Analista in rete. Secondo capitolo

 

 

Per capire meglio una serie di implicazioni che riguardano l’uso dei social e di internet da parte dello psicoterapeuta, e gli effetti che ha nelle sue relazioni sia con i potenziali pazienti che con quelli che sono già in terapia vorrei fare una serie di osservazioni preliminari che credo possano essere utili.
Possiamo considerare che con l’ingresso di internet nelle prassi relazionali quotidiane – in termini di psicologia sociale è intervenuto un terzo ruolo della rappresentazione soggettiva.

Tradizionalmente infatti noi eravamo abituati a ragionare opponendo la costellazione della identità primigenia di un individuo alle sue declinazioni di ruolo sociale. La sociologia ha espresso diversi costrutti intorno a questo tema – per esempio opponendo alla soggettività l’habitus, oppure riprendendo il concetto junghiano di persona, ossia della parte della personalità che un soggetto mostra al proprio contesto sociale. Gli psicoanalisti sono sempre stati tentati di considerare questa declinazione adattiva nei termini di una scelta nevrotica, individuando un triste bisogno che fa abdicare alle proprie caratteristiche primigenie in vista di un’accettazione emotiva che si sente come prioritaria e urgente. L’hanno fatto perché oggettivamente le modalità con cui si costruisce una persona che risponda ai valori sociali della propria contemporaneità risentono e anzi replicano le prime soluzioni adattive al primo ambiente sociale di riferimento di cui un soggetto dispone, che è il rapporto con i suoi genitori e più frequentemente in un sistema sesso genere tradizionale, con la figura materna – dietro questa sospettosa decodifica per esempio c’è il concetto winnicottiano di falso se. Tuttavia dal secondo novecento in poi è cambiato anche lo stile dello sguardo dei clinici, e nella ricerca si è cominciato a parlare in riferimento alle stesse dinamiche – di risorse e di affordances, di strategie apprese e che possono però essere utili a una buona qualità di vita. L’assunzione di un certo ruolo professionale quindi implica una percentuale di camaleontismo necessaria, non solo per la mera soddisfazione di una domanda sociale nei termini dello stereotipo professionale, ma anche perché il potenziare certe caratteristiche rispetto ad altre, aiuta a svolgere meglio quel certo lavoro che implica suoi specifici compiti.

Per la nostra professione di psicoterapeuti, e io parlo soprattutto per la mia famiglia professionale quella degli psicoanalisti e degli psicologi analisti, noi abbiamo avuto sempre a che fare con una prima polarità: la nostra soggettività di persone – estremamente variegata: analisti timidi, analisti audaci, analisti livorosi, analisti gentili, analisti materni e paterni, analisti con molto umorismo e analisti tetri come cimiteri, analisti vanitosissimi e analisti complessati e via discorrendo, e la nostra persona analitica con tutta la costellazione di necessità comportamentali che implica il nostro mestiere, e le richieste e proiezioni che ci mette sopra il nostro contesto sociale. Esiste cioè un carattere sociale dell’analista – uno stereotipo culturale che può essere in parte forzato da luoghi comuni, ma in parte si nutre di dati di realtà che sono realmente importanti. La persona analitica deve parlare relativamente poco, perché è pagato per ascoltare gli altri: se esso è di indole chiacchierona o silenziosa, dovrà comunque attestarsi su una zona di moderata occupazione dello spazio dialogico. In secondo luogo, per fare un altro esempio, per quanto la persona analitica possa avere grande affezione politica e ideologica per certi temi che gli sono cari e importanti per lui, sia che sia un appassionato combattente che un prudente osservatore, nella stanza d’analisi non potrà mettersi a pugnare con le idee del suo paziente come combatterebbe sul piano di realtà e quindi sempre nella zona psicologica del tipo osservatore dovrà mostrare di attestarsi. Oppure ancora: personalità particolarmente umorali o particolarmente egocentriche dovranno cercare di girare, nella stanza di terapia la manopola del loro carattere e limitarsi a usare le emozioni che provano per le esternazioni del paziente ai fini della terapia della cura. Il paziente infatti non è li per godersi lo spettacolo di una soggettività altrui e manco per cibarsi una pedagogia politica non richiesta, è li per risolvere dei problemi – e l’analisi del controtransfert serve a questo. Ulteriormente l’analista che come tratto di personalità è molto riservato, silenzioso, per sua natura poco accogliente e poco portato a fornire comunicazioni emotive, dovrà trovare un modo per far girare la manopola e mostrarsi capace di tutte queste cose, mostrare una sorta di quota minima di campo materno per facilitare il lungo lavoro del paziente.
E’ interessante constatare come in generale tutti siano portati a credere che il modo di essere di un analista in stanza corrisponda pedissequamente con la sua soggettività e si sottovaluti anche da persone colte e competenti la capacità di modulare il proprio arsenale caratteriale – grado di affettività mostrata, grado di estroversione, grado di umorismo etc – in vista di questo ruolo professionale. Di questa modulazione si rendono conto soltanto gli analisti che hanno attraversato una formazione analitica credo, perché sono i pochi che hanno potuto osservare uno psicoterapeuta nel suo quotidiano per esempio di didatta in una scuola, e nella stanza di analisi quando cioè è diventato il loro analista per un lavoro di formazione, o quando ha fatto il supervisore dei loro casi clinici. Loro o di un loro collega. Capita cioè di vedere per esempio didatti che a lezione risultano estremamente brillanti estremamente narcisisti, ed egocentrici e dire – mo’ questo ma come sarà in stanza, per poi scoprire quando si è in stanza, o quando ci è andato un nostro amico specializzando che invece è un analista silenzioso e gentilissimo. Per me almeno è stata una scoperta importante, che mi ha anche molto rassicurata sulla mia capacità di girare la manopola della mia esuberante personalità a mia volta.
Nell’opinione pubblica però questo scarto non c’è – magari astrattamente le persone sarebbero disposte a pensare che ci sono analisti con tante caratteristiche diverse, qualcuno legge qualche biografia dei più famosi e scopre cose interessanti, ma il pensiero condiviso è che il terapeuta è sempre silenzioso, partecipativo, osservatore, sagacissimo, controllato e spesso e volentieri – mesto.

 

A questo primo binomio si pone invece una terza identità che è quella della rete e che invece tendenzialmente, qualsiasi professione tu svolga, tende a chiedere alla tua personalità una modifica nella direzione opposta. Su internet soffia un vento che spinge alla rappresentazione dell’estroversione, per il semplice fatto strutturale che se stai silenzioso e non dici delle cose, non proponi contenuti non risulti sulla mappa. Tecnicamente un analista vecchia maniera seduto e silenzioso ad ascoltare può anche esserci, ed effettivamente c’è – mi pare che la maggior parte mantengono questa posizione – ma dalla rete non è avvertito. E anzi, anche la rete ha una sua rappresentazione culturale di leadership, premia certi comportamenti a discapito di altri, e la persona junghianamente parlando, che ha successo in rete è in un certo senso diametralmente opposta alla persona che è considerata socialmente idonea a fare il bravo terapeuta. La rete infatti vuole orizzontalità dei rapporti, linguaggio smart, produzione di lessico seduttivo e idee originali, chiede un’agilità privata e più intima delle vecchie distanze relazionali novecentesche – il lei in rete è ridicolo, la deferenza fuori luogo, si caldeggiano foto di bambini e cuoricini per l’anniversario di matrimonio. La rete inoltre incoraggia l’esposizione di affetti politici e ideologici, invoglia alla pugna e alla battaglia culturale. Di contro, scoraggia la narrazione esplicita di proprie aree problematiche: in rete raramente si narrano propri fallimenti, errori madornali, gaffes che incrinino la propria immagine pubblica.

Questo va incontro a certi processi cognitivi di cui si va discutendo anche con preoccupazione negli ultimi anni, perché si nota che l’uso della rete da parte di molte persone sospende qualsiasi senso critico e fa credere che qualsiasi cosa venga mostrata è una verità totale e non un’immagine parziale. Quando Spielberg si fece fotografare con un triceratopo tramortito sul set di jourassic park 5’000 animalisti americani insorsero perché si era fatto vedere con un animale morto alle spalle, spacciando per vera cioè una chiara finzione, oppure, altro esempio interessante – una giovane donna mi fece notare che, siccome aveva mostrato una foto di se incinta in rete qualcuno le aveva scritto nei commenti: ma allora hai fatto l’eterologa? Perché siccome non aveva mai parlato del suo compagno, le persone che avevano visto il suo profilo avevano dedotto che lei non avesse un compagno. La rete cioè produce questo processo cognitivo per cui si segmentano parti della vita di una persona che il soggetto propone come segmenti e li trasforma in tratti globali. Se ne deduce che, già le persone fanno fatica a capire che la modalità di stare in seduta di un analista è una sua funzione professionale che non necessariamente combacia con la sua struttura caratteriale – la rete può peggiorare la situazione ossia, può tendere a costruire una personalità superestroversa e smart e seduttiva intorno ai comportamenti manifestati dal singolo utente attivo, anche nel caso in cui faccia l’analista e portare le persone a dare per scontata che quella capacità di ascolto e relazione e modulazione di se siano lontane dal terapeuta letto su Facebook.

A questo punto quindi possiamo individuare due ordini di conseguenze negative ma soprattutto positive a saperle gestire. Il primo è relativo all’immagine dell’analista presso un pubblico di persone interessate alla psicologia, e ai suoi argomenti, quindi l’immagine professionale dell’analista a cui in un secondo momento si potrebbero rivolgere dei quesiti e una domanda di terapia. Il secondo riguarda la vasta serie di problemi ed effetti che la personalità analitica in rete dell’analista potrebbe provocare nelle terapie che sta seguendo. A questi due aspetti, dedicherò i prossimi due psichici post – il 3 e il 4 dell’Analista in rete.

 

Oh tempora o mores. Lo psicologo che scrive del corpo sociale.

 

Quando lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psicoanalista arriva a scrivere per un libro, per un giornale, più modestamente per un blog, ma capita anche nei dorati recinti delle riviste accademiche, arriva immancabilmente il momento in cui gli viene da applicare certe metafore del suo arsenale professionale alla realtà – scelta questa che gli da modo di illuminare fenomeni collettivi in una dimensione per la maggior parte delle persone insolita e interessante. Possiamo fornire tanti esempi di questa prassi: il primo e più noto è il caso di Recalcati che parla di eclissi del padre, per una somma intera di generazioni, di lui e di altri che hanno largamente indugiato nel concetto di patologia narcisistica della contemporaneità, ma non molto tempo addietro anche Pietro Barbetta parlava di società psicotica, e io stessa qualche anno fa, e reiteratamente o ho parlato di uso generalizzato e collettivo di meccanismi di difesa borderline nella società contemporanea – in un vecchissimo post dell’altro blog.
Le dinamiche producono questo tipo di scelta possono essere molteplici: da una parte c’è proprio una genuina seduzione intellettuale e un genuino senso di insight – ma sottotraccia possono esserci altre cose, tipo per esempio un rinforzo narcisistico asimmetrico che elicita una rappresentazione di se di potere – io so quello che voi non sapete, io vedo attraverso i corpi di cui voi vedete solo la superficie.

Io ci vedo soprattutto due ordini di rischi.
Il primo ordine riguarda la lettura di un contesto culturale e sociale come monolitico, non polisemico – costituito a sua volta da diverse microculture e microorganismi sociali, forme aggregative ed economiche diverse, con sistemi valoriali separati e non di rado spesso antagonisti tra loro. Per fare un esempio, sto leggendo un libro sulla tossicodipendenza di Zoja, un libro veramente molto bello su cui tornerò nascere non basta, in cui anche lui diceva una cosa generalizzata sulla società attuale che ha eluso il bildungsroman dell’eroe, la polarizzazione strutturante del duello, per sposare il concetto di nemico su grandi sistemi macropolitici – teoria su cui voglio tornare perché è in grande sintonia con la mia sulle difese arcaiche applicate nel pensiero politico. Però pensavo, si può applicare questa cosa anche in contesti culturali dove per esempio l’andrangheta fa ancora da padrona? Le società di stampo mafioso, le sacche sociali dove lo stato è patito come lontano e secondario e ancora vige un sistema di giustizia carnale e arcaico? Senza andare troppo lontano, io non sono sicura che in alcune borgate romane dimenticate da Dio e dagli uomini non vi siano epigoni del concetto di duello.

Sull’eclissi del padre c’è poi da ragionare. Perché anche qui esistono microculture diverse parcellizzate e organizzate molto diversamente, che danno luogo a sistemi familiari e valoriali molto distanti. Io probabilmente vengo da una famiglia che in linea transgenerazionale provocherebbe il collasso di Recalcati – aveva un lavoro di responsabilità già la mia bisnonna, a casa mia il logos ce l’hanno anche le madri senza nessuna emorragia del senso morale né di materno – ma se ci si sposta dallo sguardo di una certa media borghesia mediamente istruita e rispondente a certi canoni si dovrebbero vedere altre cose altri sistemi, altre organizzazioni. Io vedo per dire anzi, come la crisi vada rimandando a casa molte mie amiche madri e mogli, perché il femminile è sempre più vulnerabile e meno tutelato, e vecchie organizzazioni valoriali col logos di li, e l’eros di qua, siano tentate di ritornare impercettibilmente – oppure certe situazioni intermedie di grande incertezza e nervosismo.

Il secondo rischio, è che facendo questa operazione applicata sulla contemporaneità, si assuma impercettibilmente e involontariamente una posizione reazionaria e passatista. Oggi il padre è eclissato! Quanto si stava bene quando troneggiava! Oggi è l’età della psicosi! Invece prima guarda. Si assume un tono reprimendo e lamentoso, che forse ha alleanze con l’anagrafe – tutti invecchiamo, anche noi clinici e per tutti, anche per noi clinici si aprono distanze emotive con la contemporaneità che a un certo punto non è più la nostra linfa, la nostra attualità emotiva, essendo che è quella dei nostri figli e dei nostri nipoti. Non siamo più identificati con i valori del presente come ci succede a tutti quando si è ragazzi, siamo allontanati e quindi saggi per un verso, ma vecchi per un altro. Tra le maglie della reprimenda sociopsicoanalitica non di rado traluce il rimpianto per il mondo che ci ha generato e che ha prodotto la nostra infanzia e quella dei nostri padri, mondo che ci era epistemologicamente noto, familiare, intimo. E ci dimentichiamo di ricordare che era davvero un mondo altrettanto pieno di orrori, dove almeno lo stesso numero di oggi, ma fcredo molte più persone – campavano di merda.Un mondo che ha inventato due guerre mondiali, un mondo di abusi stupri e matrimoni riparatori, di persone che non richiedevano cure perché non avevano il diritto di essere persone.
Si potrebbe anzi fare un corposo saggio sulla psicodiagnostica del mondo che abbiamo lasciato, sulle patologie psichiatriche che creava, su cosa voleva dire, per usare Zoja (che però gli riconosco di essere molto attento e consapevole) abitare l’era del duello, o per continuare: l’era in cui se fai dieci bambini due morono e pazienza, per continuare l’era che tu donna schiava a letto e chiava, per continuare l’epoca del padre che o prendi il mestiere mio e fai la vita che dico io o se no crepa, per continuare l’epoca ma si questa figlia la do suora che una suora ci sta, devo continuare proprio?

Infine noi psicoterapeuti quando scriviamo applichiamo più volentieri certi difetti degli analisti giovani, che sono bravissimi a diagnosticare deficit e mancanze ed errori di contesti e ambienti familiari, ma a intravedere risorse e fattori evolutivi molto di meno. La diagnosi dell’eziogensi di un problema è certamente cosa molto utile, ma credo che in terapia individuare le risorse e premiarle sia altrettanto necessario. Questa cosa, di analizzare le risorse dei contesti culturali della contemporaneità e premiarle, noi clinici non la facciamo mai. Io pure, in dieci anni e spicci di sproloqui in rete, non mi ci sono mai cimentata. Non viene in mente, siamo sempre arrabbiati e dispiaciuti per qualcosa, scriviamo clinicamente di realtà sociale sempre quando la realtà sociale mostra una ferita, e forse ci sentiamo stupidi a parlare di risorse davanti il corpo sociale che sanguina. Eppure i medici pure questo fanno, incoraggiando in un modo o nell’altro gli organismi a reagire. Forse ogni tanto, sporadicamente, dovremmo cominciare a diagnosticare e incoraggiare le risorse sociali.

 

 

 

Lo psicologo analista che abita la rete.

 

Come sa chi mi segue da tanto tempo, ho avuto per un lunghissimo periodo un blog su cui scrivevo con uno pseudonimo. All’epoca non avevo una pagina Facebook, non scrivevo libri e quello era il contenitore totale di tutte i miei modi di scrivere, che sono effettivamente molto diversi tra loro. C’erano i post che si leggono anche qui, di psicologia soprattutto ,ma anche di letteratura o di analisi politica e c’erano anche le cose che oggi riverso con più disinvoltura sulla mia pagina Facebook, post umoristici, o post riferiti alla mia vita privata. C’erano anche post, come ci sono qui che mettevano in campo slabbrate vocazioni letterarie.
Quel blog mi portò fortuna e lavoro. Mi ha accompagnata nella mia crescita professionale di psicologa, e mi ha portato a pubblicare i due libri, a cui seguirà un terzo – previsto per l’anno prossimo. Quella miscela di alto e basso, romanesco e forbito, gioco letterario e gioco intellettuale, riflessione sulla clinica e uso della clinica per capire certe cose del mondo contemporaneo, mi fece ottenere – mio malgrado una credibilità. Fu un’esperienza curiosa – perché mi rendevo conto che sotto pseudonimo scrivevo molte più cose autentiche di quanto facessi col mio nome – dal momento che rispetto a certe agenzie culturali, in primo luogo la mia associazione analitica – nutrivo un timore reverenziale, e una forte idealizzazione, che ancora è in fase di smantellamento, direi che sono solo all’inizio.

Fatto sta, che quando accadde che, quella rivista che veniva dai miei contesti culturali, e se vogliamo di classe citò “l’articolo della psicologa Zauberei” io mi dissi che era arrivato il momento di scrivere in chiaro. Quindi aprii questo blog, pubblicai a nome mio, il secondo libro, che conteneva molte irriverenze e mescolamenti di linguaggio alto e basso, e inoltre nella mia pagina facebook non mi trattenni, e continuo a non farlo, dall’ usare il linguaggio in tutta la sua estensione linguistica – e quindi includendo nell’ordine: dialetto, turpiloquio, neologismi di mio conio, come vezzi passatisti nell’uso di termini desueti. L’unica cosa su cui ho dovuto mettere un potente freno è stata la divulgazione di elementi riguardanti la mia vita privata, racconti sulle persone che compongono la mia famiglia perché queste narrazioni, avrebbero compromesso il mio lavoro di psicoterapeuta – e la qualità delle sedute con i miei pazienti. Tuttavia, mi rendo conto che il gradiente di privato che nella pagina facebook circola, è più alto di quello di diversi colleghi, non di tutti – anche se è un privato che mi sento in linea di massima di controllare. Non ho timore a dire cose come “stasera pollo al curry” o “mi piacciono molto le scarpe”.

Ora sono passati due anni, e mi trovo nel complesso a mio agio nella mia scelta di lavoro. Io scrivo molto, è una modalità di digestione dell’esperienza da cui prescindo malvolentieri, e che nel mio caso si serve di un uso esteso della lingua che scavalca di molto la sintassi della produzione specialistica, e che afferisce a diversi usi possibili. Questo uso esteso della comunicazione, però comporta una serie di problemi e riguardano me moltissimo per questo desiderio – per lo più esaudito – di scrivere di ciò che desidero, ma che riguarda molto tutti i colleghi nella misura in cui internet e i social network hanno imposto una terza modalità di comunicazione rispetto alle due tradizionali e opposte tra loro quelle della colloquialità contrapposta alla comunicazione formalizzata – magari da un contesto professionale.
Cosa fare cioè con questo nuovo mondo comunicativo orizzontale e fluido, che implica la rete? E in cui si incuneano e ci si approvvigionano diverse figure professionali anche blasonate? Cosa deve fare lo psicologo con questo Facebook in cui è abitudine mostrare foto di figli piccoli, parlare di dolori privati, darsi del tu tra prestigiosi accademici, accorciare le consuete distanze di sicurezza che tanto hanno facilitato la prassi clinica ( e ostacolato però mi viene d’aggiungere, la sua accessibilità)?

Gli psicoterapeuti, e mi viene da dire anche a mio discapito, i migliori di essi – sono stati spesso, anche se non sempre, molto nascosti, poco propensi a usare la comunicazione mediatica, hanno scritto poco sui giornali, non si sono visti quasi mai in televisione o sulla stampa. Questo per diversi motivi. Il primo riguarda la difficoltà a imporre una comunicazione complessa in un dibattito pubblico che premia la semplificazione e la impone come norma editoriale. Agli analisti che collaborano con testate giornalistiche si chiedono poche battute e pochi avverbi, in nome di una facilità che modifica però geneticamente i commenti, e trasforma il clinico complesso in qualcosa che non vuole diventare. Non riuscendo a imporre le regole del gioco il clinico spesso desiste. In secondo luogo e questo anche per me rappresenta un problema per cui mi sono imposta dei limiti – lo psicoterapeuta che si fa molto vedere in pubblico, fa qualcosa alla terapia con i suoi pazienti, che lo possono vedere fuori della stanza, come un oggetto pubblico e condiviso. Io per esempio – anche se mi sembra ancora molto ridicolo il fatto che lo abbia comunicato alla mia casa editrice – ho fatto sapere che mai avrei promosso il mio libro in televisione. E’ estremamente improbabile che io arrivi ad avere quel genere di successo, però lo vivrei come un enorme tradimento nei confronti dei miei pazienti. Da un punto di vista tecnico poi, l’uscire molto dalla stanza d’analisi, porta al far uscire delle parti di se che emergono in maniera incontrollata e che se tornano nelle cose dette dai pazienti in terapia, possono essere degli elementi spuri che sporcano la comunicazione, che fanno fraintendere la narrazione del paziente. Non sono problemi gravissimi, ma possono rallentare il lavoro.

L’uscire in rete però, ha rispetto all’uscire nei tradizionali mezzi di comunicazione una serie di connotazioni radicalmente diverse, legate alla diversità del mezzo, che implicano diverso tipo di rischi e diverso tipo di vantaggi – questi ultimi, secondo me superiori.
In primo luogo la rete permette una scrittura libera, il che non vuol dire soltanto libera nella direzione della banalità e della reiterazione di un’offerta che saturi una domanda consolidata, ma anche nella direzione opposta ostinata e contraria della complessità, dell’astruseria, della divulgazione di concetti ostici, colti esoterici: perché la scrittura in rete è gratuita, la sua fruizione è altrettanto gratuita e si ha la preziosa possibilità di scrivere senza ossequiare le regole di un presunto target o di una presunta regola dell’editoria, questioni che hanno particolarmente avvelenato l’imprenditoria culturale italiana. Quindi finalmente lo psicoanalista che ha desiderio, come io lo ho avuto, di parlare di oggetti collettivi con la lente analitica e tutte le codifiche sofisticate del caso, può farlo, nessuno gli dirà che non vende, o che non è adatto a quel tipo di pubblico: metterà il suo articolo in rete, e chiunque farà una ricerca dell’argomento di cui parla lo troverà, e se il suo articolo esaudirà una serie di domande in modo soddisfacente, quell’autore avrà trovato qualcuno che lo seguirà. Ancora di più sono le possibilità di creazioni linguistiche che perforino e attraversino la scrittura di genere, o la scrittura saggistica o divulgativa. In questo senso, io ho largamente approfittato della rete, lavorando a una prosa che portasse dentro alla divulgazione della psicologia dinamica sperimentazioni linguistiche che le sono estranee, e penso che se questa prosa non avesse trovato il suo piccolo mercato qui, non avrebbe avuto diritto esistenziale per nessuna casa editrice – o almeno sospetto.

La possibilità di non osservare un canone, rappresenta però soprattutto per quel che riguarda l’uso dei social network e per quel che riguarda la mia professione o una trappola pericolosa o un complicato dispositivo da saper usare con perizia. L’assenza di contenitore infatti porta a esporre parti di se che il rigido formato della divulgazione tradizionale non permetteva con altrettanta facilità. L’assenza di informazioni sul privato degli psicoterapeuti, sulla loro dimensione quotidiana e umana (hanno figli? Non hanno figli? Sono sposati divorziati? Sono ricchi poveri ma anche, sono introversi estroversi permalosi? Hanno hobby passioni debolezze? E via di seguito nell’infinita curiosità dell’umano) è sempre stata percepita dal vasto pubblico come una scelta elitaria, oppure di una scelta per tutelare il prestigio, una scelta cioè assimilabile a quella di altri professionisti o figure genericamente di potere o di elite culturale. In realtà però è una cosa che protegge moltissimo la terapia, la quale vive della possibilità di essere un campo emotivamente caldo, dove però tutto quello che accade dentro deve avere quanto meno una provenienza tracciabile e meglio se questa provenienza è tutta dalle regioni del paziente, visto che quelle sono le regioni concimate da dispiaceri e problemi antichi. Siccome un modo consueto anche se non l’unico, dei pazienti di portare ritratti di queste zone concimate dal dispiacere è di attribuire all’analista anche in forma di fantasia e dubbio cose che invece non è detto che gli appartengano, va da se che meno i pazienti sanno del privato del terapeuta più il lavoro sarà facilitato. Ne consegue che l’esperienza sui social per un clinico può essere fonte quanto meno di complicazioni perché non solo il potenziale paziente può venire a conoscenza di aspetti del futuro terapeuta che potrebbero inquinare le sue comunicazioni, ma ciò può accadere anche con persone che gli sono vicine, e che potrebbero per i più diversi scopi – vantarsi di una conoscenza per esempio – dirgli delle cose private dell’analista.
Per questo ordine di inconvenienti io uso una serie di stratagemmi, il primo dei quali è precludere ai miei pazienti il contatto con me via facebook o altri social. Ma siccome non è escluso che arrivino richieste di terapia dalla rete stessa, è importante controllare i contenuti che si propongono e sapere di averli messi in un campo, perché potrebbero riverberare nella stanza d’analisi.

Tutto questo mi risulta fattibile anche per una questione di metodo nell’esercitare la professione. Tra i tanti modi di classificare gli psicoanalisti oggi, anche di area junghiana c’è la polarità che oppone un modello di clinica più vicina all’ortodossia freudiana e un modello di clinica più vicina al modello relazionale. Gli analisti che lavorano secondo il primo modello, per quanto possano aver tesaurizzato i moniti della ricerca recente, preferiscono mantenere un idea dell’analista come soggetto neutrale, più silenzioso, megafono di quanto il paziente dice e interpretante quello che il paziente dice. Questo tipo di analista non dirà mai niente di se, niente che non sia una lettura di quello che porta il paziente, e quanto il paziente dirà di lui sarà in primo luogo letto in termini di transfert. Gli analisti invece di area relazionale, pur avendo idee molto severe per quel che concerne il setting e la necessaria rigidità delle sue pareti, concepiscono la possibilità di comunicazioni che vengano persino dall’esperienza privata del terapeuta purchè sia naturalmente sporadica e si abbia anticipatamente almeno parziale contezza di quello che accadrà quando quel contenuto sarà introdotto e del perché lo si fa. Molti junghiani lavorano in questo modo e nella mia prima analisi con Gian Franco Tedeschi ho largamente beneficiato delle sue rare comunicazioni private – le sue Self Disclausure, per usare il termine tecnico. Le volte in cui i miei pazienti – cosa che è successa molto raramente – hanno portato oggetti miei che io ho deliberatamente lasciato cadere in rete – per esempio quando è morto mio padre, ho utilizzato quell’oggetto personale come se fosse una self discousure, e devo dire è stato sempre molto utile. E’ interessante constatare infatti che questi oggetti caduti nella rete, mai casualmente, non sono sempre colti, lo sono anzi raramente. La maggior parte dei pazienti ha giustamente pochissimo interesse per la vita del proprio analista- vengono per parlare di se, non do noi – e quando capita l’oggetto in mano, è utile alla terapia vedere come verrà maneggiato.

Probabilmente questa non è l’unica questione di metodo che il vivere attivamente la rete di uno psicoterapeuta attiva, ce ne sono anche altre. Per esempio la rete può amplificare e diciamo sustanziare processi di idealizzazione di chi ha nel suo interno un profilo largamente accessibile, perché l’idealizzazione e la gerarchizzazione di piccoli gruppi è nel suo microfunzionamento: chi vi scrive molto e magari ha una discreta affabilità affabulatoria unita a un bisogno di leadership o di generico ritorno narcisistico produrrà immediatamente un piccolo seguito, una costellazione di amici che però si percepiscono non di rado anche un po’ fan. E’ un gioco di ruolo, che con una certa lucidità può essere facilmente letto come tale, senza soffrire troppo o senza montarsi la testa. Io stessa ho il mio seguito e sono per dire, alllegramente il seguito di qualcun altro. Ma tutto questo innestato su una relazione professionale di aiuto è un altro oggetto semantico da studiare e vedere nella sua interezza, perché già di per se lo psicoterapeuta occupa una posizione asimmetrica, rispetto al paziente, nonostante le giuste riflessioni epistemologiche che la psicoanalisi relazionale ha portato in campo, riguardo l’interdipendenza dei soggetti che partecipano alla cura, e ai processi di cocostruizione di quando viene detto in terapia. L’analista è vissuto come: qualcuno che aiuta un altro e si fa pagare per questo, come quello che sa rispetto a quello che non sa – e tutte queste cose possono – anche se non accade sempre – essere estremizzate dal paziente che abbia paura di mettersi in gioco. E quindi, per dire, la larga presenza di un analista on line con tutto il seguito che implica può fortificare le resistenze alla cura, colludere con esse. Più esce un’analista meno esce il paziente, mi ha detto una volta una collega che stimo.
Anche questa cosa però per me, può essere vista e analizzata nel medesimo campo analitico, perché mi rimane la convinzione che, se un paziente sfrutta la notorietà del suo analista per non mettersi in gioco, l’oggetto importante è il perché lo fa, e il motivo che sfrutta andrà indagato sempre in virtù del perché lo fa.

Possono emergere dunque delle complicazioni che sono comunque arricchenti e utilizzabili. Tuttavia ci sono altri vantaggi che secondo me è importante non sottovalutare.
Una classe di vantaggi riguarda l’importanza di abitare un cambiamento di costume che modifica radicalmente le prassi quotidiane di routine e di comunicazione delle persone. Questo cambiamento va abitato da chi di mestiere si occupa di persone, secondo me, e non semplicemente studiato in maniera indiretta. E’ un po’ come la terapia, che non puoi fare a terzi se non l’hai prima di tutto esperita su te stesso, e non ti basterà mai leggere di terapie o vedere come viene fatta ad altri. Così è la vita della rete. Le persone che usano la rete hanno nuovo campi relazionali che modificano le loro vite – e portano per esempio queste modificazioni nelle stanze di cura. I loro rapporti familiari sono interessati pesantemente dall’avvento dei social network, e bisogna starci dentro e in sostanza viversi la modificazione dei propri per capire bene come si sentono loro quando per esempio un ex compagno non gli dice che si sta separando ma lo capiscono da cosa scrive su Facebook, o l’angoscia che provano quando il proprio figlio non da notizie di se su uotpsapp, ma per fortuna che c’è un modo di capire che ha letto il messaggio, per cui il figlio è vissuto come insensibile e ingrato magari ma è vivo e vegeto sulla via del ritorno.

Una seconda classe di vantaggi riguarda la divulgazione e l’accessibilità alla psicoterapia, sia intesa come oggetto complessivo connesso a un sapere che ha bisogno di essere divulgato perché se ne desideri l’applicazione – e quindi brutalmente perché gli psicologi abbiano da lavorare – sia intesa come possibilità di intervento per il singolo. Un uso accorto della rete, con una diciamo disinvoltura sorvegliata – permette la possibilità di farsi conoscere in maniera non mediata, non filtrata, ma controllabile principalmente da noi. E io credo che questa sia una cosa troppo urgente, oggi, perché ci si possa rinunciare, e se questo passa per l’esplorazione di modalità comunicative diverse, di una sintassi alternativa nella produzione di concetti, non è detto che questo sia un danno: mi sembra anzi un terzo vantaggio enorme, rispetto ai media tradizionali.

 

 

Quelle donne che attaccano altre donne: un post analitico.

Ogni volta che si discute dell’immagine delle donne, di quanto essa è parlata, contesa, simbolizzata, oggetto di sanzioni ed esaltazioni, e naturalmente aspramente criticata, se si deve vestire se non si deve vestire, se si deve scoprire se non si deve scoprire, se è troppo grassa o magra, rifatta o slabbrata, si pensa a queste donne come preliminarmente o parlate da se stesse o dai maschi, o dalla cultura maschile. Gli oggetti in campo sono cioè o l’autodeterminazione di lei, o la determinazione di lui. Sul modo delle donne di parlare delle altre donne, e specie del loro corpo – si discute invece poco. Rientra un po’ in un’idea trita della cultura condivisa da molte donne, per cui il femminile sembra destinato a essere oggetto parlato ma non parlante – ed è un paradosso perché invece, questi sono ambiti in cui le donne si esprimono moltissimo, non solo per cittadinanza politica ma anche per necessità psicologica, e come vedremo – non di rado nevrotica.

Le donne si giudicano infatti ben da prima dell’avvento dell’industria culturale, dei media, della rappresentazione mediatica. Sono state le prime, prima dei loro stessi uomini, a stabilire uno standard estetico a cui in caso devolvere una ossequiosa osservanza. E’ stato questo, sempre stato, il modo delle donne di abitare contesti politici e di classe – e rimane questo il modo privilegiato in società in cui le variazioni individuali sono ridotte per un verso, e l’espressione pubblica del femminile è ancora inibita per un altro. E infatti a ben vedere, se si tende l’orecchio nei contesti di provincia e nei piccoli paesi la sanzione del corpo femminile è pratica più frequente capillare e diffusa – un certo standard femminile, è la garanzia di una sopravvivenza sociale, e il poter ricoprire quello standard il vantaggio da pubblicizzare quando altre aree della percezione di se sembrano in difficoltà. Nei piccoli paesi, la sanzione della grassezza, dello charme erotico, o dell’eccentricità di una persona anziana con un cappello vistoso, è un balsamo per la propria trita banalità, per i sacrifici che ha costato l’osservanza di un canone condiviso, o addirittura, per quelle tristi vicende di donne che, si sbattono tutta la vita a fare le borghesucce con milfout, per poi ritrovarsi separate con prole. La critica del corpo delle donne da parte delle donne, è insomma spesso e volentieri un revanchismo da disgraziate.

Ma psicologicamente cosa c’è dietro?
Un po’ c’è l’intramontabile concetto che aveva ben spiegato Joan Riviere agli albori dell’emancipazione femminile, in un bellissimo saggio womenliness like masquerade, in cui la notoriamente arcigna, intellettuale, cattiva Joan spiega la necessità della coquetterie, anche per la più brillante delle intellettuali che deve essere si efficace intellettualmente ma sempre nell’ambito della compiacenza di un padre interno, proiettato sul proprio contesto culturale per lo più composto da padri. Alla donna non va di tradire questo padre interno, e la coquetterie è un modo per saturare un edipo che, secondo molte analiste freudiane, per le ragazze non si sorpasserebbe mai del tutto. Quando Joan parlava di coquetterie si riferiva a certe modalità di relazione complimentosa, a certi modi di fare per esempio vagamente infantilizzati, il broncio, certe movenze lolitesche, che blandiscono l’autorità e plachino il complesso edipico. Ma la convergenza di uno standard femminile può essere una sorta di masquerade, e le donne che la tradiscono, perché grasse perché eccentriche, perché si sono rifatte il seno, rappresentano quindi il suo tradimento, l’incarnazione delle parti di se puer, per dirla con Jung, le parti di se cioè che vogliono sovvertire l’ordine, sfidare il padre, che stanno appresso a una regola, la quale fossanche una triste nevrosi porta in ogni caso gli inconfondibili segni dell’anarchia e dell’eversione: preferisco mangiare che stare appresso a questa schiavitù della compiacenza. Seguo la legge del mio sistema difensivo.

In questa direzione quindi, una prima lettura dell’ostilità di certe donne ad altre donne, quando non obbediscono a uno standard estetico maggioritario si fonda sulla proiezione di parti di se secondarie vissute come lati ombra e quindi non accettate. Quando le donne che incarnano questi lati ombra fioriscono nel successo si sprecano gli strali intinti nell’invidia: qualche giorno fa leggevo su Facebook una donna che a proposito della candidata alla presidenza degli stati uniti, aveva i complimenti di suo marito ex presidente degli stati uniti che ricordava il magnetismo politico della sua giovinezza, e questa donna di fronte a questa immagine di sfolgorante successo, si sentiva psicologicamente in dovere di dire, beh ma del suo baricentro a terra non vogliamo parlare? Sarai pure cioè la donna più potente del mondo con il marito che è stato il più potente del mondo e celebra oggi il motivo per cui potresti essere la donna più potente del mondo, però sei cicciotta eh. Tiè tiè tiè.
Quando invece le donne ombra franano nell’insuccesso, o in vite semplicemente banali il sarcasmo non si contiene, e assistiamo alla imbarazzante fenomenologia del revanchismo nevrotico, che gode dell’insuccesso altrui, perché quell’insuccesso gli risulta rinfrancante, tranquillizzante. Lo spettacolo penoso della sanzione irridente delle donne sulle altre donne.

Una seconda lettura riguarda il complesso materno.
E’ interessante constatare come secondo molti, anche per esempio Athol Hughes, che su di lei ha scritto un sofisticato saggio, Joan Riviere aveva una avuto una madre molto poco accogliente, molto fredda e patogena. Senza un materno che nella fase preedipica costituisca una base sicura, la sfida edipica diviene più difficile da sostenere, la figlia non introietta sufficienti oggetti rassicuranti quegli oggetti che vengono dalla relazione con la madre, e nella sofferenza di questa mancanza starà incastrata nella coquetterie edipica per tutta la vita: donne che nascono con la vocazione delle amanti, che millantano quindi superiorità verso le mogli, che sacralizzano il maschile e devono attaccare tutte le altre che dovessero ricordare il corpo di una madre, il salto nel potere della maturità, il materno simbolizzato nel corpo per esempio più manifestamente vicino alla procreazione. A quel punto l’idolo è la ragazzina efebica, la propria eterna giovinezza proiettata, la donna esile e carina da ammirare, la potenziale madre, la donna che mettesse in secondo piano la seduzione rispetto ad altri obbiettivi esistenziali, spostati su un altro piano di vita è vissuta come nemica, come oggetto invidiato ma da disprezzare e da colpire.

Per molto tempo, e per qualcuno ancora, questa è stata considerata la psicologia delle donne, ed è la psicologia delle donne più ricorrente in sistemi sesso- genere in cui il potere pubblico è tutto maschile, il femminile è svalutato socialmente e questo si riverbera nella costruzione dei sistemi familiari, dove soltanto la produzione di una prole numerosa e il raggiungimento di un certo carisma matriarcale – che nelle società rurali è sempre esistito – offre una possibile alternativa. Ma è una radice psicologica che non può estinguersi del tutto, e che magari in certi contesti può essere socializzata e culturalizzata.

Un’ultima considerazione la vorrei fare sulle persone che vi entrano in relazione. Penso che in linea di massima la relazione durevole con questo tipo di persone abbia qualcosa di insalubre: perché o rafforza aspetti regressivi – o scoraggia aspetti individualizzati, oppure quand’anche attacchi aspetti nevrotici   – l’irrisione di una donna che per esempio si fa troppe plastiche o ha un problema di peso – mette in uno stato psicologico che impedisce qualsiasi evoluzione. Forse può far bene però a molte donne che mettono da parte la priorità seduttiva rispetto ad altro, a ricordare qualcosa di importante di se, che si sta sottovalutando, a cui non si riesce a stare dietro, e che la coquette con la sua lingua biforcuta sta indicando. Riuscire a integrare in un percorso individualizzato anche quegli aspetti della comunicazione erotica, o di appartenenza alle norme di un gruppo culturale – può avere una sua utilità.

Non solo Orlando

 

Premessa.
Orlando è l’ultima strage commessa in America, avvenuta come prima conseguenza della libera vendita di armi a chiunque, anche prescindendo dal suo stato mentale. Questa volta l’assassino di molte persone aveva come obbiettivo il mondo omosessuale, mondo interno dell’assassino prima che esterno, altre volte erano per esempio dei bambini, anche li forse un bambino interno da colpire. Le varie stragi degli Stati Uniti hanno in comune quindi oltre alla scandalosa facilità di esecuzione, anche una diagnosi psichiatrica importante dove, credo invariabilmente, compare un disturbo di personalità piuttosto grave, vicino cioè al versante psicotico.

A proposito di questo ultimo attentato, Isis ha rivendicato una paternità, una relazione. L’uomo era un immigrato di seconda generazione, nel cui computer sono state trovate immagini di esecuzioni Isis e si vanno cercando tracce di un contatto più consistente – non è detto che se ne trovino. La psicopatologia grave, in questa come nelle circostanze europee fa il gioco di Isis, e se l’intercettazione di persone vulnerabili allo charme demoniaco della sua campagna mediatica riesce bene grazie a situazioni psichiatricamente rilevanti, le miscele esplosive di quelle stesse situazioni psichiatrice con le problematiche del territorio, permette anche al terrorismo di marca medioorientale di lasciar fare quello che altri fanno per se, per poi metterci la bandierina dopo.

Ora, per quanto da Utoya, a Parigi a Orlando, passando per stragi agganciate o sganciate dal terrorismo ci sia sempre una diagnosi psichiatrica rilevante –  per altro in una rosa ristretta e di possibilità ricorrenti – la reazione dell’opinione pubblica e del pubblico dibattito è : ok era matto ma ce l’aveva con. Oppure: Ok era matto ma ci sono le armi, ok era matto ma la cultura ha molto contribuito…. Ok era matto cioè, è un modo di leggere la notizia del patologia psichiatrica grave come un dato quasi deludente, da mettere tra parentesi per diversi motivi. Matto è una categoria generica, labile ma al contempo percepita come assolutoria e quindi frustrante, sacralizzata dall’alone della vittima perciò intoccabile. A dire matto vuol dire che non si può punire, ma siccome di cosa fa la psicologia applicata o la psichiatria non si sa niente e manco ci si vuol pensare, a matto si collega anche una impossibilità di azione. Meglio invece concentrarsi su tutte le cose, che poi di solito esistono per davvero e hanno una corresponsabilità nella causalità dell’azione. Nel caso di Orlando il problema è l’omofobia, per altro molto di più l’omofobia occidentale che quella di marca islamica, perché l’assassino in occidente è cresciuto e il suo controverso rapporto con la sua identità in occidente è maturato. Occuparsi dell’omofobia è una cosa giusta, con o senza Orlando, come del resto occuparsi di un regime così scelleratamente irresponsabile da dare le armi a chicchessia è cosa buona e giusta, con o senza Orlando.
Ma io, che di mestiere sono psicologa, non posso fare a meno di far notare: guardate come per ogni strage emerga una diagnosi importante, guardatelo questo fatto! E’ un’informazione utile, utile per la prevenzione e per un intervento tempestivo, molto più di quanto si possa sospettare.

Cosa dobbiamo guardare?

La diagnosi psichiatrica, con le sue etichette di massima, è un sistema geometrico particolarmente ostico perché si pensa che non riesca a contenere la variabilità umana. In effetti quando si avvia una psicoterapia, della eventuale diagnosi di partenza ci si fa ben poco, dovendosi invece addentrare nel romanzo esistenziale di ognuno. E questa insufficienza a coprire la realtà da parte della psichiatria è anche una bella cosa, è la garanzia della nostra varietà e forse della nostra libertà. Tuttavia, la verità antipatica a cui non ci piace pensare, è che, proprio al contrario di quel che sosteneva Tolstoij, non è affatto l’infelicità a renderci originali, ma la felicità: più la psiche soffre, meno risorse ha, meno è originale, e quindi al momento della diagnosi le infelicità sono facilmente raggruppabili in etichette, perché le risorse sono poche  e sono sempre le stesse.  Quindi in fase di screening e interventi di pubblica utilità si le diagnosi hanno una gran ragione d’essere, essendo gli aspetti individualizzati e più sani a rendere le persone diverse, a colorire in maniera soggettificata le diverse sofferenze. Ma più si scende nella gravità e più le diagnosi sono fattibili, o riguardano dibattiti su questioni molto sottili.

Non ho incontrato nessuno di questi assassini di persona. Mi pare di capire però che sono tutti collocati in un disturbo di personalità a basso funzionamento, a cui si possono unire altre cose, come un delirio psicotico, una struttura paranoide, fino a un’organizzazione antisociale. Vuol dire che si tratta di persone che funzionano bene sotto il profilo della programmazione materiale delle azioni, che non si comportano nel quotidiano in maniera davvero incongrua, ma che hanno un problema consistente nella gestione delle emozioni, di sentimenti persecutori e ossessivi. In queste diagnosi prevalgono meccanismi di difesa arcaici, e spesso si accompagnano a deliri persecutori, paranoie di vario ordine e grado. Nel caso di Breivik non a caso, il dibattito fu tra clinici che sostenevano una diagnosi borderline con tratti psicotici, e psicosi vera e propria. La cosa fondamentale è che queste persone hanno una struttura che funziona in un certo modo e che cerca un oggetto, il che vuol dire che non è l’oggetto a formare la struttura: l’omofobia è cioè l’oggetto scelto, a Orlando, ma non è l’omofobia ad aver costruito il pensiero di chi ha compiuto la strage di Orlando. Il che implica sostanzialmente che quel dna, e quella storia familiare, in assenza di contesto omofobico avrebbero facilmente prodotto l’assassino di qualcuno che non è omosessuale.
Ma comunque un assassino.

Quindi forse, dovremmo spostarci sulla semplice constatazione a posteriori di è matto ok ma, e intervenire preventivamente a tutti livelli, sia per evitare che si strutturino diagnosi così pericolose, sia per intercettarle quando ancora si può intervenire con relativo maggior successo, sia per prevenire il rischio di episodi pericolosi. Diagnosi così per esempio in preadolescenza mostrano più di una spia.  Per fare un esempio.  Questo va detto, non solo in relazione a stragi di così vasta portata, ma anche di morti singole – che hanno la loro drammaticità: i nostri femminicidi per esempio spesso se non sempre hanno una storia di disturbo di personalità, ma anche i nostri infanticidi. Il che naturalmente non ci esime dal dovere di fare delle sacrosante battaglie per ottenere ciò che è giusto o necessario, per esempio combattere l’omofobia o qualsiasi altra cosa. Ma credo che bisognerebbe utilizzare i saperi psi – psichiatria, psicologia, psicologia dinamica – in un modo politico e collettivo, più di quanto si faccia.
(E perché non si fa? È un altro post)

Violenza di genere: cosa possono fare gli uomini?

 

Ogni volta che l’opinione pubblica si confronta con il femminicidio, il discorso pubblico si allarga alla discussione di tutte le forme di violenza di genere, e inevitabilmente si riflette sugli aspetti dell’argomento che interessano genuinamente il maschile, sia nelle sue reazioni, che nella sua eventuale implicazione alla prevenzione del fenomeno. Forse, la discussione collettiva si è spostata di più su questa prospettiva negli ultimi anni ed è un importante punto conquistato su cui è opportuno non mollare, sia perché la violenza di genere riguarda entrambi gli elementi della coppia relazionale, ma certamente riguarda in primo luogo una patologia del maschile, un suo deragliamento, e quindi bene è che gli uomini ne parlino, sia perché , siccome il potere è politico è ancora prevalentemente maschile, finché il maschile non considererà il problema prioritario, non avrà priorità nel discorso pubblico, nelle amministrazioni regionali e comunali – nei contesti cioè dove si erogano finanziamenti pubblici necessari a contrastare la violenza di genere.

Devo dire, che ho notato, in dieci anni di rete, molto progressi, almeno dal mio vertice di osservazione: rispetto a dieci anni fa, è considerevolmente aumentata la partecipazione degli uomini a questo problema, è cambiato il tipo di coinvolgimento messo in atto, e per quel che mi è dato osservare vanno cambiando anche i modi di pensare queste cose anche in altre aree politiche e socioeconomiche. Le persone stanno imparando a scandalizzarsi, a indignarsi, a uscire dalla retorica di una fuorviante concezione del maschile. La reazione della frangia reazionaria al dibattito pubblico ora tende più che altro a disconoscere il fenomeno, ascrivendolo agli omicidi tout court, a negare una dimensione problematica per le donne, più che altro perché invidiosi della centralità dell’argomento che toglie la scena a questioni con cui si sentono più identificati. Il sessismo naturalmente esiste ancora, ma nonostante tutto persino questo paese impara a ragionare.

In ogni caso, sorge continua la domanda. Cosa possono fare gli uomini per intervenire nel fenomeno? Perché è una questione scivolosa. Devono dire che gli appartiene in quanto uomini, oppure devono chiamarsene fuori proprio in quanto uomini per bene? Devono imputare negli altri, o riconoscere in se stessi? La violenza di genere è una patologia di genere? Cosa deve fare un uomo per bene?

Rimango sempre un po’ perplessa quando si chiede agli uomini di farsi un esame di coscienza, perché penso che questo tipo di richiesta sposti molto l’accento sulla cultura quando per me la cultura offre un sintomo sul vassoio perché sia acciuffato dalla psicopatologia. Ma rimane il fatto che sul vassoio il sintomo ci sta, e quindi forse anche il maschile dovrebbe occuparsi di contrastare il fenomeno. Capisco moltissimo l’irritazione di chi si sente come accusato di qualcosa che non ha fatto, eppure penso che la questione vada posta lo stesso, e anche liberata da alcune fraintendimenti apparenti.
Ora infatti io scriverò cosa è importante che avvenga da parte maschile. Avverto in anticipo che si tratta di un mio parere personale, che spesso è stato guardato con sospetto da alcune critiche femministe e attaccato. Ma io considero la violenza di genere un esito della patologia misogina, non della scelta politica sessista. Un’organizzazione tradizionale della famiglia, può tranquillamente produrre un comportamento di convivenza pacifica e felice tra i generi. Il problema secondario è quando quell’organizzazione maschilista non dovesse fornire supporti sociali e giuridici: quando un medico di ospedale si rifiuta di attivare un codice rosa, o un poliziotto scoraggia amabilmente una denuncia, cose che capitano ancora, e che non sono ascrivibili al maschilismo scivolano una collusione misogina.

Io credo che il primo ruolo importante lo abbiano i padri, i padri di figli maschi. Questi padri potrebbero tenere a mente quanto spiegato nel bellissimo la funzione materna di Nancy Chodorow che però parla anche di strutturazione del paterno e del maschile. Chodorow spiega che quando per esempio un figlio maschio non ha a disposizione un padre concreto con cui confrontarsi e da cui prendere esempio per la sua costruzione identitaria, così come per la sua strutturazione emotiva, si sentirà costretto ad attivare un’immagine di maschile astratto, derivato dal mondo esterno e dalle proiezioni sul maschile potente dei suoi pari, ossia di altri bambini e ragazzi. Il padre assente, spesso e volentieri, certo non sempre ma il rischio c’è, è compensato da un immagine di supereroe molto virile molto forte ma poco emotivo e capace di tratti tradizionalmente intesi come femminili. E’ un catalizzatore di riscatto per il senso di abbandono che procura l’assenza di un genitore. Più un figlio ha a casa il padre, lo vede, ci parla, vede che è in grado di essere maschio mostrandosi sofferente e dispiaciuto, meno avrà bisogno di identificarsi con un maschile non in grado di negoziare con i sentimenti e che si schiaccia solo sull’esercizio del potere e della forza.

Ai bambini e alla loro psicologia, femminismo e maschilismo sono assolutamente indifferenti, e secondo me piuttosto ininfluenti. La psicologia dei bambini e la loro strutturazione identitaria si fa osservando le dinamiche relazionali degli adulti e il loro modo di stare al mondo. Se una bimba viene vestita di rosa da mane a sera e ci ha tutte barbie ma la mamma è medico chirurgo, state sereni che terrà in mente un modello di donna che fa dei lavori impegnativi e socialmente considerati maschili. Famiglia progressista o famiglia reazionaria, un bambino deve vedere il padre che rispetta la madre, che le parla in modo paritario, avendo cura del ruolo che esercita in casa per esempio di accudimento se è casalinga, o di lavoratrice che mantiene la famiglia se lavora. Un bambino impara a essere con le donne guardano il padre con la madre.

Inoltre, un padre che mostra palesemente di disprezzare la madre o che la aggredisce fisicamente, costringe un figlio a disprezzarla a sua volta, mettendolo in un doppio legame di psicopatologia: perché in questo modo o si identifica con un padre cattivo che aggredisce chi lo ha messo al mondo, o in alternativa dovrà identificarsi con la madre rifiutando il passaggio importante di assumere dialetticamente l’identificazione col padre. Come la giri è sempre un brutto tragitto. Inoltre una madre in queste condizioni a sua volta è portata a compiere atti patologici verso il figlio il quale, o è iconizzato a oggetto difensivo dal padre, oppure è dimenticato e inascoltato a causa della profonda depressione della madre. Questo è molto frequente e crea una devastante dipendenza dal materno che cortocircuiterà con la violenza del padre e che produrrà un figlio violento.
In queste situazioni drammatiche, cugini, fratelli, amici, maschi vicini di casa con la testa sulle spalle, sono quelli nella posizione di elezione per far notare qualcosa. Ma persino giornalisti, uomini, e uomini pubblici. Qualsiasi donna vicina non sarà percepita, perché oggetto delle stesse proiezioni che sono spalmate sulla partner. Invece un uomo che dice, guarda attento – specie se percepito come autorevole, potrebbe essere più incisivo. Un gruppo meglio ancora.

In generale comunque la differenza importante da tenere a mente è quella tra misoginia e maschilismo, e tenere a mente le cause psichiche che possono far degenerare in misoginia. Ci sono contesti culturali misogini, ma io temo che sia piuttosto vano parlarne in questa sede anche se ci sono e sono molti, e quelli vanno in ogni modo sabotati, ma ci sono comportamenti che preparano il terreno alla misoginia. Più l’uomo è sicuro nella sua capacità relazionale, meno avrà bisogno di aggredire il suo oggetto del desiderio. Banalmente, più è amato, più amerà. Più è aiutato a tollerare le frustrazioni in un contesto protetto, e più domani non sentirà il bisogno di vendicarsi quando fronteggia le frustrazioni. Quindi la questione non è solo, amare i propri figli, ma per esempio saperli far piangere un poco perché la mamma quella sera non c’è, ma c’è qualcun altro, quando quella cosa non dovesse essere permessa, quando è l’ora di andare a dormire. E anche aiutare la madre a essere severa, perché una madre che sa essere un po’ severa, è una madre che prepara un ragazzo ad avere una fidanzata che si fa rispettare.
E poi un’ultima questione. C’è una canzone di Paolo Conte che si chiama Lo zio. Il ruolo dello zio, del cugino, dell’amico di famiglia secondo me per i ragazzini è fondamentale. Lo zio è quello che apre gli spazi, che apre le prospettive, che dice come va davvero il mondo, lo zio è idealizzato, misconosciuto, segreto. Può esercitare un carisma che un padre non ha e men che mai una madre. Ed è anche un ruolo magico, perché libero da doveri e responsabilità! Lo zio dice parolacce! Regala dolci! Porta alle partite. Lo zio è quello che può dire come va il mondo. Siate gli zii dei vostri nipoti, e delle generazioni che vengono. E questo anche quando siete sul posto di lavoro, e vi capitano tra le mani questioni che sfiorano il tema, agite come se foste il padre del mondo che arriva.  Senza rimpallare la questione pensando che non vi riguardi.

Lavorare in emergenza con le donne vittime di violenza

Premessa.
Qualche giorno fa ho partecipato a una riunione di risorse territoriali per un progetto riguardante la violenza di genere. Era un po’ di tempo che non mi confrontavo con l’esperienza di trincea, che io stessa avevo fatto in passato nei centri antiviolenza, e ho riconosciuto ancora una volta le difficoltà materiali e psicologiche di chi si mette a disposizione per intervenire nella fase di sostegno di maggior impatto, ossia gli operatori di primo soccorso, per la verità operatrici, che sono quelle che devono trovare una risposta quando una donna si presenta e dice che qualcuno la vuole ammazzare. La riunione si era fatta molto animata e concitata perché il problema di questi operatori di confine è in buona parte dovuto alla cronica assenza di risorse – per cui quando arriva la donna al pronto soccorso per esempio o chiama in un centro per trovare riparo – spesso non si riesce a trovare un posto dove farla andare, questo bisogna dire non solo per l’assenza cronica di strutture sul territorio (Roma ne ha tantissime poi se si fa il paragone con molte città del sud assolutamente sguarnite) ma anche per le restrizioni che molti centri pongono, specie nei confronti delle donne con bambini (che paradossalmente invece sono quelle più in pericolo: la gravidanza è spesso ciò che slatentizza qualcosa che è rimasto inespresso). Dunque queste operatrici erano giustamente esasperate e angosciate per dover dire, a una persona che le contatta, magari con un taglio sul volto o un occhio nero, magari con un referto di pronto soccorso, che se torna a casa quello la ammazza – beh mi spiace, deve dire questo operatrice torna a farti ammazzare.

Ci sarebbe un discorso da fare probabilmente, non solo sui soldi che le amministrazioni sono disposte a spendere, ma anche sulle gestioni e sui bilanci delle singole associazioni, materia in cui non voglio entrare ma che, stante la varietà dell’offerta meriterebbe un lavoro a tempo pieno, perché da una parte non ci sono standard di intervento, dall’altra ci sono gestioni dei fondi presi in appalto che meriterebbero una disamina. Invece quello di cui vorrei parlare qui, anche perché mi sento di poter dire più cose in materia, riguarda la gestione psicologica dell’oneroso compito dell’operatore di trincea, di colui il quale si trova in varie circostanze, a fronteggiare il problema dell’emergenza.

Che poi, si tratta di una circostanza a cui magari certe figure professionali si trovano maggiormente esposte per statuto, ma che possono capitare in svariate circostanze lavorative ed esistenziali. L’emergenza arriva da un medico generico, arriva da un poliziotto qualsiasi, arriva da una amica stretta, arriva tutt’altro che infrequente in uno studio di psicoterapia. E’ emotiva, teatrale, coinvolgente, abnorme. Si pone con circostanze potenti: armi, coltelli, gesti impossibili : uomini che legano, che sbattono la testa della compagna su un muro, che rompono arti. Uomini che urlano minacciano, e dicono cose terribili. Scene che si svolgono davanti a bambini, o in cui qualche volta sono coinvolti i bambini stessi.
Salvatemi! Salvatemi Ora.

Allora, fermo restando che sul piano pratico la prima cosa da fare è trovare una soluzione pratica, vorrei provare a mettere in campo alcune considerazioni analitiche, che possono essere utili nella circostanza. Per agilità, procederò in modo schematico.

E’ sempre bene avere chiara qual è la premessa deontologicamente scorretta per cui si svolge una professione di aiuto di impatto così coinvolgente, e così costosa – come l’operatore di frontiera. Raramente ci si trova per caso in certi ruoli, e più spesso quando li si occupa si ascolta un’omeostasi interna che non è delle più generose. Non bisogna fidarsi mai, e credere del tutto al fatto che l’urgenza etica di fare del bene sia il motore di una scelta professionale o di volontariato. In nome di quella stessa urgenza etica è bene pulire il campo da disonestà intellettuali anche se involontarie e farsi delle domande – meglio sarebbe una terapia individuale o di gruppo (l’ideale sarebbero dei gruppi presso gli enti in cui si svolgono certe attività: unità di primo soccorso, centri antiviolenza, i vari luoghi del volontariato) che aiuti a capire qual è il gancio dell’equazione personale. Le direzioni, non sempre gradevoli da scoprire, possono riguardare tante cose, il genuino piacere dell’asimmetria tra salvatore e salvato, il parossistico tentativo di curare proprie simbologie interne nella vita degli altri, non di rado il guarire le colpe dei padri nel proprio corpo di figli, oppure di emulare i padri o le madri, il sentirsi molto belli e buoni. Tutte queste dimensioni offrono molta energia ma vanno viste misurate e smussate, per evitare pericolosi effetti collaterali a se e agli altri, negando loro libertà di crescita e libertà di stallo, andando poi incontro a cocenti frustrazioni, e – frustrazione su frustrazione – burn out senza ritorno.

Se il motivo politicamente scorretto infatti viene scotomizzato, l’aiutato in situazioni di emergenza, viene investito di un ruolo sacro, vitale, perché dalle sue scelte dipende il proprio destino. Egli deve salvarsi per salvare noi, salvarsi per farci sentire buoni, salvarsi per esserci grati, salvarsi per salvarci dalla terribile profezia di sventura, per cui se non obbedisce al luminoso destino che noi pensiamo per lui, ne deriverà una rabbia terribile, un grandissimo senso di frustrazione.
E questa cosa l’altro la fa molto frequentemente. Nel nostro caso, l’altra. Per molti motivi. Il primo è che nei guai spesso ci finiscono persone che hanno un’organizzazione psicologica che le mette nei guai. Come noi abbiamo bisogno di salvarle loro si sono nutrite, fino a quel momento, di quell’incastro patologico violento. Liberarsene potrebbe non essere un passaggio molto agile, psicologicamente, e che vuole del tempo. E’ antipaticissimo da dire, ma frequentemente la violenza è un sistema della coppia, un gioco di incastri e quindi sciogliere il vincolo non è semplice – non è remota per esempio la possibilità che una donna decida di denunciare un marito perché lui per primo ha rotto un patto interno – tradendo per esempio, oppure perdendo dei soldi. Come operatrice, mi è capitato spesso. Nello specifico della violenza di genere poi, specie considerando casi in cui lei o entrambi non sono italiani, spesso il maschio violento ha la possibilità di controllare molte delle risorse possibili per la donna – relazioni, possibilità economiche, in qualche misura anche lavorative. Trovare il coraggio di tuffarsi nel mondo senza un lavoro, senza la vecchia rete dei contatti è un gesto eroico e che impensierisce per cui, anche questo è un ottimo motivo per la donna che decide di uscire da un circuito violento di ripensarci.

In ogni caso, se la donna che prova a mettere il naso fuori da un vecchio sistema, dovesse vedere negli occhi del suo interlocutore l’urgenza di una salvezza non propria, una vocazione di ordine ideologico, una chiamata alle armi che non combacia davvero nel suo interesse, essa si ritrarrà immediatamente. Ma bisogna sopportare il fatto che la prima uscita nell’emergenza: mi ha picchiata! Non sia quella che la porta subito fuori dal contesto violento.

Bisogna poi tenere a mente, la stessa psicodinamica dell’emergenza. Che è per struttura un’arma a doppio taglio. La fuga nell’emergenza si connota psicologicamente come una sorta di delega psichica del rischio e del cambiamento, che porta con se ricadute regressive. Prenditi tu la mia vita in pericolo! Io non la reggo! Io non ho posso, io vedi sto malissimo! Sto piangendo! Sii la mia madre e il mio padre, io sono la tua figlia in pericolo. In quanto tale non coincide necessariamente con una maturazione interna, una forma di reale desiderio di cambiamento che porti a un cambiamento di vita importante. Ma senza quella rotazione interna, sarà difficile avviare il cambiamento, perché per cambiare vita, con anche tutte le risorse territoriali del caso, ci vogliono molte forze e una motivazione strutturata. Ci vuole una costellazione psicologica che porti alla progettualità. Questa cosa può essere di sostegno quando si è per esempio in un consultorio o in un pronto soccorso a un telefono amico, e arrivasse una prima segnalazione a cui non si riesce a dare subito un aiuto materiale. Per affrontare anche la scelta materiale di spezzare una relazione violenta occorre che la donna sia pronta, e alla prima sortita dal suo contesto difficilmente lo è. Proprio per questo purtroppo molto spesso le donne che si rivolgono ai centri cambiano idea, e proprio per questo, quando un operatore di emergenza non riesce a trovare subito un ricovero per lei, lo trova magari un giorno dopo, lei non è più disponibile. L’emergenza è solo una presa di coscienza, che per altro ha nel suo statuto qualcosa di paralizzante – fermi tutti! – aiutatemi, ma il grosso deve venire dopo.

Non sono certo io dunque a giustificare la grave assenza di risorse per i progetti di tutela per i cittadini nelle varie forme. Trovo che gli operatori di trincea in tutte le loro declinazioni siano scandalosamente sottopagati, e trovo che queste basse retribuzioni siano un cancro che produce non solo un’ingiustizia sul piano del diritto del lavoratore – un’operatrice in un centro antiviolenza quanto prende oggi? Sui 700 euro per trenta ore settimanali di lavoro– ma anche sul piano della  qualità del lavoro: perché legittima l’estetica del martirio, della dedizione alla causa, e di un’asimmetria che poi finisce di avere per complemento oggetto una congerie di martiri che devono per forza essere grati. Altro che empowerment.
Certamente inoltre,  un posto letto disponibile su tutta Roma è un dato che grida vendetta, come la sua assenza in altre regioni, però quando si lavora sul campo bisogna anche evitare di cadere nella proiezione psichica condivisa e richiesta dall’utente dello Stato, che lo vede come una madre esageratamente buona – quindi pessima – che deve avere tutto per tutti e subito, letti a iosa e cibi e posto di lavoro immediato e sicurezza immediata e tutto immediato. Per quanto la persona che si mette davanti a noi sembra in un momento di angoscia e di grande difficoltà senza unghie e senza pelle, noi dobbiamo aiutarla a ritrovare i mezzi potenziali, e a esplorare le sue risorse. Aiutarla ad avviare un processo.

In ogni caso, il fatto stesso che una donna sia riuscita a emergere nell’emergenza, a scappare fuori e a usare un oggetto esterno alla coppia, al suo lessico e ai suoi riti distruttivi, è una cosa importante che va premiata e che può tranquillizzare un po’ l’operatore. Potrebbe essere il segno di una risorsa che potrebbe cominciare a dispiegarsi da quel momento in poi, anche se non trovasse soluzione immediata e dovesse tornarne a esporsi a dei rischi. Io credo perciò che l’operatore che lavora in emergenza non deve dare peso soltanto alle soluzioni macrosistemiche che offre – una via di fuga, una denuncia penale, un posto letto – ma che sia molto importante anche quello che dice, la lettura che costruisce con la persona di quanto accaduto. Perché se è vero che l’emergenza è una situazione per certi versi di allarme e pericolo, per altri di regressione infantile, per altri ancora è proprio per questi primi due fattori un momento in cui la persona può raccogliere delle cose, può prendere un nuovo sguardo sulla realtà, e portarselo dietro. Se non regge o non trova la soluzione immediata subito, la potrebbe costruire in un secondo momento, con maggior successo.
Se non volesse farlo, dobbiamo anche mettere in conto la sua libertà a proposito della sua vita.

Sulla schizofrenia

 

Questo post comincia con una storia molto bella narrata una volta da una mia amica psicoanalista ed è la storia di un punto interrogativo.
Oramai molto tempo fa, la mia amica si trovava ad accompagnare in gita un gruppo di pazienti – con diagnosi piuttosto solide, come schizofrenia per intenderci, a vedere le bellezze artistiche della nostra città, accompagnati da una storica dell’arte che forniva molte spiegazioni e delucidazioni. Li portava per Chiese, li portava per statue li portava per quadri e quindi  li portava per tutta una sequela di Cristi Morenti, Madonne pietose, illuminazioni divine – e, naturalmente molti molti molti santi.
Allora una signora in gita, si avvicinò alla mia collega, e le disse: – Scusi
, ma perché quella vede la Madonna e le fanno una statua, io vedo la Madonna e me danno le pasticche?
Quanno se dice – non fa na’ piega.

L’aneddoto mi pare prezioso, perché parrebbe che non ha una risposta decente, e invece in realtà ce l’ha, e trovarla e capire cosa sia realmente la psicoterapia è un tutt’uno. Nel primo momento in cui uno sente la domanda, cadono in testa principalmente due risposte possibili – quella che cercherebbe di istituire una differenza di categoria esistenziale tra la donna schizofrenica e la santa – onde proteggere la prosecuzione della cura farmacologica e non, e farle intendere che sta sottovalutando i propri problemi, e quella che invece annullerebbe la differenza onde premiare l’esame di realtà della paziente magari mettendo in scacco la cura farmacologica, e non solo quella. Ma le due risposte alla domanda sono molto pregnanti perché coinvolgono il modo di pensare il paziente psichiatrico, e la griglia di categorie mentali con cui la cultura, e il nostro veicolo privilegiato la tassonomia psichiatrica, pensa il soggetto in cura. La domanda porta infatti alla coscienza di due ordini ideologici diversi, accomunati da un valore positivo condiviso, che legittima entrambi, è che è una ragione in più per mettere la Dottoressa all’angolo. Siamo cattoliche tutte e due Dottoressa. Tutte e due, decidiamo che la Madonna fece un figlio senza aver avuto rapporti sessuali. Tutte e due dottoressa afferiamo a un mondo ideologico di miracoli e di salto nella fede. Allora, perché dottoressa se quella salta nella fede è santa, e se lo faccio io sono pazza? Dove è l’errore?

Forse dottoressa, era pazza anche la santa in questione?
 O forse sono io che sono una santa, e non l’ha capito nessuno?
E noi potremmo aggiungere:
E se la santa era pazza, forse anche la religione è una follia
O, se io sono una santa, e voi mi impasticcate la psichiatria è una religione.
Non se ne esce facilmente, men che mai, decidendo che bisogna avere consapevolezza della relativizzazione storica, del fatto che la nostra è una cultura medicalizzata mentre quella di prima non lo era, che la nostra è una cultura che punisce e ingabbia l’elemento eversivo mentre questo prima non accadeva. Queste cose sono carine parzialmente condivisibili, ma non bastano, e sono anche riduttive, perché la società non è così monolitica e ci sono larghe o strette aree di essa – che da sempre variano con gli ondeggiamenti della storia, ma che non spariscono mai – abbastanza articolate da saper digerire l’eversione sofisticata. In ogni caso, non se ne esce tenendo la base dello sguardo sul contesto sociale e sulla sua reazione, sul giudizio di appropriatezza e di inappropriatezza del comportamento.

Ossia, la tentazione della spiegazione facile:
Alla santa fanno la statua perché all’epoca la visione era un comportamento appropriato, mentre oggi ti danno le pasticche perché la visione è inappropriata e perciò penalizzata.Cioè si finisce col pensare che la cura – sia essa farmacologica che psicologica – sia un mezzo per adattare qualcosa di diseguale, a qualcosa di uguale.

In questo corto circuito tutto ideologico, c’è un fraintendimento di fondo sulla questione del malessere psichico. Del quale si coglie sempre la disomogeneità rispetto al canone, ritenendo che l’eventuale sofferenza, posto che ci sia, sia da imputare alla disomogeneità. Dire alla paziente che lei è come la santa, ci fa sentire a noi persone perbenino dell’era post Basaglia, di molto più fichi, e aperti di vedute, ci regala una solidarietà magnifica e una grande lungimiranza, proteggendoci simultaneamente dall’assumere la responsabilità di capire esattamente a cosa combacia l’esistenza di quella donna e di prendere atto del suo eventuale bisogno di aiuto. Ci viene incontro un profluvio di retorica e di banalizzazione, che epura la schizofrenia dal dolore, dalla difficoltà, dall’esperienza non di rado tragica di avere dei sentimenti senza che ci siano le parole, di avere delle parole che dicono delle cose diverse dei sentimenti, dalla difficoltà di scavalcare lo spinoso muro della comunicazione.
Ella sta sotto un ponte a parlare da sola? Eh ma è libera eh!
Oh – e come mai nce stai te stamattina a fare conferenze sotto un ponte?
Oh e come mai, se lo facesse mamma tua, non saresti tanto d’accordo?

 

La vera questione è che la nostra Paziente non è una santa, che tra quella signora e quella santa c’è un abisso e l’abisso sta nella forza necessaria a sostenere il peso di una narrazione.

La vera questione è dunque che la signora non è curata per via delle allucinazioni. La nostra signora è curata per un problema di linguaggio, e l’uso che ella fa delle allucinazioni è il sintomo di questo problema.
Sicché, la nostra dottoressa avrebbe potuto anche rispondere.
A parer mio, non prendi le pasticche per le visioni. Non sei curata a causa delle visioni.

La mia idea delle allucinazioni e dei deliri, è che esse sono scorciatoie che la psiche adotta per comunicare delle vicende sue, in un regime di economia e di risparmio. L’allucinazione è la parola di un animo in inverno, senza tanta legna per il camino, che deve sopravvivere a una vita che pare tutta di notte. Gli altri – con le loro case illuminate, piene di volti che sorridono, di candele accese di profumi di cose buone, possono permettersi di far passare alla parola psichica i numerosi trattamenti che la fanno diventare pensiero. Gli altri, i ricchi di amore e di strumenti, possono cucinare i sentimenti per ore e per ore, fino a farne un buon sugo, una gustosa crema, un dolce raffinato. L’allucinazione è invece un piatto tiepido, l’immagine a mala pena scaldata su un tegame, e subito servita su un piatto. Cruda, indigesta, neanche si riesce a tagliare. E siccome è così cruda e indigesta, continua a girare e a riproporsi nella stanza vuota e buia dell’inverno psichico, senza dare il tempo di fare niente. Senza dare il tempo di trovare una soluzione. Senza che si riesca a digerirla.

Il problema non è il bisogno della parola psichica, il problema non è mai il testo. Il problema è che non c’è una narrazione che lo renda vitale, linfatico, comunicativo, vivo.

Quello che doveva rispondere la dottoressa – è che in realtà la signora non era esattamente la santa, perché la santa come quella statua dimostrava, aveva trasformato l’orrendo piatto indigesto in narrazione, aveva elaborato l’immagine che essa stessa aveva avuto prima fredda e pericolosa, aveva conferito un senso. Non gli altri per lei, ma lei da se. Quando si costruiscono i significati piano piano il dolore si scioglie, ecco il senso della psicoterapia. Ossia – il senso è in un certo modo: non trasformare il dato eversivo nell’oggettività del senso comune, ma nella soggettività dell’arte.

Perciò, la vera questione, non è tanto fare una scuola di dizione – che però bisogna dire in più di un caso ha la sua ineliminabile utilità – la vera questione è riscaldare la casa al punto tale, per cui elaborare significati torni ad essere possibile. Una buona psicoterapia lavora sul clima interno della psiche, prima ancora che sulle cose che in quel clima vengono prodotte. Lavora perché il clima diventi caldo e ospitale, che il se stesso segreto diventi un porto talmente sicuro, da poter fare delle incursioni fuori nella neve, e prendere altra legna, portarla dentro bruciarla e cucinare. Poi si può vedere insieme cosa cucinare e come e quali cose vengono meglio e quali peggio. Questa cosa del clima psichico, e di quante cose permette di fare il clima psichico, poi i clinici lo traducono in forza e debolezza dell’io.

 

Un post junghiano. Sull’Ombra

 

Tra le tante retoriche collettive che circolano intorno alla costellazione società – benessere – malessere – psicologia, ci si imbatte a ritmo regolare nella teoria secondo cui: la nostra società è malata e in verità a denunciare un sintomo sono persone che starebbero benissimo, e proprio perché sono sane con valori sani e risorse sane si troverebbero a disagio in una contestualità malata –  ed è per questo che soffrirebbero. Questo tipo di retorica è spesso a fondamento per esempio delle organizzazioni settarie, o di certi gruppi che hanno una connotazione ambivalente, oppure che si connotano per la gestione delle dipendenze. E’ una retorica per esempio che ritorna frequentemente all’interno dell’alcolisti anonimi, ed è una concezione che reiteratamente ritorna nei gruppi di associazioni che si occupano di droga.
In quei contesti la giustificazione reale deriva anche dal fatto che spesso è il gruppo sociale a rafforzare il sintomo di cui le persone cercano di liberarsi.

 

Questo tipo di retorica ha anche antesignani illustri tra gli psicologi di ispirazione marxista – vedi l’asse Reich Marcuse –  e ancora oggi qualche collega la condivide: recentemente su Facebook ha avuto molte condivisioni un post di una psicologa, secondo cui andrebbero in terapia spesso persone sane e creative, portatrici di valori salubri ma minoritari, in difficoltà per il fatto di essere sane in una società malata – dominata dalla sopraffazione e dalla concorrenza. Me lo ha segnalato l’amica e giornalista Antonella Viale sentendosi disturbata da qualcosa che non le tornava ma non sapendo esattamente però che cosa. Secondo l’articolo infatti, farebbero richiesta di terapia persone che non avrebbero particolari problematiche, ma che anzi starebbero anche bene, avrebbero tante risorse, e nessuno dei difetti che invece apparterrebbero al nostro contesto culturale: non sarebbero competitive, non sarebbero arriviste, non sarebbero in contatto con valori di maggioranza. Non cito la fonte perché non è importantissimo e dopo tutto si tratta di un testo molto informale – lo riprendo perché risponde appunto a questo pensiero diffuso: i malati siamo noi! Cantava infatti Gaber già un tempo, pervaso da certi davvero ottimi sentimenti per cui l’ho sempre ascoltato con sospetto.
Ora io ho una stima fortissima dei miei pazienti e dei pazienti tutti, non tanto perché siano persone più sane e creative di altre, in verità ve ne è di più sane e di meno sane, di più creative e di meno creative, così come ci sono pazienti che sono molto competitivi e coesi con certi assetti valoriali dominanti e pazienti che non lo sono affatto, ma ecco sono persone che pensano di decostruire la propria storia e di rimetterla in gioco, di rinunciare a delle sicurezze per rivedere il proprio modo di parlare e di camminare, e questo è per me molto coraggioso. Per il resto, banalmente, continuo a pensare che se non ci fosse stato un problema non avrebbero fatto richiesta di una terapia e se fanno richiesta di terapia è perché per me interpretano correttamente, cioè come area problematica che va analizzata, la loro difficoltà a raggiungere i propri scopi nel proprio contesto.

 

Proprio in questi giorni facevo infatti una considerazione particolarmente amara, in merito alla salute psichica degli individui. Consideravo infatti che un individuo mediamente sano, psicologicamente parlando, ha la strumentazione di bordo sufficiente per adattarsi alle peggiori circostanze. Quella considerazione mi riusciva particolarmente pessimista perché vi trovavo la chiave di volta quanto del successo della nostra specie, quanto la garanzia della sua estinzione: la nostra incredibile capacità adattiva ci ha infatti resi capaci di resistere a circostanze avverse di vario ordine e grado, facendoci vincere sulle altre specie, ma ci rende anche singolarmente capaci di adattarci alle condizioni di disagio che noi stessi produciamo. Questa capacità adattiva non passa solo attraverso il reperimento di riserve intellettuali ed emotive per arrangiarsi in una situazione che non ci piace affatto, ma temo che più spesso di quanto crediamo passi dalla categorizzazione di una modesta preoccupazione e di un modesto disagio a proposito di circostanze che per noi non siano immediatamente pericolose. Non a caso, la lungimiranza è un pregio degli intelligenti e degli eletti, non di tutti, l’intolleranza al sopruso con la reazione di conseguenza scelta di certi tipi di persone più irruente e attive di altre. (Basti vedere le reazioni di tranquilla perplessità quando va bene di fronte alle spaventose variazioni climatiche a cui stiamo assistendo).

Tutte queste riflessioni si sono andate a sovrapporre a certe letture che stavo facendo, ossia gli Studi sull’Ombra di Trevi e Romano.
L’Ombra è un concetto junghiano poetico e suggestivo, con il quale si va a designare, su un doppio livello se non triplo (archetipo, figura archetipica e fenomenologia, ma noi per semplicità archetipo e figura archetipica li mettiamo insieme) quanto della nostra personalità individuale e collettiva non accettiamo volentieri come nostro, e unitariamente quanto di nostro rimane nell’oscuro nel non visto e quindi viene percepito come minaccioso. Nel cono dell’ombra quindi mettiamo sia questioni sgradevoli e antipatiche della nostra personalità, sia suggestioni spaventose e angoscianti. Il doppio livello riguarda in un primo luogo, fenomeni d’ombra ossia comportamenti episodi e quant’altro riguardi il non accettato e disturbante, in secondo luogo le strutture psichiche e cognitive che presiedono a quei fenomeni, strutture che gli junghiani organizzano con il lemma di figure archetipiche, ma che hanno anche tante interessanti esemplificazioni nei paradigmi teorici di altre scuole. Per esempio una buona traduzione postfreudiana del concetto d’ombra nei suoi due livelli sono i meccanismi difensivi di proiezione, scissione e identificazione proiettiva – come organizzazioni dinamiche dell’Ombra, mentre i contenuti che manipolano sono gli aspetti d’ombra fenomenologicamente parlando. Tradotto in termini pratici: le persone petulanti e aggressive avranno la loro Ombra in altre persone che descriveranno come petulanti e aggressive per esempio, perché proiettano addosso ad altri aspetti di se che non vogliono vedere di se, mentre altre persone che avrebbero desiderio di vivere la propria aggressività provocheranno la rabbia in altri per poterla controllare tramite l’identificazione proiettiva – pur proponendosi come persone apparentemente pacifiche.

 

L’ombra dunque è il lemma junghiano del negativo, con tutte le implicazioni filosofiche del caso: come assenza di luce che connota la luce, come confine opaco che conferisce spessore e tridimensionalità all’esperienza, e quindi sul piano individuale come funzione logica della tridimensionalità di una soggettività: presuppone una posizione filosofica al problema del male istituendolo come necessità logica, come elemento la cui presenza serve a connaturare l’identità e la storia di gruppi come di soggetti. Il che naturalmente non vuol dire, che tutto quello che si identifica con l’ombra sia cosa buona e giusta, ma che un sano processo di individuazione in solitaria o dento una stanza d’analisi implichi l’acquisizione di aspetti d’ombra di se, e l’iscrizione di questi aspetti nella propria storia – con tutte le implicazioni del caso.

 

Quella retorica condivisa di cui allora parlavo all’inizio del post rappresenta uno dei possibili problemi che si incontrano nel maneggiare la fenomenologia dell’Ombra. Quella retorica spera di risolvere il problema di peso del negativo e dell’unheimlich togliendolo dall’individuo e spostandolo sul gruppo sociale, facendo quindi lo stesso errore speculare e inverso di quelli che demonizzano in maniera manichea e irriflessiva chi diviene oggetto di una diagnosi o di una sanzione legale come altro da se, come capro espiatorio della propria purezza. E’ un manovra tranquillizzante, seducente,  quanto vana perché qualsiasi sintassi si adotti – legale, estetica, psicoanalitica, medica, l’ombra è connaturata al nostro destino di esseri psicologicamente storicizzati, e negarlo non fa che peggiorare le cose, mettendoci sulla strada della psicopatologia – sociale o individuale che sia.  Per fare un altro esempio limitrofo alla clinica ma al centro della percezione medica ed estetica: il ricorso continuo e ossessivo alla chirurgia plastica è un parossistico tentativo di combattere una guerra senza fine contro l’Ombra della vecchiaia, con tutta l’ombrosa semantica di fine, di perdita di fulgore e di potenza, di tramonto della fertilità e della vitalità che comporta.

 

Tecnicamente e orientativamente i rischi estremi riguardano, o la completa identificazione con l’ombra, o la mancata integrazione con l’ombra. Quando si ha a che fare con gesti criminali di vario ordine e grado, Trevi e Romano parlano di identificazione con l’ombra ossia, di un completo schiacciamento di se su certi aspetti deteriori della personalità. Da un certo punto di vista anche certi vissuti legati all’esperienza psicotica possono essere interpretati come una sorta di prigionia nell’ombra, un dominio dell’esperienza simbolica inconscia che rende prigionieri, con contenuti costantemente provenienti dai sotterranei della soglia di coscienza senza la mediazione apollinea della coscienza, così come gravi forme di dissociazione – esito di esperienze traumatiche e di abusi -possono essere lette come espulsione degli aspetti d’ombra della propria storia e della propria psiche che catalizzano attorno a se ricordi vissuti e anche modalità relazionali per cui possono presiedere anche a stilemi di personalità diversi. Le varie storie di personalità multiple – Dottor Jeckyll e Mister Hide! – sono storie di una personalità apollinea che non entra in contatto con una seconda personalità dionisiaca e dissociata e l’integrazione – problema piuttosto serio che merita un trattamento serio – è rinviata. Anche in quell’esempio medico ed estetico di cui sopra ci sono possibilità di schiacciamento identitario sull’Ombra: persone che si lasciano andare precocemente, che abdicano a qualsiasi cura di se, e che non si curano del proprio corpo neanche secondo un profilo medico, che corrono come dire anticipatamente verso la morte.

 

Seconda possibilità di stampo più probabilmente nevrotico ma non per questo libera da problemi e sofferenze, è la scotomizzazione dell’Ombra: la difficoltà cioè di riconoscersi aspetti negativi, deteriori, brutti, dolorosi, bui, scomodi e lo sforzo di abitare solo un’immagine positiva di se nonché controllabile, della propria vita delle proprie relazioni e della propria identità – l’apollineo ha il consistente vantaggio di suonare prevedibile, nella sua struttura c’è l’estetica della finitezza. Questo tipo di organizzazione psichica, squisitamente nevrotica, rende le persone poco interessanti alla relazione perché bidimensionali, nascoste, decolorate, e le rende a loro volta inadeguate a molte sfide esistenziali, sottoposte a delusioni che fanno fatica a integrare, e allo stesso tempo sotto il fuoco incrociato di tutto quanto è rimosso e preme sotto la soglia dell’inconscio. Molti sintomi sono il rimosso di aspetti di se e della propria storia che bussano fastidiosamente per essere integrati dalla coscienza mentre la coscienza li rimanda indietro per non sporcare un immagine di se forte sul piano narcisistico. Per fare un altro esempio narrativamente efficace di questo tipo psichico la magnifica Brix di Desperate Howswifes incarnava perfettamente una declinazione di questo assetto psichico. Per fare un esempio clinico eclatatante spesso un modo efficace dell’inconscio di cercare di intrudere nella coscienza aspetti d’Ombra rimossi, sono gli attacchi di panico.

 

La questione diventa dunque per i gruppi sociali come per le psicologie individuali, evitare di applicare meccanismi difensivi arcaici e integrare gli aspetti d’ombra che possono presiedere a delle funzioni sane, e la cui esistenza può essere spiegata alla luce della storia culturale e psichica di ognuno, senza dividere troppo facilmente in buoni di qui cattivi di li, belli di vi brutti di la, morali e immorali e quant’altro. Capire le ragioni e incanalare le funzioni che assumono i tratti oscuri della personalità e dei gruppi sociali è senz’altro più adattivo che demonizzarli – proiettando su su questa o quella ideologia culturale l’antipatico ruolo del Demonio, e tenendosi per se quello ancora più infido e pericoloso della Salvezza.

 

Genitori molto vecchi

 

Allora.

Sei uscito qualche ora prima del lavoro, e quindi riesci a fare a tempo a passare in quel negozio del centro per comprare il caricabatterie del cellulare, che non funziona più. Per caso, vedi tuo padre dall’altro lato della strada – stai per chiamarlo e invece ti fermi. Lui non ti ha visto, e tu lo osservi, sorpreso di te stesso.
Noti che non ti sembra tanto alto, noti anche che cammina piano e con fatica. Ora squilla il suo telefono e ne cogli il modo affannato di cercarlo nelle tasche.
Ti accorgi allora che tuo padre è invecchiato. Ti rendi conto improvvisamente che è davvero tanto che non puoi più dire “è andato ora in pensione”, e hai come una fulminazione, un battesimo. Per la prima volta osservi uno spazio vuoto tra te e lui, uno spazio dove quelle vecchie relazioni che c’erano e quasi vi inchiodavano a delle età eterne – tu approdato a una sorta di adultità ancora giovane e lui invece l’adulto perenne – hanno cambiato foggia. Ti potrebbe capitare di arrabbiarti, facilmente di intristirti. Spessissimo di preoccuparti. E’ la prima volta che ti trovi a temere che possa inciampare.
Ce ne saranno altre da ora in poi, e da questo pomeriggio nella vita comincia una stagione complicata.

Che è la stagione in cui, al di la di come sono stati durante l’infanzia e dopo, i genitori invecchiano e si avvicinano alla fine, ed è una stagione che può durare a lungo, considerando i progressi che ha fatto la medicina. Ci sono farmaci che sostengono, e se non ci sono farmaci ci sono interventi chirurgici, e se non interventi chirurgici anche macchinari. Si lavora perché il corpo duri e il corpo può durare molto a lungo, attraversando molte gioie sottili, diverse piccole soddisfazioni, ma tante difficoltà e tanti dispiaceri – per non tacer della prova finale.

Nel frattempo, le vite dei figli sono cambiate, e questi figli hanno fatto figli tardi. Sopra i trent’anni per dire, spesso anche quaranta. Si sentono tra Scilla dei figli piccoli o adolescenti e la Cariddi dei genitori anziani. E nel frattempo quei genitori invecchiati sono come degli adolescenti al contrario: nella complicata negoziazione della perdita di forze e dunque di autonomia. Una situazione che rende l’approccio necessario e qualche volta ineludibile, sempre comunque molto delicato.

Ci sono in effetti moltissime variabili che rendono l’occasione delicata, e in qualche caso veramente dolorosa: certe madri e certi padri sono stati per esempio madri e padri molto inadeguati, sono stati per dirla semplicemente, dei cattivi genitori. Accudire dei cattivi genitori mette spesso in situazioni di grande sofferenza psicologica, non tanto nel caso in cui un figlio riesca persino a mantenere una comprensibile per quanto apparentemente disumana indipendenza e distanza, quanto perché novanta su cento, questi genitori inadeguati misero al mondo bambini e poi adulti che fanno ancora fatica a essere emotivamente indipendenti, e che si ritrovano ora, a rivedere attivati i propri desideri di riconoscimento quando il genitore è anziano o malato – andando in contro spesso a brutte e reiterate delusioni: guarda quante cose sto facendo per te! – perché i genitori non sono guariti da quella loro miopia, o freddezza, o inadeguatezza, perché non hanno imparato nel frattempo una comunicazione emotiva più adeguata o addirittura perché la tarda età ha slatentizzato malevolenze e ostilità prima almeno impacciatamente dissimulate. In quel caso la consapevolezza dell’infanzia tradita si fa più cocente, e si entra in una spirale cattiva di aspettative tradite.
Altri figli invece, attuano comportamenti di cura fortemente ambivalenti per cui insieme all’ossessione per l’attenzione si può respirare l’aria di una impalpabile – quanto spesso non riconosciuta – vendetta: figli che per esempio tolgono aria o qualsiasi forma di autonomia, o che sommergono i genitori di quantità sinistre di farmaci fino a cibi, diete sbagliate – o prescrizioni in cui non si discrimina bene dove sta la preoccupazione e dove l’acrimonia. Accudire una persona anziana è per tanti aspetti, come accudire un bambino – quale occasione migliore per presentare un conto.
(Anche se bisogna dire, il compito sarà vano, e la percezione come sempre accade quando si è posseduti dalla vendetta, è che il conto si rinnovi perennemente).

In ogni caso ci sono anche quegli altri, i figli di genitori sufficientemente buoni, genitori che hanno fatto quel po’ di sciocchezze che fa ognuno nella sua vita, e che per quanto abbiano un compito più facile, affrontano comunque una serie di battaglie, a cui per altro non sono culturalmente sostenuti: attualmente in occidente, la cura è un concetto aut, come si hanno due lire si cerca – vuoi per i neonati vuoi per gli anziani – l’intermediazione di terzi che provengano magari da culture in cui esista ancora l’ethos dell’accudimento. I nostri maschi stentano a imparare, le nostre femmine sono stufe di pagare per tutti, e non rimangono che le badanti come cuscinetto di separazione tra il proprio corpo e quello dell’altro, tra la propria morte e la sua, che si guarda con angoscia e qualche volta pura negazione.

Il paesaggio naturale è infatti comunque ugualmente spaventoso. I genitori cadranno e alla mente capita il pensiero che dopo toccherà a noi. Nel loro affrontare la fine si comincia a fare i conti con la propria di fine, e non se ne avrebbe affatto voglia. Capita di cadere in reazioni allora comprensibili ma non proprio ottimali, per esempio sull’onda della negazione: bisogna farlo camminare! Bisogna fargli fare la fisioterapia! Bisogna cambiargli terapia!

Non tollerando l’antipatica questione del corpo esausto.

Ma c’è anche l’altra di reazione: quelli che invece ugualmente non tollerando la medesima cosa, quasi cercano di affrettare la fine, negando cure, negando interventi, e provando rabbie furiose verso la tenacia della vita – la quale come disse un mio amico che ebbe ad assistere alla fine di sua madre vince sempre: fa di noi quello che vuole, ci vive ci sopravvive e ci trasforma in qualcosa d’altro. – Questi, non necessariamente con cattiveria, anzi più spesso con autentico affetto, reificano chi ancora cosa non è.  L’ambiguità del declino risulta estenuante e destabilizzante.
In entrambi i casi, del genitore anziano è negata l’esperienza soggettiva, il diritto a una costellazione di ultimi giorni con le sue piacevolezze. Tanto fa paura quell’aggettivo ultimo da oscurare completamente la rilevanza delle piccole qualità. Vedere dei nipoti per poco. Mangiare qualcosa con un buon sapore, per favore mi mettete in soggiorno che c’è quella bella luce.

E’ difficile e non ho poi tutti questi bei consigli da dare. Se si nota che il periodo porta davvero alla luce grandi sofferenze e sentimenti persecutori di inefficacia, di dispiacere, di rabbia, di vergogna per paura di certe ombre che salgono dall’inconscio, potrebbe semplicemente essere arrivato il momento per affrontare una terapia, perché certamente – dopo la genitorialità, la malattia dei genitori è un altro importante pettine psichico, dove si fermano i nodi irrisolti. Ho la sensazione però ecco, che anche di fronte ai vecchi più cattivi del mondo latitare per quanto comprensibile sia in un certo senso pericoloso – perché da alla psiche la prova definitiva che niente sia curabile, arginabile, e che di quella inadeguatezza emotiva si sceglie di reindossare le vesti. E’ un po’ come quando si fanno i figli: essere migliori dei genitori che si ha avuto può fare un po’ bene. Non tantissimo, il passato non si cancella. Ma è se stessi che si cura in quel modo.

Aiuta anche cercare di capire nei limiti del possibile il perché di certe reazioni emotivamente molto forti, e come dire riappropriarsene il più possibile, perché magari sono in parte correlate alla questione materiale – che spesso è davvero pesante da un punto di vista logistico ed economico – ma magari hanno altre cause, nel nostro rapporto col dolore fisico, con la morte, con l’handicap e con l’esperienza del corpo e nella nostra area di incertezza che va curata quella rabbia. Così come credo sia importante tenere sotto controllo e riappropriarsi di certi contenuti proiettivi che si ficcano sulla cura verso i genitori e che riguardano i propri rapporti non solo tra loro ma anche tra fratelli. Siccome il genitore anziano fa ricapitolare la qualità della relazione di una vita, quando ci sono più figli nel calderone delle esperienze difficili da gestire ci saranno sicuramente anche i rapporti con i fratelli, i problemi che si osservano avere i fratelli con i genitori condivisi le eventuali latitanze e rivalità che possono essere anche terribili. Non è facile, e qualche volta possono scappare fuori litigate anche violente, che possono trascinarsi dietro giudizi pericolosi sulla vita privata – ma il tema è delicato e vale la pena fermarsi e mettersi cinque minuti nei panni dell’altro.
A volte critichiamo velocemente – ma se ci fermassimo cinque minuti a pensare la vita degli altri come se per esempio fosse un romanzo, ci accorgeremmo che certi epiloghi come certi momenti nevralgici della trama, non potevano andare diversamente, ci accorgeremmo che quelle ansie e quei contrasti e quelle tigne hanno qualcosa di ineluttabile. Saperlo ci fa convivere meglio. .

Ma credo che infine, sia sempre meglio per il discorso che dicevamo sopra – fare una telefonata in più e una visita in più che una in meno, Non tanto e non solo perché un giorno non ci saranno più. Ma perchè quel vecchio siamo noi se dovessimo avere la fortuna di diventare vecchi, e insomma è bene fare agli altri quello che poi possiamo sperare di dover ricevere.