d’animo a seconda della faccia del paziente che arriva in stanza è un buon segno.

 

Questa cosa arriva a coinvolgere variabili sottovalutate spesso, in termini di linguaggio e di gergo di classe. Variabile di genere e di classe sono estremamente importanti in questo lavoro, e mentre quelle di genere sono state al centro di importanti convegni, pubblicazioni, osservazioni, le variabili di classe, e di come incidono nel modo di funzionare delle terapie mi pare siano molto meno dibattute. Divengono molto importanti, anche per chi come me esercita esclusivamente la libera professione: perché il sistema sanitario nazionale sta collassando nel momento in cui in realtà la domanda di psicoterapia aumenta, e nel privato cominciano ad arrivare potenziali assistiti che prima erano destinati solo al servizio pubblico.

Ora ognuno ha familiarità maggiore con il proprio gergo di classe e con la propria appartenenza di classe, che non dimentichiamoci sono questioni investite anche di proiezioni affettive. Un certo mondo sociale ci ricorderà il padre, o la madre o entrambi, e questo condizionerà il nostro modo di viverlo.  Ci saranno poi pazienti che incarneranno ciò da cui si scappa, e pazienti che invece impersoneranno il punto dove si vuole socialmente arrivare – e già queste sono cose da monitorare con grande attenzione. Ma ci saranno pazienti che parleranno lingue che ci sono estranee e si conoscono poco, o si guardano con diffidenza, lingue che sono echi di visioni politiche ed economiche e anche echi di idee e dimestichezze private. Un buon terapeuta deve saperle usare tutte e vincere eventuali idiosincrasie ed ostilità. Deve saper essere borghese o parolacciaro, deve saper dire rapporto orale e pompino, deve dire parti basse e culo. Saper parlare francamente di morte e di soldi oppure arrivarci piano, tollerare elitarismo e populismi – non ci devono essere totem culturali che gli impediscano questa operazione.

Ho un’idea precisa di terapeuta che non funziona bene in questo contesto. Ero in consultorio e una giovane collega (gioventù che spiega benissimo il suo errore) parlava di un suo paziente adolescente. E raccontava “ho detto, possibile che non gli piaccia un film decente? Se gli chiedo un film questo risponde i cinepanettoni! Ma insomma questo è un posto con un certo tenore un certo prestigio! Si sforzi!” Probabilmente per la giovane collega, per la sua storia personale sociale e di classe, quel tirocinio era un punto di arrivo, un’idealizzazione che proteggeva l’idea di se. La capisco, in altri frangenti devo aver provato qualcosa di simile, magari dopo aver fatto molti lavori umili per mantenermi agli studi – ma di fatto quell’idealizzazione aveva sbarrato la porta alla comunicazione con il giovane paziente. Bisogna essere pronti a tutti i piani metaforici. Se uno ti parla solo di cinepanettoni, wow è vanno benissimo i cinepanettoni. Ma anche se una ti parla solo del braccialino di Tiffany che non si nota molto tu stai sul braccialino di Tiffany. Lo usi come una piccola piattaforma. Se non ci riesci – hai un problema.

 

Un’ultima classe di considerazioni per quel che riguarda aspetti più ristrettamente tecnici. Non nascondo la mia predilezione per psicoterapie di orientamento psicodinamico, forse con qualche perplessità verso i filoni freudiani più ortodossi – per esempio al di la dei limiti economici e materiali guardo con diffidenza tecnica oltre che deontologica cure prolungate che prevedano tre sedute settimanali. Ugualmente avverto una certa lontananza con le prospettive per esempio cognitivo –comportamentali In generale ho una formazione psicodinamica l’ho scelta perché la consideravo migliore di altre, troverei ipocrita dire che oggi ho cambiato idea. Tuttavia, mi rendo con agio conto del fatto che un bravo psicoterapeuta è un bravo psicoterapeuta con qualsiasi strumento in mano – basta che lo sappia suonare molto bene. Ci sono ottimi e salubri cognitivisti, ottimi sistemico relazionali e persino – ottimi lacaniani – altra parrocchia con cui ho rapporti sofferti. Ci sono anche psicoterapeuti che sono talmente bravi, da saper suonare bene strumenti diversi – e questo per esempio per me, è una sorta di ideale regolativo: saper suonare strumenti clinici diversi.

Tuttavia, ho una sorta di sensazione di metodo per cui: prima di tutto ne devi saper suonare uno, e anche benissimo. Un buon terapeuta arriva a fondo nell’approfondimento di un orientamento operativo e per come la vedo io ci deve stagnare a lungo, esplorarlo, applicarlo fino alla morte, romperlo e ricostruirlo vedendo quello che succede. Questo prototipo dell’apprendimento professionale diventerà uno schema mentale con cui avvicinare cose che riguardano altri approcci, di cui deve saper cogliere però la tridimensionalità, le radici psichiche e storiche. Non basta piluccare, si deve essere capaci di trapiantare, sapere di cosa vivono le radici, dove si possono fare innesti e dove no. I corpi teorici sono infatti piante vive, che crescono interagendo con l’ambiente seguendo ognuna il suo codice genetico: una fiorisce con un certo clima una con un altro. Una su un certo terreno cresce di più l’altra muore. Un approfondimento forte degli strumenti, o delle piante teoriche porta a un modo migliore di lavorare.

Riflessioni intorno all’infanticidio

 

Premessa.

Nei giorni scorsi, una ragazza minorenne di Trieste ha partorito una bimba, e l’ha abbandonata al freddo, dopo di che la neonata è morta subito. Secondo la prima e piuttosto approssimativa ricostruzione dei fatti, la giovane non aveva capito di essere incinta né l’aveva capito sua madre. Ha dichiarato di aver portato la bambina fuori, credendo che fosse morta. Mettendola in una busta.
Per il momento, e io spero il più a lungo possibile. La stampa mi pare non stia indugiando in informazioni, nomi, circostanze vita delle persone implicate in questa vicenda. La quale, tocca corde talmente profonde, e particolarmente profonde per il nostro contesto culturale, che elicitano commenti viscerali e inutilmente aggressivi. Di contro però proprio per l’accecante aspetto emotivo dell’uccisione di un bambino, dell’infanticidio in una maniera un po’ approfondita non si riesce a parlare mai, l’opinione pubblica non ha la più vaga idea della vita e dei pensieri e degli stati d’animo delle donne che sopravvivono ai figli che uccidono. Fuori dalla ristretta cerchia non solo degli addetti ai lavori, ma addirittura degli addetti ai lavori che si occupano di questo argomento – non si pone né il quesito delle eventuali variabili socioeconomiche che favoriscano il fenomeno, né dell’eventuali psicopatologie che possano essere correlate all’atto. Si rimane in una protettiva posizione emotiva, che in realtà però su questo come su molti altri argomenti, rende tutti subalterni. Se l’atto cattivo è l’esito del maligno, non ci sta un cazzo da fare. Siamo alla mercé del male, e possiamo solo consolarci con la gogna e la sanzione.
Allora in questo post, più che parlare di un caso specifico di cui non sappiamo niente, e che non sarebbe etico trattare superficialmente vorrei porre, in modo molto schematico alcune riflessioni e direzioni di approfondimento, non necessariamente tutte con delle risposte pronte, il che non esclude che qualcuna di queste riflessioni possa dire qualcosa del caso di cronaca da cui siamo partiti.

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La prima questione di fondo su cui non mi stancherò mai di insistere, fino a essere noiosa, perché è un’acquisizione che ha conseguenze sulla domanda politica, riguarda la circolarità tra condizioni socioeconomiche e patologie gravi legate a questo ordine di agiti e (come altri: tipo le stragi di massa, il femminicidio lo stalking ed altri esempi si potrebbero fare). In una misura incisiva – anche se non sempre – l’infanticidio è legato a un disturbo di personalità di asse due, nelle sue diverse diramazioni, in qualche altro caso a una depressione post partum che porta alla luce vicende private sommerse, ma in entrambi i casi rappresenta l’ultima tappa di un processo di costruzione del comportamento che potrebbe essere arginato da un intervento tempestivo e da importanti variabili contestuali. Per fare un esempio molto materiale: esistono famiglie disfunzionali dove madri inadeguate sono sposate a padri inadeguati, che mettono al mondo bambini, o come in questi casi bambine delle cui emozioni e bisogni non sono in grado di occuparsi. In particolare in bambine e bambini che hanno una predisposizione biologica a un certo tipo di sofferenza, questa incapacità di cura da parte dei genitori è anche una incapacità di insegnare ai bambini ad amministrare le proprie emozioni e a tollerarle. Se una madre non prende mai in braccio un bambino che piange, non insegnerà mai a quel bambino a smettere di piangere, e ci sono consistenti probabilità che quello sarà un adulto che non potrà tollerare un motivo di pianto o di angoscia. Se a una famiglia così caratterizzata però dai un asilo nido, la bambina di quella famiglia, per almeno 8 ore della sua giornata, potrà fare esperienza di relazione con qualcuno che gli insegna come fare quando ti viene da piangere a dirotto. Che gli regalerà come dire, un modo di abbracciarsi di prendersi cura di se. Il nido prima l’asilo poi non negheranno tout court le criticità di un sistema familiare disfunzionale, ma certamente introdurranno un campo relazionale alternativo, a cui crescendo questi bambini e bambine potrebbero far ritorno con la mente. Per esempio diventando in grado di essere adulte e adulti che chiedono aiuto prima di commettere un reato.

Ugualmente, uno stato sociale efficiente, e che non chiama in causa i saperi della psicologia solo a posteriori, ogni volta che c’è un infanticidio, ogni volta che s’ammazza un adolescente giù per un balcone, istituisce dei presidi psicologici di defoult nelle scuole, e magari fa anche fare degli screening per vedere se c’è qualche giovane che è più a rischio di quanto si possa indovinare con la semplice osservazione. Per fare un esempio. Se un’adolescente è in stato interessante e non lo dice a nessuno, quest’adolescente a prescindere dalla gravidanza ha un problema, vuoi al livello personale vuoi a livello relazionale: è qualcuno che ha un gran problema e che non è in grado di attivare nessuna relazione di sostegno, è qualcuno che in questa circostanza come in altre non è in grado di attivare delle risorse. (Ma anche se un giovane che va molto bene a scuola ma desidera essere una ragazza, oppure, rifiuta una coppia di genitori adottivi, è molto isolato, non parla con nessuno non attiva un minimo di rete con i pari quello non è un ragazzo introverso quello porca miseria, è qualcuno che non sa attivare delle risorse – qualcuno deve andare decisamente verso di lui).

2.
In realtà anche tra colleghi e anche sulle diagnosi, può esserci una concordanza relativa. Per esempio secondo alcuni la depressione post partum è una condizione di stravolgimento notevole che ha una solida base organica nelle variazioni dei tassi ormonali che possono vivere un reale terremoto con la gravidanza e modificare in maniera consistente gli stati d’animo della donna. Altri pur riconoscendo questo sommovimento di ordine biologico, lo correlano alle vicissitudini private di chi vi passa attraverso e ritiene molto importante sia la storia recente e remota della neo madre, che la situazione ambientale, il sostegno della rete familiare e del partner nel periodo immediatamente successivo alla nascita. Questa divisione di orientamenti oggi è molto più sfumata di un tempo le discussioni sono più pacate e si arriva a una condivisione di area in cui si decide su cosa mettere l’accento, sul biologico o sullo psichico, ma ritorna in molte altre questioni ivi compresi gli agiti psicotici e le varie sintomatologie di patologie gravi. Il vecchio concetto di raptus, sempre più in dismissione per fortuna, era in realtà un vessillo della posizione iperbiologicista, secondo cui un normale funzionamento organico celebrale a un certo punto andava incontro a una improvvisa disfunzione che poi esitava in un gesto aggressivo. In astratto non è una cosa da rifiutare del tutto (pensiamo per esempio alle alterazioni che è capace di generare nel pensiero una normale ischemia, improvviso versamento ematico in una ics area cerebrale) tuttavia col tempo si è rivelata più agile e costruttiva l’idea di un agito che risponde a una lunga storia pregressa e che risulta coerente con difficoltà di vario ordine e grado nel gestire, nominare, sopportare, e trasformare emozioni e relazioni.
Questa osservazione può essere particolarmente congrua nei casi di infanticidio e di femminicidio. A tal punto congrua che entrambi i casi sono correlati a un alto tasso suicidario.

3.
Va però osservato, che nell’infanticidio accade qualcosa di complicato e fuorviante, e ora vi devo chiedere di leggere con serietà delle cose che risultano molto respingenti.
Noi abbiamo infatti due ordini di vicissitudini psichiche – che fanno entrambe capo agli aspetti d’ombra del materno. Da una parte abbiamo una madre che uccide il proprio bambino. La categoria della morte, dell’uccisione, della soppressione, di una creatura che è in primo luogo piccola, e in secondo luogo erede del proprio codice genetico, propria continuazione nel mondo, introduce un salto qualitativo che fa capire come con ogni probabilità ci deve essere qualcosa di grave dietro, un’impossibilità  forte, patologica di sostenere emotivamente quello che il figlio incarna. Per esempio il ricordo di se stessa bambina e terribilmente sofferente. Il bisogno. Questa impossibilità è una impossibilità che non ha retto un solo parlare, l’atto di dire e basta di essere agghiacciata dalla domanda. Le vie del malessere sono narrativamente tante, ci sono storie esistenziali e diagnostiche diverse l’una dall’altra, eppure a me pare che ci sia questa cosa forte, il trasversale delle patologie gravi: il non reggere un piano narrativo, il doverlo materializzare. Il non poter solo dire: questo bambino che piange e chiede di me che mi rinfaccia la tragedia della vulnerabilità e della dipendenza io non lo sopporto, ma il materializzare la non sopportazione, il trasformarla in atto.
Quando si lavora con patologie gravi, per esempio con le schizofrenie, o con i disturbi borderline che sono più vicini alla psicosi che alla nevrosi, si osserva questa cosa, l’incapacità di tollerare il piano metaforico, di tenerlo a mente come oggetto parallelo separato dal reale, che lo spiega. Per cui si ha la sensazione di avere a che fare con persone che o vivono esclusivamente in un mondo di metafore, o in un mondo che ne è totalmente privo.

D’altra parte però l’ombra della maternità esiste per tutte. Nel nostro paese si fanno troppi pochi figli, è un paese vecchio e nevrotico che non sa curarsi per cui, onde evitare di confrontarsi con la necessità di una terapia, le ombre del materno sono debitamente negate oppure esaltate, il tutto per giustificare il fatto che non si fanno figli. Per cui eh, ci ho l’ombra non li fo li odio i bambini io, oppure eh quella ci ha l’ombra è cattiva e orribile, la maternità sono tutte rose e fiori. Eppure la maternità non è assolutamente solo rose e fiori, soprattutto considerando che richiede una prestazione esistenziale in direzione ostinata e contraria agli obblighi culturali e ideologici del capitalismo occidentale. Devi fare soldi e invece non produci, deve essere figa e bella e invece ingrassi, devi saperti divertire, consumare, e invece stai a casa a da la sisa al regazzino, devi occuparti di te, perché tu sei al centro, la tua individualità è importante e tu invece mo ci hai sto coso che detta legge. Le donne di oggi passano i primi trent’anni a condividere un’idea di vita coerente con il loro sistema culturale, poi arriva qualcosa che le costringe a fare i salti mortali per poter mantenere il patto psichico coi valori di un tempo.
Questo in aggiunta alle sfide emotive che un figlio pone. Tutto sommato si ha la possibilità di scegliere una totale indipendenza dai genitori, ma l’indipendenza dai figli è una cosa che non esiste. Mettere al mondo un figlio equivale a confrontarsi con il proprio rapporto con la dipendenza, il bisogno, la subalternità.
Però attenzione – la differenza sostanziale è tra il tollerare un dire, un piano metaforico, il poter accedere a un discorso che rappresenti il possibile (se non mi fa dormire l’ammazzo, se non posso lavorare l’ammazzo) e il lavorare su quella rappresentazione nella mera parola, e il non poterlo fare materialmente e psicologicamente fare. Lo dico perché il guaio grosso del pensare l’infanticidio è che si riconosce a tratti la continuità ma non si vede la discontinuità, il qualitativo dell’agito.

Mi fermo qui. Se ci sono riflessioni continuiamo volentieri nei commenti.

un ricordo

 

 

(Il primo ricordo in cui ho capito qualcosa del mio mestiere, risale a molti anni fa, quando facevo un tirocinio in una clinica psichiatrica. Ero già laureata in filosofia, e mi stavo laureando in psicologia. Avevo concluso un primo ciclo di analisi e quindi tutte queste cose, più il corpo degli anni mi davano una credibilità in più rispetto ai miei colleghi tirocinanti, per cui mi fecero fare dei colloqui con alcuni pazienti ricoverati.C’era una signora che voleva parlare di pipì per tutta la seduta, c’era quello che aveva cominciato a fare uso di cocaina quando la moglie aveva sfornato il tredicesimo figlio, c’era la paziente poetessa e io facevo del mio grossolano meglio con ognuno di loro. Ho fatto moltissimi errori. Si fanno errori sulla pelle delle persone.

Poi un giorno mi misero davanti questa madre di ventisei anni, una venere secca e stralunata, madre di una bambina che aveva rischiato di far morire in contromano su una strada di grande scorrimento. Veniva nella stanza di latta e mattonelle con una vestaglietta a scacchi, le ciabatte, e il volto molto molto truccato, quasi una maschera di carnevale: con lunghe righe nere che attraversavano le tempie, e grandi macchie blu sopra gli occhi.Era entrata con abuso di psicofarmaci. Aveva tentato il suicidio.

Dottoressa, mi disse dopo qualche volta volta, ferma, lucida, rabbiosa. Mi mandano da lei, ma io mi voglio ammazzare ha capito? Io mi voglio ammazzare, e io lo farò qui, sa? Esco di qui e io mi ammazzo.E io le dissi: Lo faccia. Cara mia a me non importa.. Non mi importa perché secondo me è una scelta sua, sulla vita sua, e per quel che mi riguarda nessuno ha il diritto di dirle cosa deve farsene: stare in una vita brutta deve essere molto scomodo.

Mi ricordo che glielo dissi molto duramente, severamente, addirittura con una punta di sarcasmo. Come due persone che parlano tra pari quando la posta in gioco è alta, quasi in un’area di clandestina condivisione. Mi batteva il cuore fortissimo. E cercavo di dissimulare – con una recitazione che a posteriori ho considerato notevole – l’impulso di controllare il tavolo per rassicurarmi dell’assenza di coltelli, di cercare nella memoria che no in una clinica psichiatrica non troverà in bagno delle lamette.
Dissimulai la sensazione di giocare col fuoco.

Non mi ricordo molto della sua reazione, alla mia risposta. Credo che sia rimasta sostanzialmente inespressiva. Il ricordo di quel colloquio è tutto bruciato da quel momento, dal senso di sfida che avevo percepito, e di aggressione, e quella cosa incandescente e terribile che un po’ è manipolazione dell’altro, un po’ voglia di stupirlo, un po’ voglia di dominarlo, ma tutto tragedia e tutto morte. Era reduce da un TSO. Non è che parlasse proprio a vanvera.

La volta dopo, venne con il viso completamente struccato, normale. E con la volta dopo cominciò a raccontarmi dei sogni, e di uno stare al mondo davvero incomprensibile per tutti i suoi. Gli psichiatri mi fecero i complimenti, e credo di aver cominciato a lavorare anche per quella paziente – che purtroppo non potei continuare a vedere quando fu mandata a casa.

Sono spesso ritornata con la mente a questo episodio, chiedendomi esattamente cosa fosse successo. Sono una persona pavida, e non si può dire che la morte o il desiderio di morte non mi spaventino. Tuttavia intuitivamente dovevo aver capito che li la questione era una richiesta di presa in carico che forse fino ad allora non era avvenuta. E anche una sorta di messa alla prova. Ti metto sul tavolo le cose con cui combatto voglio proprio vedere che fai. Fui facilitata dalla patologia culturale per cui stiamo tutti a guardare film di morti assassini ma siamo terrorizzati dal qualche volta comprensibile desiderio di morte. Di contro, una cosa che mi ha sempre accompagnato da prima di allora è il senso di profonda costernazione per chi è in cattiva compagnia quando è con se stesso. Ho sempre avvertito la persecutorietà di questa cosa, l’angoscia che ne deriva, ancora oggi guardo certe vicende di chi resiste eroicamente con ammirazione, perché so com’è stare male, ma anche com’è comodo e agevole prendere un caffè con se stessi potendo dire ok che facciamo oggi? Quella persona mi stava dicendo. Anche tu mi manderai affanculo con tutte quelle moine sull’importanza della vita e della mia bambina? Oppure anche tu scapperai nelle solite domande del perché mi dice questa cosa? Uffa cazzo, mi diceva, io non mi sopporto più. Ecco cosa.
E io credo che l’alleanza terapeutica sia questo, uno ti dice – cazzo non mi sopporto più. L’altro dice, cazzo hai ragione. Vediamo che fare.

E se va tutto bene, torna senza la maschera di trucco. Oppure, si permette di posarla cinque minuti.)

Trump

L’immagine di Trump che firma, con altri sette signori dietro le spalle, il provvedimento per cui non sarebbero più stanziati i soldi per le associazioni che negli fuori degli USA garantiscono la possibilità di abortire alle donne prive in difficoltà – è un’immagine di notevole impatto emotivo e mediatico, riporta a dicotomie antiche – che per esempio la mia generazione non ha vissuto a lungo, come portato simbolico: la nostra complicata situazione sull’aborto anche in Italia ha oggi contorni completamente diversi e relativamente più evoluti. La radicalizzazione delle opinioni sulle questioni di genere infatti mutando l’organizzazione dei fronti, e se negli anni settanta il maschile si identificava con il reazionario e il femminile con il progressista, oggi abbiamo uomini che fanno del femminismo – come Lorenzo Gasparrini il cui lavoro è ora nelle librerie, e donne che fanno del maschilismo – tante: come Costanza Miriano lei anche sempre presente in libreria. La dannata questione dell’obbiezione di coscienza che impedisce a molti ginecologi di praticare l’aborto è una questione che non riguarda solo ginecologi uomini – anzi. Nel disastro di questa problematica è comunque un passo avanti, quanto meno nella direzione dell’onestà: il maschilismo è una posizione politica, un modo di desiderare un’organizzazione sociale, da secoli condivisa da uomini e donne. Il femminismo lo è altrettanto, e se prima era una proposta politica portata avanti solo da chi apparentemente sembrava trarne maggiore beneficio, è diventata presto un oggetto politico influente – per molti maschi, più rispondente alla situazione materiale della loro contemporaneità. Anche volendo non ci potrebbero stare con la moglie a casa perché i soldi non basterebbero – e portare i soldi è da sempre, la traduzione più materiale del potere – oggetto solitamente immateriale. Quando si riesce a lavorare tutt’e due, anche impieghi molto modesti e a basso salario, la questione dei soldi a casa di chi e come, diventa dirimente – cambia le politiche private.

L’immagine di Trump, apparentemente retrodata la questione in un contesto però postdatato rispetto a noi. Faccio notare per esempio, che secondo i dati eurostat riferiti al 2015 mentre in Italia le donne che lavoravano erano solo il 43 per cento – di tutti gli occupati, negli Stati Uniti si arrivava al 63 per cento. Una differenza di occupazione che dall’organizzazione economica dei nuclei familiari passa a una diversa organizzazione relazionale, ideologica, linguista sui rapporti di genere: come ognuno di voi avrà potuto toccare con mano qualora avesse avuto modo di conversare per più di dieci minuti con un americano in Italia. Naturalmente quei dati percentuali risentono come d’altra parte da noi nel nostro piccolo di forti differenze territoriali, e insomma ognuno ha il suo Sud, ma di fatto quel Sud è diverso dal nostro, è diventato un’altra cosa. In quel tipo di organizzazione politica – dove non ci si fanno troppi problemi sull’opportunità delle quote rosa, per fare un altro esempio e dove il cambiamento narrativo su maschilismo e femminismo di cui si diceva sopra è avvenuto ben prima di quanto capitasse a noi– Trump rappresenta una sorta di oggetto di lusso, per quanto io credo davvero pericoloso, un’iconografia che si avverte come moderatamente nociva perché attaccherà i cittadini di terza classe, non le donne nei villini di provincia, ma quelle dentro alle roulotte, non gli immigrati specializzati nelle fabbriche ma i poveri stronzi senza arte né parte, ed ebrei e omosessuali se saranno sfortunati si beccheranno qualche cazzotto e una macchina incendiata – ma se no se ne staranno nella consueta e ambigua posizione di una mezza cittadinanza, e il sogno della classe media potrà sempre dire che il loro dispiacere è una decorazione estetica, da radical chic – ai Mentana d’oltreoceano come per altro da sempre ai nostri, potrà sfuggire la questione imbarazzante del gay proletario. Ora siccome la crisi in America incalza e stante a quelle medesime statistiche la disoccupazione è scesa di diversi punti nell’intervallo dal 2004 al 2015, i puntelli simbolici per dire a tutti di essere americani della classe media, o di una borghesia piccina picciò ma pur sempre borghesia sono la strategia di una destra, che come sempre in simili circostanze starebbe nei guai. Se nella crisi non c’è trippa per liberali – almeno restringiamo il cerchio dell’identità e si lasciamo fuori, gli immigrati tutti, i froci e i giudei e donne palesemente squattrinate .icona mediatica di un dimenticato lumpenproletariato. La tradizione liberale illuminerà di folclore le sortite verso chi non è mai stato abbastanza wasp per essere preso in considerazione. E d’altra parte i loro tassi occupazionali rimangono ancora molto più alti dei nostri, con le donne americane che anzi continuano a lavorare tanto, mentre le italiane lavorano sempre di meno.  Trump è il leader per un paese di borghesi, altro che le stronzate che ci raccontiamo noi – mentre Grace Paley sembra lontana. Tuttavia, non sappiamo quanto questo giocare col fuoco dei lussi liberali tipo, conquiste esiziali come questa, costerà alle donne americane.

Di tutta questa questione dunque, si possono fare diverse letture, non così immediate: poche cose sono infatti funzionali al capitalismo come l’aborto, che potenzia le scelte, allarga per tutti lo spettro dei consumi, e potenzia la sostituzione delle relazioni con la merce: un maschilista reazionario come Horkheimer ci avrebbe scritto cose terribili sopra. E anzi mi ricordo lo sguardo severo con cui giudicava la semplice contraccezione in una delle ultime interviste che rilasciò – oh, correva il 1972, oggi Giulietta direbbe: eccomi Romeo, prendo la pillola e sono subito da te! E qualcosa di azzeccato lo intuiva – che chi fa il mio mestiere pure se favorevole alla 194 come è il mio caso, non può fare a meno di ignorare. Fatto sta che io credo che oggi molti uomini – altri no, ivi compresi molti di quelli che ne riconoscono la necessità giuridica – vadano assolutamente pazzi per l’aborto, lo adorino e quando dicono di essere tristi per il bambino che non nascerà – mentono. L’aborto dell’amante ha garantito la tranquillità di un matrimonio una volta, e il buon nome della famiglia un’altra, e certamente la possibilità di finire gli studi una terza. Ma soprattutto, siccome sono pur sempre i primi che ammazzano nelle andranghete, nelle pene di morte e nelle guerre, sono pure quelli che se proprio sono tristi davanti all’idea di morte, lo sono perché non possono decidere se darla loro.

L’umanità è imperfetta, e Karen Horney è una pioniera della psicoanalisi mai abbastanza valorizzata per aver intuito la profonda invidia che deve attraversare l’identità maschile di fronte al potere generativo della donna, il senso di smarrimento che pervade quando ci si accorge che l’unica lotta possibile all’immortalità è nel corpo di lei, e i due contributi saranno impari. LA gravidanza, è un potere di specie a cui qualsiasi esperienza individuale rimane subordinata – ma è anche un campo simbolico della propria identità che non ha eguali. Uomini e Donne nascono da una gravidanza, e questo rende il ventre femminile, vuoto oggetto di una ineludibile attenzione emotiva, canovaccio delle più disparate proiezioni simboliche, e anche grimaldello delle più diverse reazioni psicologiche. Non a caso, come sanno le persone che si occupano di violenza di genere – il momento in cui in una coppia cominciano le aggressioni e le percosse verso una compagna, combacia spesso con la prima gravidanza di lei.

Simmetricamente, esiste una vulnerabilità alla psicopatologia femminile, che fa mal tollerare il proprio potere generativo, e che decodifica con angoscia il passaggio alla genitorialità non solo di un bambino singolo ma, l’accesso a un ordine di senso che implica l’essere madre, un nuovo campo di decodifica e di lettura simbolica della realtà – che forse è lo stesso per cui certe volte mi chiedo è così lento l’ingresso delle donne nell’omicidio e nell’aggressione fisica: viene da sospettare che l’archetipo della madre viva nella donna ed esploda nella sua capacità generativa, per cui per la donna ogni altro può anche essere figlio. E’ il figlio di un’altra – è il sacro del vitale. Ma toccare questo piano in tutta la sua terribile potenza –terrorizza: io la madre terra? Ma che davvero? Non ce la faccio, voglio essere mezzo di questo potere,  vita e morte devono passare da me, ma non decise da me.
Viva Trump!

Dunque, l’immagine di Trump che firma il provvedimento antiabortista con una mandria di azzimati anfitrioni, aggancia cittadine e cittadini nella doppia mandata della lotta di classe – vi proteggo io siamo tutti borghesi! Non siete come quelli la che non contano niente e che per farci star tranquilli cercheremo di far crepare, e della vulnerabilità analitica della scarsa individuazione per – essere umani bisogna avere le palle avrebbe detto l’eroe di uno dei suoi film preferiti, e meno la gente ce l’ha per sostenere le responsabilità psichiche della genitorialità simbolica più andranno pazzi per l’immagine del leader carismatico, sessista cattivo, e che oltre tutto permette un viaggio regressivo nel dorato mondo dell’infanzia, dove si perdona con il gelato l’assenza di altruismo, dove papà ha buoni motivi per prendere a scudisciate chicchessia, anche se da grandi toccherà andar dall’analista. Vedremo quanto danni questa pigrizia esistenziale degli americani costerà, se gli anticorpi lasciati in giro da una tradizione etica e politica attiva culturalmente molto più che da noi, riusciranno a preservare l’organismo – loro. E per riflesso il nostro. L’America non è il mio paese, e non sono in grado di fare pronostici. So’ però che la nostra vulnerabilità a simili patologie è molto più alta, e i sintomi del contagio su un organismo sociale così arretrato potrebbero essere molto più eclatanti. Non so. Staremo a vedere.

Del padre, ma di altre cose anche

 

Ogni volta che uno psicologo si confronta con altre persone sui temi della genitorialità, arriva quasi infallibilmente l’esperienza di chi si è cimentato con una figura paterna deludente: vuoi perché il padre è stato assolutamente assente, latitante, o anche sparito completamente, vuoi perché invece è stato presente ma deleterio, cattivo, ostativo, proibitivo oppure francamente abusante. E invariabilmente viene proposta la fantasia e l’ipotesi per cui, specie le donne, si chiede – ma è davvero importante la figura paterna? Non se ne può fare a meno? E capita quella che dice, ah io senza padre sono cresciuta benissimo, oh io faccio da sola. E credo che in questo momento storico, questa questione del padre sia posta più all’ordine del giorno che in passato, per una generazione che è ancora figlia e nipote di una visione dei rapporti di coppia la cui impostazione prevedeva che i figli sono essenzialmente della madre, ma che simultaneamente è quella che si trova a vivere un modo di accudire i figli e di pensarli come fortemente condivisi, e della coppia.

La discussione sulla possibilità di adottare delle coppie omosessuali, o di fare dei figli mediante forme di fecondazione assistita, e ancora di più l’osservazione del funzionamento dei bambini in famiglie omogenitoriali – laddove c’è stata la possibilità di farne esperienza – ha contribuito a rendere intricato il dibattito, e ha costretto l’orizzonte psicologico, ancora una volta a ridiscutere le categorie che gli sono proprie, di capire dove fanno troppo affidamento a un funzionamento familiare largamente sperimentato è che è stato l’ideale platonico regolativo, di un mondo e di una serie di generazioni. D’altra parte questa esperienza si cortocircuita con quella di molte donne che alla fine hanno tirato su bambini da sole, senza che questi figli fossero poi come dire – statisticamente più nevrotici della media di quelli delle coppie tradizionali. Questa percezione materiale del reale, questo empirico confronto tra percorsi di vita, ha opposto alle categorie della psicologia, per non parlare di quelle della psicoanalisi, una ferma e disincantata resistenza.

La teorizzazione analitica infatti, osservando il funzionamento delle famiglie più armoniose, prevedeva grosso modo, che il desiderio della madre fosse in primo luogo quello di realizzarsi emotivamente nella relazione e nella procreazione, che questo faceva si – insieme alla differenza biologica che riguarda la natalità e l’allattamento – che la prima relazione fondante fosse quella della madre con il bambino, mentre il fatto che il padre compensasse la sua impossibilità a essere il primo attore della generazione con ambizioni professionali e lavorative lo rendeva adatto a essere quello che mantiene la famiglia, e allo stesso tempo che aiuta a condurre i figli fuori dalla relazione con il materno e verso il mondo. Il buon padre psicoanalitico cioè è uno che certo deve mantenere la famiglia, ma allo stesso tempo non deve mai abbandonare il cuore della vita relazionale a se stesso – per non impoverirsi e per non far mandare alla deriva della grave psicopatologia la madre con i suoi bambini che non riescono a emanciparsi dal fisiologico anello simbiotico della prima relazione.

Era un modello rigido, ma attenzione, di grande efficacia pragmatica. Il suo limite era la paradigmaticità per tutti, e la decisione culturale che avesse un potere diagnostico e sanzionatorio su gruppi familiari organizzati diversamente, e anche una sorta di dimensione problematizzante e nevrotizzante quando il sistema familiare e i suoi componenti avessero preso, strade come dire – eversive. Ma è ancora un ottimo modello largamente funzionante per molte persone, perché mette in campo e divide per ruoli alcune cose fondamentali che devono esserci nella crescita dei bambini. Ossia il contenimento e la risposta emotiva, l’elemento di unione incarnato dal femminile, e l’elemento di crescita e di trascendenza connotato dal maschile e dal paterno. In quel vecchio modello qualcuno tiene e qualcuno porta, qualcuno cura e qualcuno insegna. Quando funziona, semplicemente funziona. La gestione della cosa ha una giusta divisione di compiti e oneri – specie quando i figli sono numerosi. La prole numerosa rende la percenzione del materno più forte di se come ruolo e come competenza. La madre di cinque, sei sette figli, fa di mestiere la madre, e amministra un gruppo numeroso. Lo squilibrio identitario è molto meno violento o del tutto assente rispetto a una madre che di figli ne fa uno, oppure due.

Questo si diceva non protegge però i figli di coppie tradizionali dalla psicopatologia più di quanto accada ad altri nati in altre situazioni. L’emergere delle psicopatologie, o di vissuti problematici di vario ordine e grado, è il risultato di qualcosa di più sottile della medesima organizzazione di accudimento, ma ha a che fare con gli oggetti emotivi, e simbolici che un’associazione di adulti mette nelle mani psicologiche di un bambino. Questi oggetti devono avere a che fare con una capacità di contenimento emotivo, di inclusione e di grande affetto, e una capacità di trascendere, di andare fuori di scoprire e di conoscere. Unione e differenziazione, unione e differenziazione. E quindi, ci sono donne molto brave a fare entrambe le cose, e credo che ci possano essere coppie omogenitoriali che incarnino bene le due polarità, oppure, fatto spesso sottovalutato ma che può capitare coppie in cui alla fine, le due polarità sono a ruoli invertiti – con il maschile contenitivo il femminile invece che porta alla differenziazione.

Questo modo di intendere la cosa, ha una sua fluidità come delle aree di problematicità che non credo sia corretto eludere. Per esempio: la differenza biologica nell’esperienza del concepimento, e della cura dei primi mesi mette il maschile e il femminile in una zona non così facilmente interscambiabile, con cui il modello originario di famiglia trovava maggiore e semplificata aderenza. Ma ciò non toglie che in linea di massima, questo dato originario si inserisce in una cornice di simboli e fattori altrettanto importanti  quanto molteplici, che alle volte io penso possa essere sopravvalutato. Si tratta di qualcosa da tenere a mente, ma a cui dare come dire, un posto molto preciso. In ogni caso, da un punto di vista bioetico, non credo che qualsiasi posizione, e qualsiasi anche certezza clinica possa intervenire a priori sulla costruzione dei modelli familiari, ma solo a posteriori – per essere cioè a disposizione – quando emergano delle dimensioni problematiche. Ho sempre pensato che la procreazione e le sue modalità fosse qualcosa di anteriore al contratto sociale, che tuttalpiù si può servire dal contratto sociale, ma non può esserne davvero regolamentata. Non penso cioè che qualsiasi cosa dica di comprovato la psicologia possa essere considerato normativo per il diritto animale a riprodursi, anche se fossero chiare sempre e comunque delle possibili conseguenze negative.
La procreazione è un fatto ferino, anche quando si serve di macchine.

Piuttosto mi vengono in mente altre cose. La prima è una maggiore preoccupazione per la genitorialità single non perché astrattamente un uomo e una donna non possano essere capaci di assolvere entrambe le funzioni, ma perché indubbiamente è più difficile, vuole molto tempo ed energie, e perché in qualche caso la singletudine o l’abitare una relazione emotiva con un altro completamente latitante, può essere un indice di una difficoltà relazionale che potrebbe ricadere su un piccolo. Per cui ecco, nel paese dell’ideale per me sono sempre meglio due che uno. Due che sappiano cosa è il due sul viaggio di lungo corso. Due che essendo di già due, e si sono scelti a lungo, sanno il contenimento relazionale, e la gestione delle forze eversive.

La seconda cosa che mi sembra importante mettere in campo riguarda il diritto di ognuno al dominio narrativo ed esistenziale della sua storia, della sua grammatica, del materiale reale che la vita gli ha dato, il cui valore è scritto e con grande fatica e dispendio di lavoro psichico – modificabile. Su questa cosa spesso il parere delle donne e il parere degli addetti ai lavori si trova discorde, e molte donne ritengono che dipenda da un mero bias culturale, una adesione al potere del padre incondizionata per cui, anche se è stato un cattivo padre, abusante, o latitante, questo debba essere mantenuto nel campo esistenziale del figlio. Perché si dicono queste persone, se questo padre è così cattivo, dobbiamo dargli la possibilità di fare ancora del male? Perché perdonare? E la domanda è legittima e anche spiazzante, se si tengono bene in mente certe forme di violenza che raggelano.

Ma la questione per l’appunto non riguarda il modello culturale, ma il diritto a elaborare i propri contenuti fondanti, che non possono essere quanto meno agilmente e velocemente sostituiti.  Non abbiamo altro di altrettanto filosoficamente fondativo, di epistemologicamente rilevante che la storia della nostra genesi, e le persone che ci sono coinvolte. Tutto allora si può fare, ma il compito – talora ingrato, terribile e titanico, di dare un posto alla storia di una vita a chi ha picchiato, abusato, o dimenticato –è un diritto inalienabile. Quello che si può fare, è piuttosto essere intorno, essere e garantire tutte le risorse possibili qualora questo compito difficile capiti in sorte.

Con cosa risponde quando risponde, la psicoterapia psicodinamica?

Premessa.
Domenica 11 dicembre, è uscito sul Sole 24 ore un articolo di Alessandro Pagnini, sul numero anniversario di Psicoterapia e Scienze umane, dedicato allo stato attuale dell’arte della ricerca psicoanalitica. L’articolo è ben informato, misurato e in linea con ciò che oggi desideriamo dirci a proposito della ricerca psicoanalitica. Ossia che essa dialoga con le neuroscienze, che sta rispondendo alla domanda di prova di efficacia che le ha posto il momento storico, e che possiamo forse mettere da parte le sue istanze letterarie, filosofiche come parte ininfluente, secondarie sostanzialmente inutili.

E’ una posizione, questa di Pagnini, che spesso mi sono trovata a sottoscrivere e a rivendicare – almeno nella sua parte iniziale. È quella più urgente da mettere in campo nel dibattito pubblico, il quale ignora il gran numero di ricerche, analisi e metanaalisi che negli ultimi quarant’anni sono state portate avanti, tra molte difficoltà per dimostrare la ragionevole aspettativa di efficacia delle terapie di marca post freudiana. Come avverte Gabbard, in Psicoterapia Psicodinamica, queste ricerche sono per questo tipo di intervento clinico particolarmente ardue da portare avanti, soprattutto costose, perché richiedono per esempio un controllo sui pazienti e sul gruppo di controllo su tempi molto lunghi – le psicoterapie psicodinamiche sono psicoterapie che durano – e perché hanno una articolazione degli obbiettivi clinici diversa da quella che normalmente è nello sguardo delle psicoterapie di altri orientamenti – in primo luogo quello cognitivo comportamentale – più focalizzate su un sintomo. In questo secondo caso infatti, fare delle ricerca sull’efficacia dell’intervento clinico è relativamente più facile, rispetto cioè a interventi terapeutici che come scopo hanno il miglioramento del funzionamento globale, in cui vada ad includersi anche quel sintomo che era portato in prima battuta dal paziente.

Tuttavia, l’obbiettivo non era impossibile, gli Stati Uniti sono anche quel posto dove anche una questione del genere diventa un oggetto matematizzabile ed economicamente interessante, per esempio per le agenzie assicurative che si trovano a dover coprire i costi di psicoterapie di orientamento analitico, e quindi quelle ricerche sono state fatte e oggi, c’è una vasta bibliografia a farne testimonianza e il lavoro di alcuni accademici, a replicare questo tipo di ricerche nel contesto italiano.
Non abbiamo ancora una risposta definitiva, su questi argomenti – ma le risposte provvisorie sono favorevoli. Occuparmene non è ora materia di questo post, ma ci ritornerò a breve, e a chi fosse interessato rinvio ad alcuni lavori interessanti quello di Dazzi, Lingiardi e Colli, per l’appunto del 2006 – La ricerca in psicoterapia. Quello di De Coro e Andreassi per Carocci (con lo stesso titolo) , e per quanto nel dettaglio le conferme che vengono dalle neuroscienze e dal neuroimaging alle psicoterapie anche di orientamento psicodinamico Levy, Ablon, Kachele La psicoterapia psicodinamica basata sulla ricerca.

Qui invece mi interessa discutere quell’altra implicazione dell’articolo di Pagnini, quella con cui liquida con disinvoltura l’aspetto creativo e filosofico della pratica psicoterapeutica o più strettamente psicoanalitica. Nell’articolo si rifà soprattutto alla tradizione francese, alla storia lacaniana, ma a ben vedere le sue implicazioni possono essere allargate, in generale agli aspetti più idiosincratici, narrativi, soggettificati, e irriducibili della pratica clinica – quegli interventi di marca narrativa e mitopoietica che con estrema fatica la psicometria più recente ha cercato di includere nella ricerca. Pagnini attacca il contesto lacaniano, ma chi sa cosa direbbe della passione tutta junghiana per esempio dell’utilizzazione dei mitologemi in campo clinico o del famigerato quanto proficuo sul piano delle prassi concetto junghiano di inconscio collettivo– perché quello che conta sembra essere soltanto la capacità di rispondere alle prove di efficacia messe in campo dal contesto, senza interrogarsi sul come lo si fa, e sulla natura specifica di un intervento di cura che si avvale proprio di quel medium narrativo e soggettivo.
Questo tic mentale, che mette tra parentesi anche per intellettuali pregevoli, e seri studiosi aspetti idiosincratici della disciplina psicologica, ha una storia culturale.

In Italia infatti, più che in altri contesti – come per esempio quello nordamericano, ma anche forse quello sudamericano – la psicoanalisi è stata per molto tempo percepita, e per molto si è autopercepita, come un ‘istituzione culturale vicina al mondo delle elite intellettuali, o anzi di più – vicina al mondo degli artisti e degli scrittori, titolare di un sapere ineffabile e irriducibile che si sentiva persino alternativo rispetto alla codifica dei saperi di ambito accademico. C’era certamente dell’elitarismo in questo, c’era un discorso di classe in cui per un lungo periodo la psicoanalisi è stata imprigionata: perché era una cura dispendiosa per tempi e costi delle sedute che era adatta a un’utenza ora colta ora artistocratica che aveva gli strumenti per apprezzare le sofisticazioni di un sapere irriducibile, e che si sentiva rinfrancata narcisisticamente dall’implicito valore aggiunto che ha il compartecipare a un sistema linguistico esoterico, non matematizzabile, non falsificabile. Ciò che faceva imbestialire Popper era ciò che per molti rappresentava un cuscino e un balsamo – un cerotto, forse collusivo con certe patologie sociali. A certi pazienti la cui depressione si attacca come edera all’iconografia dell’irripetibile forse può far meglio un po’ di dozzinale democratica quanto sacrosanta banalità.
In questo senso, credo che l’istituzione della facoltà di psicologia, e tutte le altre conseguenze che la legge Ossicini ha avuto per la storia della psicoanalisi in Italia, come di tutti gli orientamenti psicoterapeutici di ispirazione psicodinamica è stata una benedizione. L’ingresso di molti psicoanalisti, o psicoterapeuti postfreudiani nell’accademia, insieme all’istituzione di un albo degli psicologi che normativizzasse l’accesso alla professione ha infatti avuto come effetto importante, oltre a quello di fornire un profilo professionale di terapeuta che desse delle importanti garanzie all’utenza, quello di mettere in contatto la psicologia dinamica con il mondo della ricerca scientifica. Il contesto italiano ha trovato una piattaforma di scambio operativo e intellettuale con altri contesti – in primo luogo quello nord americano, dove il commercio interno tra ricerca accademica, formazione analitica, lavoro con l’utenza, ricerca standardizzata sulla qualità e l’efficacia delle prestazioni cliniche è molto più avviato, e quella miscela di arte della psicoterapia e risposta alle istanze popperiane che è del mondo nord americano, è potuta arrivare sui nostri banchi di scuola.
Io, per fare un esempio, ho potuto studiare psicologia con quel mondo in classe.

Tuttavia mi sono resa conto, più che mai lavorando, che quella dimensione creativa e difficilmente riducibile, è una parte saliente del lavoro a cui non è bene rinunciare, e che anzi è giusto, e morale e democratico, ed eticamente prioritario considerare che qualsiasi paziente di qualsiasi estrazione sociale, storia personale, grado di istruzione e censo abbia il sacro diritto al crisma dell’originalità della sua vita intesa come romanzo, di una pratica di cura che sia una pratica narrativa, che lo faccia uscire da schemi grossolani di conformismi indotti, obbligati patologizzanti a loro volta. La dimensione narrattiva, filosofica, il gioco quasi squisitamente letterario del contesto clinico sono aspetti fondamentali della cura, e ineludibili, con buona pace di Pagnani. E’ il loro essere ineludibili che ha reso per altro titanico il lavoro di chi ha dovuto trovare stratagemmi psicometricamente affidabili nella ricerca sull’efficacia, e sono quegli aspetti i responsabili di un consistente dibattito sulla misurabilità degli strumenti adottati in terapia che ha portato a volumi, pubblicazioni, convegni. Anzi, per parte mia allo stato attuale dell’arte, il fatto che chi produca teorie sia spesso la stessa agenzia che poi si deve preoccupare di validarle sta nuocendo terribilmente alla crescita della disciplina, perché accorcia violentemente il raggio metaforico, la capacità di ambizione teorica, quella necessaria funzione mitopoietica che dovrebbe ancora avere il grande clinico. Le strettoie della ricerca standardizzata non fanno nascere un nuovo Freud, e manco una nuova Klein, e manco un nuovo Kernberg, ma solo piccole costellazioni di esperimenti replicabili, oppure grandi sforzi di validazione di qualcosa che era stato invece pensato senza preoccupazione. Ed è un problema, perché nella famosa stanza, noi clinici lavoriamo con quelle strutture narrative, con quel parco di metafore, e quando siamo bravi, se ci riusciamo dobbiamo fornirne di nuove, che si attaglino alla storia esistenziale del nostro paziente, il quale come dire – deve diventare un bravo di scrittore della propria vita, deve imparare nuove grammatiche, nuove sintassi.

Io per prima non ho molta simpatia per la tradizione lacaniana, ma per questioni di ordine strettamente tecnico e clinico, come per una sottile atmosfera di fondo che mi è estranea. Tuttavia non posso negare – per rimanere sull’esempio fornito da Pagnani – che certe costellazioni narrative del pensiero lacaniano sono un oggetto che ho ben presente quando lavoro, una grammatica possibile da mettere in campo quando il linguaggio del paziente o la sua storia me la dovessero rievocare. Nel mio chiamare in causa per esempio la jouissance quando tratto una paziente con un disturbo alimentare, ma potrei fare altri esempi afferenti ad altri contesti metaforici di scuola, quel vocabolario mi rimane utile. Così come altre soluzioni narrative, riflessioni peculiari di questo o quel campo possono entrare in scena, anche proveniente da contesti della psicoterapia estranei alla tradizione post freudiana o post junghiana che rappresentano il mio contesto. Per fare un altro esempio, io non credo che oggi ci possa essere un buon clinico che ignori il concetto di Doppio Legame.

Riassumendo quindi, il punto non è certamente mettere in secondo piano l’urgenza di rispondere alle domande di efficacia che legittimamente il contesto pone, ma includere nei mezzi con cui quell’efficacia sembra sempre di più poter essere garantita, quelle qualità inerenti alle logiche puramente discorsive, e narrative che sono le metafore e le ipotesi teoriche che le tradizioni di ricerca e di pensiero clinico propongono. Se no alla fine, quell’efficacia neanche si riesce a spiegare.

Un primo post confuso e junghiano sul sogno.

(Premessa. E’ da moltissimo tempo che desidero scrivere qualcosa sui sogni, per la verità da parecchio giro intorno a un libro sullo stile dei sogni, in relazione alla vita e alla personalità dei sognatori. Mi affascinano certe ricorrenze sullo stile onirico delle persone. Mi piacerebbe pure fare un lavoro sul mio modo di usare i sogni in terapia. Considerate allora questo, probabilmente disorganizzatissimo post, una serie di appunti preliminari a questo lavoro. Molto preliminari. )

La neurofisiologia del sogno e la sua funzione nell’economia psichica, sono ancora un argomento controverso in ambito neuroscientifico, ritrovandosi al centro di un dibattito che alla fine però poco intacca la prassi clinica di chi li utilizza. In ogni caso, tra le tante tesi –semplificando molto – quella che a me affascina di più è quella che considera la produzione onirica come una sorta di materiale di scarto dell’attività cerebrale, che potrebbe avere anche secondo alcuni, la funzione di mantenere un’economia gestibile dei sistemi di memoria e di apprendimento. E’ una tesi che mi piace, anche se è stata formulata da chi sperava di poterla usare per attaccare le modalità di lavoro dei clinici psicodinamici, quando invece può risultare quanto mai calzante. Lo scarto dell’attività cerebrale infatti potrebbe essere un oggetto assai prezioso per capire cosa si mangia il cervello durante il giorno, le sostanze emotive che compongono il suo sistema circolatorio, e da tutti gli scarti noi infatti ricostruiamo abitudini culture e identità. E un processo logico che raccontava bene per esempio in un racconto Marguerite Duras –in giornate intere fra gli alberi – dove una signora che frugava nella spazzatura ricostruiva le vite delle famiglie che l’avevano buttata – se c’erano carte di giocattoli indovinava dei bambini, e se trovava le bucce di molta frutta riconosceva il sintomo di un pranzo.

La stessa logica inversa, che usa gli scarti per la ricostruzione di contenuti positivi, la usiamo anche noi, quando facciamo come la magica suora di Foto di gruppo con signora – secondo esempio letterario, questa volta Heinrich Boll – che in base agli escrementi delle persone ne stabiliva moltissime cose: cosa avevano ingerito e il loro stato di salute, se una donna era incinta e se uno aveva un tumore. E quando noi portiamo le nostre cose a fare le analisi, ci avvantaggiamo della stessa logica.

Noi clinici dunque, lavoriamo con il sogno, considerandolo testimonianza del processo digestivo della vita psichica. In questo senso quanto il sogno ricorrente quanto l’incubo che si interrompe per un risveglio pieno di spavento, li possiamo leggere come la testimonianza di qualcosa di emotivamente difficile da digerire, da portare a termine, da metabolizzare. Qualcosa che si continua ad avere bisogno di assumere, che si ripropone nell’esperienza psichica, che è alla base di una dimensione problematica, e che non riesce a trovare elaborazioni successive.

Un altro modo empiricamente utile, per considerare il sogno, è leggerlo come il prodotto ultimo di un regista plenipotenziario. Un regista che ha risorse infinite e che non ha limiti di sorta alla scelta di sedi, oggetti, operazioni, attori e rappresentazioni possibili. Il nostro regista interno può non solo attingere a tutta l’esperienza mnestica di cui dispone il sognatore, ma in più alle bisogna si inventa pure oggetti che non esistono, e situazioni che violano bellamente le logiche del piano di coscienza. Questo suo costante pieno potere, deve farci diffidare da letture pedisseque e casuali dei nostri sogni – “ho sognato pino perché l’ho visto ieri” – perché avete presente quante migliaia di cose e persone avete visto ieri?
Se Pino è stato scelto dal regista plenipotenziario però, non è per la sua intrinseca importanza, ma per la sua capacità diciamo simbolica e allegorica. Pino è capace di incarnare qualcosa di importante che appartiene al sognatore, qualcosa di suo che per l’appunto deve essere affrontato e digerito – per questo, gli psicoterapeuti di orientamento dinamico usano tanto volentieri i sogni in terapia, perché quando il sogno viene portato in stanza, si lavora in due in quella digestione dell’esperienza emotiva e in qualche modo si aggiungono ingredienti. Ne deriverà una trasformazione dell’esperienza psichica. Quando un sogno rimane ricorrente in terapia, spesso e volentieri è segno che la decodifica ha mancato il bersaglio, e allora il problema si ripropone invariato. Quando si riesce a entrare in un circuito virtuoso con il sogno, l’esperienza onirica ha delle modificazioni – questo è molto bello e interessante.

Ora la decodifica simbolica del sogno varia teoricamente da scuola a scuola, ma io ho notato che con clinici di valore, che stimo – c’è spesso in ultima istanza una forte convergenza interpretativa. Incide il fatto che, il buon clinico ha un orecchio speciale per i modi di parlare degli oggetti del sogno che il paziente è sollecitato a esprimere, le associazioni, a capire quale risuona di una verità emotiva. Constato che c’è una sorta di primo livello interpretativo che rende le letture diverse da scuola a scuola, e un secondo livello in cui ci si avvicina: un po’ come una piccola sezione del Talmud, di cui parlava sempre volentieri Tedeschi, mio primo maestro – dove un piccolo ebreo andava da un collegio di rabbini a raccontare loro un sogno, e quelli rispondevano molte letture diverse, ma tutte secondo la Legge, erano vere. In ogni caso le letture sono indirizzate in un modo o nell’altro, e spesso i sognatori in terapia possono orientare la loro produzione onirica al linguaggio di scuola dell’analista – così come il mio modo di lavorare con i sogni è prevalentemente junghiano.
Nel mio modo di lavorare per esempio convivono letture degli oggetti simbolici legati all’esperienza del soggetto, con aspetti del sogno che appartengono alla storia simbolica degli oggetti rappresentati. Per questo una consistente cultura umanistica, antropologica, ma anche sociologica e massmediatica sono appannaggio importantissimo per capire i sogni in particolare alla maniera junghiana, perché da una parte c’è l’esperienza del sognatore, ma dall’altra il mondo sociale e valoriale da cui prende gli oggetti. Mentre per i canoni freudiani ortodossi, valgono in prima istanza le reazioni soggettive e le simbologie sessuali, nel contesto junghiano sognare per dire un tatuaggio, o una capra, vuol dire sognare anche il mondo culturale di cui sono simbolo, la tradizione in cui sono iscritti, le canzoni le poesie e i proverbi ritenere che nel mondo interno del soggetto quel vocabolario collettivo sia usato per parlare. Ma certo si possono anche sognare persone, che si sono incontrate nella vita, e che il regista del sogno decide essere la rappresentazione più adatta per interpretare un certo stato d’animo.

La questione è che il sognatore è uno che a fronte di questa illimitata disponibilità di mezzi rappresentativi però, ha la missione di rappresentare non il mondo esterno, ma il mondo interno. Il regista del sogno cioè è uno che lavora in termini allegorici utilizzando quello che l’esperienza cognitiva gli porta – non di rado attingendo a ambiti teoricamente disprezzati o non particolarmente valorizzati dal sognatore . In questo senso io sono affascinata dallo stile dei sognatori, e dalle loro evoluzioni. Io per esempio ho un sognare generalmente sotto tono, dove prevalgono sogni domestici di madre di famiglia – faccio la spesa, raccolgo cipolle, cose così e dove se proprio devo mettere un guizzo creativo, metto qualche attore della commedia americana in mezzo, in genere di tradizione ebraica. Ma ho avuto un paziente artista che faceva dei sogni di una bellezza incredibile, pezzi di Dalì fatti e finiti, e una indomita paziente molto graziosa e piacevole che ha per tutto il primo arco di terapia sognato efferati polizieschi di stampo americano, film di gangster. Questa curiosa tendenza del sogno potrebbe essere spiegata con il concetto di funzione compensatoria dell’attività onirica, che secondo Jung farebbe si che il sogno tenda sempre a valorizzare aspetti scotomizzati, surclassati e messi al latere dai principi di coscienza, allo scopo di farli reintegrare nella vita cosciente. La compensazione junghiana, si capisce meglio considerando l’idea di personalità di Jung, per cui a fronte di quattro funzioni fondamentali: intuizione/sensazione, pensiero/sentimento noi tendiamo ad avere una funzione più spiccata nel nostro modo di conoscere il mondo, che è compensata da quella opposta nell’esperienza inconscia.   Nel mio caso, che sul piano di coscienza sono un tipo molto intellettuale, portato alla speculazione e ai voli pindarici, la funzione compensatoria porta a mettere l’accento su questioni pù percettive, materiali, vitali dell’esperienza.
Fai la spesa, sta a pensà ai romanzi!

Se comunque si comincia a capire bene la lettura del sogno come attività inconscia che ha il compito di fotografare lo stato presente della realtà psichica di un sognatore, ci si può rispondere sulla loro eventuale capacità predittiva. Non è che naturalmente il sogno sia in grado di anticipare eventi di cui sul piano della coscienza si hanno poche informazioni, o comportamenti di altre persone o che. Il sogno non è un oggetto magico, e questo suo uso non riguarda l’esoterismo: ma il sogno dice spesso senza finzioni il proprio stato emotivo, le cose di cui ci siamo accorti e di cui non credevamo di esserci accorti. Un rapporto allenato con il proprio inconscio, raddrizza la barra del timone nella propria esperienza quotidiana, e io credo sia il più grande regalo che lascia una buona analisi una volta compiuta. Si ha a disposizione cioè una risorsa aggiuntiva, per capire come mai in un certo periodo siamo dispiaciuto, per capire cosa ci dispiace esattamente, nel nostro mondo intimo, di un certo insieme di circostanze.

 

Analista in rete. Secondo capitolo

 

 

Per capire meglio una serie di implicazioni che riguardano l’uso dei social e di internet da parte dello psicoterapeuta, e gli effetti che ha nelle sue relazioni sia con i potenziali pazienti che con quelli che sono già in terapia vorrei fare una serie di osservazioni preliminari che credo possano essere utili.
Possiamo considerare che con l’ingresso di internet nelle prassi relazionali quotidiane – in termini di psicologia sociale è intervenuto un terzo ruolo della rappresentazione soggettiva.

Tradizionalmente infatti noi eravamo abituati a ragionare opponendo la costellazione della identità primigenia di un individuo alle sue declinazioni di ruolo sociale. La sociologia ha espresso diversi costrutti intorno a questo tema – per esempio opponendo alla soggettività l’habitus, oppure riprendendo il concetto junghiano di persona, ossia della parte della personalità che un soggetto mostra al proprio contesto sociale. Gli psicoanalisti sono sempre stati tentati di considerare questa declinazione adattiva nei termini di una scelta nevrotica, individuando un triste bisogno che fa abdicare alle proprie caratteristiche primigenie in vista di un’accettazione emotiva che si sente come prioritaria e urgente. L’hanno fatto perché oggettivamente le modalità con cui si costruisce una persona che risponda ai valori sociali della propria contemporaneità risentono e anzi replicano le prime soluzioni adattive al primo ambiente sociale di riferimento di cui un soggetto dispone, che è il rapporto con i suoi genitori e più frequentemente in un sistema sesso genere tradizionale, con la figura materna – dietro questa sospettosa decodifica per esempio c’è il concetto winnicottiano di falso se. Tuttavia dal secondo novecento in poi è cambiato anche lo stile dello sguardo dei clinici, e nella ricerca si è cominciato a parlare in riferimento alle stesse dinamiche – di risorse e di affordances, di strategie apprese e che possono però essere utili a una buona qualità di vita. L’assunzione di un certo ruolo professionale quindi implica una percentuale di camaleontismo necessaria, non solo per la mera soddisfazione di una domanda sociale nei termini dello stereotipo professionale, ma anche perché il potenziare certe caratteristiche rispetto ad altre, aiuta a svolgere meglio quel certo lavoro che implica suoi specifici compiti.

Per la nostra professione di psicoterapeuti, e io parlo soprattutto per la mia famiglia professionale quella degli psicoanalisti e degli psicologi analisti, noi abbiamo avuto sempre a che fare con una prima polarità: la nostra soggettività di persone – estremamente variegata: analisti timidi, analisti audaci, analisti livorosi, analisti gentili, analisti materni e paterni, analisti con molto umorismo e analisti tetri come cimiteri, analisti vanitosissimi e analisti complessati e via discorrendo, e la nostra persona analitica con tutta la costellazione di necessità comportamentali che implica il nostro mestiere, e le richieste e proiezioni che ci mette sopra il nostro contesto sociale. Esiste cioè un carattere sociale dell’analista – uno stereotipo culturale che può essere in parte forzato da luoghi comuni, ma in parte si nutre di dati di realtà che sono realmente importanti. La persona analitica deve parlare relativamente poco, perché è pagato per ascoltare gli altri: se esso è di indole chiacchierona o silenziosa, dovrà comunque attestarsi su una zona di moderata occupazione dello spazio dialogico. In secondo luogo, per fare un altro esempio, per quanto la persona analitica possa avere grande affezione politica e ideologica per certi temi che gli sono cari e importanti per lui, sia che sia un appassionato combattente che un prudente osservatore, nella stanza d’analisi non potrà mettersi a pugnare con le idee del suo paziente come combatterebbe sul piano di realtà e quindi sempre nella zona psicologica del tipo osservatore dovrà mostrare di attestarsi. Oppure ancora: personalità particolarmente umorali o particolarmente egocentriche dovranno cercare di girare, nella stanza di terapia la manopola del loro carattere e limitarsi a usare le emozioni che provano per le esternazioni del paziente ai fini della terapia della cura. Il paziente infatti non è li per godersi lo spettacolo di una soggettività altrui e manco per cibarsi una pedagogia politica non richiesta, è li per risolvere dei problemi – e l’analisi del controtransfert serve a questo. Ulteriormente l’analista che come tratto di personalità è molto riservato, silenzioso, per sua natura poco accogliente e poco portato a fornire comunicazioni emotive, dovrà trovare un modo per far girare la manopola e mostrarsi capace di tutte queste cose, mostrare una sorta di quota minima di campo materno per facilitare il lungo lavoro del paziente.
E’ interessante constatare come in generale tutti siano portati a credere che il modo di essere di un analista in stanza corrisponda pedissequamente con la sua soggettività e si sottovaluti anche da persone colte e competenti la capacità di modulare il proprio arsenale caratteriale – grado di affettività mostrata, grado di estroversione, grado di umorismo etc – in vista di questo ruolo professionale. Di questa modulazione si rendono conto soltanto gli analisti che hanno attraversato una formazione analitica credo, perché sono i pochi che hanno potuto osservare uno psicoterapeuta nel suo quotidiano per esempio di didatta in una scuola, e nella stanza di analisi quando cioè è diventato il loro analista per un lavoro di formazione, o quando ha fatto il supervisore dei loro casi clinici. Loro o di un loro collega. Capita cioè di vedere per esempio didatti che a lezione risultano estremamente brillanti estremamente narcisisti, ed egocentrici e dire – mo’ questo ma come sarà in stanza, per poi scoprire quando si è in stanza, o quando ci è andato un nostro amico specializzando che invece è un analista silenzioso e gentilissimo. Per me almeno è stata una scoperta importante, che mi ha anche molto rassicurata sulla mia capacità di girare la manopola della mia esuberante personalità a mia volta.
Nell’opinione pubblica però questo scarto non c’è – magari astrattamente le persone sarebbero disposte a pensare che ci sono analisti con tante caratteristiche diverse, qualcuno legge qualche biografia dei più famosi e scopre cose interessanti, ma il pensiero condiviso è che il terapeuta è sempre silenzioso, partecipativo, osservatore, sagacissimo, controllato e spesso e volentieri – mesto.

 

A questo primo binomio si pone invece una terza identità che è quella della rete e che invece tendenzialmente, qualsiasi professione tu svolga, tende a chiedere alla tua personalità una modifica nella direzione opposta. Su internet soffia un vento che spinge alla rappresentazione dell’estroversione, per il semplice fatto strutturale che se stai silenzioso e non dici delle cose, non proponi contenuti non risulti sulla mappa. Tecnicamente un analista vecchia maniera seduto e silenzioso ad ascoltare può anche esserci, ed effettivamente c’è – mi pare che la maggior parte mantengono questa posizione – ma dalla rete non è avvertito. E anzi, anche la rete ha una sua rappresentazione culturale di leadership, premia certi comportamenti a discapito di altri, e la persona junghianamente parlando, che ha successo in rete è in un certo senso diametralmente opposta alla persona che è considerata socialmente idonea a fare il bravo terapeuta. La rete infatti vuole orizzontalità dei rapporti, linguaggio smart, produzione di lessico seduttivo e idee originali, chiede un’agilità privata e più intima delle vecchie distanze relazionali novecentesche – il lei in rete è ridicolo, la deferenza fuori luogo, si caldeggiano foto di bambini e cuoricini per l’anniversario di matrimonio. La rete inoltre incoraggia l’esposizione di affetti politici e ideologici, invoglia alla pugna e alla battaglia culturale. Di contro, scoraggia la narrazione esplicita di proprie aree problematiche: in rete raramente si narrano propri fallimenti, errori madornali, gaffes che incrinino la propria immagine pubblica.

Questo va incontro a certi processi cognitivi di cui si va discutendo anche con preoccupazione negli ultimi anni, perché si nota che l’uso della rete da parte di molte persone sospende qualsiasi senso critico e fa credere che qualsiasi cosa venga mostrata è una verità totale e non un’immagine parziale. Quando Spielberg si fece fotografare con un triceratopo tramortito sul set di jourassic park 5’000 animalisti americani insorsero perché si era fatto vedere con un animale morto alle spalle, spacciando per vera cioè una chiara finzione, oppure, altro esempio interessante – una giovane donna mi fece notare che, siccome aveva mostrato una foto di se incinta in rete qualcuno le aveva scritto nei commenti: ma allora hai fatto l’eterologa? Perché siccome non aveva mai parlato del suo compagno, le persone che avevano visto il suo profilo avevano dedotto che lei non avesse un compagno. La rete cioè produce questo processo cognitivo per cui si segmentano parti della vita di una persona che il soggetto propone come segmenti e li trasforma in tratti globali. Se ne deduce che, già le persone fanno fatica a capire che la modalità di stare in seduta di un analista è una sua funzione professionale che non necessariamente combacia con la sua struttura caratteriale – la rete può peggiorare la situazione ossia, può tendere a costruire una personalità superestroversa e smart e seduttiva intorno ai comportamenti manifestati dal singolo utente attivo, anche nel caso in cui faccia l’analista e portare le persone a dare per scontata che quella capacità di ascolto e relazione e modulazione di se siano lontane dal terapeuta letto su Facebook.

A questo punto quindi possiamo individuare due ordini di conseguenze negative ma soprattutto positive a saperle gestire. Il primo è relativo all’immagine dell’analista presso un pubblico di persone interessate alla psicologia, e ai suoi argomenti, quindi l’immagine professionale dell’analista a cui in un secondo momento si potrebbero rivolgere dei quesiti e una domanda di terapia. Il secondo riguarda la vasta serie di problemi ed effetti che la personalità analitica in rete dell’analista potrebbe provocare nelle terapie che sta seguendo. A questi due aspetti, dedicherò i prossimi due psichici post – il 3 e il 4 dell’Analista in rete.

 

Oh tempora o mores. Lo psicologo che scrive del corpo sociale.

 

Quando lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psicoanalista arriva a scrivere per un libro, per un giornale, più modestamente per un blog, ma capita anche nei dorati recinti delle riviste accademiche, arriva immancabilmente il momento in cui gli viene da applicare certe metafore del suo arsenale professionale alla realtà – scelta questa che gli da modo di illuminare fenomeni collettivi in una dimensione per la maggior parte delle persone insolita e interessante. Possiamo fornire tanti esempi di questa prassi: il primo e più noto è il caso di Recalcati che parla di eclissi del padre, per una somma intera di generazioni, di lui e di altri che hanno largamente indugiato nel concetto di patologia narcisistica della contemporaneità, ma non molto tempo addietro anche Pietro Barbetta parlava di società psicotica, e io stessa qualche anno fa, e reiteratamente o ho parlato di uso generalizzato e collettivo di meccanismi di difesa borderline nella società contemporanea – in un vecchissimo post dell’altro blog.
Le dinamiche producono questo tipo di scelta possono essere molteplici: da una parte c’è proprio una genuina seduzione intellettuale e un genuino senso di insight – ma sottotraccia possono esserci altre cose, tipo per esempio un rinforzo narcisistico asimmetrico che elicita una rappresentazione di se di potere – io so quello che voi non sapete, io vedo attraverso i corpi di cui voi vedete solo la superficie.

Io ci vedo soprattutto due ordini di rischi.
Il primo ordine riguarda la lettura di un contesto culturale e sociale come monolitico, non polisemico – costituito a sua volta da diverse microculture e microorganismi sociali, forme aggregative ed economiche diverse, con sistemi valoriali separati e non di rado spesso antagonisti tra loro. Per fare un esempio, sto leggendo un libro sulla tossicodipendenza di Zoja, un libro veramente molto bello su cui tornerò nascere non basta, in cui anche lui diceva una cosa generalizzata sulla società attuale che ha eluso il bildungsroman dell’eroe, la polarizzazione strutturante del duello, per sposare il concetto di nemico su grandi sistemi macropolitici – teoria su cui voglio tornare perché è in grande sintonia con la mia sulle difese arcaiche applicate nel pensiero politico. Però pensavo, si può applicare questa cosa anche in contesti culturali dove per esempio l’andrangheta fa ancora da padrona? Le società di stampo mafioso, le sacche sociali dove lo stato è patito come lontano e secondario e ancora vige un sistema di giustizia carnale e arcaico? Senza andare troppo lontano, io non sono sicura che in alcune borgate romane dimenticate da Dio e dagli uomini non vi siano epigoni del concetto di duello.

Sull’eclissi del padre c’è poi da ragionare. Perché anche qui esistono microculture diverse parcellizzate e organizzate molto diversamente, che danno luogo a sistemi familiari e valoriali molto distanti. Io probabilmente vengo da una famiglia che in linea transgenerazionale provocherebbe il collasso di Recalcati – aveva un lavoro di responsabilità già la mia bisnonna, a casa mia il logos ce l’hanno anche le madri senza nessuna emorragia del senso morale né di materno – ma se ci si sposta dallo sguardo di una certa media borghesia mediamente istruita e rispondente a certi canoni si dovrebbero vedere altre cose altri sistemi, altre organizzazioni. Io vedo per dire anzi, come la crisi vada rimandando a casa molte mie amiche madri e mogli, perché il femminile è sempre più vulnerabile e meno tutelato, e vecchie organizzazioni valoriali col logos di li, e l’eros di qua, siano tentate di ritornare impercettibilmente – oppure certe situazioni intermedie di grande incertezza e nervosismo.

Il secondo rischio, è che facendo questa operazione applicata sulla contemporaneità, si assuma impercettibilmente e involontariamente una posizione reazionaria e passatista. Oggi il padre è eclissato! Quanto si stava bene quando troneggiava! Oggi è l’età della psicosi! Invece prima guarda. Si assume un tono reprimendo e lamentoso, che forse ha alleanze con l’anagrafe – tutti invecchiamo, anche noi clinici e per tutti, anche per noi clinici si aprono distanze emotive con la contemporaneità che a un certo punto non è più la nostra linfa, la nostra attualità emotiva, essendo che è quella dei nostri figli e dei nostri nipoti. Non siamo più identificati con i valori del presente come ci succede a tutti quando si è ragazzi, siamo allontanati e quindi saggi per un verso, ma vecchi per un altro. Tra le maglie della reprimenda sociopsicoanalitica non di rado traluce il rimpianto per il mondo che ci ha generato e che ha prodotto la nostra infanzia e quella dei nostri padri, mondo che ci era epistemologicamente noto, familiare, intimo. E ci dimentichiamo di ricordare che era davvero un mondo altrettanto pieno di orrori, dove almeno lo stesso numero di oggi, ma fcredo molte più persone – campavano di merda.Un mondo che ha inventato due guerre mondiali, un mondo di abusi stupri e matrimoni riparatori, di persone che non richiedevano cure perché non avevano il diritto di essere persone.
Si potrebbe anzi fare un corposo saggio sulla psicodiagnostica del mondo che abbiamo lasciato, sulle patologie psichiatriche che creava, su cosa voleva dire, per usare Zoja (che però gli riconosco di essere molto attento e consapevole) abitare l’era del duello, o per continuare: l’era in cui se fai dieci bambini due morono e pazienza, per continuare l’era che tu donna schiava a letto e chiava, per continuare l’epoca del padre che o prendi il mestiere mio e fai la vita che dico io o se no crepa, per continuare l’epoca ma si questa figlia la do suora che una suora ci sta, devo continuare proprio?

Infine noi psicoterapeuti quando scriviamo applichiamo più volentieri certi difetti degli analisti giovani, che sono bravissimi a diagnosticare deficit e mancanze ed errori di contesti e ambienti familiari, ma a intravedere risorse e fattori evolutivi molto di meno. La diagnosi dell’eziogensi di un problema è certamente cosa molto utile, ma credo che in terapia individuare le risorse e premiarle sia altrettanto necessario. Questa cosa, di analizzare le risorse dei contesti culturali della contemporaneità e premiarle, noi clinici non la facciamo mai. Io pure, in dieci anni e spicci di sproloqui in rete, non mi ci sono mai cimentata. Non viene in mente, siamo sempre arrabbiati e dispiaciuti per qualcosa, scriviamo clinicamente di realtà sociale sempre quando la realtà sociale mostra una ferita, e forse ci sentiamo stupidi a parlare di risorse davanti il corpo sociale che sanguina. Eppure i medici pure questo fanno, incoraggiando in un modo o nell’altro gli organismi a reagire. Forse ogni tanto, sporadicamente, dovremmo cominciare a diagnosticare e incoraggiare le risorse sociali.